Coltivare l’autonomia, crescendo : una Dutch farm per i giovani adulti autistici.

Il terzo contributo sul tema dell’autonomia arriva da Zutphen  ,

Paesi Bassi  o Olanda che dir si voglia, e ci è stato inviato da Concetta Tropiano! 

Concetta è anzitutto una amica, una ex- compagna di università, una compagna di nuotate risate e riflessioni,  ma anche un cervello “in fuga” dall’Italia, una venariese/olandese. Partita alla volta dell’Olanda per un Servizio Civile Europeo e per esplorare la propria autonomia Concetta (che non è solo cervello ma anche cuore e carne!) è poi rimasta  per amore!

Una assistente sociale che non fa l’assistente sociale, una cittadina europea …non potevamo non invitarla a  raccontarci qualcosa sul tema dell’autonomia !

Che cosa significa essere giovani adulti  autistici in Urtica De Vijsprong? Sono possibili progettualità e destini diversi dall’isolamento? E’ possibile garantire ai giovani ragazzi affetti da autismo la possibilità di essere adulti, con il proprio autismo?

Interrogativi che riassumono sinteticamente l’intento di questo terzo ed ultimo contributo sul tema dell’autonomia la cui lettura, siamo sicure, vi farà fare un bellissimo viaggio in Olanda e nell’autonomia ritrovata!

Buona lettura e Grazie  “Koncy”!!


 

Coltivare l’autonomia, crescendo.   Una Dutch farm per i giovani adulti autistici

Grazie al Servizio Civile europeo ho avuto modo di lavorare come volontaria all’interno di una fattoria  biodinamica-sociale situata in un villaggio della provincia olandese del Gederland, Urtica De Vijsprong.

Quando mi è stato chiesto da Cristina se avevo qualcosa da dire e da scrivere  sul tema dell’autonomia , quindi, mi è sembrato facile pensare di raccontare questa esperienza pilota internazionale che ha messo in atto buone pratiche abilitative per le persone affette da autismo: strutturazione,  costante organizzazione, prevedibilità, ciclicità con l’ introduzione di attività e stimoli il più possibilmente rispondenti al ciclo di vita della persona adulta, ma commisurati alle abilità e ai tempi di apprendimento dei clients.

 

A Urtica De Vijsprong  si è cominciato  così, circa 33 anni fa,  aprendo le porte a due ragazzi diversamente abili. Urtica De Vijsprong è, quindi, un’azienda agricola “particolare” perché è un’esemplare di  comunità di vita e di lavoro terapeutico, ispirata ai valori e principi dell’antroposofia dell’austriaco  teosofo Rudolf Steiner. La vita all’interno della farm è, infatti,  scandita dal principio cardine per cui  il suolo e la vita che si sviluppa su di esso formano un unico sistema che include l’ambiente, le persone, gli animali e le relazioni sociali. Si respira non solo aria pulita ma  un clima generale di sostegno ma, soprattutto, di autentico e costante“fare insieme”.

Attualmente sono ormai  i 55 clients di cui 15 affetti da autismo che vengono accompagnati dallo staff multi professionale (social workers, psicologi, psichiatri, esperti tecnici in agricoltura allevamento e lavorazione del latte, personale amministrativo, volontari) in diverse attività lavorative: coltivare la terra,  mungere i 50 esemplari di mucche cornate,  occuparsi del caseificio e del negozio  biologico dove vengono venduti latte e  formaggi autoprodotti di buona qualità, partecipare al laboratorio musicale e teatrale.

 

In particolare i ragazzi e i giovani  adulti ragazzi con diverse forme di autismo (ad alto funzionamento e a basso funzionamento), come Miranda, Marco, Steve, Albert,  di età compresa tra 16/30 anni, sono accompagnati dai social workers nella  vita quotidiana e nel lavoro nei diversi settori della farm, nella ricerca di un equilibrio fisico e interiore, nello possibilità di esercitare un sufficiente livello di autodeterminazione e, quindi autonomia, nella costruzione di una “nicchia ecologica nutritiva” per raggiungimento di un’adeguata inclusione sociale. Inclusione sociale che ispirata alla socioterapia antroposofica secondo cui vita sociale, lavoro e nutrimento sono  elementi cardini  dell’anima.

L’obiettivo è quello di accompagnare e favorire il processo evolutivo della persona, creando situazioni  adeguate alle sue  caratteristiche e necessità affinché possa sperimentare il senso di autonomia,  il sentimento di appartenenza, vivere la reciprocità e sentirsi valorizzato e apprezzato per il proprio apporto a favore di altri.

“Nessuno infatti può svilupparsi se non può dare”.

Pertanto,  il client viene considerato come un essere che dà e non solamente riceve, che ha diritto alla sua biografia. Ciò si estrinseca per i ragazzi della farm in un percorso di progressiva acquisizione  di autonomia a livello abitativo, lavorativo e relazionale.

Vengono avviati al lavoro per ciò che sono in misura di fare e non per il  rendimento.

Ci si orienta verso lavori artigianali e a contatto con la natura, nei quali il lavoro è concepito in modo umano e grazie all’etica che lo accompagna è in grado di soddisfare il corpo e anima.

Nel divenire adulti viene garantita l’opportunità/diritto di accedere ad un’esperienza residenziale per emanciparsi dalla famiglia di origine. La possibilità di  modificare il legame con la famiglia di origine è una tappa e un’opportunità  nel percorso biografico di ciascuno di noi. A differenze del contesto italiano il processo di autonomizzazione dalle famiglie viene avviato e sostenuto il più presto possibile e il “dopo di noi” costruito non in situazioni di emergenza ma “durante il noi”. Le offerte abitative messe a disposizione da Urtica de Vijsprong  variano a seconda del grado di autonomia del ragazzo. Ci sono  soluzioni abitative come Hofhuis, Hoogkamp e Smidshuis, che prevedono spazi e tempi comuni (la sala pranzo  e attività comuni) con la presenza  abitativa di 1/2 social workers in pianta stabile e ci sono anche case/appartamenti condivisi che  sono caratterizzate dalla quasi totale autonomia della persona, con la sola visita giornaliera del social worker. I ragazzi vengono sostenuti  in un percorso di acquisizione di “autonomie personali avanzate” come preparare una merenda, seguire una ricetta, prendersi cura della propria igiene personale, scegliere gli indumenti adatti al tempo, svolgere le attività domestiche interne ed esterne;  di “autonomie sociali” come rispondere al telefono, utilizzare l’orologio, prendere i mezzi pubblici, prendere in prestito un libro dalla biblioteca, ordinare un pasto al ristorante, andare dal dottore, organizzare una cena.

Gli strumenti di cui i social workers si avvalgono per insegnarle sono molteplici come interventi comportamentali di tipo positivo ( modelling, rinforzo), aiuti visivi, role playing, concatenamento delle azioni, storie sociali,  tutti strumenti connotati da un tocco di spirito creativo e artistico, tipico dell’approccio steineriano.

L’esperienza pilota di Urtica De Vijsprong dimostra che, sebbene le persone affette da autismo manifestano una disabilità comunicativa e difficoltà a cogliere con naturalezza e fluidità il significato di ciò che accade negli scambi interpersonali,  queste possono raggiungere livelli di autonomia, di socializzazione e di qualità di vita soddisfacenti esprimendo così la loro umanità solo nella misura in cui  sono messi in campo interventi, progetti e contesti adatti ai bisogni e alle caratteristiche specifiche dell’autismo.

Chiudo raccontandovi  un esempio di una giornata tipo ad Urtica De Vijsprong :

  • 00/8,30: Meeting in cerchio nell’Atrium per comunicazioni interne e per aprire la giornata lavorativa con canti in lingua inglese/olandese a cappella e comunicazione organizzative
  • 8,30/8,45: Meeting all’interno del proprio gruppo di lavoro per individuare obiettivi e compiti della giornata , con partecipazione attiva di tutti
  • 8,45/10,30: Lavoro ispirato ai principi di collaborazione, socialità
  • 10,30/10,45: Break time nell’Atrium dove è possibile consumare the… e latte appena munto. A volte la pausa si po’ prolungare per via di festeggiamenti (cambio stagioni, compleanni,  benvenuti ai nuovi ingressi e viceversa) con attività musicali e teatrali organizzate dagli stessi clients
  • 13,00/14,15: Pranzo, preparato dal gruppo che lavora nell’area House, con prodotti biologici autoprodotti.
  • 14,15 /16,15: Fine giornata lavorativa
  • 17,30: Preparazione cena e attività domestiche, colloqui con social worker di riferimento, attività ricreative

 Che cosa significa essere giovani adulti  autistici in Urtica De Vijsprong?

Sono possibili progettualità e destini diversi dall’isolamento?

E’ possibile garantire ai giovani ragazzi affetti da autismo la possibilità di essere adulti, con il proprio autismo?

Voi che ne dite !?

Senza paura

E anche l’autore del terzo articolo sull’autonomia, Alfonso Totaro, 41 anni, un “papàmaritoavvocato” ci ha reso  facile presentarlo, facendo tutto da sè, …sarà il tema che ispira!?!

Alfonso ci racconta  le sue riflessioni personali di papà sul tema dell’ Autonomia, affrontando  il  ruolo chiave che i genitori hanno rispetto all’evolversi del rapporto dei propri piccoli con la sperimentazione dell’autonomia e la paura  ma ci parla anche delle paure e sfide che affrontano i genitori , anzi …nel dettaglio i papà!

Buona lettura,

tutta d’un fiato…senza paura!!! 

Grazie Alfonso ! 

Salve, mi chiamo Alfonso Totaro, ho 41 anni, sono un papà, marito e un avvocato…tutto insieme e senza un ordine preciso..

Fatte le dovute presentazioni mi cimento in questa impresa. Condividere il mio pensiero sul tema: ” Autonomia”.

Liberata la mente mi è tornato alla memoria un episodio vissuto che descrive bene cosa penso di questa parola piena di significato che mi mette in crisi in modo profondo.

Provo a raccontarla.

Una mattina della scorsa settimana, lasciando Giacomino all’asilo, mentre io e Cristina ( la mamma) uscivamo dalla struttura, una nostra amica, mamma di un compagno di classe del nostro pargolo, ci ha detto: ” certo che la mamma di Simone, a cinque anni gli mette ancora le ciabatte lei, quando crescerà questo bimbo?” .

La fretta del mattino ha fatto sedimentare questa osservazione per qualche giorno, esattamente fino a quando non mi è stato chiesto di scrivere queste righe.

Per me la parola autonomia significa: lasciare andare, lasciar crescere, rendere liberi i nostri figli, anche e soprattutto da noi genitori.

Per me la parola autonomia non significa invece: plasmare un essere umano a nostra immagine e somiglianza, fargli vivere la nostra seconda vita, ( quella che noi non siamo riusciti a vivere e/o diventare), creare una dipendenza infinita fatta di sensi di colpa basati sul ricatto tipico della frase: ” dopo tutto quello che ho fatto per te…..”

Insomma, si sarà capito che questa parola per me evoca un senso di eterno conflitto.

In primo luogo con noi stessi. Infatti da un lato vogliamo essere autonomi, perchè ciò ci rende forti e indipendenti verso i rapporti esterni, ( lavoro, professione, relazioni interpersonali). Mentre dall’altro, nelle relazioni emotive più importanti, ad esempio nei confronti dei nostri figli, siamo portati, almeno io in modo particolare, a pensare che voler bene e prendersene cura significhi sostituirsi a loro, nell’agire ed a volte anche nel pensare.

E così giorno dopo giorno, il più delle volte in modo del tutto involontario, nel quotidiano viviamo combattuti tra legare le scarpe, vestire, prendere in braccio, lavare i denti e persino pronunciare pensieri al posto dei nostri cuccioli. Salvo poi la sera, quando finalmente arriva il silenzio ed abbiamo quel momento magico, mentre li guardiamo sognanti nel letto, in cui ci rendiamo conto della giornata appena trascorsa e ci ripromettiamo mille buoni propositi per l’indomani, che puntualmente verranno disattesi.

Come fare per vincere questo stato d’animo in cui ci troviamo invischiati nostro malgrado?

In questi ultimi due anni, a causa di alcune vicende familiari, ho avuto modo di confrontarmi con alcune persone che mi hanno fatto comprendere l’importanza per noi genitori di un concetto molto semplice..”noi non siamo in grado di proteggere i nostri figli da tutto e da tutti“.

Non lo siamo perchè non siamo eterni e perchè la vita, purtroppo, porrà loro davanti a tanti momenti difficili, ed in molti di questi noi non ci saremo.

Non è stato facile per me assimilare questo concetto. La prima risposta è stata: ” come, io sono suo padre, finchè ci sono io lui non può soffrire” ma poi, dopo cinque minuti( forse anche meno) mi sono accorto di quanto fosse stupida questa affermazione. Stupida perchè frutto di un luogo comune che impone al maschio di assumere questo ruolo. Stupida perchè implicitamente porta dentro di sè la nostra vulnerabilità ed il nostro non accettare ciò che è ovvio.

Se invece facciamo nostro e condividiamo questo concetto sarà molto più semplice, almeno in parte, lavorare per rendere veramente autonomi i nostri figli, fornendo loro tutte le esperienze, gli strumenti e i metodi per crescere, mettendo da parte le nostre paure che ci sono e ci saranno sempre.

Voglio concludere in modo positivo dicendo che il conflitto con noi stessi si può vincere cercando di avere ben scolpita nella nostra mente l’immagine e la gioia che i nostri figli ci trasmettono quando corrono verso di noi e, con il cuore in gola e ansimanti, ci raccontano cosa sono riusciti a fare da soli durante il giorno, oppure in una gita con la scuola o in un pomeriggio di giochi con gli amici. Con quell’immagine davanti agli occhi vedremo il nostro io rimpicciolirsi sempre di più e riusciremo così a non nasconderci dietro la scusa della fretta per uscire di casa, fretta per andare a dormire, dietro la paura che tutto possa accadere ( benché ciò sia vero nonostante noi) e, finalmente, riusciremo a vedere camminare i nostri figli verso la loro vita, diventare uomini e donne pieni di coraggio e responsabili di loro stessi, pronti ad affrontare il mondo.

Ci riusciremo? Chi può saperlo. Almeno proviamoci!

 

Libera professione e autonomia dell’assistente sociale

Il secondo contributo sul tema dall’autonomia, ci arriva dalla Sardegna ed è il prodotto di sintesi del lavoro di ricerca che  Maria Dalila Uras  ha svolto per la sua tesi magistrale!

Maria Dalila ha 28 anni è ed è già consigliera del neoeletto (Luglio 2017)  Consiglio dell’ Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Sardegna , è di Ittiri ma noi l’abbiamo conosciuta a Torino in qualità di relatrice della I Conferenza Italiana  sulla Ricerca di Servizio Sociale  !

La nostra giovane collega ha intrapreso gli studi della laurea triennale e magistrale presso l’Università degli Studi di Sassari e (dopo entrambe le lauree alcuni percorsi di inserimento lavorativo e il servizio civile nazionale) ha iniziato ad esercitare la professione , principalmente in ambito socio sanitario,  prima a Olbia e ed ora a Sassari  presso la GeNa, l’Opera Gesù Nazareno centro di riabilitazione socio-sanitaria per persone con disabilità psichica

Maria Dalila si è  avvicinata ed ha approfondito  il tema della libera professione e dell’autonomia professionale  nel lavoro di ricerca della sua tesi magistrale,  presentando la ricerca effettuata alla comunità professionale nel suo abstract presentato in occasione dell’evento della  neo- nata Società Italiana di Servizio Sociale (SocISS) il Maggio u.s. a Torino…

…ovviamente questo ci ha indotte a “stalkerizzarla” e chiederle con insistenza di scrivere per il nostro blog !

Ed eccolo qui , il suo interessante e approfondito articolo!

Vi consigliamo di decidicare tempo e spazio a questa lettura , perchè una giovane collega che si dedica alla Ricerca accedemica e contribuisce a raccontare la professione , merita ascolto ed attenzione!

Capire se la libera professione possa essere una risorsa nella crisi del welfare attuale e una modalità di lavoro in grado di “riavvalorare” la professione rimane una sfida aperta e sempre affascinante.

Buona lettura…e GRATZIAS Maria Dalila Uras !!



Libera professione e autonomia dell’assistente sociale

Inquadrare e definire la libera professione

In Italia l’attività subordinata dell’assistente sociale ha una tradizione ormai consolidata, mentre l’attività autonoma dell’assistente sociale, intesa particolarmente come libera professione è pressoché “nuova”.
La libera professione trova definizione e fondamento nella Legge n.84 del 1993 in cui l’articolo 1 recita che “l’assistente sociale opera con autonomia tecnico-professionale e di giudizio in tutte le fasi dell’intervento […]. La professione di assistente sociale può essere esercitata in forma autonoma o di rapporto di lavoro subordinato”. Tale legge ha ribadito in sostanza quanto già affermato con il D.P.R. 14 del 1987 cioè che la professione può esercitarsi sia in un rapporto di lavoro subordinato che in maniera autonoma.
Nel quadro attuale le esperienze di libera professione sono ben poche e sono rintracciabili in ambiti di intervento sviluppati soprattutto “in zone geografiche caratterizzate o da scarso investimento pubblico nei servizi alla persona (si tratta, dunque, in questi casi, di una scelta quasi “obbligata” per esercitare la professione, soprattutto nelle regioni meridionali) o in realtà in cui è possibile “spendere” sul mercato competenze specialistiche a livello organizzativo e consulenziale (questo avviene soprattutto nelle regioni del centro e del nord del paese)”.
In un passaggio dal welfare state (“solo pubblico”) al welfare mix (“pubblico e privato”) e in un’evoluzione verso quello che viene chiamato welfare societario o welfare generativo (in cui lo stato funge da ordinatore generale in una società che si “autoregola”), la libera professione dell’assistente sociale viene influenzata dalle politiche governative, dalle politiche economiche e da quelle sociali nei livelli macro (europeo), meso (nazionale) e micro (regionale), che incidono sui fattori di spinta e/o di stagnazione, di freno di questo aspetto della professione.
Dai dati, assai limitati disponibili, la libera professione “sembra interessare circa il 3% degli iscritti all’albo professionale (dato nazionale). È un qualcosa che “sta iniziando” a svilupparsi e l’esercizio della libera professione può assumere varie forme, a volte, non semplici da distinguere ed identificare. Principalmente le possibili forme sono riconducibili: alla forma autonoma, in maniera associata per esempio in uno studio associato, in equipe con altre figure professionali, oppure tramite contratti a progetto, all’interno di società cooperative, ONLUS etc.

La ricerca empirica in Sardegna: metodologia e campione

La ricerca, circoscritta alla regione Sardegna, è iniziata con la consapevolezza di una scarsa presenza nel territorio di assistenti sociali libero professionisti. Per questo si è deciso di puntare sulla qualità delle interviste e non sulla quantità, usando una metodica di ricerca che facesse emergere le caratteristiche del fenomeno a livello locale.
Si è deciso di procedere alla ricerca utilizzando delle interviste in profondità, delle interviste biografiche. L’intervista biografica è un’intervista discorsiva che tenta di arrivare in profondità, è un’intervista ermeneutica ed anche motivazionale che fa, appunto, emergere le motivazioni e le spinte delle scelte di vita compiute dall’intervistato.
Gli obiettivi della ricerca empirica condotta sono stati quelli di: capire se ed in che termini la libera professione sia presente nel welfare sardo; che idea e concezione ne hanno gli stessi assistenti sociali; le aree di azione nel mercato; le risorse utili e i percorsi progettuali e di formazione necessari per arrivare a esercitare la libera professione, e cercare di capire se quest’ultima possa rappresentare realmente una risorsa nel “colmare” e “sopperire” gli interventi di un welfare sempre più in crisi.
Il campione della ricerca è stato selezionato con la preziosa collaborazione dell’Ordine regionale della Sardegna degli assistenti sociali, che ha fornito un elenco di tutti gli assistenti sociali che avevano dato il consenso per il trattamento dei dati personali (nel rispetto della privacy) e potevano essere quindi contattati per i fini della ricerca. Le persone presenti sull’elenco sono state contattate tramite una e-mail all’indirizzo di posta elettronica. Tra tutti i colleghi che hanno risposto offrendo, in maniera positiva la loro disponibilità, è stato selezionato un campione di dieci assistenti sociali.
Il campione è molto “variegato” al suo interno e presenta delle caratteristiche peculiari, infatti, nonostante quella dell’assistente sociale sia un professione “al femminile”, all’interno del campione è presente un numero importante di uomini (4 su 10). Il dato anagrafico dell’età è un altro elemento importante e varia dai 26 anni del libero professionista più giovane ai 63 di quello più avanti con l’età. Le esperienze di libera professione PURA sono solamente 3 all’interno del campione e quelle nella forma IMPURA sono 8, mentre 1 caso è l’emblema della “voglia” di affacciarsi al mondo della libera professione tramite un proprio progetto di imprenditoria già definito.
Si precisa che per PURA si intende una modalità di lavoro realmente “libera” dal settore pubblico, tramite la quale l’assistente sociale fa autoimpresa o crea impresa, uno studio associato etc. Fare libera professione significa progettare ciò che si vuole fare per vendere nel mercato il proprio prodotto sociale; significa fare un bilancio delle competenze e mettersi in gioco costantemente fronteggiando i rischi delle logiche di mercato; e significa anche creare benessere e “innovazione” andando a colmare dei “buchi” di mercato scoperti in cui emergono i bisogni delle persone di una data comunità. Il libero professionista è un assistente sociale “libero e indipendente”, è un professionista che decide di “spogliarsi” dell’habitus del lavoratore dipendente, come comunemente si vede e viene visto, per diventare “altro”: un imprenditore e capo di se stesso.
Mentre per IMPURA si intende una modalità lavorativa che, non ha scelto personalmente l’assistente sociale e non fa parte di una sua idea progettuale, ma che gli e stata “imposta”, calata dall’altro dall’istituzione pubblica o privata come forma di assunzione. In questo caso l’assistente sociale è un libero professionista solo nella forma e la libera professione è “di facciata”, poiché è titolare di partita IVA, però, in realtà è un dipendente a tutti gli effetti in quanto svolge le attività che gli vengono richieste e non quelle che lui sceglie in quanto “libero”. L’esercizio della professione, avviene così in una forma ibrida, di sintesi di due regimi lavorativi differenti e/o se vogliamo “antagonisti”.
Confrontando queste due forme di libera professione emerge una diversa sfaccettatura della libertà e dell’autonomia del professionista. Nella libera professione pura l’assistente sociale è infatti realmente libero e autonomo, in grado di muoversi dentro il mandato professionale ma non istituzionale giacché, non è in nessun modo dipendente da alcuna istituzione pubblica o privata e coltiva il proprio lavoro nel disegno del suo progetto e del prodotto sociale scelto. Nella libera professione impura tutto questo non accade a fronte dei limiti che vengono imposti dal mandato istituzionale, infatti, essendo questa forma una mera modalità contrattuale l’assistente sociale ha una libertà e un’autonomia “limitate”, certo, sempre nel rispetto del Codice Deontologico che nel Titolo secondo dei Principi all’art.10 recita che: “l’esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull’autonomia tecnico-professionale, sull’indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza dell’assistente sociale. L’assistente sociale ha il dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a rischio”.
Nella ricerca effettuata l’analisi del campione è stata di fondamentale importanza per comprendere come per diventare liberi professionisti sia imprescindibile una formazione ad ampio raggio ed una progettazione capillare di ciò che si vuole fare.

Formazione e progettualità

Non è possibile improvvisarsi come assistente sociale né tanto meno come libero professionista. Non si nasce liberi professionisti e non lo si può diventare neanche in un “battito di ciglia”, occorre: tempo, preparazione, esperienza (sia personale che professionale), motivazione, competenze. Nella sua “cassetta degli attrezzi” un assistente sociale deve possedere una formazione, caratteristiche, attitudini e competenze particolari per poter esercitare in regime libero professionale.
La formazione professionale degli intervistati infatti non si limita solamente alla laurea triennale poiché, ogni professionista ha ampliato le sue conoscenze nel tempo tramite precisi percorsi formativi. La formazione è un’esigenza importantissima: consente al libero professionista di sopravvivere nel mercato sociale e di rimodulare i propri interventi andando ad offrire ciò che viene richiesto dagli utenti/clienti cercando di battere la concorrenza ove sia presente. Ma su cosa è più opportuno formarsi? Ovvero in che ambito? La risposta a questa domanda dipende dalle propensioni personali, attitudinali e caratteriali di ogni singolo assistente sociale.
Dalle interviste è emerso come per diventare un assistente sociale libero professionista, è fondamentale inoltre avere un metodo e una metodologia precisa che, accompagni il professionista nel suo progetto a individuare un’idea di partenza, definire il prodotto sociale che si vuole vendere sul mercato, compiere un’analisi dettagliata di quest’ultimo e della eventuale concorrenza. Solamente dopo aver fatto tutto questo è possibile iniziare ad impostare il progetto vero e proprio, realizzandolo tramite il perseguendo gli obiettivi prestabiliti e tramite la comunicazione dell’impresa nel mercato obiettivo.
Una similitudine assolutamente armoniosa, riscontrata nelle riflessioni del campione, è: tra i momenti necessari per arrivare ad essere un assistente sociale libero professionista e le tappe fondamentali del processo di aiuto. Riflettendo su questo concetto si può notare come tutte le fasi (raccolta dati, analisi, valutazione, ipotesi progettuale, realizzazione progetto, verifica, valutazione e conclusione) si riflettano sul percorso progettuale necessario per realizzare un’impresa sociale e produrre un determinato prodotto sociale, promuovendolo nel mercato.

photo by Gabriele Doppiu

Aree di azione nel welfare locale

Per individuare le aree di azione nella specificità del territorio sardo si è analizzato il quadro della situazione attuale, sulla base del regime dell’esercizio professionale (forma pura o impura), ma anche sulla forma singola o associata, evidenziando come la libera professione sia presente nelle diverse aree:
del segretariato sociale,
della consulenza (mediazione familiare e penale, supervisione professionale e organizzativa, progettazione dei servizi, accreditamento e percorso valutazione-qualità, consulenza sociale e selezione del personale),
della comunicazione (giornalismo, fotografia sociale e consulenza comunicativa),
della formazione (formazione professionale e docenza)
e dell’area giuridica (cariche di giudice onorario e consulente tecnico).
L’attività del segretariato sociale è svolta trasversalmente da tutti e 9 gli assistenti sociali rientranti nel campione della ricerca. È un’area che interessa sia gli assistenti sociali che lavorano nella forma pura (singola o associata) sia coloro che lavorano nella forma impura (nel pubblico o nel privato).
Spostandoci nell’area consulenziale emerge come gli assistenti sociali libero professionisti puri si occupino maggiormente di fare mediazione familiare, supervisione professionale e supervisione organizzativa, accreditamento e percorsi di valutazione qualità, nonché consulenza sociale e selezione del personale; rispetto agli assistenti sociali liberi professionista nella forma impura, che si occupano in maniera prevalente solo della progettazione dei servizi e della consulenza sociale.
Questo rappresenta un dato importante, infatti, malgrado molti assistenti sociali libero professionisti impuri abbiamo il titolo di mediatore familiare non esercitano in tale veste. Molti di loro vorrebbero farlo in un prossimo futuro in una visione progettualistica, ma per il momento rimangono di fatto “dipendenti” con una partita IVA, senza un proprio personale progetto di impresa sociale.
Per quanto riguarda l’area comunicativa di azione di un libero professionista, dalla ricerca si è potuto rilevare come essa sia un ambito poco sondato. Il giornalismo sociale è stato praticato solamente da un’assistente sociale che, ha scritto due articoli. Gli argomenti inerenti gli articoli sono legati al progetto di tesi specialistica dell’intervistata riguardante la partecipazione al PLUS quale strumento di programmazione a livello locale. Occorre inoltre precisare che l’assistente sociale autrice degli articoli non è stata pagata per le pubblicazioni poiché sono riviste scritte in termini “volontaristici” dagli operatori che “parlano a loro stessi” e rappresentano degli spazi di riflessione e dei momenti di condivisione professionale. Il giornalismo sociale in senso puro è un’area di azione ancora poco sviluppata ma in cui l’assistente sociale può investire il proprio saper fare.
Nella ricerca è possibile notare come la fotografia sociale e la consulenza comunicativa siano due ambiti in cui l’intervento degli assistenti sociali del campione della ricerca è completamente assente. Come affermato anche nella parte teorica sono delle aree in fase di crescita (soprattutto quello della fotografia sociale) che potrebbero rappresentare in un futuro neanche troppo lontano degli spaccati in cui poter investire nella libera professione.
Proseguendo nell’analisi dei dati della ricerca, relativi alle aree di azione, per quanto concerne l’area formativa è possibile evidenziare come la formazione professionale e la docenza universitaria vengano svolte solamente da due assistenti sociali all’interno del campione.
Emerge inoltre come non ci sia nessun collega che svolga il ruolo di docente nelle scuole medie superiori. L’area della formazione vede una scarsa presenza degli assistenti sociali ma nonostante ciò può rappresentare comunque un importante ambito di sviluppo per la professione dell’assistente sociale.
Infine per quanto riguarda l’area giuridica è emerso come all’interno del campione selezionato nessun assistente sociale avesse la carica di giudice onorario o quella di consulente tecnico. Si ha una completa assenza in questo settore, nel territorio sardo, della figura dell’assistente sociale. In generale queste non sono delle aree con una forte presenza di assistenti sociali, nonostante la professione presenti tutte “le carte in regola” per poter assumere questi incarichi. Sicuramente occorre avere una grande esperienza e formazione per poter diventare sia giudice onorario che consulente tecnico e per riuscire a lavorare in queste aree è necessaria una progettazione precisa sul da farsi. Comunque l’area giuridica può essere vista come un settore su cui investire per coloro che intendono svolgere la libera professione in questi termini.

La libera professione come sfida e risorsa

photo by Gabriele Doppiu

 

Dalla ricerca è emersa la consapevolezza di scarse risorse e dell’importanza di una necessaria concertazione degli interventi tra pubblico e privato. L’immagine è quella di una situazione difficile che vede quasi azzerata la presenza della libera professione e che vede lo sviluppo della stessa in salita.
Oggi i fattori sociologici che favoriscono la libera professione sono essenzialmente due: la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione dei servizi alla persona. Ma la libera professione non può essere confusa con il lavoro flessibile, quindi con la flessibilità e la precarizzazione del lavoro presente nel contesto attuale perché è molto di più.
Gli intervistati concordano nell’asserire che la libera professione è un fenomeno che si dovrebbe e potrebbe sviluppare perché, quello che può fare un libero professionista è: riprendere in mano il lavoro sociale e farsi promotore di cambiamento e attivatore di risorse in un momento storico in cui, la sua funzione si sta “snaturando” nel lavoro dipendente, a favore di logiche burocratiche e meramente amministrative (questo accade soprattutto nelle piccole amministrazioni in cui l’organico non permette una corretta suddivisione dei compiti) che vedono spesso, l’assistente sociale solo come un erogatore di prestazioni standardizzate.
Dalla ricerca è emerso come gli assistenti sociali dipendenti di un ente locale siano – non per loro volere ma per una logica di sistema “mal organizzata” – oberati di lavoro, ridotti a lavorare nella continua emergenza con una progettualità alle volte davvero minima, svolgendo prevalentemente compiti burocratici da amministrativi in una carenza di risorse che poco ha a che fare con la garanzia dello “stato del benessere”. Qui emerge la libertà di azione che possiede un assistente sociale libera professionista (come la dicitura stessa ci suggerisce) rispetto ad un assistente sociale dipendente che si ritrova “incastrato” nelle dinamiche amministrative e burocratiche dell’istituzione di cui è dipendente.
In questi termini la libera professione è sempre una scelta, una scelta di libertà, una scelta di non voler essere un burocrate e avere una maggiore autonomia sullo sviluppo del proprio lavoro sociale.
In base alla lettura dei trend del welfare attuale e alla luce di quanto detto finora la libera professione si rivela quindi quasi necessaria nel lavoro di mercato. Tuttavia malgrado la situazione, la presenza degli assistenti sociali libero professionisti è davvero esigua sia a livello nazionale che a livello regionale.
Dalla ricerca sociale effettuata si è potuto rilevare un aspetto molto importante riconducibile alla sfera dell’identità professionale dell’assistente sociale. Infatti tutti gli intervistati concordano nel ritenere che sia necessaria una forte identità professionale per potersi poi identificare e riconoscersi come liberi professionisti nel mercato sociale in cui si intende andare ad operare.
Emerge una forte necessità comunitaria di sentirsi professionisti, di comunicarsi come tali e di essere riconosciuti nel mercato sociale. Una riflessione che ha accompagnato tutte le interviste è stata appunto questa: partire da se stessi e dalla comunità professionale creando un’identità forte in grado di mandare un messaggio importante, perché se neanche il singolo assistente sociale in quanto libero professionista si riconosce tale, com’è possibile che il riconoscimento provenga dall’esterno? Occorre avere una piena consapevolezza del proprio ruolo, di ciò che si è e si può fare, arrivando in questo modo a ricevere il giusto riconoscimento nel mondo pubblico e privato.
La libera professione è una modalità per attribuire il giusto valore al lavoro sociale, ma la si vede anche come una risorsa in grado di offrire un lavoro maggiormente qualitativo se ci fossero anche più colleghi nel territorio con i quali condividere e dividere il lavoro che si intende prestare all’interno del mercato sociale.
Gli assistenti sociali presenti all’interno del campione vorrebbero che la libera professione si sviluppasse nel territorio anche per avere dei punti di riferimento con cui confrontarsi e creare dei momenti di incontro utili per tutta la comunità professionale, andando a creare e/o aumentare il senso di appartenenza e il senso di identità che purtroppo alle volte tende ad essere debole.
È necessario mettere in atto delle azioni che “aprano la mente” e facciano intravedere orizzonti differenti all’interno dei quali il lavoro sociale si può inserire sotto nuove vesti (quelle imprenditoriali). Emerge il desiderio di vedere approfondito l’argomento anche all’interno dell’ambiente formativo universitario in cui attualmente si parla pochissimo di libera professione, mentre dovrebbe essere presentato, già all’interno del contesto accademico, come una reale prospettiva lavorativa, in un momento di crisi come quello attuale, in cui il settore pubblico sta riducendo in maniera drastica le possibilità di assunzioni.
I professionisti intervistati credono che la libera professione possa essere una risorsa in grado di “scrollare” di dosso agli assistenti sociali gli stigmi pregiudizievoli di chi ormai viene visto solo come un “ladro” di bambini, o come colui che eroga il contributo economico per sopperire al pagamento della bolletta della luce. Può diventare la modalità attraverso cui far passare il messaggio che si è veramente professionisti dell’aiuto.
In conclusione la libera professione potrebbe rappresentare una risorsa per gli stessi assistenti sociali, “riavvalorando” la professione e aprendo le porte della ricerca di nuove prospettive per il lavoro sociale, spingendo i professionisti a comprendere appieno il proprio ruolo e ad approfondire le modalità attuali e quelle future di esercizio della professione all’interno di un sistema di welfare sempre più in crisi.

 

n.b. Una ulteriore rielaborazione del lavoro di ricerca, effettuato da Maria Dalila Uras,  e sua sintesi trasmissimbile è l’ ‘articolo “L’assistente sociale libero professionista: la nuova prospettiva del lavoro sociale nella crisi del welfare” nella Rubrica del Centro Studi Iris Socialia. Notiziario S.U.N.A.S. (Sindacato Unitario Nazionale Assistenti Sociali). Anno XXV, Numero 22, Giugno-luglio 2016.

RIFLETTENDO SULL’AUTONOMIA

 

Il primo articolo sull’autonomia ci arriva caldo caldo dall’Emilia Romagna, la collega Elisa Comandini , ci ha reso  facile presentarla e ancora più facile apprezzarla con il suo contributo! 

Elisa ci conduce destreggiandosi e aiutandoci a destreggiarci  tra le sue riflessioni personali e professionali lungo un percorso di conoscenza sul tema dell’ Autonomia restando sempre in equilibrio, sopra la follia ! 

Mettetevi comodi, anzi …in equilibrio !!! 

E buona lettura !

 

Quando Giulia mi ha chiesto di scrivere 2 righe sull’autonomia …è successa una cosa curiosa:

mi sono accorta di quanto una parola,  ascoltata o pronunciata  ad uno scopo, piuttosto che per un altro, e con un uso diverso dal solito,  possa riempirsi improvvisamente di una miriade di significati, che l’attimo prima non le  avevi lontanamente attribuito.

Ho sentito, così,  la necessità di riprendere il dizionario in mano e riappropriarmi della sua etimologia,  per poi chiedermi di quale senso avessi, io, riempito quel termine; che cosa fosse per me l’autonomia, come persona e come professionista.

Con il termine autonomia  (dal greco antico autònomos, parola composta da  auto – e  nomos, “legge”, ovvero “legge propria”) si intende la possibilità per un soggetto di svolgere le proprie funzioni, senza ingerenze o condizionamenti da parte di terzi.

In diritto, autonomia è la possibilità per un organo di svolgere funzioni o incarichi senza influenze altrui;

in meccanica, raffigura la capacità di una macchina di funzionare senza rifornimento di energia;

e nella teoria dei sistemi,  è la proprietà di un  insieme di determinare da sé le interazioni che lo definiscono.

Già da qui, mi si sono aperti infiniti collegamenti e relazioni, che hanno indotto a ricercare i sinonimi di quello stesso lemma: “Libertà, autogestione, indipendenza, autosufficienza, autodeterminazione”; ed ancora, a ragionare sui suoi contrari, come “Dipendenza, sottomissione, subordinazione, soggezione”.

Mi sono poi  fermata a riflettere su quante volte avessi utilizzato questo vocabolo in una relazione,  o in che misura l’avessi impiegato in un progetto, e perfino in quali occasioni l’avessi richiesto a me stessa.

 

Ho riletto il nostro codice deontologico, accorgendomi che la parola “autonomia” viene citata ben 7 volte:

“La professione è al servizio delle persone…ne valorizza l’autonomia …;

l’esercizio della professione si basa…sull’autonomia tecnico-professionale, sull’indipendenza di giudizio…;

l’assistente sociale ha il dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti…;

…deve impegnare la propria competenza professionale per promuovere la autodeterminazione degli utenti … la loro potenzialità ed autonomia;

…deve chiedere il rispetto del suo profilo e della sua autonomia professionale;

…l’assistente sociale che svolge compiti di direzione o coordinamento è tenuto a rispettare e sostenere l’autonomia tecnica e di giudizio dei colleghi…;

…risponde ai responsabili dell’organizzazione di lavoro per gli aspetti amministrativi, salvaguardando la sua autonomia tecnica e di giudizio”.

E poi ho ripensato a  quello che le situazioni seguite  mi hanno insegnato in merito…

Nel corso degli anni lavorativi ho “viaggiato” con molteplici viandanti, ciascuno nella propria categoria di mezzo, ognuno con il proprio bagaglio.

Per ciascuno di loro l’ “autonomia” rappresenta qualcosa di diverso.

Cosa mi hanno lasciato i bambini di quel termine?,  Che cosa rappresenta per loro?

…Il legame con le origini, la dipendenza fisiologica con chi ti genera e quella emotiva con chi ti ama, o con chi avrebbe dovuto farlo…

Cos’è l’autonomia per una donna sola? e che cos’è per la persona che sviluppa una dipendenza affettiva da un compagno e ne accetta e normalizza ogni atteggiamento?;

che cosa produce la dipendenza economica, a che cosa porta, a quali compromessi induce?

Ecco allora come la parola “Autonomia” rimandi all’antitesi della dipendenza, verso una sostanza, da un legame, da un ricordo, da un’ossessione, da un desiderio o da una scelta.

Ed ancora…

“Autonomia”, come superamento di un limite fisico, o come la necessità di un aiuto costante.

Mi chiedo: siamo davvero, poi,  così autonomi?

O qualcosa e/o qualcuno,  per ciascuno, rappresenta se non un limite un condizionamento? …Mi riesce difficile non pensare a come le mancanze, i vissuti individuali, finiscano per condizionare e veicolare, più o meno consciamente, i nostri percorsi, inficiandone di fatto, quella capacità d’autogoverno immune dalle radici e dal dna.

Ai miei utenti dico sempre che ciascuno è portatore di almeno un handicap, solo che… alcuni si vedono ed altri no.

Le rappresentazioni mentali di “handicap/disabilità” verso quelle di “autonomia/abilità” vengono spesso accostate, eppure, ci sono fragilità non evidenti molto più limitanti di una menomazione corporea.

Ritengo che la nostra professione sia come un’università continua, nella quale apprendi dalle vite altrui le più importanti lezioni, quelle nozioni che nessun ottimo libro saprà trasmetterti così in profondità.

Ecco perché amo questo lavoro:  perché smonta ogni certezza, rende tutto individualizzabile e ti prova, ogni giorno, che la realtà supera di gran lunga la fantasia, e che ogni storia ti dimostra qualcosa.

Che cos’è l’autodeterminazione per un ragazzo autistico?

Che cos’è l’autonomia per colui che dopo un evento traumatico si trova a non poter eseguire nemmeno  i gesti più semplici da solo?…;

cos’è l’indipendenza per un paziente con SLA, che vorrebbe scacciare con un dito la mosca dalla propria fronte, la vede, la sente, ci prova  e non ci riesce più ?…

Infine, mi sono trovata a riflettere sull’interconnessione tra il termine resilienza e quello di autonomia…

La capacità di un corpo o di un organismo di resistere agli urti della vita, di preservare quella carica energetica indispensabile per la sopravvivenza, fisica ed intrapsichica, il mantenimento costante di quel precario equilibrio.

 

E come sovente accade…

Sono più le domande delle risposte,

esattamente come, noi tutti,  siamo più ciò che ci manca di ciò che ci riempie…

E spesso, consapevolmente o meno, è più l’assenza, che non  la presenza, che ci muove…

 

Così come, il professionista che siamo, lo fa la persona che siamo,

quella che diventiamo ……più o meno Autonomamente…… .

 

Elisa Comandini