ArMARSI DI TALENTO

Siamo orgogliosissime del nuovo avvio di questo spazio e trepidanti per la presentazione del primo contributo!

Chi ci scrive è Francesca Granata, Progettista sociale e Professionista specializzato in percorsi di RdA presso Consorzio Sociale Abele Lavoro, ovvero in percorsi di Reconnaissance des Acquis, noi l’abbiamo conosciuta tramite il nostro sportello di orientamento ai servizi del territorio di Torino e grazie a lei Assistenti Sociali Online è sbarcata su Telegram per la prima volta, forse un anno fa!

Ci racconta di un nuovo meraviglioso progetto, immergetevi nel testo e contattatela se vi ha incuriosito!

Grazie Francesca per aver aperto il blog nel 2020 e buona lettura a tutti voi!

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Per le donne italiane il lavoro rappresenta ancora un serio problema: per il 50% di noi il lavoro non c’è. Quando lavoriamo, poi, spesso incontriamo la precarietà, la segregazione in alcune professioni, la retribuzione insufficiente, per non parlare del rapporto lavoro e maternità: il rischio è che la carriera rimanga un “mestiere” dei nostri compagni, mariti o fratelli.

Questi argomenti li conosco bene: mi sono trovata, nella mia vita professionale, in difficoltà, confusa sul mio ruolo, poco realizzata.  Per non parlare di quando il lavoro lo cercavo: che periodo faticoso!

È proprio per questo che, con una magnifica collega, abbiamo creato ArMARSI DI TALENTO; perché, tutte noi, abbiamo bisogno di dedicare del tempo al nostro talento, di farlo diventare la nostra forza, la nostra armatura e di amarlo.

Ogni donna, nell’arco della vita, attraversa più fasi scoprendo e confrontandosi ogni volta con nuovi aspetti di sé: in questi casi è importante mettere a fuoco i propri bisogni e valorizzare le proprie competenze. “ArMARSI DI TALENTO” è un percorso esperienziale durante il quale si potrà fare luce sui singoli obiettivi, favorire la creatività, ricontattare i desideri perduti e sperimentare nuove capacità trasferendole in un progetto, lavorativo ma non solo. Il percorso, è rivolto a tutte le donne che sono alla ricerca di nuovi stimoli, che sentono il bisogno di vivere un cambiamento e una ri-progettazione di sè.🌷

I 5 incontri co-condotti sono frutto della danza di diverse metodologie: Reconnaissance des Acquis,  Photolangage® e le arti espressive.

Con “ArMARSI DI TALENTO” vogliamo metterci a disposizione di donne alla ricerca di un nuovo progetto lavorativo e non solo.

 

Per informazioni:

Pagina fb dell’evento: https://www.facebook.com/events/844006146029116/?active_tab=about

mail: lospaziochenonce@gmail.com

PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

Ma quanto abbiamo sentito la mancanza dei vostri articoli?

La nuova chiamata allo scrivere lanciata ad ottobre per narrare e diffondere i progetti dei nostri servizi, ha finalmente la prima e meravigliosa esperienza !!!

Chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, che già ci aveva abilmente trasportato a maggio 2018 dentro un’esperienza di condivisione, riflessione e narrazione!

E anche questa volta ci presenta un progetto legato al racconto, ad operatori che hanno scelto di volersi raccontare, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato!

Grazie davvero per la possibilità di diffusione di questa brillante iniziativa!!!

Buona lettura a tutti voi!

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PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

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Da alcuni mesi il nostro servizio, il servizio sociale dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino, collabora al Progetto Cose degli altri Mondi, uno spazio nel palinsesto di radio Archimede (www.radioarchimede.it).

Il perché va ricercato nelle parole che il sito utilizza per la presentazione della radio “Il Comune di Settimo Torinese e la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana hanno deciso di promuovere la nascita di Radio Archimede, consapevoli che la web radio è uno strumento flessibile, moderno ed innovativo, in grado di fare informazione ed intrattenimento in modo nuovo, dinamico, serio e professionale. Radio Archimede, con la sua presenza fisica all’interno della biblioteca, è prima di tutto la radio del territorio e si pone l’obiettivo di aggregare, intorno ad essa, giovani e meno giovani, associazioni, società sportive, mondo dell’informazione e realtà imprenditoriali, per partecipare ad un racconto della Città fatto di tante storie e tanti punti di vista differenti”. In altre parole, quando ci è stata offerta questa opportunità abbiamo pensato che potesse essere l’occasione per ‘uscire’ dai nostri uffici e far conoscere il nostro modo di lavorare ed i progetti pensati per la comunità.

Lo spazio radio a disposizione è condiviso con altri progetti ‘sociali’ della Città di Settimo, in particolare con l’Associazione Casa dei Popoli con la quale collaboriamo per diverse iniziative e partnership, dalla Pedagogia dei Genitori, allo Spazio compiti del Centro famiglia, o ancora le cene etniche.

Parlare alla radio vuol dire amplificare i messaggi, ma anche semplificarli. Significa rendere il nostro lavoro comprensibile per chi ci ascolta, provando a spogliarci da eccessivi tecnicismi e indossando abiti più vicini al sentire comune. Che cosa interessa di questo progetto? Perché il pubblico dovrebbe ascoltarci e ascoltarci con attenzione? Su quali bisogni troviamo un punto di contatto con il cittadino? Catturare l’attenzione può allora essere il primo passo per condividere, per favorire il coinvolgimento dei destinatari dei nostri progetti, per individuare nuove strade di ingaggio della persona a cui ci rivolgiamo.

Le resistenze iniziali di operatori che non hanno scelto di essere ‘mediatici’ sono state superate dalla voglia di raccontarsi, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato. Così abbiamo iniziato a raccontare di progetti per la comunità, di tematiche quali l’autismo o lo sport per disabili viste dagli interessati, abbiamo dato spazio ad associazioni che collaborano con noi, raccontato di esperienze di integrazione nel Centro famiglie. Un po’ abbiamo anche giocato, perché radio vuol dire musica, leggerezza e apertura verso linguaggi espressivi diversi.

Cosa dire ancora…che attendiamo i vostri feed back quando ci ascolterete e vi aspettiamo il giovedì alle 18.00 su Radio Archimede!

 

Dai cortili ai salotti

 

 

 

 

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Finalmente è arrivato! Ecco a voi il primo contributo sul tema del mese: Spazio!

Chi ha risposto alla nostra chiamata allo scrivere è Arianna Boscarino, una guida turistica davvero speciale, una narratrice delle periferie di Torino e dei loro dintorni, organizzatrice di
Tour che raccontano di Storia, Lavoro, Ambiente, Sviluppo Urbano e di Trasformazioni Sociali
Per cittadini curiosi!

Nel testo entrerete con lei in uno Spazio davvero speciale, i cortili di Torino!

Buona lettura a voi e ancora grazie ad Arianna!

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Durante il lavoro di preparazione dei tour nel quartiere di Mirafiori, le storie che più mi hanno affascinato sono quelle che descrivono la vita nei cortili delle case popolari tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta. In particolare mi capita spesso di confrontare le esperienze di gioco libero e all’aperto di quegli anni con quelle che ultimamente osservo lavorando in un centro estivo per bambini di età dai 6 ai 10 anni. I bambini di oggi spesso si disperano se perdono o se non giocano a quello che vogliono loro, oppure dicono in continuazione “e adesso che si fa?” o “ma io mi sto annoiando” perché non trovano nulla con cui giocare.

Una volta bastava poco, dei gessetti, un elastico, delle biglie, un pallone, una corda e se non pioveva, i bambini stavano giù in cortile per ore. Trascorrevano il pomeriggio all’aperto e al sicuro, in quel luogo avventuroso e familiare che era il cortile in cui le uniche regole da rispettare, erano “su per l’ora di cena”, “niente risse”, “guai a chi rovina i pantaloni”.

I cortili esistono ancora ma nella maggior parte dei casi non sono più come una volta, lo spazio è come fosse invecchiato: ha perso le voci e i colori, è spesso occupato da garage o da macchine posteggiate, ci sono i bidoni della raccolta differenziata e ci sono molte più regole.

D’altra parte oggi come potrebbe essere diversamente?

Tra i nemici del “gioco libero” troviamo innanzitutto la mancanza di tempo. Il cortile non vuole orari e, per questo, non rientra più nell’agenda dei bambini che, terminata la scuola sono sempre più occupati nelle attività extracurriculari, di teatro, canto, chitarra, calcio, nuoto ecc. I pomeriggi sono

1            fitti di appuntamenti e il sabato e la domenica si deve stare insieme ai genitori che, difficilmente sono disposti a rinunciare alle quelle poche ore di tempo da dedicare ai loro figli in nome del gioco libero.

Poi, alla mancanza di tempo e di spazio libero in cortile si aggiunge anche l’assenza di comunità e solidarietà tra cond mini: non c’è più tolleranza al gioco e al rumore e senza il controllo di portinai è difficile trovare adulti che si assumano la responsabilità di guardare anche i figli degli altri.

C’è poi un’altra questione: il decoro e l’igiene condominiale. A questo proposito, quante volte capita di incontrare cond mini che credono che il posteggio delle biciclette in cortile danneggi il decoro e l’igiene condominiale più del posteggio delle macchine?

Oggi, i cortili rappresentano spazi di rappresentanza, zone asettiche di passaggio, anticamere dei parcheggi. Quando i bambini s’incontrano, giocano nei salotti di casa che, oltre ad ospitare la televisione, per certi versi hanno assunto il ruolo dei cortili, ovvero sono diventati i nuovi spazi di socializzazione.

Peccato, perché per la loro costituzione architettonica i cortili sono perfetti per creare una “terra di mezzo”, uno spazio fisico tra la casa e la strada, dove per il bambino esplorare è un rischio misurato e una sfida quotidiana.

Il gioco libero è naturalmente fondamentale per i bambini che imparano a rallentare i loro ritmi di vita: la noia e l’attesa non sono così negative perché stimolano la creatività e il saper scegliere quello che si vuole fare in quel momento. Inoltre, non si può  negare che la partecipazione al gioco nei cortili è stato e potrebbe continuare ad essere uno strumento in grado di superare le barriere del vicinato perché è un modo per conoscersi, rispettarsi e imparare le regole dello stare insieme.

 

Le parole come strumento di cura

Ed eccoci al primo articolo del mese sul tema della ricerca!

Chi ha risposto alla nostra chiamata allo scrivere è Maria Rita Di Gioia, psicologa-psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperta in neuropsicologia, Brain Trainer e felicitatrice del Sente-Mente® project dal 2015! Potete conoscere meglio il suo meraviglioso progetto di libera professione a Trento visitando il sito www.mariaritadigioia.it, e ancor più semplicemente, cliccando qui!

Nel testo Maria Rita Di Gioia tratteggia sapientemente un’importante quanto necessaria sfida per la costruzione di un mondo socio sanitario migliore, raccontandoci come la ricerca di un linguaggio potenziante permetta a noi professionisti di imparare a scegliere dove porre la nostra attenzione e con quali colori far scintillare le nostre parole, affinchè diventino davvero strumenti di cura.

Grazie ancora a lei per questo interessante contributo e buona lettura a tutti voi!

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LE PAROLE COME STRUMENTO DI CURA

 

 

Tra le infinite definizioni del sostantivo “parola” che si trovano sui tanti dizionari della nostra meravigliosa lingua, una colpisce in modo particolare e va dritta al cuore e alla mente ed è: “Rivelazione”.

La parola che svela, che apre uno squarcio nel buio delle nostre menti. Potenza e fascino della parola.

E’ fondamentale restituire alla parola la dignità che le compete, soprattutto di fronte a esseri umani resi vulnerabili dalla sofferenza e dalla vecchiaia.

Se pensiamo poi alle malattie neurodegenerative come ad esempio la malattia di Alzheimer leggiamo spesso parole come: malattia terribile, devastante, un ladro di memorie, con l’Alzheimer non sei più tu, è una malattia che ti porta via ciò che di più caro hai: la mente, se perdi i ricordi perdi tutto, non capisce più niente….

Nella non autosufficienza le cose non vanno di certo meglio: non sente niente, è un morto vivente, è un vegetale, di lui non c’è più nulla, è in stato vegetativo, è aggressivo, violento, sono rimasti solo i suoi vestiti…..

Queste sono solo alcune delle parole che usiamo per descrivere la demenza ed i suoi effetti……parole senza speranza, parole che connotano solo il problema e spesso lo identificano nella persona che con-vive con la demenza.

Kate Swaffer, avvocato australiano che vive con la demenza sottolinea che: “il linguaggio di una vita è difficile da cambiare e certamente non credo che l’intento sia dannoso, ma trovo sempre difficile rimanere ad ascoltare. Le parole sono così potenti. Possono costruire la nostra autostima ed il nostro buon umore, ma possono anche completamente annientarlo. Possono veramente far male! E noi, tristemente, ricordiamo solo le cose brutte. Cambiare il nostro linguaggio, in modo che le nostre parole non feriscano gli altri accidentalmente (o intenzionalmente), ne vale assolutamente la pena”.

Il linguaggio che usiamo può creare possibilità e cura, oppure impotenza e violenza: cosa scegliamo?

Se pensiamo a quante etichette mettiamo sulle persone in generale: quel bambino è iperattivo, Paolo è depresso, mio marito è demente, ecc emerge chiaramente la tendenza ad associare i sintomi all’identità della persona. Ma la relazione con le persone di cui ci prendiamo cura inizia da dove scegliamo di porre la nostra attenzione: partiamo dalla malattia o dalla persona?

Potremmo iniziare a dire: “quella persona con-vive con la demenza, con la depressione, ecc”, in questo modo identità personale e malattia non coincidono!

Quello su cui ci concentriamo cresce e quello a cui pensiamo si amplia. Quando dedichiamo attenzione a qualcosa e ne parliamo spesso faremo crescere d’importanza quella cosa. Ecco allora che potremmo imparare a scegliere a dove porre la nostra attenzione e con quali colori far scintillare le nostre parole affinchè diventino strumenti di cura.

 

Anche la ricerca scientifica sempre di più sta puntando l’attenzione sull’effetto terapeutico che un professionista sanitario può avere sulla relazione di cura.

Interessante è lo studio del dr. Lawrence Eghert condotto presso la Harvard Medical School e pubblicato sul “New England Journal of Medicine” in cui vengono divisi casualmente in due gruppi alcuni pazienti. Un gruppo è stato trattato da anestesisti allegri e ottimisti che scherzavano con i pazienti durante l’operazione, dicendo loro che sarebbe andato tutto bene e che non avrebbero provato molto dolore. L’altro gruppo è stato trattato dagli stessi anestesisti allenati però ad essere burberi, sbrigativi ed indifferenti. Il primo gruppo ha avuto bisogno della metà degli antidolorifici ed è stato dimesso, in media, 2.6 giorni prima.

Questo studio pone riflessioni importanti sul ruolo che i professionisti della cura hanno, sull’importanza della relazione, che già di per sé si mostra un potente agente terapeutico.

La dott.ssa Rankin scrive infatti: “senza il potere terapeutico dell’ascolto, del tocco amorevole, della parola, delle cure premurose e dell’intenzione curativa, cosa abbiamo da offrire ai pazienti, se non la semplice tecnologia?”

Per poter valorizzare questo aspetto è necessario pensare ad un nuovo vocabolario del mondo socio-sanitario.

Parole più potenti che creano una visione della vita più efficace. Le parole che utilizziamo per descrivere una situazione o per parlare alle altre persone, ma anche le parole con cui parliamo a noi stessi, creano nella nostra mente immagini ed evocano pensieri diversi.

Possiamo, sia come professionisti ma anche come familiari e/o volontari scegliere parole più potenzianti.

Queste parole non sono parole cariche di emozioni e basta, sono tutte quelle parole che evocano possibilità e riconoscono la libertà della persona della quale ci stiamo prendendo cura, sono parole che non identificano una persona “ingabbiandola” dentro una descrizione o una diagnosi. Le parole potenzianti sono quindi tutte quelle parole che non disegnano la malattia o i sintomi come un limite, ma sempre come una descrizione oggettiva ed un’opportunità.

Si coglie allora l’importanza di uscire da un linguaggio troppo tecnico per riuscire a raccontare momenti di assistenza ancora carichi di umanità e significato. Per cui le persone non vengono “messe a letto”, ma accompagnate in stanza per favorire loro un buon riposo, non vengono “portate in salone”, ma accompagnate, non viene somministrato da bere, ma gli si offre una tisana, non viene fatta una deambulazione assistita, ma si passeggia con loro, ecc.

Eugenio Borgna, famoso psichiatra italiano scrisse: “le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni”.

La parola può davvero diventare uno strumento di lavoro, per migliorare la cura e la relazione con le persone che assistiamo ogni giorno.

Credo che ogni professionista socio sanitario diventi “professionale” non solo perché ama il suo lavoro e lo svolge all’interno delle sue “norme”, ma soprattutto perché, in ogni istante della sua giornata, crea azioni, scelte, sguardi, sorrisi, parole e silenzi capaci di creare nell’altro (residente, collega, familiare, superiore, ecc) la sensazione di aver incontrato qualcuno di importante. Perché in fondo ogni incontro con l’altro smuove le nostre certezze, ci prende per mano e ci conduce dentro un turbinio di emozioni, là dove siamo tutti esseri umani, unici e fragili.

E’ necessario aprici a questo nostro mondo emotivo, che spesso teniamo così tanto sotto controllo per riuscire a scegliere parole più cariche di umanità e amore e riaccendere la vita dentro di noi e nell’altro. Una sfida, questa, difficile ma che merita di essere affrontata per poter costruire un mondo socio sanitario migliore.

Una sfida che come felicitatrice del modello Sente-Mente® ho scelto di fare mia ogni giorno. Questo modello, tutto italiano, ha preso vita nel 2014 grazie alle intuizioni di Letizia Espanoli, formatrice socio-sanitaria da quasi 30 anni.

Questo modello allena le persone e le organizzazioni socio sanitarie ad uscire dallo stato di impotenza, grazie ad un metodo capace di creare benessere sia per la persona malata, sia verso coloro che a vario titolo sono coinvolti nel processo di assistenza e cura. Ed il primo passo è proprio quello di cambiare il modo non solo con cui si guarda la persona malata, ma anche cambiare le parole che si scelgono quando si parla di e con lei.

 

NOVITA’ E/ E’ CAMBIAMENTO !

Il primo contributo sul tema della novità è una  un delicato ed energico “flusso di coscienza”, una riflessione a mente e cuore aperti che ci è stata “spintaneamente” regalata da  Gioacchino Orlando un poliedrico, giovane ed entusiasta collega. 

E quando diciamo poliedrico non lo diciamo a caso : ad oggi all’attivo nel  curriculum  di Gioacchino si trovano esperienze come la collaborazione in qualità di  Esperto di Servizio Sociale presso UIEPE di Torino ed Asti, la collaborazione con l’ Ass.ne Quore  tra le quali meravigliose attività troviamo TO- Housing il primo progetto di co-housing sociale per accogliere persone LGBT+ in  difficoltà  e la collaborazione presso Spazi ReAli di Aria con lo sportello sulle stesse tematiche LGBT+ . 

Il suo contributo ci parla di quanto per avere una vita personale e professionale ricca di novità,  il segreto potrebbe essere affrontare con desiderio, coraggio, metodo, ma anche un tocco di azzardo,  i cambiamenti che la vita ci propone quotidianamente! 

Buona lettura a tutti voi  e Grazie Gioa per il tuo contributo !!!!


NOVITA’ E/ E’ CAMBIAMENTO !

Il cambiamento è una costante della vita di molti giovani d’oggi, nel mondo del lavoro, in amore, nelle relazioni interpersonali, per via dello studio e insomma ci dobbiamo sempre reinventare ed adattare al nuovo.

Faccio una breve premessa, il mio sarà una sorta di flusso di coscienza in cui leggerete una serie di considerazioni fatte man man scrivendo, riferendomi  ai cambiamenti che sento in me dal momento della laurea ad oggi. Cambiamenti materiali e dentro di me.

Quando le colleghe di Assistenti Sociali Online mi hanno proposto di scrivere alcune righe sul tema, inizialmente mi sono domandato perché la scelta di Cristina fosse ricaduta su di me, poi nel giro di pochissimi secondi ho ragionato e mi sono accorto che in effetti di cambiamenti ne ho vissuti parecchi negli ultimi due anni. Ho compreso anche quanto ormai fosse lampante a tutti il fatto che la mia vita subisca scossoni in continuazione che sia io a volerlo o meno: vado a vivere da solo in città uscendo dal paesello di provincia, poi un anno torno dai miei genitori e dopo alcuni mesi vado di nuovo a vivere da solo. Che gran casino.

In tutto questo tran tran cambio circa quattro lavori passando da contratti uno più capestro dell’altro, intraprendo collaborazioni molto interessanti che fanno maturare il mio curriculum e la mia persona (e in tutto ciò nemmeno lo straccio di un uomo minimamente decente).

Insomma Gioacchino gira che ti rigira non si sa bene cosa faccia, dove si trovi e come te lo ritrovi.

E forse forse tutti questi continui cambiamenti nella mia vita hanno plasmato il mio stile di vita più di quanto in passato mi sarei aspettato: dal mio modo di stare con gli altri, al mio rapporto con i social media e il cellulare ed anche il modo di prendere appuntamenti con gli amici: ormai rispondo “aspetta devo guardare in agenda!” (sempre piena!), mentre prima segnavo tutto sulle note del cellulare o su foglietti sparsi giusto per tenere a memoria della festa “x”.

Eh, è proprio vero che si invecchia troppo in fretta… la mia mamma mi diceva spesso che dopo i 18 gli anni iniziano a volare con una incredibile velocità. Ed è proprio vero.

La vedo invecchiata nel volto, ma nel cuore è sempre la mia roccia. Certe cose però non cambiano mai!

Proprio perché il tempo scorre e la vita è una mi sono da sempre voluto dare una mossa su tutto, così da fare fare fare e conoscere più che potessi il mondo che mi circonda. Questa “fame di fare” ha messo in moto nel tempo, senza che ne fossi poi così conscio, una catena di meccanismi virtuosi i quali han fatto sì che la mia vita fosse necessariamente un divenire di eventi; in fondo perché ho scelto di lavorare con le persone e vuoi o non vuoi le persone lasciano una traccia di loro stesse in te: alcune sono in grado di tracciare un segno indelebile nella tua vita per tanto tempo coi loro pensieri e sentimenti. Le relazioni umane sono fatte per cambiarti, a volte anche di poco, ma ti cambiano. Non tutte, ma le più significative un segno lo lasciano.

Ora che mi trovo a digitare un fiume di parole pensando al concetto di cambiamento, sento doveroso fare una breve riflessione rispetto ai risultati che il lavoro sociale hanno prodotto in me: partendo dal liceo come tirocinante, ai tempi di Servizio Sociale, alle attività lavorative sin d’ora svolte.

Sicuramente il mio stile professionale può solo migliorare ma il salto da studente a professionista ti cambia.

In primis vestire i panni di Assistente Sociale e non più da tirocinante emoziona e al contempo spaventa, perché la consapevolezza di avere tra le mani i destini delle persone ti investe di una grande responsabilità, una responsabilità che sin dal secondo anno di Servizio Sociale non vedi l’ora di assumerti: tutta quella bramosia di svolgere colloqui con l’utente senza supervisore al seguito, scrivere una relazione sociale con la propria firma e andare in visita domiciliare dalle persone sentendosi grandi è tanta!

Mamma mia non sapete che cosa provo mentre ne scrivo! Credo sia un misto tra simpatia per quel giovane e ignaro tirocinante in Servizio Sociale che conosceva poco il mondo, ma inconsapevole di quanto ancora ci fosse da imparare e un misto di nostalgia, perché quella ingenuità oggi la rivedo negli occhi delle colleghe e dei colleghi che si abiliteranno e non vedono l’ora che arrivi quel momento, e in loro mi rivedo tanto!

Quanto ho corso per arrivare al giorno in cui avrei potuto rispondere alla domanda “che lavoro fai?” e poter rispondere con gioia e soddisfazione “l’Assistente Sociale e tu?”.

Ad oggi nient’altro mi appaga di più.

Ma arrivando al sodo cosa è concretamente cambiato in me? Credo di aver maggior rispetto verso l’utente di fronte a me, un senso di protezione e di promozione della giustizia maggiore rispetto al me studente. Non so darmi una spiegazione, posso solo dire che sentirsi investiti da un certo ruolo considerato salvifico dalle persone ti responsabilizza. Prima non capivo il concetto del “prima il lavoro”, oggi sì. Perché la professione di Assistente Sociale non è solo una professione, è uno stile di vita, un modo diverso di vedere il mondo, le persone e le dinamiche che intercorrono tra queste.

Il cambiamento che sento in me nel passaggio da studente a dottore? La sensazione di poter fare qualcosa, avere il potere di trasformare pensieri e idee in azioni concrete. La speranza di rendere il mondo più in linea con ciò che vorrei: maggiore inclusione, più diritti per gli oppressi e maggior sostegno per i deboli partendo nel lavoro dalle Comunità a me vicine.

C’è bisogno di persone che hanno fede nel cambiamento, cittadini attivi che riconoscano nel lavoro sociale, anche nelle forme dell’associazionismo e il volontariato il canale attraverso il quale lasciare il proprio segno, influenzando l’altro: perché nell’altro c’è anche un pezzo di noi stessi che necessita di cura e pari diritti per realizzarsi, fare i propri errori, rialzarsi e crescere. E non si smette mai di crescere, conoscere e cambiare.

 

Ri-Scatti

 

 Chi ha aderito alla nostra chiamata allo scrivere, questa volta è L’Associazione Meti di Milano, un’Associazione che si rivolge agli adulti che hanno subìto abusi nell’infanzia, che vogliono capire quanto è  successo nel loro passato, per vivere meglio il proprio presente. Fanno capo a METI professionisti in ambito psicologico, legale, della scrittura delle emozioni, della meditazione, dell’arte terapia: per accogliere e ascoltare, per intraprendere un cammino comune di benessere e riequilibrio attraverso il sostegno individuale e il lavoro di gruppo, l’auto- mutuo aiuto e il confronto, il lavoro sul corpo e sulle emozioni.  Fanno parte dell’Associazione anche persone che hanno vissuto lo stesso tipo di esperienze e che sentono la necessità di mettere in comune, con chi si rivolge all’Associazione, vissuti e percorsi. 

Ci presentano un progetto ed una mostra a cui prestare la nostra attenzione più sincera,

Grazie davvero ai referenti dell’associazione ed a tutti voi buona lettura!

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Complessità è tenere insieme il passato con il presente, complessità è integrare nella propria identità l’esperienza di essere stata abusata, complessità è abitare ogni giorno dando un significato ai traumi subiti per non farsi schiacciare da essi.

Complessità è fare i conti ogni giorno con il disturbo post traumatico da stress, complessità è tenere insieme i pezzi della propria vita senza annegare nel dolore e nella disperazione.

Complessità è ricordare, affrontare, rielaborare.

Complessa è l’esistenza delle persone che, con coraggio, si sono messe dietro e davanti l’obiettivo per realizzare “Ri-scatti”: una mostra fotografica che vuole raccontare gli stralci della loro vita, di chi in infanzia ha subito violenza.

Alcune di loro l’hanno subita in famiglia, altre nella scuola o nello sport. Alcune hanno affrontato un processo e altre lo stanno affrontando, alcune non lo affronteranno mai. Alcune hanno subito violenza fisica, altre sessuale, tutte sono state violentate psicologicamente e ne portano i segni dentro e fuori ancora oggi. Il tempo non basta a guarire certe ferite, e tutte loro sono impegnate ogni giorno in battaglie pubbliche e private per ottenere giustizia e riscattare le loro storie.

Con questo progetto fotografico le protagoniste dell’esposizione vogliono invitare il visitatore nei loro ricordi, nelle loro lotte, nelle loro sofferenze e nelle loro vittorie: prendendolo per mano e conducendolo attraverso i 30 scatti in bianco e nero che, con accanto una descrizione, raccontano un pezzo di esperienza della vittima di abuso, vogliono mostrare cosa significa la violenza sulla pelle di chi l’ha vissuta.

La mostra si terrà a Milano dal 6 all’11 maggio in via Oglio 18 e verrà inaugurata sabato 4 maggio alle ore 15 con un incontro sul tema dell’abuso in infanzia.

Per informazioni: Facebook, Associazione Meti

#GIORNIfelici DONNEfelici: Per una Vita a Colori!

Chi ci dona i suoi pensieri è Patrizia Gottardi, educatrice che in passato ha accompagnato giovani e adulti in percorsi individualizzati di formazione-lavoro, ha lavorato per 12 anni in un centro diurno per persone che convivono con la diagnosi di Alzheimer ed ha scelto nel 2016 la libera professione. Felicitatrice del modello Sente-Mente® e #GIORNIfelici ci racconta uno dei suoi meravigliosi progetti!

Grazie a Patrizia per aver accettato la nostra chiamata allo scrivere e a tutti voi buona lettura!

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La diversità dei sessi è un dato di fatto ma essa non predestina ai ruoli e alle funzioni. Non esiste una psicologia femminile e una maschile impermeabili l’una all’altra, né due identità incise nel marmo. Una volta acquisito il senso della propria identità, ogni adulto ne fa ciò che vuole o ciò che può. Mettendo fine all’onnipotenza degli stereotipi sessuali, si è aperta la strada al gioco dei possibili. Ciò non significa, come ha detto qualcuno, l’instaurarsi del regno dell’unisesso. L’indifferenziazione dei ruoli non significa l’indifferenziazione delle identità. Al contrario è la condizione della loro molteplicità e della nostra libertà.

Badinter E. 2004 La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio, Feltrinelli, Milano

 

 

Ho scelto di raccontare il progetto #GIORNIfelici #DONNEfelici all’interno di un tema, quello della complessità, perché la situazione della donna in questi ultimi anni è di fatto, molto complessa. Tanti ruoli che la vedono impegnata su altrettante relazioni, in una cultura che ha bisogno di alleggerirsi di tanti schemi di pensiero, abitudini depotenzianti, idealizzazioni, perché la Donna scelga con più consapevolezza e sia più felice.

Nel nostro Paese la Donna sta vivendo una situazione di fragilità legata a diverse aree della propria vita, sia dal punto di vista occupazionale, che personale: difficoltà nel conciliare i tempi lavoro-famiglia, di fare carriera, aumento di separazioni, un lavoro di cura che grava sempre più sulle sue spalle, situazioni di maltrattamenti e di violenza familiare…

Sul Territorio nazionale e nello specifico, sul territorio Trentino, dov’è nato il progetto di cui vi voglio parlare in questo articolo, la presenza di diverse realtà in rete tra loro, garantisce il supporto alla Donna sotto molti aspetti: opportunità di lavoro, progetti di conciliazione lavoro-genitorialità, supporto e tutela per situazioni più a rischio, valorizzazione della presenza femminile nella cooperazione… ci sono enti che creano opportunità formative per permetterle di investire su di sé, mettersi in gioco, anche politicamente.

Eppure… secondo uno studio condotto dall’Istituto IPSOS per WeWorld Onlus, è emersa la persistenza di stereotipi di genere anche nelle donne.

Si tratta di idee “preconfezionate”, di immagini idealizzate della donna che comportano un certo tipo di aspettative rispetto i suoi ruoli e comportamenti.

Questo spesso avviene in maniera del tutto inconsapevole, e comporta una difficoltà da parte sua, di “pensarsi” in modo diverso, di aspirare anche ad altro.

Inoltre, il linguaggio con cui la Donna parla a sé e racconta di sé, non è innocuo…

Secondo gli studi più recenti di psico neuro endocrino immunologia, infatti, il modo in cui noi ci esprimiamo, il nostro “dialogo interiore”, influenza le emozioni che proviamo e porta il nostro corpo a produrre molecole che di fatto rinforzano o distruggono la nostra salute.

Nel corso del 2018 è nata una preziosa collaborazione tra importanti Enti che da anni lottano per garantire alla Donna Pari Opportunità – le Cooperative “Forchetta e Rastrello” e “Samuele” di Trento, insieme con l’Associazione “Donne in Cooperazione” – ed il Progetto #GIORNIfelici, un modello culturale rivoluzionario che allena persone, organizzazioni e comunità alla resilienza e ad una maggior vivi-abilità, ideato dalla formatrice e consulente in ambito sociosanitario, Letizia Espanoli .

Il progetto #GIORNIfelici si è sviluppato grazie al successo di Sente-Mente® Project, un modello di cura, ideato dalla stessa formatrice, capace di traghettare persone, organizzazioni e comunità che con-vivono con la demenza, da uno stato d’impotenza ad un senso di autoefficacia e di allenarle a guardare alle Possibilità, oltre le fatiche.

Ecco allora che sulla base di questi presupposti e grazie alla partnership con questi enti e al finanziamento della Provincia Autonoma di Trento (attraverso il bando per le Pari Opportunità), ha preso avvio un laboratorio pensato per la Donna e condotto da me , felicitatrice!

Le felicitatrici ed i felicitatori sono figure professionali che hanno scelto di formarsi secondo il modello Sente-Mente® e #GIORNIfelici, e che ogni anno riconfermano il proprio background culturale e la propria scelta formativa attraverso una formazione continua che richiede loro molto impegno ed investimento in termini di crescita personale, e di lavoro per continuare a migliorare il modello e le sue tecniche.

Il laboratorio #GIORNIfelici® DONNEfelici è quasi al quinto incontro, quasi metà viaggio e sta accompagnando un gruppo di donne di varie età.

Esso si articola su 12 incontri settimanali di due ore, in cui le persone vivono sia momenti teorici che esperienziali e possono continuare il loro allenamento anche durante il resto della settimana, per consolidare nuove abitudini e creare nuovi circuiti neurali.

Il desiderio che mi ha spinto a creare questa Opportunità, è quello di offrire loro importanti strumenti perché possano diventare più capaci di entrare in contatto con il loro vero sé, di poter scegliere che direzione dare alla propria vita ed assumersi la responsabilità del proprio Ben-Essere e della propria Felicità.

 

Complessità.

 Il terzo contributo sul tema del mese, la complessità,
ci è stato regalato da Laura Picco una giovane, competente e  creativa  collega Assistente Sociale .
Laura è stata conosciuta da una di noi , ormai due anni fa, nella veste di volontaria di Servizio Civile nel suo periodo di operatività presso l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Torino ed Asti e oggi …è una nostra partner nell’ambito del progetto C.A.R.O.T.A. presso la Casa nel Parco, la Casa del Quartiere di  Mirafiori Sud
perchè, per la Cooperativa Patchanka, si occupa dello  Sportello di Casa del Lavoro
Laura ci ha donato il suo sguardo poetico e avventuroso sulla complessità, attraverso un contributo che dimostra appieno il percorso professionale che ha scelto di intraprendere : la formazione in Social Art, con l’obiettivo di uscire dagli schemi e utilizzare approcci creativi ed artistici nel mondo del sociale !
E’ appena tornata da Budapest dove è stata immersa in una formazione in Teatro Sociale
…e il suo contributo pieno di arte, avventura e speranza, vi porterà in un mondo di possibilità , il mondo verso cui   giovani collegh* motivat* e creativ* come Laura sono pront* a salpare!
Buona lettura a tutti voi e Grazie Laura!!!

Complessità.
Ho sempre detestato le poesie in rima ma poi chissà quando è ora di scrivere uso sempre questa forma qua.
Sicuramente è scarsa preparazione,
poco studio, troppa confusione.
Mi chiedo perciò se sia questa la complessità:un’idea, un’opinione che si rivela di difficile realizzazione.
Ho consultato il dizionario per una delucidazione ma non ottenuto la giusta soluzione.
Volevo una risposta così semplice da poterla inserire in una poesia per bambini ma ho trovato un insieme di parole complicate, che per capirle bisogna collegarle, come nel gioco dei puntini.
Il mio lavoro è complicato ma è il primo sogno che ho davvero bramato.
La mia professione è come una città, un insieme di elementi: luci, suoni, colori, odori, persone e sentimenti.
Intere giornate che sfilano in velocità, settimane, mesi, anni, la vita corre e tu dietro lei ti affanni.
Faccio un lavoro strano, dinamico, un po’ balzano; alcuni lo odiano e cerco loro di spiegare perché è sbagliato disprezzare.
Le persone spesso cercano soluzioni, fanno domande, pongono obiezioni
e io le guardo con gli occhi sgranati e il cuore pieno d’angoscia:
soluzioni non ne ho e la mia mente scroscia idee a pioggia su come supportare, migliorare.
Non sono un supereroe che interviene senza domandare se essere salvati è la cosa giusta da fare;
sono un marinaio che insieme alla ciurma ammaina le vele,
e si ferma a pensare: tutto è complesso
ma basta sminuzzare in piccoli tasselli i problemi più ribelli per renderli innocui come agnelli.

 

Dalla complessità alla semplicità

 

Qualsiasi sciocco può fare qualcosa di complesso;

ci vuole un genio per fare qualcosa di semplice”.

Pete Seeger

 

 

Prendiamo in prestito le parole di Elena M. Plebani Alessio Lorenzi che nel testo Ideare e gestire progetti nel sociale ben spiegavano la diffusione del lavoro per progetti nel sociale.

 

“Da qualche anno la pratica del “lavorare per progetti” si è diffusa, sia nelle organizzazioni pubbliche, sia in quelle private. L’organizzazione del lavoro secondo una metodologia progettuale rappresenta spesso una scelta dettata dal dinamismo dei contesti sociali che, mutando rapidamente, fanno emergere bisogni sempre più complessi che richiedono di essere affrontati con soluzioni ed iniziative specifiche e non servizi generici. “Lavorare per progetti”, infatti, consente di affrontare problematiche caratterizzate da elevata complessità ed intenso dinamismo del contesto di riferimento. Ma non solo. Questa pratica offre altri vantaggi, quali: superare, nello stesso ambito di intervento, conflitti di competenza, sovrapposizioni e sprechi di risorse; leggere e interpretare i bisogni individuali e collettivi in maniera attenta; valutare i risultati conseguiti in termini di impatto sullo stato di bisogno; attivare ed utilizzare il complesso delle risorse potenzialmente esprimibili sul territorio; riprodurre quanto realizzato là dove vi è disponibilità relazionale, motivazione condivisa e contenuti mirati”

 

Già da queste poche righe si intuisce la complessità del tema e dell’azione professionale.

 

Mario Damiani nel testo La gestione della complessità nei progetti sostiene cheCi sono diversi modi per affrontare la complessità nei progetti. Uno dei più frequenti, comodi, ma meno consistenti è quello di confonderla con la complicazione e di cercare di semplificarla a tutti i costi, ricorrendo a schemi prefissati. Un altro modo consiste nel riconoscerla come tale e nell’affrontarla consapevoli delle inevitabili difficoltà che presenta. Si tratta di un approccio indubbiamente più faticoso ma anche più maturo e molto più efficace del primo.”

 

Non si tratta di semplificare la complessità nei progetti ma riscoprire la semplicità e la concretezza della normalità.

 

Se per “progetti sociali” indichiamo qualunque progetto che miri alla crescita sociale della comunità, qualunque sia lo specifico settore di intervento, crediamo fortemente che la semplicità  della vita, il contatto diretto e quotidiano e il poter condividere momenti comuni, vadano ricercati e debbano essere l’essenza della progettazione.

 

Ed è per questo che i progetti che abbiamo creato o dentro i quali siamo state coinvolte profumano di piccole azioni concrete di contatto, unione, bellezza, leggerezza e crescita.

 

Ci vengono in mente diversi progetti di cui siamo orgogliose di essere parte, e volgiamo raccontarveli!

 

Il progetto C.A.R.O.T.A. (Cibo, Agricoltura, Rete, Occupazione, Territorio, Aggregazione) è promosso dalla Cooperativa Patchanka in collaborazione con la Fondazione Mirafiori e l’Associazione Coefficiente Clorofilla. L’obiettivo è contribuire a contrastare la povertà nel quartiere Mirafiori sud attraverso la sperimentazione di un sistema di servizi integrati e sostenibili di accesso al cibo e di contrasto all’esclusione sociale in grado di fornire alle persone risposte specifiche a seconda del proprio bisogno.

I servizi attivati sono:

– servizio mensa presso la Locanda nel Parco per persone e famiglie in condizione di povertà o in stato di impoverimento. Il pasto è offerto alla tariffa agevolata di 1,00 euro a persona, recuperando, con la collaborazione di volontari, materie prime alimentari invendute presso negozi e supermercati di quartiere.

– sportelli presso la Casa nel Parco per persone e famiglie in condizione di fragilità socio-economica: sportello sociale (il nostro!!), sportello lavoro, sportello di educazione finanziaria a cura di operatori esperti con l’affiancamento di volontari.

– orti urbani presso Parco Piemonte per pensionati e disoccupati a cura di operatori esperti affiancati da volontari. Sono disponibili parcelle di orto per l’autoproduzione di alimenti freschi, stagionali e salutari in grado di soddisfare parte del proprio bisogno alimentare.

Cosa succede? Le persone in questo circuito concreto di Cibo, Agricoltura, Rete, Occupazione, Territorio, Aggregazione, hanno la possibilità nella semplicità dei servizi offerti di fare ingresso in un circolo virtuoso di crescita!

 

Fooding – Alimenta la solidarietà è un progetto di Arci Torino, in collaborazione con Circolo Arci Mario Dravelli, Circolo Arci La Cricca, Cooperativa Sociale Patchanka, Diskolè, Karmadonne A.P.S, Minollo, Associazione Italiana Persone Senza Dimora, Magazzino sul Po, VolTO. Il progetto è realizzato nell’ambito dei Progetti a Rilevanza Locale del 2018 della Regione Piemonte e del piano Emergenza Freddo del Comune di Torino e ha il patrocinio della Circoscrizione 1, 3 e 5 del Comune di Torino.

Nasce con l’obiettivo di sostenere tutti coloro che vivono situazioni di marginalità sociale, di ogni nazionalità e provenienza.

Attraverso il supporto a reti di solidarietà già esistenti e la creazione di nuovi spazi di prossimità, il progetto intende combattere le forme di disuguaglianza che generano nuove povertà, a partire dalla mancanza di cibo e beni primari.

Fooding attraverso azioni di mutualismo e partecipazione attiva, intende sfidare l’indifferenza e superare il paradosso della scarsità nell’abbondanza che fa coesistere negli stessi quartieri lo spreco e la fame, oltre che offrire opportunità formative, occasioni di socializzazione e di attivazione all’interno di contesti accoglienti e spazi solidali.

Fooding – Alimenta la Solidarietà è:

4 Mense popolari, spazi sociali e circoli in cui le persone possono pranzare gratuitamente, socializzare e accedere ad opportunità formative e di reinserimento sociale.: Reciproca Mensa a Chieri, Casa Frisco a Carmagnola, Circolo Arci Dravelli a Moncalieri, Circolo Arci La Cricca a Torino

Punti di distribuzione di prodotti alimentari invenduti presso le sedi dei Circoli Arci Diskolè e Minollo, in cui non solo gli operatori ma anche i beneficiari stessi saranno protagonisti della raccolta e della distribuzione del cibo, attraverso la collaborazione con i commercianti e gli esercenti dei mercati rionali delle Circoscrizioni 3 e 5.

Reti solidali stabili, per tutti coloro che vorranno partecipare, sostenendo e donando.

Sportelli di orientamento ai servizi (ed eccoci qui!!!)

 

Il progetto Senior di Quartiere, vede coinvolti diversi soggetti, l’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus, lo SPI CGIL Lega 8, l’Auser, l’ Ass. Opportunanda e l’ASL 1, solo per citarne alcuni.

Il progetto nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni di inclusione sociale e partecipazione espressi dalla popolazione anziana della città di Torino, con particolare riferimento al territorio della ex-Circoscrizione 8. Si propone quale esito naturale dei progetti Non ho l’età e Argento attivo in partnership con enti, associazioni, sindacati, parrocchie e centri culturali che operano nell’ambito degli interventi con/per gli anziani nel territorio di San Salvario. E’ emersa una certa difficoltà, sia da parte dei Servizi Sociali, sia da parte della rete degli enti no profit, ad intercettare e coinvolgere gli anziani più isolati.

Obiettivo generale del progetto è il contrasto all’isolamento delle persona anziane attraverso la creazione di legami di supporto e orientamento con altri anziani attivi, e in relazione con le risorse del territorio. Obiettivi specifici delle diverse azioni sono: 1. individuare e ridurre situazione di fragilità sommerse, attraverso l’attivazione di reti di soggetti del territorio (commercianti, amministratori di condominio, medici di base, Assistenza domiciliare, farmacisti etc.) 2. sostenere e accompagnare anziani in condizioni di isolamento e vulnerabilità nella vita quotidiana, attraverso presidio e monitoraggio delle diverse situazioni 3. mettere in rete di tutte le risorse attive sul territorio e promuovere forme di scambio e collaborazione tra Enti e associazioni 4. favorire la partecipazione degli anziani attivi alla vita della comunità in ogni fase della vita, attraverso percorsi di formazione che accrescano competenze ed esperienze positive 5. favorire o consolidare rapporti di prossimità e legami che possono mantenersi anche al di fuori del progetto

Il progetto si basa sulla costruzione di un rapporto fiduciario tra persone anziane, alcune delle quali coinvolte come senior di quartiere nel fornire sostegno ad altri soggetti anziani in situazioni di solitudine e marginalità: tale rapporto si colloca nell’area della promozione del benessere. Agli anziani coinvolti in qualità di senior è garantito, oltre alla formazione iniziale, un tutoraggio costante che permetta loro di sentirsi sempre supportati, in un clima di fiducia reciproca e di lavoro di gruppo che sia riconosciuto per il servizio che offre e che porti benessere nel portare aiuto e compagnia ad altri.

Ed eccoci qui a formare e supportare i senior!

 

Orienta.Menti è invece un progetto ideato e realizzato da noi e da tre psicologhe Antonietta Nicoletti, Alice Ribaldone e Stefania Puchetti. 7 serate GRATUITE in 6 case del quartiere di Torino  per fornire gratuitamente agli abitanti, avventori, operatori delle Case uno spazio di conoscenza, confronto, informazioni ed orientamento su specifici temi di rilevanza sociale e psico-sociale. Ciascun incontro ha l’obiettivo trasversale di cogliere interesse e propensione dei partecipanti alla costruzione di possibili laboratori, percorsi di gruppo per proseguire il confronto ed il percorso di crescita.

10 novembre 2018 ORE 20.30 presso Casa nel Parco

MIO FIGLIO E’ UN ALIENO! COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI, SI PUO’ ! Per  genitori di ragazzi adolescenti, operatori e persone interessate

16 gennaio 2019 ORE 15.00 presso Casa del Quartiere BARRITO

UNA PAUSA- TEA per CAREGIVERS DI ANZIANI NON – AUTOSUFFICIENTI Per familiari e assistenti familiari di anziani non-autosufficienti

07 febbraio 2019 ORE 20.30 presso Casa del Quartiere Vallette,

CONOSCERE ED AFFRONTARE IL BULLISMO, PARLIAMONE! Per genitori, ed adulti che a vario titolo  sono punti di riferimento , di bambini tra i 7 e i 10 anni

21 marzo 2019 ORE 20.30  presso + SpazioQuattro,

Una birra tra uomini MA COSA VUOL DIRE DIVENTARE PAPA’? Per i papà dei bambini fino ai 10 anni di età

13 aprile 2019 ORE 19.30 presso Casa del Quartiere di San Salvario,

APERI-SIBLINGS: FRATELLI, SORELLE E DISABILITA’ Per fratelli e sorelle adulti di persone che convivono con la disabilità

11 maggio 2019 ORE 10.00 presso CUQU’,

La colazione delle mamme SONO MAMMA E (all)ORA ? Per le mamme dei bambini fino ai 3 anni di età

7 giugno 2019 ORE 20.30 Presso Cascina Roccafranca,

S.O.S. Mamma e papà si separano! Per genitori separati o in fase di separazione e loro familiari

 

E non dimentichiamoci de Il Ripetitore, ma per lui dedicheremo un prossimo articolo!

 

Avete letto qualcosa di complesso o solamente di meravigliosamente essenziale per le persone?

COMPLESSITA’

Apriamo il mese sul tema della complessità con poche e semplici parole che provano a spiegare un sentimento, inviate per tutti noi da Mariaconcetta Di Domenica, collega che avete già avuto modo di conoscere sul nostro diario di bordo!

Perchè Mariaconcetta la vita la vive così, poche e semplici cose sentite, per dinamiche complesse.

Grazie alla collega per l’entusiasmo con cui accoglie gli stimoli della nostra chiamata allo scrivere e buona lettura a tutti voi!

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Care Giulia e Cristina,

ho letto la vostra mail riepilogativa del mese di marzo, grazie per il lavoro che svolgete, grazie a chi è parte attiva dei vostri stimoli e grazie perché in un mondo, anzi, una società (perché grazie al cielo ancora esiste qualche angolo di mondo “puro”) dominato dalla fretta, in cui c’è poco spazio per l’anima e per il cuore, in una società in cui il dovere, il dovere, il dovere, il dovere, …. Insomma grazie perché offrite la possibilità di FERMARSI a pensare e riflettere.

A me piace fermarmi a fantasticare sulle tematiche che proponete. Il fluire liquido della nostra professione, la circolarità, la reciprocità, l’accoglienza, la vicinanza, l’empatia, il sentimento, la flessibilità progettuale, il processo di aiuto dinamico, la cartella sociale modificabile, le valutazioni ex ante – in itinere ed ex post…(potrei procedere all’infinto) …quanta COMPLESSITÀ vero? Ma (perché c’è sempre un ma) proviamo a chiudere gli occhi. Non mi stancherò mai di dirlo, chiudiamo gli occhi. La nostra professione ne ha bisogno. Allontaniamo da noi qualsiasi cosa ci distrae e respiriamo profondamente.  Vedo un fiume, una spirale, un cerchio, delle braccia, una fiamma, un cuore che batte, una mano che sfoglia…risfoglia…si ferma…torna indietro…di nuovo avanti…lacrime che scendono, la curva di un sorriso… e qui ancora, all’infinito.

Sento un suono, è il suono del nostro lavoro. Il nostro “COMPLESSO”.

Sognatrice? Si, tanto per fortuna. Illusa? Può darsi. Disillusa? Potrebbe essere. Poco pratica? Fin troppo pratica. Complessa? Uuuuh!

Che sia facile o difficile, che si tratti del privato o del lavoro, che si stia parlando di sé o di una persona che ha bisogno di aiuto, cuore e mente hanno dinamiche complesse che spesso soffrono la complessità, ma (perché c’è sempre un ma) se accordati bene, ne vien fuori una musica degna dei migliori “COMPLESSI”.

Un caloroso saluto,

Mariaconcetta Di Domenica