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La relazione: tra cura e cuore

Secondo articolo in tema di relazioni, il nostro blog si popola di nuove professionalità!

 

Questa volta a rispondere alla nostra chiamata alla scrittura è Margherita Zito, ricercatrice appassionata che si occupa di benessere organizzativo nell’ambito della Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni.
Lavora presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino e crede nel lavoro che offre risorse, crescita professionale e personale, sviluppo delle competenze e delle risorse individuali.
Definisce il lavoro come un mezzo per esprimersi, sperimentarsi e crescere.

 

Avere il suo contributo sul nostro blog ci onora, se anche tu vuoi conoscere un’osservatrice seriale e scoprire la sua professionalità clicca qui: Margherita Zito!

 

La relazione: tra cura e cuore

 

Qualche giorno fa, di ritorno da lavoro su un autobus di Torino, mi imbatto in una classe di giovani studenti. Avranno avuto circa 12 anni e anche loro, come me, rientravano da una giornata piena di cose da vedere, ascoltare, valutare, ricordare. Alcuni di loro riescono a sedersi, altri rimangono in piedi. Davanti a me prende posto un ragazzino con l’aria furba e pulita della sua età. Ad attirare la mia attenzione è stato il suo braccio ingessato. Penso che fosse davvero una sfortuna avere quell’incarto sul braccio e il caldo di questi giorni. E poi un particolare mi colpisce: su quel braccio ingessato, pieno di colori, adesivi, scritte di ogni genere lasciate dagli amici a incoraggiare la guarigione, spiccava una frase in pennarello nero “Non c’è cura senza cuore”.

Forse chi ha scritto questa frase ha fatto suo un concetto utilizzato in altri contesti (chi è più informato di me si faccia avanti!), ma ciò che ha davvero importanza è quello che è rimasto di questo messaggio. E io la chiamerei empatia. Che ha a che fare con le emozioni. Che poi hanno a che fare con le relazioni interpersonali. Relazioni che non si riducono a uno scambio di informazioni a due sensi (quando siamo fortunati!), ma si intrecciano, si sciolgono e si ricostruiscono attraverso il carico affettivo ed emotivo di ognuno di noi. E le relazioni, qualsiasi esse siano (d’amore in tutte le sue forme, di amicizia, di lavoro), non sono semplici perché mettersi nei panni dell’altro, intuirne gli stati d’animo e sostenere qualcuno in una situazione difficile non è facile per niente. Forse perché filtriamo la realtà con il nostro personale bagaglio di vita, con le nostre esigenze, le corse contro il tempo e gli impegni che, ogni tanto, ci impediscono di metterci nei panni degli altri, ma anche nei nostri! E mi è piaciuto che una persona in crescita, che ancora deve costruire tanto di sé e delle sue relazioni, portasse questa frase e la condividesse. È un po’ un promemoria alla gestione delle relazioni, delle emozioni, al loro riconoscimento che poi porta sempre a una trasformazione, a una svolta, a un potenziamento della persona.

In questo senso, mi schiero tra i sostenitori della Psicologia Positiva, i cui padri, i Signori Seligman e Csikszentmihalyi, ci fanno riflettere sul fatto che non serve solo riparare ciò che c’è di danneggiato nelle persone, ma che è importante anche coltivare, sviluppare ciò che c’è di buono, positivo e sano. Ed ecco che i sostenitori della Psicologia Positiva utilizzano la disciplina in senso accrescitivo, protettivo per la persona, in ogni campo della vita. Personalmente mi occupo di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, ma penso che si debba e si possa iniziare molto presto ad abituare le persone, a partire dai più giovani (che poi saranno adulti, che poi saranno lavoratori e magari colleghi -o capi- dei nostri figli!) a “pensare positivo”, a utilizzare le proprie risorse personali per vivere nel mondo e nel mondo con gli altri, e a costruire relazioni arricchenti.

Nell’ambito della Psicologia Positiva applicata al lavoro, esiste una circostanza che uno dei papà di cui sopra, Csikszentmihalyi, chiama flow at work. Si tratta di un’esperienza che è possibile vivere durante il proprio lavoro che viene svolto intensamente, con piacere (nel senso che si è proprio felici di farlo!) e con motivazione. E quale sarebbe la ricetta per questa condizione perfetta (vi lascio immaginare quali impatti potrebbe avere sulla soddisfazione della persona, sul benessere, sull’umore, sulla valutazione della propria vita in generale, ecc)? Già, lei: la relazione. Gli studi, infatti, ci dicono e ci dimostrano che a favorire tale condizione sono principalmente i supporti da parte dei superiori e dei colleghi (cioè, quanto ci vengono incontro a gestire un problema?), feedback costruttivi su quanto fatto, attività di formazione e coaching, ma anche dire chiaramente cosa si deve fare. Insomma, l’esperienza ottimale al lavoro la otteniamo attraverso scambi, sostegno e arricchimento reciproci. Agire in particolare sui supporti, significa agire sugli aspetti relazionali: si tratta di risorse al lavoro che permettono di vivere il flow, ma che permettono anche a noi stessi di sviluppare le nostre risorse personali che rimettiamo in circolo nel confronto con gli altri, alimentando una spirale positiva.

È vero, i lavori non sono tutti uguali, i contesti lavorativi ancora meno, ma chi li crea e gestisce sono persone e tutte sono simili per dotazione emotiva e cognitiva. Pensare che possiamo impegnarci (imparare e insegnare) per condurre relazioni consapevoli di quanto accade dentro i mondi di tutti noi, o almeno provarci a essere empatici e coscienti, può rendere più semplici gli scambi, più facili i processi, più chiari i rapporti, più leggere le menti, più belli i lavori e meno stanche le persone. Che poi, dal lavoro, si portano a casa tanti pensieri e stati d’animo.

Insomma, mi piace pensare che sia possibile permettere alle persone di lavorare e gestire il proprio mondo in modo pieno, con il cuore. E che invece di correre ai ripari, potremmo iniziare a coltivare ciò che di prezioso abbiamo.

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