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IL CASTELLO

Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante,

sopratutto per una di noi !

La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa che ci ha donato! 

Vi chiediamo solo di mettervi comodi, prendervi del tempo …e leggerlo tutto d’un fiato!

Un Castello da condividere

Vecchie pietre,

antichi muri,

che l’edera

pazientemente

avvolge;

stanze di silenzi

frantumati

dalle risa

dei nostri figli bambini.

Chi percorre oggi

quegli spazi,

calpesta e confonde

i segni nascosti

delle nostre vite,

ascolti

con trepido silenzio

il respiro

dei nostri sogni

di allora

e conservi intatta

la fragranza

della memoria

di un tempo felice.

Riccarda, già altrove  settembre  ‘89

 Arriviamo al castello in un caldo pomeriggio di luglio del 1980. Il camion guidato da Arnaldo che trasporta le nostre cose, fatta una breve salita passa sotto l’arco d’ingresso, prosegue sul vialetto e si ferma in cortile. In una gran confusione di cani, bambini e persone noi scendiamo dalle macchine che ci hanno portati fin lì, tutti ci salutano e ci abbracciano. Inizia la nostra nuova  avventura.

I mobili sono trasportati fino all’ultimo piano, la consegna è di montare oggi almeno i letti per poter dormire stanotte; in un via vai di persone su e giù per le scale, di voci che chiedono “questo dove va” e di bambini tra i piedi. I nostri per fortuna dormono nel grande salone nei loro lettini da campeggio: Chiara è figlia mia e di Mario, Giacomo di Maria e Giorgio; sono nati l’anno prima rispettivamente l’8 marzo e il 27 aprile. Maria dopo un po’ si siede sulla panchina di legno sotto la pergola di vite americana, ha il pancione di Luca che nascerà già qui, il 5 agosto. Anche Giulia nascerà qui ad agosto del 1981.

Tutti ci aiutano, anche Victor e Tito, “i maschi” delle famiglie argentine profughe della dittatura che sono ospiti al castello da qualche tempo,  mentre i figli ci studiano con i loro visetti seri: Martina la negrita con gli occhi da antica donna india,  Marina la colorada, dagli incredibili capelli rossi e Martin il più grande con il quale instaurerò un legame di affetto profondo che sarà fonte di discussioni accese con suo padre che non ammette troppe tenerezze nella vita dell’ esilio, neanche per un bambino. Invece io Martin l’ho amato subito, da quando mi hanno raccontato che a scuola aveva inventato per sé un cognome italiano, lui che per i motivi di sicurezza dei grandi ha dovuto dimenticare il suo, ed aveva scelto “Pescatore” suscitando purtroppo soltanto  le risa di incredulità dei compagni.

Ad un certo punto Victor chiede con tono determinato nel suo italiano cantilenante: ”Ma qui chi è il capo del lavoro?” e le cose si fanno più ordinate, il trasloco segue strategie più efficaci. La sera mangiamo tutti insieme sui vecchi tavoli e le panche di legno sotto il portico, inaugurando quella che diventerà negli anni per tutti noi una consuetudine. Ci siamo tutti, le famiglie che abitano qui: Pippo e Giovanna, Alda e Giovanni, ci raggiungeranno presto Augusto e Valeria, Anna…

Non ricordo il cibo, c’era sicuramente la pasta di Alda nel pentolone, ma posso sentire se chiudo gli occhi il suono delle nostre voci, ricostruire i sorrisi e gli sguardi accesi di tutti, anche quello che vaga altrove, de “La flaca”: Maria moglie di Victor e la mamma di Marina e Martin. Lei pensa alla sua Buenos Aires troppo lontana o forse a Genova dove stava prima di venire qui e dove ha lasciato il suo piccolino, morto silenziosamente una notte nella sua culla senza che nessuno potesse fare nulla per lui. Piange spesso da sola di notte, quando nessuno la sente, e forse si chiede senza confessarlo che senso abbia questo esilio e quanto ancora sia alto il prezzo, per loro, da pagare.

Gli argentini…. Le loro vite segnate, eppure determinate a sognare e costruire un futuro migliore per sé e per il loro popolo, entreranno nelle nostre; conosceremo sulla loro pelle i segni profondi delle dittature che abbiamo contestato nei cortei cantando le nostre canzoni e quelle degli Inti Illimani che tutti conosciamo a memoria. Ci legherà a loro un sentimento forte fatto di affetto, rispetto, condivisione, sofferenza e speranza comune.

Noi quattro accoglieremo in casa nostra Mariano (in realtà il suo nome è Rodolfo, ma questo lo scopriremo alcuni anni più tardi, quando avrà fatto ritorno finalmente a Buenos Aires e nel suo paese) l’unico che non ha famiglia e per un anno vivrà con noi, preparandoci il pankeke e il dulce de leche, il chimichurri per l’hasado e un giorno che la nostalgia forse era forse per lui un po’ più difficile da sopportare, la marmellata di pomodori verdi come la preparava suo padre.

Sappiamo quasi nulla di lui e quel poco lo mettiamo insieme un po’ alla volta da pezzi di conversazione o da altri : sua moglie l’hanno portata via un mattino le squadre speciali, lui si è salvato perché in quel momento era fuori casa; ha un figlio da una compagna che non vive con lui, un giorno andremo insieme al mercato di Ivrea a comprare per Nico pantaloncini e maglietta, a stupire il venditore che guardava incredulo un padre e una “madre” che non conoscevano peso e statura del loro figlio. (Ora Nico è grande, vive a Buenos Aires ed è papà a sua volta di uno splendido piccolo Santiago).

Intanto stasera sotto il portico tutti parliamo di noi, raccontando i pezzi essenziali delle nostre vite per farci conoscere, per conoscere gli altri; facciamo insieme progetti, organizziamo gli spazi che conterranno per i prossimi nove anni (ma noi non lo sappiamo ancora e pensiamo per sempre) le nostre vite e quelli di altri amici che si aggiungeranno per strada. Poi Giorgio prende la chitarra e cantiamo, la sera si stende placida oltre le ombre del portico che non raggiungono per ora le nostre vite che invece si intrecciano saldamente ed inesorabilmente.

Poi noi quattro raggiungiamo l’alloggio dell’ultimo piano che sarà la nostra casa: è molto grande e c’è spazio per tutti: una camera da letto per ciascuna coppia, una per i bambini, una per Franco che ha 13 anni ed è il nostro figlio affidatario, un salotto che ospiterà spesso gli amici, una veranda chiusa molto luminosa che guarda le montagne ed un’altra che dà sul cortile, due bagni e la cucina con il grande tavolo di legno che possiedo ancora e che è stato testimone di tutte le nostre vicende liete e dolorose e su cui bambini ed adulti hanno  inciso spesso il segno del loro pensiero. E i segni sono rimasti tutti lì, da ripercorrere ogni tanto come una mappa di quel tempo, e delle nostre vite.

In questa nuova casa viviamo in 7, tra poco 8 con l’arrivo di Luca , due famiglie che sono una sola, che condividono tutto: una comunità come si diceva all’epoca. Per noi è normale oltre che bellissimo vivere così, è stata la naturale conclusione di strade intraprese molto prima e che ad un certo punto si sono incontrate.

Avevo 18 anni quando una domenica all’uscita dalla messa delle 11 sulla piazza di Arè, mentre il campanile suonava mezzogiorno, Dido, un amico un po’ più grande di noi propose a me e a Giorgio di partecipare ad un campo di lavoro che si sarebbe svolto ad Ivrea durante l’estate. Si trattava di raccogliere carta, stracci e ferro vecchio, le cose che il nostro mondo buttava, per venderle e finanziare i progetti dei missionari della diocesi che operavano in Brasile, in quello che era allora chiamato “il terzo mondo”.

Ci andai, insieme a Giorgio e a molti altri ragazzi e ragazze che provenivano da tutta la diocesi ed il nostro gruppo si chiamò proprio così “Operazione Terzo Mondo”.

La nostra amicizia continuò anche dopo la fine del campo ed iniziammo a ritrovarci ogni domenica a parlare, discutere, a fare progetti per il futuro del gruppo, ad inventare nuove attività. Eravamo davvero incredibilmente tanti: più di quaranta credo. Spesso erano i bar ad accoglierci: ne ricordo uno che non c’è più ad Ivrea “il Cavallino bianco” che riempivamo spesso con la nostra presenza chiassosa ed ingombrante.

Consumavamo poco perché pochi erano i nostri soldi, eravamo felici soprattutto di ritrovarci, di essere, insieme, qualcosa. Altre volte erano le case dei genitori ad ospitarci, soprattutto  ad Orio a casa di Marino, a S. Giorgio a casa di Beppe  che avrebbe preso messa di lì a poco e sarebbe subito partito per il Brasile, e di Angela . A volte Don Gamerro celebrava la messa per noi  e noi in silenzio meditavamo la Parola e cantavamo le nostre canzoni: Walter, Giorgio e altri suonavano la chitarra, Beppe il basso, Gian Mario la pianola.

Eravamo tanti davvero, e molti li ricordo con chiarezza: Marino che era un po’ il nostro leader , un po’ più grande di noi e un po’ più saggio, Dido saggio e responsabile già da allora, Vittorino che tutti chiamavamo Vitto con i suoi riccioli neri, il motorino e le sue poesie, Walter con la sua solitudine, la chitarra e qualche ciucca memorabile, Mario di Strambino alto, grosso e maldestro, simpaticissimo, Giola di Orio, compagno di scuola di mio fratello, Diego e Tea una delle prime coppie formatesi all’interno del gruppo, Ingrid la sorella di Tea, Loris-Felpus che ho ritrovato dopo anni professore dell’ultimo dei miei figli, Carola che mi sembrava allora già così matura e seria!, Pia e Cate le due sorelle di Lessolo, Adele , “la zia”, Beppe, Paulin, Paolo di Cascinette…

Ad un certo punto la nostra strada incrociò, non mi ricordo come, quella di altri ragazzi: “quelli della Sacca” un quartiere nuovo alla periferia sud di Ivrea. Abitavano tutti insieme al settimo piano di un palazzo di Via Gobetti e con loro c’era un responsabile: don Teresio  e una famiglia : Franco, Ida e i loro figli: Patrizia, Alessandro detto Lallo ed Elisa ancora neonata. La loro comunità era nata da poco e derivava dell’esperienza del seminario; in quelle stanze vivevano  insieme Augusto, Mario e, Mario “Albi” che avrei sposato qualche anno più tardi, Silvio “il Che” legato alla figura del “comandante” oltre che dall’ideale, da una gran barba e zazzera nera che porta ancora oggi che fa il professore e scrive romanzi per ragazzi, Gian Mario, Silvio, Giuseppe “Giors”, di cui ho conosciuto il vero nome soltanto quando già stava per diventare avvocato, Severino che sarebbe presto diventato prete e che per ora partiva periodicamente per Taizè semplicemente scendendo in strada ed “alzando il dito”. L’autostop  era infatti per molti di noi il modo più semplice di spostarsi, ed anche, allora, abbastanza sicuro. Altri ragazzi passavano o restavano qualche tempo in comunità, alcuni del quartiere, altri conosciuti a scuola o nei gruppi che si formavano in città. Quello era infatti un periodo di forte aggregazione, i gruppi erano le nostre nuove famiglie, la nostra casa, la sede dei nostri affetti. Il luogo della nostra crescita emotiva e culturale.

Con “quelli della Sacca” si stabilì subito un forte legame ed i due gruppi in un certo qual modo si fusero. In un certo qual modo perché non era proprio così, allora i gruppi si sfrangiavano e si contaminavano in mille modi, si apparteneva a più gruppi che incarnavano sfumature diverse di un unico percorso. Il nostro era senza dubbio un percorso complesso: religioso senza dubbio se per religione si intende il cristianesimo, cioè il messaggio di Cristo, quello degli ultimi. Politico anche perché la politica è la vita e perché non ci si può dire cristiani se non si condivide la sofferenza dei fratelli il bisogno di giustizia del mondo. Così facevamo le nostre messe, preparate, meditate, cantate e spesso sofferte, partecipavamo alle riunioni dei comitati di quartiere, facevamo il doposcuola a Bellavista, continuavamo a raccogliere carta, stracci e ferro vecchio per le missioni.

E c’era il nostro recital da portare in giro per la diocesi, con canti, poesie, brani recitati; contro la guerra, l’emarginazione, il divario sociale, la povertà. Ne conservo il copione ed è purtroppo molto attuale ancora oggi. Noi suonavamo, cantavamo, recitavamo (ed io ero la disperazione dei musicisti per la mia difficoltà con il “tenere il tempo”); le scenografie erano povere o inesistenti ma il messaggio forte, ed era quello in cui altrettanto fortemente credevamo: un mondo diverso era possibile e noi lo avremmo costruito.

Ed inventammo anche una cosa nuova: l’”operazione riso” acquistando in riseria grossi quantitativi di riso che rivendevamo “ad offerta” davanti le chiese della diocesi la domenica mattina  a tutte le messe. Qualche prete più democratico ci lasciava anche dire due parole alla fine della messa e sempre  all’uscita raccoglievamo il nostro gruzzolo da consegnare alla diocesi ed ai missionari, anche al nostro amico Beppe che ora era sacerdote ed era laggiù, tra gli ultimi.

Erano persone speciali quei sacerdoti; i missionari, ma anche i preti operai, quelli delle comunità di base, gente che giocava la sua vita fino in fondo per il Cristo e per i poveri. Don Milani, l’Abé Pierre, Frère Roger, il nostro vescovo Luigi Bettazzi, questi erano i nostri maestri insieme ad altri più lontani ma molto vicini a noi come i teologi della liberazione, i molti sacerdoti sconosciuti che appoggiavano la lotta contro le dittature in ogni parte del mondo.

“Coinvolgersi” “ rispondere alla chiamata” “pagare di persona” questo era il nostro credo e devo dire che per me lo è ancora oggi, è rimasta la costante della mia vita. Eravamo ragazzi normali, forse più felici perché avevamo uno scopo, un ideale che ci guidava. Ci innamoravamo e soffrivamo per amore, ma senza smettere di credere nella vita e di fare progetti per il futuro. Tenendo ben presenti le proporzioni tra i nostri “dolori” e quelli dell’umanità. L’amicizia riempiva le nostre vite e faceva per noi casa, e famiglia, affetti. Maturavano scelte conseguenti: il servizio civile ad esempio, Giorgio Pier e Paolo partirono per l’Alto Volta dove rimasero circa due anni a lavorare in agricoltura e in un dispensario. Gianni invece finì a Peschiera obiettore di coscienza totale, incontrando lì altri che vi erano arrivati per loro strade e che ci arricchivano.

D’estate si andava a Prascondù, a “fare la colonia” per i ragazzini della diocesi. Circa novanta ne ospitavamo, in una bella conca alpina nella costruzione a ridosso del santuario. Io sono finita a fare la cuoca, nella cucina seminterrata a preparare minestre, spezzatino e patate, polenta. Mi riposavo quando si andava alla “gita lunga” camminando in montagna e pranzando a panini. La sera ancora e sempre chitarra e canzoni, partite a carte ed interminabili discussioni sui temi che sempre ci appassionavano. E poi, l’anno della maturità fu lì che tutti ripassammo per l’esame orale negli intervalli tra un impegno e l’altro. Davvero formidabili quegli anni.

Qualche brandello di tempo libero devo ben averlo avuto, perché è proprio a Prascondù, in un boschetto di noccioli lì vicino che Mario mi fece una specie di “dichiarazione”…

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