R.I.S.C.H.I.O.

 Il secondo contributo sul RISCHIO è un puzzle di emozioni ed esperienze di vite diverse che compone la parola stessa R.I.S.C.H.I.O., un contributo che e ci è stato regalato da Roberto Melis , un giovane professionista conosciuto a una di noi mentre svolgeva il suo Servizio Civile all’UIEPE di Torino che ha accettato il nostro invito alla scrittura!

Roberto  classe ’91 è uno Psicologo e specializzando in Psicoterapia, che adora i dinosauri, viaggiare, ed ha un debole per i misteri e le leggende…ma sopratutto è una talmente persona concreta ma creativa, un sognatore modestosu cui è stato necessario  insistere affinchè ci svelasse che uno dei racconti lo riguarda direttamente e racconta della genesi di Lumos , il suo rischio: l’apertura di uno studio clinico e  forense !  

Roberto, che pratica arti marziali da anni,  è molto attento alla saggezza trasmessa dalle opere cinematografiche, film d’animazione e serie TV… inutile suggerirvi di immaginare che meravigliosa serie TV nascerebbe partendo proprio da questo suo contributo…

(Cos’è il rischio ? Cosa significa rischiare? Per ciascuno di noi il rischio si presenta  in modi, tempi e forme diverse) … 

molto più semplice invitarvi a leggerlo tutto d’un fiato. 

Buona lettura a voi e Grazie davvero, di cuore,  Roberto! 


R.I.S.C.H.I.O.

 

Rifiutare?

<<Signorina guardi, per me è sufficiente. Posso proporle un 24, accetta?>>

Elena percepì un tuffo al cuore. Se solo le fosse stato proposto un voto più basso dal professore universitario sarebbe stato molto più semplice.

<<… non lo so, posso pensarci un momento?>>

<<Certo, ha tempo fino a quando non concludo le interrogazioni. >>

Elena annuì e si allontanò dalla scrivania. Tremava ancora, la tensione dell’esame non riusciva ancora a scivolare via. Non finché non avesse deciso cosa fare con quel voto.

Rifiutare? O Accettare l’esame? Nel primo caso si sarebbe laureata in tempo, ma quel voto avrebbe sicuramente abbassato la sua media, rinunciando necessariamente ad una votazione con la lode. Diversamente, avrebbe rimandato la laurea almeno di 6 mesi, consapevole che avrebbe dovuto ridare l’esame e sperare di ottenere finalmente un voto più alto… ma rischiare o no?

Elena già immaginava i compagni di corso prenderla in giro per aver rifiutato un 24. Però, riusciva anche a sentire la madre sgridarla per aver accettato un voto così mediocre ed aver perso ogni possibilità di ottenere il massimo dei voti, dopo tutti i sacrifici fatti per farla studiare…

Più aumentavano i pensieri più la scelta si faceva lontana. Forse per una qualsiasi persona questa scelta poteva sembrare banale, persino facile da prendere… Eppure, per Elena questa incognita rappresentava una profonda sofferenza. Ma il tempo scorreva velocemente e la decisione doveva esser presa in poco tempo. Esisteva forse un modo per trovare la scelta migliore? A lei sembrava di vedere svantaggi in entrambi i casi.

Elena nemmeno si accorse di esser rimasta l’unica in quell’aula, fino a quando una domanda non la riportò alla realtà: <<Signorina, ha deciso cosa fare?>>.

 

Io non potevo restare

Quella mattina il risveglio non fu per nulla faticoso. Quello, infatti, era l’ultimo giorno di lavoro previsto e, finalmente, avrei ottenuto i soldi necessari per partire. Così, le attività non mi appesantirono per niente, avevo la mente troppo entusiasta per preoccuparmi delle gambe deboli, della stanchezza o delle ferite alle mani.

Per raggiungere quella cifra avevo faticato davvero parecchio, forse troppo. Facendo ogni tipo di rinuncia, ma questo lo dovevo a me e mio figlio.

Quella fu l’ultima notte che passai nella mia terra, ma non ero triste.

La mattina presto raggiunsi il porto e parlai subito con chi di dovere. In paese non era per nulla difficile ottenere le informazioni giuste.

La regola era chiara e immediata: pagata la cifra il passaggio era garantito. Quando però arrivò il momento di consegnare il denaro e dirigersi verso il pontile, guardai il mezzo che avrebbe dovuto accompagnare me e mio figlio verso una nuova vita. Non sembrava per nulla sicuro. Strinsi mio figlio in braccio ancor più forte, mentre guardavo altre persone prepararsi, indossando un giubbotto di salvataggio. Effettivamente avevo sentito tante storie e dicerie su questo viaggio, ma restare avrebbe comportato un pericolo ed una sofferenza peggiore della morte stessa.

Salimmo sul gommone, e lì io percepii un dolore in petto mai provato prima, un dolore che forse voleva gridare la paura che non ero in grado di esprimere. Ma dovevo rischiare, per me e per il futuro di mio figlio. Io non potevo restare.

 

Studio di Psicologia

Roberto fissava il foglio, ormai pieno di scarabocchi e calcoli solo a lui comprensibili. Faceva roteare la penna nella mano sinistra, sembrava quasi surreale il modo in cui le dita facevano volteggiare quella bic blu. Tuttavia, il rumore di una chiave che girava nella toppa interruppe immediatamente quel movimento e la biro cadde sul foglio.

Roberto salutò i genitori e li attese in cucina.

<<Allora, che succede?>> chiese la madre. Il padre, come sua solita indole, lo osservava in silenzio, incuriosito.

<<Sto pensando di aprire uno studio di psicologia in paese, sfruttando il vecchio appartamento di nonno>>.

Cadde il silenzio, eppure a Roberto sembrò che le facce sorprese dei genitori facessero fin troppo rumore.

<<… un po’ di soldi da parte li ho, papà potrebbe aiutarmi a dare il bianco e…>>.

<<Ma scusa Roby, ci hai pensato bene? In questo periodo storico? Proprio in questo paesino?? Già hai quasi 30 anni e sei tornato a vivere con noi per risparmiare, non ci sono soldi! Quanti sarebbero davvero disposti a pagare uno psicologo? La gente poi ha ancora tanti pregiudizi sulla tua professione!>>.

La madre continuava a dire cose che Roberto già sapeva o che avrebbe voluto non sentire. Il padre invece si sedette vicino al figlio, abbassando lo sguardo pensieroso. Dopo di che gli chiese: <<Potresti investire tempo e denaro per niente, è un rischio non indifferente. Te la sentiresti?>>.

 

Cambierebbe tutto

<<Ah… bel casino. Proprio un bel casino Fra.>> Riccardo non sapeva cos’altro rispondere al suo migliore amico.

La sua confessione era del tutto inaspettata. Per fortuna Francesco riprese a parlare, rompendo il silenzio: <<Da solo non riesco a decidere cosa fare, so solo che lei mi piace un casino. Però che faccio? Non so se riuscirò a non dirglielo, mi sembra di impazzire>>.

<<Dopo così tanti anni di amicizia? Cambierebbe tutto! Sia nel caso in cui lei ricambiasse i sentimenti, sia nel caso contrario! Da quanti anni siete amici? 5? 7? Non so Fra… Non è che per caso è una sbandata temporanea?>>.

<<In realtà sono quasi 2 mesi che ci penso…>>.

<<Non so che consigliarti. C’è pur sempre il rischio che con la tua “dichiarazione” la vostra amicizia si rovini. O, peggio ancora, se mai vi metteste insieme… se poi le cose dovessero andare male? Lo sai che in questi casi perderesti per sempre un’amica>>.

<<Eh, lo so bene… e adesso cosa faccio?>>.

Ho Paura

<< Buongiorno. Abbiamo dato un’occhiata approfondita alla sua cartella clinica, mi sono anche confrontata con il collega chirurgo e… come ben sa, la situazione è molto severa… e non possiamo nasconderle la gravità dal punto di vista prognostico. Da una parte questa problematica dello stomaco va assolutamente tolta.

Come lei sa, il non toglierla comporterebbe un una prognosi infausta sul lungo periodo. Probabilmente anche sul breve periodo, non sappiamo con precisione quanto potrebbe vivere se non la operassimo… Ma sicuramente meno di un anno, forse intorno ai sei mesi… Tuttavia, ci pare corretto informarla che l’intervento ha tutto un insieme di problematiche legate alla sua malattia. Molto spesso crea problemi di tipo protrombotico ed aumenta il rischio di ictus ed infarto, soprattutto date le malattie che già ha.

Ovviamente il rischio dell’intervento è molto alto. Qualora andasse a buon fine, in rianimazione avverrà risveglio. La dobbiamo però avvertire che Il rischio che non si svegli a causa delle criticità è alto… mi rendo conto che la situazione è difficile ma richiede una scelta.

Da un lato abbiamo il rischio di morte entro sei mesi, dall’altro il rischio di morte sarebbe immediato ma l’operazione potrebbe garantirle un miglioramento… Ne parli con i familiari e faccia una scelta consapevole. Io sono qui a sua disposizione per ogni dubbio.>>

<<Io… Ho paura>>.
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Omosessuale

<<Allora, hai deciso di parlargli o no??>>.

Certo che Stefania era il tipo di migliore amica che ogni ragazza potrebbe desiderare, ma certe volte era davvero insopportabile.

<<Ancora? Ste, ti ho già detto che non voglio pensarci.>> rispose di getto Andrea.

<<Beh, non puoi continuare a vivere nell’ansia dovendo nascondere la tua omosessualità. Non è giusto per te!>>.

<<Hai già sentito i miei genitori, quando fanno battute o parlano di questo argomento… Non so come la prenderebbero, sicuramente non bene. E non voglio correre il rischio che la mia ansia possa poi diventare una condizione di vita peggiore>>.

Stefania rimase in silenzio. Conosceva benissimo la condizione familiare di Andrea.

<<Lo so. Ma non sai come davvero potrebbero reagire. E la cosa peggiore rimane il tuo dubbio, che ti corrode dentro ogni giorno… a me fa star male vederti così, tu hai il diritto di essere chi sei senza soffrire!>>

Andrea iniziò a tremare, per poi piangere.

<<… Come… come faccio a decidere?? Io non…non ce la faccio, ho troppa paura. E se mi cacciassero di casa? E se non mi rivolgessero più la parola?>>.

<<E se ciò non accadesse?>>.

Adolescenti e rischio

Ed è di nuovo lunedì, secondo articolo del mese sul tema del rischio,

confezionato per voi dall’equipe di lavoro del Servizio Adolescenti Gio@Care dell’asl della Città di Torino!

Chi sono? Di che cosa si occupano? Come il tema del rischio coinvolge operatori ed adolescenti?

Addentratevi nella lettura e scoprite insieme a noi le caratteristiche di questo innovativo servizio!

Grazie davvero a tutta l’equipe di lavoro per aver accolto, dopo averci incontrate nelle attività dello sportello nella Casa del Quartiere di Vallette, la possibilità di partecipare al nostro blog! 

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Il tema del rischio ci coinvolge in prima persona come operatori del Servizio Adolescenti “Gio@Care” che si occupa dei problemi legati alla dipendenza e si rivolge ai giovani fino ai 21 anni.

Ci dedichiamo a questa fase evolutiva, fortemente caratterizzata dalla sfida al pericolo attraverso la messa alla prova dei propri limiti e la sperimentazione di comportamenti che possono mettere a repentaglio tanto la salute fisica quanto il benessere psicologico e sociale dei giovani. Inoltre la fascia di età a cui ci rivolgiamo è quella in cui mettendo in crisi il modello proposto dagli adulti di riferimento, si valorizza al massimo il confronto coi pari e si assolutizza la loro esperienza.

La ricerca del rischio, in adolescenza, non deve essere interpretata solo in termini di psicopatologia o di devianza ma deve essere compresa nella relazione tra l’adolescente e il suo contesto e può avere diverse funzioni. Le condotte a rischio sono modalità dotate di senso, usate da numerosi adolescenti, in uno specifico momento della loro vita e in un particolare contesto, per raggiungere scopi personalmente e socialmente significativi, in particolare lo sviluppo dell’identità e la partecipazione sociale.

La scelta di attuare comportamenti rischiosi discende da una combinazione di percezioni e valutazioni, legate non tanto ai costi quanto ai benefici riconosciuti ad una certa azione in un contesto fisico, sociale e temporale ben definito. Facciamo alcuni esempi.

Misurarsi con i pari per affermare se stessi, può intensificare la gravità nel rischio, e dare l’ illusione di controllo (es. di comportamento a rischio: guida pericolosa, diete pericolose. Attività salutare: impegno nell’attività scolastica).

Nella relazione con l’adulto l’adolescente cerca:

  • di esplorarne le reazioni ed i limiti (comportamenti trasgressivi attuati per vedere come l’adulto reagisce, se i divieti sono reali. es: abbigliamento anticonformista).

  • di differenziarsi ed opporsi (ricerca di nuovi modelli tra i coetanei contro i modelli genitoriali. Solo quando l’identità sarà salda sarà possibile accettare le somiglianze tra sé ed i propri genitori).

Anche il comportamento sessuale può diventare un comportamento a rischio, ma in realtà non lo è di per sé. Il comportamento sessuale promiscuo può essere una fuga dalle difficoltà sociali e relazionali, a cui si accompagnano un disimpegno scolastico e una mancanza di progettazione. Avere molti partner sessuali già in adolescenza può essere dettato dal desiderio di trasgredire, da un bisogno di adultità esasperato. In una società che offre un’immagine di persona che non deve impegnarsi, che può avere la soddisfazione immediata dei bisogni, è importante che gli adolescenti abbiano invece modelli di persone che non danno importanza solo all’immagine ma anche all’impegno e alla riflessione su se stessi. Nell’adolescente è ancora in corso lo sviluppo delle capacità autoregolatorie (controllo degli impulsi, pianificazione, previsione) che fanno capo a processi cognitivi esecutivi, quali il saper interrompere un comportamento rischioso, pensare prima di agire e saper scegliere in modo conservativo. L’adolescente per crescere in modo equilibrato deve poter sviluppare una modalità di ragionamento logico-analitico. L’adolescente è maggiormente impulsivo rispetto all’adulto, è quindi incapace di ritardare le gratificazioni e ha una scarsa abilità di pianificazione;che può essere invece sviluppata attraverso fattori di protezione nel corso della crescita.

Marvin Zuckerman1, psicologo (1979), ha messo in rilievo un tratto di personalità alla base del comportamento “ricerca del rischio”: il sensation seeking, ossia il bisogno di nuove sensazioni ed esperienze e la conseguente propensione ad assumere rischi fisici e sociali con lo scopo di sperimentarli. Ricerca di sensazioni ed impulsività, estroversione ed instabilità emotiva.

Le sostanze illecite, gli alcolici, la sessualità, il rischio estremo sperimentabile con comportamenti fortemente adrenalinici (come il parkour), il proprio corpo che cambia, rappresentano per gli adolescenti alcune realtà con le quali confrontarsi nel faticoso compito della costruzione del proprio sé.

Riferendoci al nostro ambito di intervento, il consumo delle sostanze negli adolescenti può avere diverse funzioni:

  • anticipare l’adultità, per continuità o opposizione col mondo adulto;

  • trasgressione legata all’abuso e all’illegalità;

  • sperimentazione di sé, della propria resistenza, degli effetti e della ricerca dello sballo;

  • rito di passaggio/ iniziazione;

  • creazione di legami coi pari o intergenerazionali;

  • fuga(dalle difficoltà, dal confronto e dai sentimenti spiacevoli.

Quando l’uso della sostanza va oltre la sperimentazione ed essa diventa l’unico filtro attraverso il quale il giovane giudica ed interagisce con la realtà, si può instaurare la dipendenza.

Intervenire su quest’ultima significa condurre il giovane verso la riappropriazione delle emozioni, talvolta anche attraverso una vera e propria riscoperta di esse, per imparare a valorizzarle e gestirle. Nel nostro servizio “Gio@care” accogliamo e trattiamo giovani che hanno avuto sperimentazioni con la sostanza e comportamenti a rischio. Obiettivo primario è la diagnosi precoce, fondamentale per poter inquadrare la condizione del giovane che si presenta ed eventualmente intervenire affinché non si instauri una dipendenza.

Quando invece attraverso il percorso di valutazione emergono abuso e/o dipendenza, offriamo un trattamento personalizzato che si sostanzia in colloqui psicodiagnostici, interventi di psicoterapia (individuale e familiare), valutazione medico-sanitaria, colloqui di counseling motivazionale e accompagnamento socio-educativo.

Anche la famiglia che accompagna il giovane può ricevere consulenza e/o trattamenti di psicoterapia familiare. Molto spesso prima dell’incontro con i giovani veniamo contattati da genitori che sentono l’esigenza di confrontarsi rispetto ad atteggiamenti problematici che osservano nei loro figli adolescenti.

Tra le nostre attività trattamentali, sono previsti anche momenti ludico-ricreativi e di svago organizzati per e con i giovani sul territorio cittadino, con lo scopo di renderli il più possibile protagonisti e consapevoli nella gestione ed organizzazione del proprio tempo libero.

L’Equipe di lavoro del Progetto Adolescenti è composta da un medico Neuropsichiatrica Infantile, due psicologi, un’assistente sociale e tre educatori professionali, all’interno della Struttura Complessa Dipendenze Nord dell’Asl Città di Torino – Dir. Dr. Emanuele Bignamini – in collaborazione con la Cooperativa” Frassati”.

1 Zuckerman, M., (1979). Sensation seeking. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum.
Per saperne di più: 
https://www.stateofmind.it/2014/10/sensation-seeking-rischio/

La vita è un’avventura, rischiala! (Madre Teresa)

Ed eccoci qua al primo articolo dell’anno!

Questo mese il tema del nostro blog è il rischio!

Chi ha risposto alla nostra chiamata allo scrivere è Enrico Bossotto, coach e socio come noi di AICP Piemonte, ma vogliamo utilizzare le parole da lui scelte nel sito professionale per descrivere chi è, perchè ci hanno davvero colpite!  

 Sono laureato in Economia e Amministrazione delle Imprese, laurea conseguita presso l’Ateneo di Torino. Ho lavorato per venti anni in alcune aziende arrivando a ricoprire vari ruoli tra cui: Direttore Amministrativo, Responsabile IT, Responsabile Risorse Umane, etc…Ho deciso di abbandonare la vita aziendale quando mi sono accorto che il mio primario obiettivo era rivolto alle persone. Negli anni ho visto, come secondo me, ci siano innumerevoli talenti in ciascuno di noi e di come sia, per me, appagante assisterne alla nascita. Questo interesse, analizzando anche il mio percorso universitario, è presente da sempre… la mia tesi per una facoltà tecnica è stata su una materia umanistica: Sociologia dei processi produttivi”!!!
Come Coach mi sono formato presso la scuola DURGA di Torino. Terminata l’esperienza aziendale mi sono avvicinato al mondo del coaching e ho intrapreso un corso di specializzazione in linea con le mie aspirazioni. Immaginate la mia meraviglia quando ho appreso che si rifà alla “maieutica” di Socrate, cioè, all’arte di far partorire le idee che ogni persona ha dentro di se!!!
Nel tempo libero mi dedico a una passione che è stata anche materia della tesi del corso di Coaching: il teatro. Recito in una compagnia teatrale da parecchi anni e trovo che il teatro abbia ampliato la mia vista e vita permettendomi di vedere più mondi, più punti di vista, di quelli che avrei avuto se non lo avessi scoperto!!!!

Addentratevi nella lettura per scoprire come il rischio possa essere uno strumento molto importante per conoscersi meglio e possa diventare il motore per raggiungere traguardi personali!

Grazie ancora ad Enrico e buona lettura a voi!

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La vita è un’avventura, rischiala!
(Madre Teresa)

 

La parola rischio è a mio avviso una di quelle che ci accompagnano da sempre. Viene usata per identificare quello che potrebbe succedere mentre compiano alcune azioni, prendiamo decisioni e affrontiamo nuove sfide.

Ritengo che spesso il concetto di rischio venga associato a quello di pericolo e questo assioma provochi nelle persone uno stato di stallo e indecisione. Perciò parlando di rischio, vorrei prima chiarire ciò che tale parola indica. Il rischio è il risultato di una valutazione tra la probabilità che un evento accada e le conseguenze (danno) che provoca tale evento. Penso che esposto in questo modo sia evidente che non c’è pericolo connesso al rischio, rimane esclusivamente una valutazione di cosa può accadere in base a una data azione.

Ripensando alle nostre esperienze passate, credo che ognuno di noi abbia sperimentato le sensazioni date dalla paura di rischiare, dall’adrenalina data dal successo del rischio e l’incertezza provocata dal pensiero di essere in grado di gestire un risultato che si vuole ottenere. E’ per me evidente che il concetto di rischio, essendo abbinato a molteplici risultati, non può essere catalogato come cattivo o non desiderato. Il rischio può essere funzionale o non funzionale, una volta capito quale delle due accezioni è quella che si adatta a noi possiamo decidere come comportarci. Se pensiamo a quando abbiamo imparato a fare una qualsiasi azione possiamo identificare il tempo in cui non eravamo capaci a farla e quello successivo in cui siamo stati in grado di compierla. Tra questi due momenti è esistito un tempo di rischio che poteva essere quello di non imparare e restare nella situazione precedente, quello di compiere errori nella fase di apprendimento se non addirittura non imparare e infine quello di imparare e dover successivamente utilizzare ciò che si è appreso. Le nostre esperienze, date dal ripetersi degli schemi appena illustrati, ci dicono se per noi il rischio sia funzionale quindi molla per superare una data situazione oppure diventi freno che non ci permetta di cambiare il nostro stato. Può anche capitare che il rischio sia molla in alcuni contesti e freno in altri.

Al fine di poterlo rendere funzionale, in modo trasversale e continuo, possiamo prendere in prestito un concetto che appartiene al mondo aziendale, quello della valutazione del rischio. Le aziende si sottopongono a un’analisi in cui identificano i possibili eventi dannosi cui sono soggette e alla valutazione delle conseguenze di detti eventi. Successivamente fanno un piano che ha come obiettivo quello di eliminare i comportamenti che possono provocare gli eventi dannosi, se non è possibile eliminarli del tutto, scrivono procedure che hanno lo scopo di limitare l’eventualità che accadano, come ultimo gradino prevedono le procedure da seguire in caso non sia possibile eliminare e limitare l’eventualità di accadimento. Questo ultimo passaggio è quello che serve per sapersi muovere con sicurezza nel pericolo e uscirne indenni.

Allo stesso modo possiamo affrontare anche noi il rischio. Ricordando la definizione vista all’inizio, il rischio è il risultato dato della probabilità di accadimento di un evento e dal suo impatto. Nel momento in cui ci troviamo davanti a una decisione per noi potenzialmente rischiosa possiamo individuare quali sono i risultati che non vogliamo e attribuire a ogni risultato il danno che ci provoca. Per fare questo possiamo utilizzare il metodo dei costi/benefici, per ogni risultato si scrivono i costi e i benefici che gli attribuiamo, successivamente li valutiamo per sentire quale dei due insiemi è per noi più rilevante. Una volta individuati possiamo tracciare un piano di azione che ci permetta di mettere in sequenza i vari passi che faremo e per quelli che ci mettono “a rischio” scrivere come gestiremo tale eventualità. Questo modo di pianificare il rischio è valido anche per chi vive il rischio costantemente come molla che spinge a superare una situazione. E’ valido perché permette, a queste persone, di capire come funziona per loro questa molla e possono, successivamente, utilizzare questo schema anche in altri ambiti in cui possono riscontrare delle difficoltà.

In conclusione ritengo che il rischio sia uno strumento molto importante per conoscersi meglio e che può diventare il motore per raggiungere traguardi personali che reputiamo importanti. Ognuno lo può gestire secondo la propria ecologia personale e ottenere nuovi strumenti per realizzare imprese che potevano sembrare irraggiungibili.

Personalmente il rischio è stato l’artefice di una rinascita professionale e personale perché se non avessi affrontato nuove sfide avrei rischiato di restare uguale a me stesso per sempre, senza cogliere opportunità differenti da quelle che già conoscevo e mi tenevo strette.

 

Famiglia o Famiglie?

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Proseguiamo il mese dedicato al tema famiglie con il secondo articolo ricevuto!

Chi ci scrive è Roberto Regorda, lo potete trovare nella pagina internet dedicata ai #sentemente felicitatori, dove si presenta così: Sono una persona semplice e concreta. Ho una formazione Pedagogica, che ho approfondito costantemente, in quanto considero la formazione continua, un valore importante per me come persona e come professionista. Nella mia esperienza lavorativa ho avuto la fortuna di incontrare diverse persone, in molteplici situazioni differenti che mi hanno consentito di avere esperienza in più contesti differenti (tra cui adolescenti, persone che con-vivono con la demenza e persone che con-vivono con la dis-abilità). Un elemento che mi contraddistingue è la curiosità, che mi spinge a porre lo sguardo oltre il “già noto” e sperimentare nuove esperienze”

Ci spiega perchè oggi occorra utilizzare il termine famiglie, al plurale, e non più al singolare!

Grazie a Roberto per il suo contributo e buona lettura a tutti voi!

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L’etimologia della parola famiglia è da ricondursi al termine osco faama = casa, da cui il latino  famīlia, cioè l’insieme dei  famŭli (moglie, figli, servi e schiavi del pater familias il capo della gens). Pertanto, famiglia in senso stretto ed originario, significa piccola comunità di “persone che abitano nella stessa casa”; in senso ampio,  l’insieme di persone legate da vincoli di sangue, da rapporto di parentela o affinità o da vincoli religiosi e/o legali quale il matrimonio. Il termine famiglia, inoltre, può essere usato come sinonimo di casato, stirpe, dinastia oppure in ambito scientifico, in zoologia ed in botanica, per indicare l’insieme di animali o di piante appartenenti a più generi simili

Ricostruendo l’origine della parola, vengono alla mente molti spunti, che inizialmente, si possono ignorare. Siamo soliti pensare alla famiglia, come all’insieme delle persone, unite da legami di affetto e  che con-dividono uno spazio abitativo (un appartamento, la roulotte ecc..) e trascorrono insieme il tempo. Ma, con il medesimo termine, possiamo riferirci anche ad altre tipologie di famiglie, come ad esempio le graminacee, per le piante, a cui però, la nostra mente, in un primo momento fatica a riferirsi.

L’accezione a cui intendo riferirmi in questo articolo però, è quella più nota.
Parlare di famiglie, oggi, significa dover ristrutturare il concetto che, storicamente, è stato attribuito,anche culturalmente.
Un tempo, la famiglia era considerata come un’unica entità, a cui appartenevano diverse generazioni che, all’interno del nucleo, ricoprivano un ruolo importante.
La figura dei nonni, ad esempio, era fondamentale per la famiglia, in quanto si ritenevano le persone più anziane,”sagge”, detentrici di un sapere ed un’esperienza impagabile.
Nella famiglia intesa storicamente, il marito era colui che, con il proprio lavoro, manteneva la moglie ed i figli. Le donne erano, perlopiù, casalinghe e si occupavano dell’educazione dei figli. Rispetto a ciò, un tempo, esistevano le balìe, che fornivano alla famiglia,l’aiuto di cui necessitavano. La balìa era colei che, in casi di necessità, aiutava durante il parto o allattava, se la mamma aveva poco latte.
La cura dei figli, prevedeva la fasciatura, ad esempio, in tenera età, e capitava che, due fratelli dormissero nello stesso letto, per mancanza di spazi.
Vi era molta solidarietà all’interno della comunità di appartenenza.
Venivano rispettate le tradizioni, quali festività religiose, sagre ecc.., con uno spirito comunitario. Si era soliti condividere tutto, anche il pane avanzato perchè non andasse sprecato.
La famiglia quindi, rimaneva unita, anche perchè questo permetteva loro la sussistenza. I legami erano semplici, ma autentici. I nonni, rimanevano in casa, fino al loro ultimo respiro.

Alla luce di quanto esposto poco sopra, la società odierna ha imposto un cambiamento quasi radicale, della struttura familiare.
Oggi bisogna parlare di famiglie, al plurale, e non più al singolare. Sono diverse le tipologie di nuclei familiari, poichè vi è una frammentazione globale delle relazioni. Tra questi, troviamo:

-FAMIGLIE MONOGENITORIALI: famiglia composta da un solo genitore e almeno un figlio, fenomeno non nuovo ma in aumento. In passato queste famiglie erano diffuse a causa della morte precoce di uno dei genitori, per l’emigrazione di uomini o donne nubili. Oggi, invece, le famiglie monogenitoriali nascono da scelte volontarie, dalla crisi del legame coniugale come testimoniano l’aumento delle separazioni o divorzi ma anche per la diffusione di stili di vita alternativi. Di solito i nuclei familiari di questo genere sono materni e la mancata compresenza dell’altro genitore può incidere sulla qualità della relazione genitore-figlio. Ciò può generare relazioni eccessivamente dipendenti e fusionali oppure troppo autonome e disinvolte, dove il figlio viene “adultizzato” ricoprendo il ruolo del genitore mancante. I dati ISTAT, mostrano un aumento considerevole del numero di famiglie monogenitoriali, pari al 30%. Il commercio ha colto tale dato, e sta realizzando, sempre più, monoporzioni (esempio: ravioli in confezioni da 125 gr, che permettono al “single” di avere il pasto pronto, già pesato, riducendo lo spreco alimentare) e pietanze pronte, da scaldare in pochi minuti.

– FAMIGLIE RICOSTRUITE: famiglia composta entrambe o una sola da un altro matrimonio, che vivono insieme ai figli nati dalla precedente unione o nati dal nuovo legame. Queste famiglie richiedono un grande sforzo da parte degli adulti per negoziare e creare un sistema familiare equilibrato e coerente.

– FAMIGLIE IMMIGRATE: questo tipo di famiglie si trovano tra la società di origine e quella ospitante e ciò comporta dei cambiamenti sul normale ciclo di vita familiare. La famiglia migrante deve svolgere un compito non semplice imparando a negoziare i valori e la tradizione d’origine con i valori e i costumi del nuovo paese. Tale sintesi è una conquista dolorosa, fatta di ostacoli e momenti critici che si potranno superare con il passare delle generazioni.

– FAMIGLIE ARCOBALENO: Le coppie omosessuali come qualsiasi altra forme di unione, legalmente riconosciuta o meno, sono una condizione esistenziale d’amore che contiene affettività, progettualità e relazione. Molte coppie hanno dato vita ad unioni stabili che durano per lunghi anni,sfatando lo steriotipo dell’omosessuale promiscuo. Ad oggi, in Italia, sono ancora poche le coppie a cui è stata riconosciuta la genitorialità.

-FAMIGLIE DI FATTO: sono le famiglie i cui conviventi non sono spostati, ciò sta ad indicare che la vera crisi riguarda l’istituzione del matrimonio e non la vita di coppia. Anche se sempre più in aumento questo tipo di nucleo familiare, in Italia il numero di famiglie di fatto sembra essere più basso rispetto al resto d’Europa, probabilmente per la scarsa accettazione sociale che inibisce molti giovani ad intraprendere la vita a due more uxorio.
La scelta di unirsi in matrimonio, sta spaventando, per certi versi, i giovani, che tardano a prendere la decisione, preferendo una convivenza senza “vincoli”. Sempre più spesso, le coppie, tardano a prendere anche in considerazione l’idea di allargare la famiglia, con l’arrivo di un bambino. Se, un tempo, le famiglie erano molto numerose, oggi sono sempre di più, le famiglie con un solo figlio,o al massimo due.
Come è cambiata la cura dei figli, oggi? Cito solamente tre punti, esemplificativi, ma lascio al lettore, lo spazio per una riflessione personale:
-La balìa è stata sostituita con la baby sitter (alla quale si delega, gran parte dell’educazione) e con i dispositivi elettronici (smartphone, tablet, in grado di intrattenere il bambino, consentendo al genitore, una maggiore libertà)
-La mancanza del latte, nella mamma, con il latte in polvere (che alcuni medici, talvolta preferiscono)
-Il tempo che si con-divide insieme, è sempre meno (vuoi per i turni al lavoro ecc..)

Sempre più spesso, nelle nostre famiglie, è presente un amico a quattro zampe, sia esso un cane, un coniglio, un gatto, un criceto ecc.., Su di lui, poniamo, a volte, maggiori attenzioni rispetto a nostro figlio. L’animale deve essere un amico fedele, sicuramente importantissimo nella vita delle persone, in particolar modo nella crescita, ma non deve sostituire il figlio, in termini di attenzioni, che, sembra essere lasciato in secondo piano.

Nelle nostre comunità, vi sono sempre meno occasioni di aggregazione in luoghi come le piazze, storicamente punto centrale di ritrovo delle persone. Le tradizioni popolari hanno perso, nel tempo, importanza. Seppur qualche amministrazione comunale, pro loco ecc, cerchi di mantenere vive le tradizioni locali, purtroppo le persone che aderiscono a tali iniziative, sono coloro che le hanno tramandate, ma le giovani generazioni, sembrano poco interessate alla conoscenza di queste storie popolari.

La nostra società è di tipo individualista,al contrario di un tempo, e oggi, con l’avvento delle consolle e dei videogiochi, stiamo assistendo  ad un ritiro sociale sempre maggiore dei ragazzi, che si rinchiudono nella propria stanza, creandosi un mondo parallelo, che li porta all’interno del fenomeno giapponese, chiamato “hikikomori”, che in Italia, sta spopolando.


Nel tempo delle festività, recuperiamo il valore della famiglia, assaporiamo le tradizioni e condividiamo il nostro tempo, per scoprire nuovamente, quanto importante è il dono della famiglia e ringraziamo ciascun familiare,per la sua presenza. Accorciamo le eventuali distanze e assaporiamo la bellezza delle nostre origini.
Roberto Regorda

 

 

 

Essere famiglia

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Diamo il benvenuto al mese di dicembre con il primo articolo sul tema Famiglie!
Chi ci scrive è un’autrice che ha donato in questo anno e mezzo altri 3 pezzi importanti per il blog, lei è Riccarda Viglino, insegnate in pensione, formatore e … mamma di Giulia, che partecipa sempre con entusiasmo alle nostre iniziative, tanto da essere l’attrice che interpreta Giovanna nella puntata zero della webserie #luoghicomuni da noi prodotta!
Dona a noi ma anche a tutti i frequentatori del sito e della pagina facebook un racconto di vita personale che testimonia il fatto che non esista LA famiglia ma che esistano tante famiglie diverse ..
Ma non vogliamo spoilerare!
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Grazie davvero a Riccarda e buona lettura a tutti voi!  
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La mia famiglia ha avuto origine nel secolo scorso. Ed è iniziata con un matrimonio anti concordatario, senza abito bianco, andando in Municipio ed entrando in chiesa a fianco di quello  che stava per diventare mio marito per significare che non ero una proprietà da passare da un uomo all’altro. Si, ci siamo sposati legalmente in Comune il giovedì, ed il lunedì in Chiesa abbiamo
celebrato il sacramento che benediva la nostra unione; dell’abito bianco non mi importava nulla, per il Comune avevo indosso un tailleur verde che già possedevo e mentre salivo le scale in cerca del Sindaco, anzi della Sindaca, l’usciere mi aveva fermato dicendomi in dialetto in modo piuttosto sbrigativo: “Il Sindaco non ha tempo adesso, aspetta una sposa!!” La sposa ero io. Ma tutto ciò mi faceva sorridere, anzi ridevamo proprio, come matti. Dopo siamo usciti e con i nostri amici, i testimoni, abbiamo preso un caffè al bar poi siamo tornati ciascuno a casa propria perché come aveva ribadito in tono secco mia madre:” Per me fino a lunedì non siete sposati” Ma il cuore cantava.
Poi il lunedì di Pasquetta è iniziata la nostra vita insieme, un breve viaggio di nozze a Firenze e abbiamo raggiunto Maria e Giorgio che si erano sposati a gennaio, per dar vita alla nostra comunità: per anni abbiamo condiviso tutto: gli spazi, le gioie, i dolori, gli amici e anche i soldi. Si anche i soldi. Il sesso no, anche se questa era la cosa che più spesso tutti ci chiedevano.
Bell’inizio vero?! Per noi era normale, bellissimo, entusiasmante; tutto faceva parte di un progetto di vita che stavamo costruendo da tempo, per testimoniare che vivere i valori in cui credevamo era possibile.
Intanto la vita tesseva le sue trame, io insegnavo già e a scuola avevo in classe un bambino che viveva in un Centro base, una comunità che accoglieva bambini allontanati dalle famiglie. Lui aveva sette anni, io ventidue ed è stato amore da subito. Io amavo la sua allegria e la sua tenacia nonostante la vita lo avesse già duramente provato, le sfide che lanciava al mondo adulto, la sua tenerezza nel regalarmi in mensa la parte più morbida del pane o nel dire all’autista del bus che prendevamo entrambi per tornare a casa:” Pulmista aspetta la mia maestra!” E vedevo anche la sua sofferenza. Così io e Mario abbiamo iniziato a portarlo con noi la domenica, a fare insieme qualche esperienza divertente. E poi un giorno in cortile durante l’intervallo mi si è avvicinato per dirmi “Maestra, se ti sposi e per caso adotti qualcuno, guarda che io sono adottabile” “Va bene allora, ci penserò”.
Non ci abbiamo pensato troppo e dopo qualche tempo è andata così, non si trattava di adozione ma di affidamento familiare, era la fine degli anni settanta, ed erano le prime esperienze in questo senso che venivano fatte, tutto si stava inventando. Io conoscevo la sua mamma, i suoi fratelli e le sue sorelle, sapevo che le tre bambine più piccole erano state date in adozione, ignoravo che due di loro non le avrebbero mai più riviste. Frequentavo il centro, avevo rapporti di amicizia ed affetto con
tutti loro. Nel tempo ho sofferto con loro le perdite, i lutti, le difficoltà, condiviso le gioie.
Così Franco venne a vivere con noi: una comunità di quattro adulti ed un ragazzino di undici anni. E la vita andava avanti, giorno dopo giorno, anche con i tiri mancini, le sue sofferenze e difficoltà, ma viaggiavamo insieme e questo contava. Sono nate le mie figlie biologiche che amavano Franco di un amore assoluto, era il loro fratello maggiore e mi chiedevano di poter dire in vacanza dove nessuno ci conosceva, che era anche lui “uscito dalla mia pancia”. Non è mai stato un problema per nessuno di noi essere una famiglia diversa, anzi semmai un valore. Certo il clima sociale allora era anch’esso diverso, intessuto di relazioni e novità, di ricerca di un mondo migliore e possibile, tracciando percorsi, inventando vie…
Gli anni sono passati, i figli sono cresciuti, la famiglia ha preso una nuova dimensione dopo la fine dell’esperienza di comunità; una dimensione inconsueta che dovevamo ancora una volta inventarci perché come dicevano le bambine: “Cosa ci facciamo noi qui da soli?!!” Non lo sapevo bene nemmeno io, dovevo ancora metabolizzare quella fine, il distacco dai luoghi e dalle persone che
tanto amavo, eppure con fatica e tenacia ci siamo reinventati famiglia e siamo andati avanti. Un giorno all’improvviso in questa famiglia è entrato un nuovo bambino, ancora maschio, ancora di undici anni, quasi per caso. Mauro lo abbiamo conosciuto un giovedì ed il sabato è venuto a vivere con noi, con le sue cose ed un disegno per le sue nuove sorelle juventine. Lui che era milanista. Ero preoccupata questa volta, almeno un po’; mi sentivo stanca, provata, mi chiedevo se sarei stata all’altezza. Le ragazze mi accusavano di essermi imborghesita, ma mi assicuravano anche il loro aiuto. Mario era sereno, contento. Ricordo quell’ottobre, il camino acceso, Mauro ed io sul tappeto a imparare a conoscerci, lui che timidamente chiedeva “Quanto posso restare con voi?” Io che lo rassicuravo. L’incontro con Franco, loro due che parlavano da soli in salotto.
E’stato tutto naturale, tutto normalmente speciale; conoscevo la sua mamma, era stato un affido consensuale, avevo pianto ascoltandola spiegare al suo bambino perché aveva fatto questa scelta. La sentivo ogni giorno al telefono, le davo notizie, anche quelle minime: che cosa ha fatto a scuola, che cosa ha mangiato, i suoi amici, lo sport… Eravamo due donne che si prendevano cura di un bambino. I tempi erano cambiati, anche i luoghi dove vivevamo, sentivo il peso della diversità, anche l’assistente sociale ci trovava un po’ strani, ma non era un problema, la nostra vita era ancora una bella avventura. E lo è stata davvero, con le sue luci sfavillanti e le zone d’ombra, intessuta come per tutti di tanta gioia e dolore, ma ricca della vita di tante persone. La nostra casa era aperta, abbiamo incontrato tante vite e tante storie: tutti ci hanno dato molto.
Mi rendo conto che tanto ci sarebbe ancora da dire, da raccontare, è quasi impossibile. Ma l’essenziale è per me testimoniare che non esiste la famiglia, esistono tante famiglie diverse, la nostra è caratterizzata dall’apertura e dall’amore. Un amore che non si divide ma si moltiplica e ce n’è sempre per tutti. Non esistono ricette per questo, si naviga a vista guidati dalla certezza che da
noi ci sarà sempre posto per tutti i problemi e le difficoltà di ciascuno, che insieme troveremo delle soluzioni, le nostre. Ora in questa famiglia ci sono anche i nipoti, che sono il futuro. Spero che questi valori li assorbano e li facciano propri, il mondo oggi ha più che mai bisogno di questo.

Social Speed Date 2018

 

Come potevamo non condividere in un mese a tema “DEVIARE”

il racconto sincero, emozionante e personale di una collega creativa e concreta come Sara Visentin?

Non ve la presentiamo nel dettaglio perchè Sara è una professionista che sa raccontarsi da sè! 

Questo lunedì il contributo della settimana non è un dono, ma un prestito autorizzato ! 

Direttamente dal WELBLOG Sara eccovi la narrazione di cosa ha costituito per lei l’occasione del

Social Speed Date “Walk on The Wilde Side” ! 

Per leggere il suo contributo cliccate sul link  sopra la sua foto!

…Grazie Sara per il tuo racconto e il tuo prestito! 


#SocialSpeedDate Milano 17 novembre 2018

 

 

Allenare lo sguardo per vivere le atmosfere del sentire.

Rullino i tamburi, nuovo mese e nuovo tema: ecco a voi LA DISCIPLINA!!

E chi ci dona il primo contributo ha saputo aprire le danze con maestria, proponendoci un taglio davvero anticonvenzionale del concetto, allargando lo sguardo rispetto a ciò che il termine evoca normalmente in tutti noi! L’autrice ci propone un’idea ed un esercizio molto concreto di allenamento personale, praticabile facilmente da ciascuno di noi, capace di unire la fotografia, il saper essere e la disciplina!

Ma chi è l’autrice? Paola Giaretta, Storica dell’arte, storica e critica della fotografia, Felicitatore del Sente-mente®Project, lanciata nella libera professione sotto il nome di Lumiére. IlluminARSi di emozioni. 

Con grande stima la ringraziamo per il dono ricevuto!

A tutti voi buona lettura!    


Tutto il nostro corpo parla di noi…ma, si sa,…sono gli occhi ad essere lo specchio dell’anima.

Gli occhi hanno un filo diretto con il nostro cuore, il nostro sentire…..e accolgono, traducono, comunicano  immediatamente ogni nostra emozione che noi stessi decodifichiamo ciò che stiamo provando.

Attraverso i nostri occhi  conosciamo e siamo conosciuti, esistiamo e facciamo esistere….. Quante volte ci neghiamo l’incanto di parlare con chi amiamo guardandolo  negli occhi? Parlare guardandosi negli occhi forse fa paura…eh sì….sostare nello sguardo di un’altra persona significa aprirle la porta della nostra anima…senza veli, senza maschere, senza filtri…..con  le parole possiamo comunicare ciò che vogliamo…ma i nostri occhi comunicano senza barriere ciò che noi sentiamo.

Ottobre è il mese della “disciplina”….parola che d’impatto può sembrare ostica e “limitante” nella nostra unicità e libertà di essere umano….ma unita alla parola sguardo….può aprire un mondo meraviglioso fatto di istanti preziosi, di atmosfere del sentire che si scoprono e si  imprimono nel cuore:  la disciplina dello sguardo……allenarsi  allo sguardo reciproco, allenarsi a guardare, allenarsi a sostare nello sguardo nostro e degli altri.

Certo non è un allenamento facile….ma il risultato strabiliante è assicurato!

Ad aiutarci a rompere il ghiaccio arriva la fotografia! ….non servono strumenti di particolare prestigio per “riabilitarci” allo sguardo…va benissimo un cellulare. Fotografare ci permette di scrutare la realtà con la simpatica illusione di non esporci direttamente: tra i nostri occhi e ciò che scegliamo di fotografare c’è lo strumento fotografico…una sorta di protezione alla porta della nostra anima (gli occhi appunto).  Una protezione meravigliosamente  effimera perché  fotografare è prima di tutto scegliere: chi fotografa decide il “pezzo” di realtà da ritrarre, il soggetto, il tipo di luce, il taglio dell’inquadratura, il materiale da usare, in una parola l’anima della fotografia. Talvolta la personalità del fotografo, all’occhio di chi guarda, sembra inesistente ma è soltanto un’illusione, perché la fotografia “appartiene a quella classe di oggetti fatti di strati di cui non è possibile separare i due foglietti senza distruggerli”[1]. Chi fotografa apre una finestra sul mondo mediata dalla sua personalità.

La fotografia ci aiuta a prendere confidenza con un nuovo modo di guardare, oltre il vedere e prima del capire, ; offre all’uomo  la possibilità di dar voce al suo sentire.

Fotografare diviene così una opportunità per entrare in contatto con se stessi, conoscersi e crescere attraverso l’osservazione dell’altro da sé.

Propongo  un gioco-percorso  di pochi minuti al giorno per  4 settimane.  Una volta assaporatane la  ricchezza lo continuerai spontaneamente perché ti accorgerai di vedere il mondo con occhi nuovi, con sguardi ed emozioni speciali.

Nella prima settimana divertiti a trovare, ogni giorno,  2 soggetti da fotografare: esci  al mattino, con il desiderio di farti sorprendere da qualcosa o da qualcuno …quando lo trovi…fermati un istante, facendo due respiri presta attenzione all’emozione che stai provando in quel momento, osserva bene il particolare che ti ha colpito e, senza pensarci troppo,  trattieni il respiro e scatta (un solo scatto..per imprimere la tua emozione); alla sera…prima di coricarti osserva le due immagini scattate nella giornata…respirando ripensa alle emozioni che hai sentito, riscoprirle e ritrovale nell’immagine. Pensa poi a quante volte nell’arco della giornata hai rivolto la parola a qualcuno senza incrociare il suo sguardo (al bar, al supermercato, in ufficio, pranzando, salutando…..)

Nella seconda settimana  all’esercizio delle 2 foto al giorno  aggiungi questa esperienza: per un paio di volte nell’arco della giornata prendi consapevolezza di dove sia il tuo sguardo mentre l’altra persona ti parla, e scegli di cercare il suo sguardo…..Presta attenzione a cosa cambia in te, cambia la tua sensazione??  Alla sera prima di coricarti oltre a guardare le 2 foto scattate, rivivi nello schermo della tua mente i 2 momenti in cui hai scelto di sostare nello sguardo di chi stava parlando con te……ripensa alle emozioni vissute in quegli istanti.

Nella terza settimana prosegui con i 2 “esercizi” precedenti ma lasciati stupire maggiormente:  puoi fare solamente 2 fotografie….ma prova a contare per quante volte qualcosa che hai osservato ti ha catturato, stupito…..hai solo 2 scatti però concediti infinite possibilità di lasciarti emozionare osservando. Ancora per un paio di volte al giorno quando parli o entri in relazione con qualcuno, scegli di sostare nel suo sguardo e osserva i cambiamenti in te e nell’altro.  Alla sera prima di dormire…rivedi  le foto fatte…e pensa a quante altre foto avresti voluto avere a disposizione… cosa o chi ti sarebbe piaciuto rivedere tra le foto ora….rivivi le emozioni.  Nello schermo della tua mente ripensa a quando hai scelto di guardare chi era con te….e a come è cambiata la conversazione…quando, oltre alle voce, parlavano gli occhi.

All’inizio della quarta settimana riguarda la prima  foto fatta il primo giorno di questo gioco-percorso…..se riesci, trova lo stesso soggetto e dedicagli nuovamente uno scatto…..confronta le due immagini….e per qualche minuto sorprenditi a trovare le differenze….tecniche, di inquadratura, di colore, luce e soprattutto le differenze del tuo sentire…. Nei giorni successivi lasciati incantare dall’osservare ciò che ti circonda, chi e cosa incontri nella giornata, hai sempre e solo 2 scatti speciali….tuttavia continua ad allenare il tuo occhio fotografico e le emozioni che  nascono…   Ogni giorni poi dedica attenzione a notare la differenza del  sentire tuo e del tuo interlocutore  (che si fa palese appunto nei suoi occhi)  nel corso di un dialogo in cui a tratti sostate negli sguardi e a tratti no. Assaporerete quanto tutto ciò che diciamo…dal semplice grazie “automatico” alla cassiera del supermercato, al condivisione di un momento felice, una lode o un rimprovero  a nostro figlio …assuma un valore  diverso se agiamo guardando negli occhi l’altra persona….. Alla sera riguarda i 2 scatti….rivivi le emozioni…..ritrova in te ciò che ti hanno dato gli sguardi delle persone durante la giornata appena trascorsa.

In  4 settimane avrai allenato la  consapevolezza del tuo sentire, disciplinato i tuoi occhi a non temere l’altro…avrai gustato quanto sia disarmante e denso di umanità lasciare che chi interagisce con te possa entrare nella tua anima e tu nella sua….in uno scambio vicendevole di vera e propria ricchezza umana.

[1] Roland  Barthes, la Chambre Claire. Note sur la photographie, Paris, Edition du Seuil, 1980: trad. It. La camera Chiara. U, Giulio Einaudi Editore, 1980, pag.9

 

Lunethica

Proseguiamo con il terzo appuntamento in tema di accoglienza!!

Chi ci scrive è Ilaria Marzo, una collega assistente sociale che adora lo stile anni ’50 e che sceglie per il nostro blog di presentare un testo a nome dell’associazione per la quale ricopre il ruolo di Responsabile Progetti Sociali: Lunethica!

Lunethica nasce con l’intento di sensibilizzare le donne di tutto il mondo ad una completa e profonda conoscenza del proprio corpo al fine di raggiungere un equilibrio naturale, fisico ed emotivo. Il nome Lunethica nasce dall’unione di due parole che stanno loro particolarmente a cuore: la luna e l’etica.

Cosa avranno da dirci sul tema del mese?

Se vi abbiamo incuriosito visitate la pagina dell’associazione cliccando qui e scoprite i loro progetti e come aiutarle!

 Grazie ancora ad Ilaria per il contributo e a tutti voi buona lettura!




Lunethica

 

Se parliamo di accoglienza molto spesso pensiamo a gruppi di persone (uomini, donne e bambini) che arrivano da lontano, con un diverso colore della pelle e con qualche vestito in una valigia. Le persone da “accogliere” diventano figure di passaggio, quasi temporanee incrociate magari per strada, viste in tv di sfuggita, ma solitamente sono sguardi destinati a non essere rivisti mai più.

E se invece provassimo a pensare al senso di accoglienza in modo più ampio? Potremo arrivare a pensare di poter accogliere persone che incrociamo nella nostra vita quotidianamente?

Ogni giorno vediamo uomini e donne senza fissa dimora dormire sotto i portici o negli androni della nostra città, quell’uomo fermo sempre allo stesso semaforo a chiedere l’elemosina, o quella donna seduta davanti alla stazione a racimolare qualche centesimo per il cibo.

Sono figure del nostro quotidiano a cui molto spesso non prestiamo attenzione, da cui alcune volte ci allontaniamo perché: “quello mi ferma sempre per chiedermi dei soldi” ma ci dimentichiamo che sono portatori di una storia, di un percorso di vita che non è andato come speravano, molto spesso sofferente, e caratterizzato da solitudine.

Ecco, forse fermandoci a pensare a tutto quello che c’è stato prima e quello che ci sarà dopo la richiesta della moneta possiamo ampliare il nostro senso di accoglienza.

L’Aps Lunethica ha deciso di attivare un tipo di accoglienza specifica, dedicandosi in particolare alle donne senza fissa dimora.

La situazione delle donne che vivono per strada, anche se molte meno rispetto agli uomini, non è però meno difficoltosa; le loro storie sono molteplici: donne che hanno perso tutto, assistenti familiari che si ritrovano senza un lavoro e non hanno un posto dove andare in attesa di ottenere una nuova occupazione, o addirittura vengono maltrattate e vedono come unica soluzione lasciare l’occupazione, donne sole sfrattate, donne vittime di violenza familiare che non si rivolgono ai Servizi.

Ciò che accomuna, però, tutte le donne del mondo di ogni cultura ed elevazione sociale è il ciclo mestruale, ed è proprio in questa direzione che si è attivata Lunethica, il diritto di tutte le donne di vivere in maniera serena e dignitosa quel periodo del mese che ci rende, ancora di più, tutte uguali.

Sul territorio torinese le associazioni, le cooperative e le onlus che si occupano in vari modi degli homeless e delle persone che vivono alla soglia della povertà pensano a tutto: servizio di mensa, asilo notturno, cure odontoiatriche e oculistiche, cura delle malattie da raffreddamento, medicazioni a ferite, distribuzione di pacchi alimentari, vestiti e coperte…ma non pensano a questo.

Analizzando i servizi offerti ci siamo accorte che ciò che ad oggi risulta carente, ma non totalmente mancante, è un aiuto alle donne che si trovano a dover vivere per strada al momento del ciclo mestruale e dunque la distribuzione di assorbenti igienici, strumento fondamentale per affrontare e gestire quel determinato periodo del mese.

In alcune strutture di accoglienza i dispositivi igienici sono presenti, ma molto spesso le scorte sono limitate oppure non vi è informazione riguardo la possibilità di poterli chiedere, in altri invece subentra il fattore imbarazzo di dover domandare al personale che in molti casi è maschile, un aiuto per una dimensione così intima e personale. Le donne si trovano a dover improvvisare tamponi con fazzoletti di carta o carta igienica dei bagni pubblici, rischiando malattie e infezioni.

Anche per quanto riguarda  la donne che si trovano a vivere in soglia della povertà e che comunque hanno la possibilità di avere un posto dove potersi lavare, l’acquisto degli assorbenti igienici può risultare una spesa onerosa anche a causa degli alti costi di vendita al pubblico.

Il rischio è che, non potendoseli permettere ma essendo necessari, si trovino a dover commettere furti per procurarseli creando un danno alla società e ai commercianti, in aggiunta all’umiliazione provata sia nel dover commettere un reato in sé, sia nel trovarsi a dover rubare una cosa come gli assorbenti.

Il rischio di essere sorprese a rubare assorbenti è oggettivamente mortificante, oltre a rinforzare il senso di esclusione e emarginazione.

Il nostro obiettivo è stato, ed è, quello di raggiungere, attraverso il contatto con i servizi di accoglienza  le donne senza fissa dimora e senza tetto per informarle rispetto la possibilità di poter accedere ad un servizio di questo,  formare e informare le donne con dimora ma in difficoltà economiche sull’esistenza di dispositivi igienici alternativi diversi dai classici assorbenti usa e getta per un risparmio ed un benessere a lungo termine, aumentare la cooperazione tra i servizi dedicati a questo tipo di utenza, e perché no, attivare un servizio permanente per il sostegno e l’aiuto in questi termini.

 

 

 

Accoglienza. Cosa ti viene in mente?

 

Ed è lunedì!

Ecco a voi il secondo articolo del mese sul tema dell’accoglienza! 

Chi ci scrive è Sara Caruso,  psicologa e formatrice di professione, progettista e responsabile per l’organizzazione culturale della Casa del Quartiere di San Salvario di Torino  per scelta!   A parte tutte queste cose riesce anche a sopportarci, supportarci ed offrirci il caffè!  

Il testo a noi piace tantissimo (beh, anche lei!!), commentate per farci sapere la vostra opinione!

Grazie ancora a Sara per questo dono, buona lettura a tutti voi! 


Accoglienza. Cosa ti viene in mente?


Accoglienza. Cosa ti viene in mente? Quotidianità, improvvisazione, morbidezza, linguaggi, professionalità

E non penso che questi termini siano in contraddizione, o almeno non lo sono nel mio lavoro. Io lavoro in un posto che si chiama Casa, che accoglie perché ce l’ha nel nome, nella storia, nell’impegno che ci mette, anche quando quella porta sempre aperta non vedresti l’ora di chiuderla (a volte lo facciamo, confesso).

E’ quotidiana perché non ha nulla di straordinario: non è l’accoglienza dei giorni di festa, non è la tavola apparecchiata con “il servizio buono”. E’ la tovaglia di tutti i giorni, la pasta col sugo, lava tu i piatti che io scappo via. Lo è perché accogliere vuol dire fare spazio a chi ha bisogno in quel preciso momento di una sedia su cui fermarsi, e a volte solo di questo. Altre volte di un’informazione, che poi ne chiama un’altra. A volte di un sostegno, puntuale e urgente, come la fame. Altre volte è ancora più urgente. Non ho un letto, ho perso il lavoro, non capisco cosa c’è scritto sulla raccomandata, non ho un passeggino per il mio bambino. Per tutti ci va comunque una sedia, e un caffè.

E’ improvvisata, perché non possiamo essere esperti di tutto. E visto che la porta è aperta, può, e deve (è il mio lavoro) entrare chiunque. E chiunque porta una storia unica, la propria, che non è mai pura (donna, giovane, straniero, matto, solo), ma sempre diversa e un po’ complicata. E tu provi a leggere, informarti, fare rete, ma alla fine ti resta la tua intelligenza che ti fa salterellare tra le informazioni di cui disponi, ti fa ascoltare con attenzione, ti orienta nei ricordi di storie passate.

E’ morbida, di questo sono sicura. E’ un cuscino, è un paraspigoli, è una coperta, è una caramella. Non si accoglie se non si fa sentire l’altro a proprio agio, se non lo si guarda con tenerezza, anche se arriva al momento sbagliato, anche se non capisci bene cosa dice. La cosa più morbida che uno può fare secondo me è sorridere.  Certo non siamo hostess, ma loro quello lo sanno fare. Nessuno si è mai sentito fuori posto quando sale su un aereo, sembra sempre che aspettino proprio te. Accogli se fai sentire l’altro atteso, proprio lui.

Parla attraverso linguaggi multipli. Gli occhi, il corpo, il tono della voce, l’inglese che hai imparato alle medie, le linguacce ai bambini. E attraverso parole semplici.

E’ professionale. Non si accoglie a caso, accoglienza e sciatteria non vanno d’accordo.  Si impara a farlo, giorno dopo giorno. Si da del lei, almeno nella postura dell’ascolto. Si da la mano. Si cercano tutte le soluzioni possibili. Si usa la competenza emotiva che si affina con l’esperienza. Si impara dai colleghi più esperti.

 

 

L’ACCOGLIENZA : raccogliere persone

Eccoci qui !

Bentornati sul nostro Diario di Bordo e Blog in cui condividiamo ogni mese le nostre attività e gli articoli di chi ,  a partire dal tema da noi proposto, coglie l’input  sente la voglia e il bisogno  di raccontarci il suo punto di vista sul dato argomento o chi riceve proprio il nostro spassionato invito a dirci la sua ! 

Il tema di Settembre è l’Accoglienza e la nostra collega assistente sociale libero professionista Irene Saporito  è  stata la prima a raccogliere la chiamata !

Irene ci racconta, in un mese di raccolti qual’è Settembre, come l’accoglienza sia tutto quello che sui manuali troviamo descritto e…ma anche, sopratutto, qualcosa in più!

Buon raccolt.. emh.. buona lettura a tutti voi

e Grazie Irene per il tuo contributo ! 


L’ accoglienza : raccogliere persone 

Ecco il mio contributo sull’accoglienza, ma prima di iniziare mi presento brevemente.

Mi chiamo Irene e sono una giovane assistente sociale che fin dall’inizio ha deciso di intraprendere la libera professione per ritrovarsi poi a lavorare anche per privati con contratti dipendenti. Attualmente lavoro nel terzo settore per l’European Research Institute una Onlus  torinese dove mi occupo, per metà settimana, di accoglienza migranti, collaborazioni con l’UIEPE di Torino e in piccola parte di progettazione sociale, l’altra metà settimana lavoro per il Ser. D.  di Ivrea in un’equipe posta all’interno del carcere eporediese.

Potrei dire che l’accoglienza ha sempre fatto parte della mia vita professionale ed in primis perché come assistente sociale ho iniziato a lavorare in “accoglienza migranti” nel 2016 e prima ancora ne feci una tesi di laurea magistrale nel 2014. Cosa successe nel 2015 è stata davvero un’esperienza di accoglienza perché partecipai ad un progetto di mobilità internazionale che mi vide bisognosa di qualcuno che mi accogliesse in un paese che non era il mio nonostante fossi consapevole che non ci sarei rimasta.

Ma bando alle ciance, l’accoglienza in Italia ha a che fare con i migranti solo dagli anni dell’emergenza ma da sempre è parte integrante e principale del servizio sociale e non solo. L’accoglienza è il primo step, il primo gradino durante il quale un utente o un cliente si presenta e contemporaneamente ci si rende conto di cosa ha bisogno la persona. Ma accogliere qualcuno è moooooolto di più.

L’accoglienza è, per quanto mi riguarda, mettersi in ascolto di tutto ciò che la persona porta durante un incontro. Succede che una persona parli di qualcosa di insignificante per noi, per poi scoprire che per la persona stessa ha un grande valore, scoprirlo è la parte importante. Se accogliere è ascoltare, quest’ultimo non si riferisce solo a quello che vogliamo sapere perché strettamente legato al lavoro, succede di ascoltare storie o aneddoti o disavventure quando non proprie tragedie familiari, senza che nessuno l’abbia chiesto ma in realtà c’è sempre un motivo per cui qualcuno racconta qualcosa. Accogliere vuol dire anche raccogliere dolore e sofferenza. Più di quanto ci si aspetta.

L’accoglienza è anche il momento dove nasce il rapporto di fiducia e anche se sembra un concetto molto da manuale universitario, è la sacro santa verità. L’empatia che nasce durante il primo incontro accompagnerà il nascere della fiducia fra utente/cliente e professionista. Ed ecco un altro concetto da manuale ma che qualcuno ogni tanto si dimentica: l’accoglienza prevede il non giudizio e soprattutto l’assenza di pregiudizio perché con questi non si potrà mai parlare di accoglienza e penso ai tanti visi di migranti visti appena sbarcati e ai tanti detenuti che sto incontrando in carcere e che mi raccontano le loro storie e io semplicemente li ascolto così loro continuano a parlare.

Concludo quindi dicendo che anche se l’accoglienza fa parte del nostro lavoro, in realtà non è proprio così. Accogliere deriva dal latino e significa appunto “raccogliere” e quante volte al tavolo di un bar raccogliamo le gioie dei nostri amici, o i momenti di tristezza, raccogliamo e collezioniamo istanti ma anche persone che accogliamo nella nostra vita per ascoltarle: un madre preoccupata, una sorella delusa, un’amica arrabbiata e a volte anche noi stessi.

 

Buona raccolta a tutti!