thumbnail

Essere famiglia

.
.
.
.
Diamo il benvenuto al mese di dicembre con il primo articolo sul tema Famiglie!
Chi ci scrive è un’autrice che ha donato in questo anno e mezzo altri 3 pezzi importanti per il blog, lei è Riccarda Viglino, insegnate in pensione, formatore e … mamma di Giulia, che partecipa sempre con entusiasmo alle nostre iniziative, tanto da essere l’attrice che interpreta Giovanna nella puntata zero della webserie #luoghicomuni da noi prodotta!
Dona a noi ma anche a tutti i frequentatori del sito e della pagina facebook un racconto di vita personale che testimonia il fatto che non esista LA famiglia ma che esistano tante famiglie diverse ..
Ma non vogliamo spoilerare!
.
Grazie davvero a Riccarda e buona lettura a tutti voi!  
.
.
.
.
.
________________________________________________________________________________________
.
.
.
.
La mia famiglia ha avuto origine nel secolo scorso. Ed è iniziata con un matrimonio anti concordatario, senza abito bianco, andando in Municipio ed entrando in chiesa a fianco di quello  che stava per diventare mio marito per significare che non ero una proprietà da passare da un uomo all’altro. Si, ci siamo sposati legalmente in Comune il giovedì, ed il lunedì in Chiesa abbiamo
celebrato il sacramento che benediva la nostra unione; dell’abito bianco non mi importava nulla, per il Comune avevo indosso un tailleur verde che già possedevo e mentre salivo le scale in cerca del Sindaco, anzi della Sindaca, l’usciere mi aveva fermato dicendomi in dialetto in modo piuttosto sbrigativo: “Il Sindaco non ha tempo adesso, aspetta una sposa!!” La sposa ero io. Ma tutto ciò mi faceva sorridere, anzi ridevamo proprio, come matti. Dopo siamo usciti e con i nostri amici, i testimoni, abbiamo preso un caffè al bar poi siamo tornati ciascuno a casa propria perché come aveva ribadito in tono secco mia madre:” Per me fino a lunedì non siete sposati” Ma il cuore cantava.
Poi il lunedì di Pasquetta è iniziata la nostra vita insieme, un breve viaggio di nozze a Firenze e abbiamo raggiunto Maria e Giorgio che si erano sposati a gennaio, per dar vita alla nostra comunità: per anni abbiamo condiviso tutto: gli spazi, le gioie, i dolori, gli amici e anche i soldi. Si anche i soldi. Il sesso no, anche se questa era la cosa che più spesso tutti ci chiedevano.
Bell’inizio vero?! Per noi era normale, bellissimo, entusiasmante; tutto faceva parte di un progetto di vita che stavamo costruendo da tempo, per testimoniare che vivere i valori in cui credevamo era possibile.
Intanto la vita tesseva le sue trame, io insegnavo già e a scuola avevo in classe un bambino che viveva in un Centro base, una comunità che accoglieva bambini allontanati dalle famiglie. Lui aveva sette anni, io ventidue ed è stato amore da subito. Io amavo la sua allegria e la sua tenacia nonostante la vita lo avesse già duramente provato, le sfide che lanciava al mondo adulto, la sua tenerezza nel regalarmi in mensa la parte più morbida del pane o nel dire all’autista del bus che prendevamo entrambi per tornare a casa:” Pulmista aspetta la mia maestra!” E vedevo anche la sua sofferenza. Così io e Mario abbiamo iniziato a portarlo con noi la domenica, a fare insieme qualche esperienza divertente. E poi un giorno in cortile durante l’intervallo mi si è avvicinato per dirmi “Maestra, se ti sposi e per caso adotti qualcuno, guarda che io sono adottabile” “Va bene allora, ci penserò”.
Non ci abbiamo pensato troppo e dopo qualche tempo è andata così, non si trattava di adozione ma di affidamento familiare, era la fine degli anni settanta, ed erano le prime esperienze in questo senso che venivano fatte, tutto si stava inventando. Io conoscevo la sua mamma, i suoi fratelli e le sue sorelle, sapevo che le tre bambine più piccole erano state date in adozione, ignoravo che due di loro non le avrebbero mai più riviste. Frequentavo il centro, avevo rapporti di amicizia ed affetto con
tutti loro. Nel tempo ho sofferto con loro le perdite, i lutti, le difficoltà, condiviso le gioie.
Così Franco venne a vivere con noi: una comunità di quattro adulti ed un ragazzino di undici anni. E la vita andava avanti, giorno dopo giorno, anche con i tiri mancini, le sue sofferenze e difficoltà, ma viaggiavamo insieme e questo contava. Sono nate le mie figlie biologiche che amavano Franco di un amore assoluto, era il loro fratello maggiore e mi chiedevano di poter dire in vacanza dove nessuno ci conosceva, che era anche lui “uscito dalla mia pancia”. Non è mai stato un problema per nessuno di noi essere una famiglia diversa, anzi semmai un valore. Certo il clima sociale allora era anch’esso diverso, intessuto di relazioni e novità, di ricerca di un mondo migliore e possibile, tracciando percorsi, inventando vie…
Gli anni sono passati, i figli sono cresciuti, la famiglia ha preso una nuova dimensione dopo la fine dell’esperienza di comunità; una dimensione inconsueta che dovevamo ancora una volta inventarci perché come dicevano le bambine: “Cosa ci facciamo noi qui da soli?!!” Non lo sapevo bene nemmeno io, dovevo ancora metabolizzare quella fine, il distacco dai luoghi e dalle persone che
tanto amavo, eppure con fatica e tenacia ci siamo reinventati famiglia e siamo andati avanti. Un giorno all’improvviso in questa famiglia è entrato un nuovo bambino, ancora maschio, ancora di undici anni, quasi per caso. Mauro lo abbiamo conosciuto un giovedì ed il sabato è venuto a vivere con noi, con le sue cose ed un disegno per le sue nuove sorelle juventine. Lui che era milanista. Ero preoccupata questa volta, almeno un po’; mi sentivo stanca, provata, mi chiedevo se sarei stata all’altezza. Le ragazze mi accusavano di essermi imborghesita, ma mi assicuravano anche il loro aiuto. Mario era sereno, contento. Ricordo quell’ottobre, il camino acceso, Mauro ed io sul tappeto a imparare a conoscerci, lui che timidamente chiedeva “Quanto posso restare con voi?” Io che lo rassicuravo. L’incontro con Franco, loro due che parlavano da soli in salotto.
E’stato tutto naturale, tutto normalmente speciale; conoscevo la sua mamma, era stato un affido consensuale, avevo pianto ascoltandola spiegare al suo bambino perché aveva fatto questa scelta. La sentivo ogni giorno al telefono, le davo notizie, anche quelle minime: che cosa ha fatto a scuola, che cosa ha mangiato, i suoi amici, lo sport… Eravamo due donne che si prendevano cura di un bambino. I tempi erano cambiati, anche i luoghi dove vivevamo, sentivo il peso della diversità, anche l’assistente sociale ci trovava un po’ strani, ma non era un problema, la nostra vita era ancora una bella avventura. E lo è stata davvero, con le sue luci sfavillanti e le zone d’ombra, intessuta come per tutti di tanta gioia e dolore, ma ricca della vita di tante persone. La nostra casa era aperta, abbiamo incontrato tante vite e tante storie: tutti ci hanno dato molto.
Mi rendo conto che tanto ci sarebbe ancora da dire, da raccontare, è quasi impossibile. Ma l’essenziale è per me testimoniare che non esiste la famiglia, esistono tante famiglie diverse, la nostra è caratterizzata dall’apertura e dall’amore. Un amore che non si divide ma si moltiplica e ce n’è sempre per tutti. Non esistono ricette per questo, si naviga a vista guidati dalla certezza che da
noi ci sarà sempre posto per tutti i problemi e le difficoltà di ciascuno, che insieme troveremo delle soluzioni, le nostre. Ora in questa famiglia ci sono anche i nipoti, che sono il futuro. Spero che questi valori li assorbano e li facciano propri, il mondo oggi ha più che mai bisogno di questo.
0 Shares
Post precedente

Famiglia o Famiglie?

Prossimo post

Social Speed Date 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *