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Le parole come strumento di cura

Ed eccoci al primo articolo del mese sul tema della ricerca!

Chi ha risposto alla nostra chiamata allo scrivere è Maria Rita Di Gioia, psicologa-psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperta in neuropsicologia, Brain Trainer e felicitatrice del Sente-Mente® project dal 2015! Potete conoscere meglio il suo meraviglioso progetto di libera professione a Trento visitando il sito www.mariaritadigioia.it, e ancor più semplicemente, cliccando qui!

Nel testo Maria Rita Di Gioia tratteggia sapientemente un’importante quanto necessaria sfida per la costruzione di un mondo socio sanitario migliore, raccontandoci come la ricerca di un linguaggio potenziante permetta a noi professionisti di imparare a scegliere dove porre la nostra attenzione e con quali colori far scintillare le nostre parole, affinchè diventino davvero strumenti di cura.

Grazie ancora a lei per questo interessante contributo e buona lettura a tutti voi!

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LE PAROLE COME STRUMENTO DI CURA

 

 

Tra le infinite definizioni del sostantivo “parola” che si trovano sui tanti dizionari della nostra meravigliosa lingua, una colpisce in modo particolare e va dritta al cuore e alla mente ed è: “Rivelazione”.

La parola che svela, che apre uno squarcio nel buio delle nostre menti. Potenza e fascino della parola.

E’ fondamentale restituire alla parola la dignità che le compete, soprattutto di fronte a esseri umani resi vulnerabili dalla sofferenza e dalla vecchiaia.

Se pensiamo poi alle malattie neurodegenerative come ad esempio la malattia di Alzheimer leggiamo spesso parole come: malattia terribile, devastante, un ladro di memorie, con l’Alzheimer non sei più tu, è una malattia che ti porta via ciò che di più caro hai: la mente, se perdi i ricordi perdi tutto, non capisce più niente….

Nella non autosufficienza le cose non vanno di certo meglio: non sente niente, è un morto vivente, è un vegetale, di lui non c’è più nulla, è in stato vegetativo, è aggressivo, violento, sono rimasti solo i suoi vestiti…..

Queste sono solo alcune delle parole che usiamo per descrivere la demenza ed i suoi effetti……parole senza speranza, parole che connotano solo il problema e spesso lo identificano nella persona che con-vive con la demenza.

Kate Swaffer, avvocato australiano che vive con la demenza sottolinea che: “il linguaggio di una vita è difficile da cambiare e certamente non credo che l’intento sia dannoso, ma trovo sempre difficile rimanere ad ascoltare. Le parole sono così potenti. Possono costruire la nostra autostima ed il nostro buon umore, ma possono anche completamente annientarlo. Possono veramente far male! E noi, tristemente, ricordiamo solo le cose brutte. Cambiare il nostro linguaggio, in modo che le nostre parole non feriscano gli altri accidentalmente (o intenzionalmente), ne vale assolutamente la pena”.

Il linguaggio che usiamo può creare possibilità e cura, oppure impotenza e violenza: cosa scegliamo?

Se pensiamo a quante etichette mettiamo sulle persone in generale: quel bambino è iperattivo, Paolo è depresso, mio marito è demente, ecc emerge chiaramente la tendenza ad associare i sintomi all’identità della persona. Ma la relazione con le persone di cui ci prendiamo cura inizia da dove scegliamo di porre la nostra attenzione: partiamo dalla malattia o dalla persona?

Potremmo iniziare a dire: “quella persona con-vive con la demenza, con la depressione, ecc”, in questo modo identità personale e malattia non coincidono!

Quello su cui ci concentriamo cresce e quello a cui pensiamo si amplia. Quando dedichiamo attenzione a qualcosa e ne parliamo spesso faremo crescere d’importanza quella cosa. Ecco allora che potremmo imparare a scegliere a dove porre la nostra attenzione e con quali colori far scintillare le nostre parole affinchè diventino strumenti di cura.

 

Anche la ricerca scientifica sempre di più sta puntando l’attenzione sull’effetto terapeutico che un professionista sanitario può avere sulla relazione di cura.

Interessante è lo studio del dr. Lawrence Eghert condotto presso la Harvard Medical School e pubblicato sul “New England Journal of Medicine” in cui vengono divisi casualmente in due gruppi alcuni pazienti. Un gruppo è stato trattato da anestesisti allegri e ottimisti che scherzavano con i pazienti durante l’operazione, dicendo loro che sarebbe andato tutto bene e che non avrebbero provato molto dolore. L’altro gruppo è stato trattato dagli stessi anestesisti allenati però ad essere burberi, sbrigativi ed indifferenti. Il primo gruppo ha avuto bisogno della metà degli antidolorifici ed è stato dimesso, in media, 2.6 giorni prima.

Questo studio pone riflessioni importanti sul ruolo che i professionisti della cura hanno, sull’importanza della relazione, che già di per sé si mostra un potente agente terapeutico.

La dott.ssa Rankin scrive infatti: “senza il potere terapeutico dell’ascolto, del tocco amorevole, della parola, delle cure premurose e dell’intenzione curativa, cosa abbiamo da offrire ai pazienti, se non la semplice tecnologia?”

Per poter valorizzare questo aspetto è necessario pensare ad un nuovo vocabolario del mondo socio-sanitario.

Parole più potenti che creano una visione della vita più efficace. Le parole che utilizziamo per descrivere una situazione o per parlare alle altre persone, ma anche le parole con cui parliamo a noi stessi, creano nella nostra mente immagini ed evocano pensieri diversi.

Possiamo, sia come professionisti ma anche come familiari e/o volontari scegliere parole più potenzianti.

Queste parole non sono parole cariche di emozioni e basta, sono tutte quelle parole che evocano possibilità e riconoscono la libertà della persona della quale ci stiamo prendendo cura, sono parole che non identificano una persona “ingabbiandola” dentro una descrizione o una diagnosi. Le parole potenzianti sono quindi tutte quelle parole che non disegnano la malattia o i sintomi come un limite, ma sempre come una descrizione oggettiva ed un’opportunità.

Si coglie allora l’importanza di uscire da un linguaggio troppo tecnico per riuscire a raccontare momenti di assistenza ancora carichi di umanità e significato. Per cui le persone non vengono “messe a letto”, ma accompagnate in stanza per favorire loro un buon riposo, non vengono “portate in salone”, ma accompagnate, non viene somministrato da bere, ma gli si offre una tisana, non viene fatta una deambulazione assistita, ma si passeggia con loro, ecc.

Eugenio Borgna, famoso psichiatra italiano scrisse: “le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni”.

La parola può davvero diventare uno strumento di lavoro, per migliorare la cura e la relazione con le persone che assistiamo ogni giorno.

Credo che ogni professionista socio sanitario diventi “professionale” non solo perché ama il suo lavoro e lo svolge all’interno delle sue “norme”, ma soprattutto perché, in ogni istante della sua giornata, crea azioni, scelte, sguardi, sorrisi, parole e silenzi capaci di creare nell’altro (residente, collega, familiare, superiore, ecc) la sensazione di aver incontrato qualcuno di importante. Perché in fondo ogni incontro con l’altro smuove le nostre certezze, ci prende per mano e ci conduce dentro un turbinio di emozioni, là dove siamo tutti esseri umani, unici e fragili.

E’ necessario aprici a questo nostro mondo emotivo, che spesso teniamo così tanto sotto controllo per riuscire a scegliere parole più cariche di umanità e amore e riaccendere la vita dentro di noi e nell’altro. Una sfida, questa, difficile ma che merita di essere affrontata per poter costruire un mondo socio sanitario migliore.

Una sfida che come felicitatrice del modello Sente-Mente® ho scelto di fare mia ogni giorno. Questo modello, tutto italiano, ha preso vita nel 2014 grazie alle intuizioni di Letizia Espanoli, formatrice socio-sanitaria da quasi 30 anni.

Questo modello allena le persone e le organizzazioni socio sanitarie ad uscire dallo stato di impotenza, grazie ad un metodo capace di creare benessere sia per la persona malata, sia verso coloro che a vario titolo sono coinvolti nel processo di assistenza e cura. Ed il primo passo è proprio quello di cambiare il modo non solo con cui si guarda la persona malata, ma anche cambiare le parole che si scelgono quando si parla di e con lei.

 

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