





Ed è lunedì!
Ecco a voi il secondo articolo del mese sul tema dell’accoglienza!
Chi ci scrive è Sara Caruso, psicologa e formatrice di professione, progettista e responsabile per l’organizzazione culturale della Casa del Quartiere di San Salvario di Torino per scelta! A parte tutte queste cose riesce anche a sopportarci, supportarci ed offrirci il caffè!
Il testo a noi piace tantissimo (beh, anche lei!!), commentate per farci sapere la vostra opinione!
Grazie ancora a Sara per questo dono, buona lettura a tutti voi!
Accoglienza. Cosa ti viene in mente?
Accoglienza. Cosa ti viene in mente? Quotidianità, improvvisazione, morbidezza, linguaggi, professionalità
E non penso che questi termini siano in contraddizione, o almeno non lo sono nel mio lavoro. Io lavoro in un posto che si chiama Casa, che accoglie perché ce l’ha nel nome, nella storia, nell’impegno che ci mette, anche quando quella porta sempre aperta non vedresti l’ora di chiuderla (a volte lo facciamo, confesso).
E’ quotidiana perché non ha nulla di straordinario: non è l’accoglienza dei giorni di festa, non è la tavola apparecchiata con “il servizio buono”. E’ la tovaglia di tutti i giorni, la pasta col sugo, lava tu i piatti che io scappo via. Lo è perché accogliere vuol dire fare spazio a chi ha bisogno in quel preciso momento di una sedia su cui fermarsi, e a volte solo di questo. Altre volte di un’informazione, che poi ne chiama un’altra. A volte di un sostegno, puntuale e urgente, come la fame. Altre volte è ancora più urgente. Non ho un letto, ho perso il lavoro, non capisco cosa c’è scritto sulla raccomandata, non ho un passeggino per il mio bambino. Per tutti ci va comunque una sedia, e un caffè.
E’ improvvisata, perché non possiamo essere esperti di tutto. E visto che la porta è aperta, può, e deve (è il mio lavoro) entrare chiunque. E chiunque porta una storia unica, la propria, che non è mai pura (donna, giovane, straniero, matto, solo), ma sempre diversa e un po’ complicata. E tu provi a leggere, informarti, fare rete, ma alla fine ti resta la tua intelligenza che ti fa salterellare tra le informazioni di cui disponi, ti fa ascoltare con attenzione, ti orienta nei ricordi di storie passate.
E’ morbida, di questo sono sicura. E’ un cuscino, è un paraspigoli, è una coperta, è una caramella. Non si accoglie se non si fa sentire l’altro a proprio agio, se non lo si guarda con tenerezza, anche se arriva al momento sbagliato, anche se non capisci bene cosa dice. La cosa più morbida che uno può fare secondo me è sorridere. Certo non siamo hostess, ma loro quello lo sanno fare. Nessuno si è mai sentito fuori posto quando sale su un aereo, sembra sempre che aspettino proprio te. Accogli se fai sentire l’altro atteso, proprio lui.
Parla attraverso linguaggi multipli. Gli occhi, il corpo, il tono della voce, l’inglese che hai imparato alle medie, le linguacce ai bambini. E attraverso parole semplici.
E’ professionale. Non si accoglie a caso, accoglienza e sciatteria non vanno d’accordo. Si impara a farlo, giorno dopo giorno. Si da del lei, almeno nella postura dell’ascolto. Si da la mano. Si cercano tutte le soluzioni possibili. Si usa la competenza emotiva che si affina con l’esperienza. Si impara dai colleghi più esperti.

Eccoci qui !
Bentornati sul nostro Diario di Bordo e Blog in cui condividiamo ogni mese le nostre attività e gli articoli di chi , a partire dal tema da noi proposto, coglie l’input sente la voglia e il bisogno di raccontarci il suo punto di vista sul dato argomento o chi riceve proprio il nostro spassionato invito a dirci la sua !
Il tema di Settembre è l’Accoglienza e la nostra collega assistente sociale libero professionista Irene Saporito è stata la prima a raccogliere la chiamata !
Irene ci racconta, in un mese di raccolti qual’è Settembre, come l’accoglienza sia tutto quello che sui manuali troviamo descritto e…ma anche, sopratutto, qualcosa in più!
Buon raccolt.. emh.. buona lettura a tutti voi
e Grazie Irene per il tuo contributo !
L’ accoglienza : raccogliere persone
Ecco il mio contributo sull’accoglienza, ma prima di iniziare mi presento brevemente.
Mi chiamo Irene e sono una giovane assistente sociale che fin dall’inizio ha deciso di intraprendere la libera professione per ritrovarsi poi a lavorare anche per privati con contratti dipendenti. Attualmente lavoro nel terzo settore per l’European Research Institute una Onlus torinese dove mi occupo, per metà settimana, di accoglienza migranti, collaborazioni con l’UIEPE di Torino e in piccola parte di progettazione sociale, l’altra metà settimana lavoro per il Ser. D. di Ivrea in un’equipe posta all’interno del carcere eporediese.
Potrei dire che l’accoglienza ha sempre fatto parte della mia vita professionale ed in primis perché come assistente sociale ho iniziato a lavorare in “accoglienza migranti” nel 2016 e prima ancora ne feci una tesi di laurea magistrale nel 2014. Cosa successe nel 2015 è stata davvero un’esperienza di accoglienza perché partecipai ad un progetto di mobilità internazionale che mi vide bisognosa di qualcuno che mi accogliesse in un paese che non era il mio nonostante fossi consapevole che non ci sarei rimasta.
Ma bando alle ciance, l’accoglienza in Italia ha a che fare con i migranti solo dagli anni dell’emergenza ma da sempre è parte integrante e principale del servizio sociale e non solo. L’accoglienza è il primo step, il primo gradino durante il quale un utente o un cliente si presenta e contemporaneamente ci si rende conto di cosa ha bisogno la persona. Ma accogliere qualcuno è moooooolto di più.

L’accoglienza è, per quanto mi riguarda, mettersi in ascolto di tutto ciò che la persona porta durante un incontro. Succede che una persona parli di qualcosa di insignificante per noi, per poi scoprire che per la persona stessa ha un grande valore, scoprirlo è la parte importante. Se accogliere è ascoltare, quest’ultimo non si riferisce solo a quello che vogliamo sapere perché strettamente legato al lavoro, succede di ascoltare storie o aneddoti o disavventure quando non proprie tragedie familiari, senza che nessuno l’abbia chiesto ma in realtà c’è sempre un motivo per cui qualcuno racconta qualcosa. Accogliere vuol dire anche raccogliere dolore e sofferenza. Più di quanto ci si aspetta.
L’accoglienza è anche il momento dove nasce il rapporto di fiducia e anche se sembra un concetto molto da manuale universitario, è la sacro santa verità. L’empatia che nasce durante il primo incontro accompagnerà il nascere della fiducia fra utente/cliente e professionista. Ed ecco un altro concetto da manuale ma che qualcuno ogni tanto si dimentica: l’accoglienza prevede il non giudizio e soprattutto l’assenza di pregiudizio perché con questi non si potrà mai parlare di accoglienza e penso ai tanti visi di migranti visti appena sbarcati e ai tanti detenuti che sto incontrando in carcere e che mi raccontano le loro storie e io semplicemente li ascolto così loro continuano a parlare.
Concludo quindi dicendo che anche se l’accoglienza fa parte del nostro lavoro, in realtà non è proprio così. Accogliere deriva dal latino e significa appunto “raccogliere” e quante volte al tavolo di un bar raccogliamo le gioie dei nostri amici, o i momenti di tristezza, raccogliamo e collezioniamo istanti ma anche persone che accogliamo nella nostra vita per ascoltarle: un madre preoccupata, una sorella delusa, un’amica arrabbiata e a volte anche noi stessi.
Buona raccolta a tutti!
Un mese bello, ma complicato…un po’come i 18 anni !
Vi abbiamo già raccontato a Luglio di Agevolando, nel nostro articolo del 3° lunedì del mese, ma a proposito di sorprese …tadaaaaaaà eccoci qui , anche se avevamo promesso di sospendere la nostra presenza sul web e sui social ad Agosto !
Ci è giunto in dono, inaspettatamente, il contributo di Sonia Gentile, referente per Agevolando Torino, sul tema dello scorso mese “la crisi” e non potevamo non pubblicarlo … a questo punto con una doppia categorizzazione “CRISI” e “SORPRESA” !
Abbiamo incontrato Sonia poche settimane fa per saperne qualcosa di più sulle attività ed i progetti in favore dei neo- maggiorenni in Torino e provincia, e abbiamo colto subito il suo spirito da Guerriero della Luce e la passione che mette nel contribuire, con Agevolando, a far sì che i diciottenni in “dimissione” dai percorsi di tutela non si trovino soli ad affrontare il futuro spirito, sognante critico e combattivo, che ci ha confermato regalandoci al volo, poco prima prima di partire per le sue meritate ferie il suo contributo estivo!
Buona lettura estiva a tutti voi e Grazie Sonia !



Mai darsi per finti, fino alla fine!
E in effetti, mentre eravamo pronte a perdere le speranze che ci sarebbero giunti dei contributi sul tema del mese, LA CRISI, ecco che una giovane collega assistente sociale libero professionista, che si divide tra il lavoro con i clienti privati e l’esercizio della professione presso i centri di accoglienza con i rifugiati ed i richiedenti asilo ci invia il suo contributo!
Alessandra Flori, non è una neofita del nostro blog e già mesi addietro ci aveva raccontato il suo punto di vista su untema complicato come la sofferenza!
Da circa un anno Alessandra ha deciso di iniziare a svolgere la libera professione per accompagnare le mamme, i papà, i bambini, gli adolescenti ed i giovani adulti che si trovano in difficoltà a intraprendere un percorso di cambiamento, mettendo in luce le loro risorse personali.
Per conoscere meglio Alessandra vi consigliamo di seguire la sua pagina wordpress.com/post/alessandrafloriassistente , per conoscere come personalmente e professionalmente si è evoluto nel tempo il suo punto di vista sulla CRISI eccovi il suo articolo!
Buona lettura e…Grazie Alessandra!!!
CRISI E CRITICITA’
“Crisi” è una delle mie parole preferite. Ma non lo è stato immediatamente.
L’accezione che le davo era totalmente negativa, sia nella vita privata che in quella professionale.
Leggevo un libro in cui spunta la frase “crisi è una parola bellissima, significa scelta”.
Io così attenta sia alle parole che ai momenti di crisi, sono rimasta di sasso. Nella mia testa un nichelinesissimo “maa veeeerooooo?” che ha smosso degli ingranaggi.
Ho pensato prima alla mia vita, più facile.
Procrastinatrice seriale, le crisi per tanto tempo cercavo di non vederle, le prolungavo con la superficialità di chi dice “è un momento, passerà” e con la fiducia che tutto ciò che si rompe si possa riaggiustare o sia comunque da conservare.
Il significato etimologico del termine “crisi” viene dal greco krino, che significa decidere, scegliere.
Dunque tutto questo procrastinare situazioni di crisi in realtà non è altro che procrastinare una scelta, una decisione e la semplice ammissione che non tutto ciò che si rompe può essere aggiustato o conservato.
Alcune cose si rompono in modo irreversibile e vanno gettate, non conservate.A forza di conservare rischiamo di trovarci le mensole ricolme di oggetti rotti che occupano spazio.
Non è semplice, ci vanno due C per uscire da una Crisi: Consapevolezza e Coraggio. Entrambi sono essenziali per scegliere. Che non vuol dire per forza cambiare totalmente e sovvertire l’ordine delle cose, ma anche comprendere che in determinate circostanze è necessario cercare gli strumenti fuori da noi.

Poi, ho pensato alla professione che ho scelto, ma pensandoci, sono tornata indietro, al tirocinio accademico. All’abusata frase “individua i punti di forza e le criticità”, ripetuta verbalmente e nelle esercitazioni come un mantra e a me ste criticità proprio non scendevano. Innanzitutto, chi sono io per individuare le criticità di un servizio o all’interno di una situazione? Ma soprattutto (altro pensiero nichelinesissimo) “eddopo?” , tanto le risorse sono quelle, il sistema è quello, l’istituzione è quella…e altre banalità appiattite e sconcertanti.
Allenarsi a guardare alle criticità nel lavoro sociale è fondamentale per ripensare agli interventi e per calibrarli su chi ha bisogno di aiuto. La stimolazione del pensiero critico è fondamentale per provare nuovi percorsi.
E non centrano soltanto l’elasticità mentale, la propensione individuale e l’apertura. Bisogna scegliere, a partire dal non fermarsi davanti alle criticità, ma andare oltre.
Ecco come crisi ora è una delle mie parole preferite e ora non mi sono più antipatiche nemmeno le criticità: in entrambi i casi ho la consapevolezza che ogni scelta, più che cambiamento, genera possibilità.
Il tema del racconto questo mese ci sta regalando adesioni davvero preziose!!
Questa settimana chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, ma indiscutibilmente entrata e rimasta nel cuore di una delle due, che ormai dieci anni fa nell’allora CISSP di Settimo Torinese ha mosso i primi passi nell’esercizio della professione!
Lasciatevi trasportare dentro un’esperienza di condivisione e riflessione, abilmente descritta da una capace collega, già autrice di diversi articoli per la rivista Prospettive Sociali e Sanitarie- IRS Milano !
Buona Lettura
Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?
Provo a rispondere pensando all’esperienza che stiamo facendo all’Unione dei Comuni Nord Est Torino all’interno dei servizi sociali per minori, stranieri, persone con disabilità e non autosufficienti.
Da alcuni anni infatti il racconto, la narrazione sono diventati ‘veicolo’ per entrare in contatto con le esperienze delle persone che si rivolgono al servizio pubblico in cerca di supporto in particolari fasi del loro percorso di vita.
Raccontare significa condividere, rendere partecipi, essere disposti a metter in comune e riconoscere le reciproche somiglianze. Attraverso la narrazione le persone hanno l’opportunità di condividere la loro esperienza e la loro storia, il racconto prima orale e poi scritto rinforza e valorizza le competenze delle persone troppo spesso considerate mancanti e deficitarie di qualcosa. La persona che si trova in una situazione di bisogno, o i suoi famigliari, mette a disposizione degli operatori il proprio sapere, le proprie competenze e tutte quelle risorse positive su cui si potrà sviluppare il percorso di cura o di inclusione. Valorizzare significa riconoscere, significa uscire dalla dimensione asimmetrica e sbilanciata che troppo spesso permea la relazione di aiuto. L’altro, il cliente, il paziente, l’utente assumono agli occhi dell’operatore il ruolo attivo di chi ha una storia, competenze e desideri da mettere a disposizione e giocare all’interno di un percorso di crescita che coinvolge la relazione di aiuto. Inoltre, il racconto non rimane confinato nell’ambito di una relazione duale operatore-utente ma si apre al gruppo e successivamente alla comunità locale.
Abbiamo incontrato la Pedagogia dei Genitori[1] ed i Gruppi di narrazione alcuni anni fa all’interno di programmi legati all’inclusione scolastica degli allievi con disabilità e nell’ambito delle cure domiciliari e dei progetti socio-sanitari. Da quella esperienza comune è iniziata una preziosa collaborazione con i professori Riziero Zucchi e Augusta Moletto che ci ha permesso di estendere la metodologia agli operatori sociali, sanitari e agli insegnanti.
Abbiamo imparato che i Gruppi di narrazione permettono ai partecipanti di acquisire consapevolezza delle proprie competenze educative e della necessità della loro valorizzazione. Le narrazioni assumono un valore sociale, la loro pubblicazione e diffusione sono testimonianza di cittadinanza attiva, “rendono visibile il capitale sociale costituito dall’educazione familiare e sono opportunità per la professionalizzazione degli esperti che si occupano di rapporti umani” (Moletto, Zucchi, 2013).
Pedagogia dei Genitori (Moletto, Zucchi, 2015) sottolinea che la famiglia è componente essenziale e insostituibile dell’educazione. Spesso le viene attribuito un ruolo debole e passivo che induce alla delega ai cosiddetti esperti. La famiglia invece possiede risorse e competenze che devono essere riconosciute dai servizi e dalle agenzie educative.
L’operazione culturale, che la metodologia Pedagogia dei Genitori intende fare, è promuovere presso i professionisti che si occupano di rapporti umani la valorizzazione e il conseguente rispetto per le competenze dei genitori e dei familiari. Lo strumento di valorizzazione è la narrazione degli itinerari educativi compiuti dai genitori che propone l’ascolto, l’empatia e il rispetto.
Una recente esperienza di gruppo di narrazione ha coinvolto i caregivers e ha portato alla realizzazione di una pubblicazione, “Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente” (AA.VV., 2018).
Siamo partiti dalla riflessione che i caregivers, ovvero i familiari delle persone non autosufficienti (siano essi minori, adulti o anziani) conoscono molto di più il loro congiunto di qualsiasi ‘esperto’. Con questa considerazione, abbiamo strutturato un percorso formativo, che abbiamo chiamato “FROM CURE TO CARE: le cure alle persone care”. Un percorso che mette in luce quanto sia sempre più necessaria la compenetrazione e tra il sapere clinico e professionale e il sapere che deriva dagli affetti e dall’esperienza diretta.
Nell’arco di alcuni incontri abbiamo lavorato con il professor Zucchi e abbiamo proposto ai famigliari presenti di narrare la storia dei propri congiunti, con la richiesta di sottolinearne le competenze ed i punti di forza, piuttosto che le mancanze. Pur in una condizione di malattia e dipendenza, si è voluto puntare l’attenzione su ciò che le persone sono in grado di fare, sui loro desideri e sulle loro preferenze, costruendo una narrazione che rappresenti la storia della persona, i suoi affetti, la sua identità, molto spesso offuscata dalla malattia. Abbiamo raccolto storie di migrazione dal sud, di famiglie numerose, di difficoltà economiche, di crescita della famiglia di pari passo alla crescita della delle città industriali, città-dormitorio negli anni ’60-’70. Allora il significato del titolo, preso a prestito dalla canzone di Gabriella Ferri, simboleggia il piccolo che diventa macro, rappresenta le piccole storie individuali d ciascuno di noi che vanno comporre la Storia di una comunità locale e di un paese.
Il riscontro da parte dei famigliari è stato molto positivo; il clima che si è generato è stato empatico, accogliente ed emotivamente partecipato. Le persone hanno avuto modo di raccontarsi attraverso narrazione prima orale poi scritta, utilizzando fotografie e immagini come in un album di famiglia. In questo modo le storie personali sono andate a ricomporre le storie di una città, di una comunità locale che si riconosce attraverso esperienze e sentire comuni. In queste storie anche gli operatori ritrovano le loro storie, in processo di immedesimazione e riconoscimento reciproco. Questo processo fa sì che il professionista possa essere in grado riconoscere oltre la diagnosi ed il malato, la persona con le sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua storia. Allora l’assistenza si colora di attenzioni che si focalizzano sull’identità che l’interessato non riesce più ad esprimere.
Il lavoro di raccolta, pubblicazione e diffusione ha consentito di far emergere aspetti spesso non conosciuti dai professionisti, da cui ci si aspetta interesse solo per gli aspetti deficitari che rappresentano la persona in quel momento di difficoltà.
Gli ambiti di riflessioni proposti seguivano questo schema:
Ci piace pensare che in questo modo il lavoro sociale esca dagli uffici e dalle procedure e torni ad essere tessitura di relazioni e di storie, fili che si annodano e tessono trame e reti di supporto. Sappiamo che la logica prestazionale non è sinonimo di efficienza degli interventi, sappiamo anche il sistema di welfare non è più in grado di sostenere un’espansione di servizi esponenziale e non è in grado di rispondere da solo alla complessità dei bisogni delle persone. Attraverso l’ascolto e la valorizzazione dell’altro il ‘sapere dei professionisti’ può trovare a sua volta una strada di legittimazione e di senso.
Per approfondire:
AA.VV., 2018, Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente. Torino: edito con il contributo di Fondazione Comunità Solidale onlus.
Garrino, L., (a cura di), 2015, Strumenti per una medicina del nostro tempo. Medicina narrativa, Metodologia Pedagogia dei Genitori e International Classification of Functioning (ICF), Firenze: Firenze University Press.
Moletto, A., Zucchi, R., 2013, La Metodologia Pedagogia dei genitori. Valorizzare il sapere dell’esperienza, Santarcangelo di Romagna (RN): Maggioli.
[1] La Metodologia Pedagogia dei Genitori propone la famiglia come risorsa e partner attivo: in ambito sanitario, per basare sulla fiducia il patto educativo-terapeutico; nella scuola, per riproporre l’alleanza tra adulti di riferimento, genitori e docenti; nell’ente locale, per un nuovo welfare riflessivo fondato sulla cittadinanza attiva dei genitori. Si attua attraverso la costituzione di gruppi di narrazione e prevede la raccolta, pubblicazione e diffusione delle narrazioni dei percorsi educativi dei genitori.
Ecco a voi il secondo articolo del mese sul tema del racconto!
Chi scrive è Ambra Torriani, già autrice per il nostro blog a dicembre 2017 sul tema della bellezza, sa bene come funziona e ci ha reso tutto molto semplice, ha scritto lei stessa la sua presentazione, ci ha donato testo ed immagini, e ci ha condotto come sempre dentro un pezzo del suo mondo!
Lasciamo a lei la parola ..
“Mi chiamo Ambra, ho 27 anni e sono laureata in Servizio Sociale.
Attualmente il caso, che non esiste, mi ha portata ad approfondire uno dei contesti maggiormente sperimentati durante i miei due tirocini formativi.
Ho infatti da poco iniziato un’esperienza lavorativa presso una Comunità minorile e mamma-bambino.
Desiderosa di proseguire sulla mia strada, sto inoltre preparandomi a sostenere l’Esame di Stato, abilitante alla professione di Assistente Sociale.
Credo nella creatività così come credo nell’arcobaleno dopo il temporale ed infatti scrivo questo mese proprio perché ho deciso di laurearmi con una tesi sulle medical humanities e sul valore attribuito alla scrittura autobiografica di racconti esperienziali nei contesti di aiuto; elaborato realizzato grazie alla collaborazione di assistenti sociali e tirocinanti.
Nella scrittura della mia dissertazione finale ho inserito, tra gli altri, anche un mio racconto autobiografico, nel quale concludo scrivendo che: ‘Per me ESSERE ASSISTENTE SOCIALE significa CREARE, avere tra le mani una tavolozza piena di colori differenti e davanti a me una tela bianca, sulla quale dipingere con mille pennelli differenti.’ “
E a voi il piacere della lettura …!!

‘Per ascoltare gli altri è necessario iniziare ad ascoltare se stessi’, scrive Campanini.
È partendo dal riconoscimento della centralità di questo assunto in ogni contesto di cura, che ho deciso di dedicarmi, nella mia Tesi di Laurea in Servizio Sociale, all’approfondimento di qualcosa di nuovo, di vero, di necessario.
La mia esperienza di tirocinio, mi aveva messo a contatto con una realtà organizzativa della quale avevo osservato e sperimentato risorse e limiti.
Gli assistenti sociali si presentavano, agli occhi del servizio ed ai miei, come ‘professionisti’ ma era evidente in loro il bisogno di essere riconosciuti anche come ‘persone’.
Giorno dopo giorno, essi erano impegnati ad ascoltare e dare voce all’altro, con l’evidente difficoltà e necessità di trovare, per se stessi, un tempo ed uno spazio dedicato dove riuscire, a loro volta, ad ascoltarsi per comprendersi e poter, così, anche comprendere.
Ho pensato ad una possibile strategia ed ho trovato nelle metodologie impiegate nei laboratori Narrativi, Esperienziali, Autobiografici, Riflessivi (NEAR), da qualche anno in fase di sperimentazione presso l’Azienda Sanitaria Locale di Biella, un interessante ponte tra teoria, pratica professionale e formazione.
Tali laboratori formativi sono indirizzati ai professionisti sanitari, socio-sanitari e del mondo socio-educativo; essi sono rivolti ai professionisti della cura in senso ampio (medici, infermieri, A.S., O.S.S., psicologi, insegnanti, educatori …).
A livello operativo l’approccio NEAR prevede il coinvolgimento nelle attività di circa quindici professionisti, un gruppo eterogeneo che viene invitato a sperimentarsi in pratiche narrative-based, mettendo in gioco la propria memoria nella condivisione di esperienze professionali, il cui valore sia stato significativo, per chi le narra.
I partecipanti devono essere accumunati da qualcosa, non per forza devono svolgere la medesima professione.
La logica che orienta le attività è ‘circolare e partecipata’, nel senso che quello che si cerca di creare è un sistema aperto, di condivisione reciproca.
Vi è così uno scambio di esperienze e di punti di vista e viene stimolata la ‘capacità di ascolto (di sé e dell’altro)’, indispensabile per il professionista che opera in contesti di aiuto.
Attraverso la scrittura si allenano infatti competenze non trasferibili, come la capacità di comprendere e di interpretare empaticamente.
Il focus non é tanto qui sull’informazione trasmessa e veicolata dal formatore, come nelle ordinarie attività di training, che rischia di appiattire l’incontro e creare distanza emotiva; quanto più sulle retroazioni dei partecipanti, sulle possibilità di cambiamento percepite, sul grande valore tras-formativo.
In questo tipo di esperienza di education si accompagna il professionista in uno spazio dialettico, che porta gli interlocutori oltre le modalità di lavoro individuali e burocratico-tecnicistiche, pur talvolta parlando delle stesse; interessandosi a come l’operatore giornalmente agisce, a quale significato attribuisce al proprio operato ed a cosa concretamente fa.
Ho così scoperto un mondo nuovo che si colloca nel contesto dell’educazione degli adulti, che sostiene e rafforza la creatività, un elemento per me fondamentale in ogni attività di cura e che si propone, come fine ultimo, quello di aiutare il professionista ad aiutare anche se stesso.
La letteratura di riferimento è quella delle medical humanities e della medicina narrativa, discipline che, come scrive Agosti ‘hanno la finalità, […] di formarci come donne e come uomini’.
Esse aiutano ad osservare ciò che ci circonda con uno sguardo più globale, capace di cogliere maggiormente la complessità delle storie che viviamo, ascoltiamo e raccontiamo.
Per questo motivo, le esperienze formative che ne derivano sono d’aiuto all’operatore sociale non solo in quanto professionista ma in quanto persona. La loro utilità non è solo limitata alle esperienze professionali ma di vita in generale.
Tra le attività formative narrative-based sono da annoverare:
Tutte ciò è racconto, tutto ciò è narrazione.
Ho scelto di approfondire la scrittura di storie, in particolare quella in prima persona, la scrittura autobiografica di storie esperienziali, perché esse sono testimonianze di vita e di cambiamenti.
Ho da sempre riconosciuto l’immenso valore riflessivo della scrittura e inoltre sappiamo quale importanza essa rivesta nel contesto professionale di riferimento, quello dei servizi sociali.
L’agire professionale dell’assistente sociale si snoda nei meandri della narrazione, egli quindi per conoscere e comprendere, deve essere un esperto di relazione e di narrazione.

Ho così richiesto la collaborazione di cinque assistenti sociali e dieci aspiranti tali (cinque tirocinanti di primo livello e cinque di secondo).
Presupposto di partenza doveva essere la loro volontà di mettersi in gioco, a diretto contatto con se stessi e con le evoluzioni avvenute nel corso della loro esperienza professionale e formativa universitaria. Questo perché ritengo che, per un professionista, quale l’assistente sociale, definito ‘agente di cambiamento’, sia necessario prima di tutto lavorare sulla propria trasformazione, per poter poi riconoscere e sostenere quella altrui.
Ho impostato la mia indagine sociale partendo dall’invio di un mandato: un testo, trasmesso ai collaboratori dove ho riportato due input generici ed aperti, che fungessero da elementi catalizzatori ed indirizzassero il processo di scelta dei narratori, circoscrivendo ed orientando la loro memoria attorno ad uno specifico episodio vissuto.
I collaboratori hanno così dovuto rispondere a due domande:
Presupposto di base era che ciascun collaboratore fosse il più possibile libero di accedere al proprio universo di significati, personalmente definiti.
Chiedendo alle persone di scrivere una storia autobiografica, si chiede loro di raccontarsi, di scavare dentro se stessi e di scegliere con cura le parole adeguate a descriversi.
Si mettono in atto delle dinamiche inconsce: si attiva la memoria ed il pensiero narrativo, successivamente viene impiegata l’intelligenza autobiografica ed il racconto diventa un testo semanticamente ordinato.
La memoria, risulta così essere l’unica capace di farci assaporare il valore del tempo.
Demetrio scrive che: ‘Il pensiero autobiografico prende forma, è quasi un istinto, per tenere insieme una vita’ e aggiunge che ‘il passato si rivela il tutore e il depositario della nostra identità’.
Il racconto di sé diventa un luogo di incontro, acquisisce un valore temporale.
Esso ci aiuta a ri-conoscerci, a creare una lieson tra chi siamo e chi eravamo, un legame tra passato e presente che diventa concreto proprio attraverso la scrittura e che sarà impresso su quel foglio, per sempre.
Mettere nero su bianco piccoli estratti della propria vita permette di ripensarli, alla luce degli anni trascorsi da quell’evento. Consente di dare forma ad un ricordo, che lungi dall’essere sbiadito ed offuscato, si scopre essere nitido, nel momento in cui si inizia a trascrivere la propria esperienza.
Il testo sarà da quel momento in avanti a disposizione, come guida all’agire; uno strumento operativo e riflessivo al pari degli altri che accompagnano il professionista nelle sue scelte.
Sarà possibile rivedere alcuni passaggi, rivalutare l’esperienza vissuta, attribuirle un sempre nuovo significato perché ‘ricordare è una conquista mentale, un apprendere da se stessi’.
Le retroazioni, scaturite da questo mio preliminare lavoro di indagine narrativa, sono state messe in luce durante un incontro dimostrativo finale, condotto dal Prof. Vincenzo Alastra in presenza della sottoscritta, al quale sono stati invitati tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del mio progetto.
Diversi sono stati i dubbi, qualcuno ha rinunciato, altri mi hanno rivolto domande in itinere e post fase di scrittura.
Condiviso è stato il valore riflessivo riconosciuto all’utilizzo di pratiche narrative-based nei contesti di cura e tanti sono stati anche gli effetti inaspettati.
Molte sono state le risonanze emotive. L’affiorare dei ricordi ha richiesto a chi ha scritto un impegno non indifferente, che ha portato i collaboratori ad assumersi il fastidio della riflessione, perché riflettere è un’azione tutt’altro che semplice.
Attraverso la raccolta ed analisi comparata di questi racconti è stato possibile rilevare alcune convergenze tra le parole di assistenti sociali e tirocinanti in merito al processo di formazione dell’identità professionale così come alla necessità per chi lavora nei servizi e per chi ancora studia di raccontare la professione adottando un punto di vista interno; ciò per tentare di combattere l’ancora avvertito pregiudizio alimentato dal senso comune e ancorato a retaggi socio-culturali obsoleti che descrivono l’assistente sociale come una figura altra rispetto a ciò che realmente é.
Il lavoro è stato intenso, travolgente, un raccontarsi emotivamente orientato, una rielaborazione attenta che è riuscita a scavare nel passato andando in profondità, fino a recuperare le motivazioni che hanno condotto ad intraprendere questo cammino professionale.
Spesso, è emerso dai racconti, sono le esperienze personali ad aver portato tra questi banchi universitari e non altrove: vissuti di perdita, di violenza, di abbandono, di solitudine, una propensione all’aiuto incondizionata.
Sono le ferite, non solo sul corpo bensì nell’anima, i ‘vuoti’ sperimentati che hanno distrutto dentro ed i ‘pieni’ che hanno ricostruito un po’ fuori.
A volte, si decide di svolgere questa professione perché si vuole tendere a qualcun altro quella mano che a noi è mancata.
Si decide di voler diventare assistenti sociali per aver cura dell’altro e, così, curare anche un po’ se stessi.
Scrivere un racconto autobiografico, in questo frangente, ha avuto il valore della ri-scoperta.
Alla domanda ⸺ Cosa significa essere assistente sociale? ⸺ Non vi è un’unanime risposta.
Scrivere un racconto su cosa significhi svolgere questa professione ha significato: scoprire l’empatia, prendere coscienza dei limiti professionali, voler essere una luce nell’oscurità, realizzare che ricordare è ancora possibile, riflettere su quanto sia necessario lottare per difendere la propria identità professionale, rivivere le vittorie e le sconfitte senza trucchi né inganni, palesando le contraddizioni esistenti tra teoria e prassi operativa e la difficoltà sperimentata come professionisti e come persone, quando si accompagna un essere umano, sia esso donna, madre, uomo, padre, figlio, figlia, ad allontanarsi.
Nell’incontro dimostrativo, abbiamo chiesto ai collaboratori/scrittori di ripensare all’esperienza di narrazione vissuta. In sostanza la domanda posta loro è stata: Cosa avete provato scrivendo?
‘E’ utile rappresentare a me ed altri il mio essere «assistente»-«sociale».’
‘Spostare timidamente l’angolo del velo posto sopra la professione.’
‘Trovare tempo per farsi del bene.’
‘Liberazione e rinascita nel mio percorso quotidiano annebbiato da tempo.’
‘Rispondere e rielaborare senza limiti e confini.’
‘Andare oltre i propri limiti aiuta a migliorarsi.’
‘Per amore devi saper lasciare andare.’
Questo è ciò che hanno scritto. Questo è ciò che hanno provato.
Raccogliendo i loro racconti io sono entrata un po’ a far parte delle loro storie.
Le ho maneggiate con cura come si è soliti fare con tutto ciò che è delicato e ne ho avuto rispetto, perché una sola cosa era certa:
Siamo stati, insieme, come l’equipaggio di una grande imbarcazione.
Ma non ero io ad essere al timone della loro nave.
Quel posto spettava di diritto a loro, perché ne erano i comandanti.

Concludiamo in bellezza il mese con l’ultimo contributo sul tema dell’apprendimento!
Chi scrive è SARASSO FEDERICA, Laureata presso l’Università degli Studi di Torino, insegnante, mamma, viaggiatrice e un po’ sognatrice … Da sempre impegnata nella tutela dell’Infanzia e nel diritto all’ Istruzione. Ha fatto esperienze di scambi interculturali (Olanda, Tunisia), di mobilità e cooperazione (Inghilterra, Spagna) e di volontariato internazionale (Senegal, ex Jugoslavia). Ma anche Autrice del libro “Acqua-Water. Sciogliere i dubbi e stimolare la creatività con l’apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua Inglese veicolare” relativo alla diffusione della metodologia C.L.I.L. (Content and Language Integrated Learning).
Gustatevi quello che ci racconta!

L’ « impossibile » è il non averci provato!
Sono qui perché credo profondamente nella creazione di sinergie virtuose a partire dalla condivisione di esperienze e vissuti, soprattutto nei campi a me più cari: l’Istruzione e il Servizio Sociale. Ebbene sì, in questo momento della mia vita sono un’insegnante di ruolo, scrittrice, con inclinazioni sociali e uno sguardo rivolto verso una dimensione internazionale insomma, una figura poliedrica difficilmente adattabile a schemi predefiniti, che ha cercato di declinare nel migliore dei modi le occasioni di crescita che la vita le ha offerto.
Partendo dalla convinzione che la diffusione di buone prassi non aiuti solo a sciogliere dubbi e perplessità ma anche stimoli la florida generazione di nuove idee… ho risposto alla “chiamata” di Cristina e Giulia perché il loro coraggio è contagioso, la loro determinazione ammirevole ed infine, perché passione, creatività, intraprendenza e l’ ”essere fuori dal coro” sono tratti salienti che ci accomunano, insomma … “It’s a pleasure to be in a place where dreams come true!”.
Il loro tempismo è stato propizio nel proporre “L’apprendimento” come tema del mese, ora vi spiego perché …
Una delle mie più recenti e significative esperienze di apprendimento – insegnamento inteso come: progettualità autentica, cambiamento, consapevolezza e autovalutazione costruttiva, che ha pervaso i miei ultimi anni di duro lavoro, ha riguardato la diffusione di una sperimentazione di didattica Inglese in metodologia C.L.I.L., da me condotta nella scuola Primaria.

Con la sua pubblicazione ho voluto divulgare semplici ma funzionali prassi frutto di un’esperienza concretamente concepita, articolata, documentata ed arricchita da materiali e personali riflessioni migliorative.


La Lingua Inglese per trattare diversi ambiti disciplinari è molto utile e proficua per i bambini perché consente una progressiva acquisizione di nuovo lessico in L2 e, contestualmente, una diversa modalità di rinforzo e /o approfondimento di argomenti e concetti noti agli allievi in Lingua Madre (Competenza chiave trasversale “Imparare ad imparare”[1] strettamente legata al “Lifelong learning”[2]).
La metodologia C.L.I.L. (Content and Language Integrated Learning) propone una didattica multimodale, flessibile, inclusiva e coinvolgente che accresce la motivazione all’apprendimento attraverso la Lingua Inglese, promuovendo l’autonomia e la cooperazione, integrando in modo naturale le quattro abilità dell’ascoltare, parlare, leggere e scrivere.
Sviluppa la capacità di riflettere, ragionare, sviluppare le competenze sociali fondamentali per i giovani di domani che dovranno essere i grado di prendersi delle responsabilità e saper collaborare con altre persone. Inoltre, l’integrazione delle 4C Content, Communication, Cognition and Culture/Citizenship (D. Coyle et al. , 2010[3]) contemplate nel C.L.I.L. sono dimensioni essenziali per contribuire alla formazione e all’inserimento dei giovani in un contesto europeo plurilingue e pluriculturale.
Perché quindi non adottare questa metodologia, con le dovute semplificazioni e adattamenti, sin dalla Scuola Primaria in una prospettiva di crescita formativa dei cittadini europei di domani?
E’ «impossibile» le risorse sono scarse e perché non esiste ancora letteratura specifica sull’argomento?
E’ ambizioso perché si tratterebbe di esplorare come pionieri “terre sconosciute”?
La multimodalità nelle lezioni C.L.I.L. risulta essere fondamentale perché punta al pieno coinvolgimento dei bambini e all’attivazione di tutti i loro canali e «intelligenze multiple» (Gardner, 2010[4]), perché non dare visibilità e riscontro reale a questi benefici? E’ «impossibile» o faticoso farlo?

L’approccio a una lingua straniera è fatto di contenuti, abilità, pratiche ma anche di emozioni, sensibilità e peculiarità di ciascuna persona, il riuscire a proporre delle attività versatili, motivanti e coinvolgenti credendoci, fa sì che anche uno “zoccolo duro” come lo studio della Lingua Inglese, a volte trascurato nel nostro paese, possa diventare piacevolmente entusiasmante fin dall’inizio della carriera scolastica dei nostri alunni. Ciò che viene coraggiosamente e faticosamente sperimentato in tal senso non dovrebbe rimanere solo un patrimonio per pochi intimi, bensì convergere in esperienze di “Cultura viva” utili a tutti …
COME? Scopritelo …
. Seguendomi su https://www.ericksonlive.it/members/federicasarasso/activity/
. Partecipando all’evento del 19/06/2018 h. 17,00 presso la libreria “Braccini” di V. Braccini, 27/b Torino
. Contattandomi su federicasarasso@libero.it
Buone imprese «impossibili » a tutti!
[1] Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio «Relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente» (2006/962/CE). Competenza chiave di cittadinanza «Imparare a imparare»: abilità di organizzare il proprio apprendimento in base alle proprie necessità, in modo autonomo e consapevole per apprendere ma soprattutto per continuare ad apprendere, lungo tutto l’arco della vita.
[2] Programma d’azione comunitaria nel campo dell’apprendimento permanente, o Lifelong Learning Programme (LLP), riunisce al suo interno tutte le iniziative di cooperazione europea nell’ambito dell’istruzione e della formazione. Con il termine «lifelong learning» si intende l’educazione durante tutto l’arco della vita, quell’educazione che inizia ancor prima della scuola e si prolunga fin dopo il pensionamento.
[3] Coyle D. , Content and Language Integrated Learning, Cambridge University Press, 2010
[4] H. Gardner, Formae mentis, Milano, Feltrinelli, 2010
Terzo appuntamento con il tema dell’apprendimento!
Chi ci dona i suoi pensieri è Silvia Botta, assistente sociale presso il Ministero della Giustizia, formatore ed eccezionale supervisore, una di noi ha avuto la fortuna di incontrarla come collega ed ha appreso da lei l’essenza di molti aspetti della nostra professione!
Fatevi trasportare nel personale racconto di un percorso che vede coinvolti il supervisore, il tirocinante, l’apprendimento .. ma non solo!
Mettetevi comodi e buona lettura!
Da molti anni, nell’ambito della mia professione di assistente sociale, mi viene richiesto di seguire giovani studenti del corso di laurea in servizio sociale, come tirocinanti all’interno dell’ente in cui lavoro. Ogni volta accetto con entusiasmo; lo facevo anche prima, quando non era riconosciuto in alcun modo questo impegno e non erano attribuiti i crediti formativi per questo tipo di attività. Ricordo la prima volta, quando l’Università di Novara mi chiese se volevo seguire una tirocinante: mi sono sentita fiera di questo compito, nonostante la mia giovane età, abbastanza vicina a quella della studentessa, convinta dell’importanza del ruolo del referente supervisore nel percorso scolastico dell’assistente sociale e della costruzione del sé professionale. Fu un’esperienza estremamente arricchente per me come persona e come professionista e devo dire, senza retorica, che da quella volta ogni tirocinante che ho incontrato mi ha trasmesso molto dal punto di vista della relazione e ha contribuito a farmi cogliere aspetti della professione diversi e importanti.
Uno dei momenti più significativi è il momento del primo incontro, a cui segue l’accoglienza nel servizio, un luogo estraneo, spesso idealizzato, dove lavora altro personale, con delle dinamiche e degli equilibri propri. Il servizio accogliente ha una sua dimensione organizzativa, difficile da spiegare, ma soprattutto è determinante nell’accoglienza o meno degli studenti, che portano una ventata di “aria fresca”.
Naturalmente ciascun studente, con età diverse, contesti di appartenenza diversi, si è presentato al servizio, portando con sé la propria storia, le proprie aspettative, le proprie motivazioni che lo hanno portato a scegliere questo tipo di studi.
La voglia di incontrare l’altro, di sperimentarsi in prima persona con l’utenza sono caratteristiche comuni a quasi tutti gli studenti.
Il ruolo del supervisore del tirocinio che viene richiesto dall’università è quello di contribuire all’apprendimento attraverso l’esperienza. Lo studente arriva con un bagaglio di conoscenze teoriche, che deve utilizzare nella pratica operativa, partendo da un periodo osservativo, che comprende l’analisi della documentazione prima e poi l’affiancamento al supervisore durante l’esercizio della professione. Compito del supervisore è quello dunque di aiutare lo studente a entrare nel mondo dei servizi, con una chiave di lettura critica che gli viene fornita dalla formazione universitaria e aiutarlo a rielaborare l’esperienza, con la riflessione, le sedute di supervisione, il confronto continuo. Mi vengono anche in mente i lunghi viaggi in macchina per raggiungere la sede della casa circondariale, le strutture comunitarie e le case degli utenti. Durante questi viaggi molti tirocinanti ponevano le domande sulle storie delle persone che andavano a incontrare, quasi che la conoscenza completa della situazione li ponesse in una condizione di maggiore controllo, rispetto alla problematicità dei casi. Altri invece preferivano parlare di loro, perché si crea sempre una relazione, che riguarda due persone e che può andare oltre i ruoli.
Il supervisore coglie i tempi dello studente, il suo grado di apprendimento, la sua capacità di utilizzare le informazioni e da questo indirizza il percorso di tirocinio.
La presenza costante di un osservatore attento come il tirocinante, fa sì che il supervisore si senta responsabile di rendere chiaro e trasparente l’agire professionale. Molti interventi che spesso vengono svolti in maniera frettolosa e standardizzata, al momento che vengono spiegati allo studente, riacquistano la loro specificità e la persona a cui sono rivolti ridiventa finalmente unica, come dovrebbe essere. Allo stesso tempo è necessario presentare anche le problematiche che caratterizzano i servizi, senza però limitarsi al consueto e tipico atteggiamento di sconforto, ma in ottica di possibili ipotesi di soluzione.
Il tirocinante ha il diritto anche di sperimentarsi in prima persona, sia nella relazione con le persone, sia nella stesura di relazioni scritte e nell’utilizzo degli strumenti a disposizione del servizio. La possibilità di “vivere” l’esperienza in prima persona, consente allo studente di assumere in maniera graduale compiti e responsabilità. Nonostante la voglia di sperimentarsi, il tirocinante di solito vive queste prime esperienze con incertezza, con la paura di sbagliare, con il desiderio di trovare una soluzione al posto della persona. Egli porta con sé i propri valori, le sue conoscenze e le sue risorse e perché no, i suoi piccoli o grandi pregiudizi sul cosiddetto “diverso”, che poi diverso non è, ma soltanto non conosciuto. Il supervisore ha il compito di sostenere lo studente in questo percorso, attraverso la riflessione sui punti di forza e sulle criticità.
Anche la necessità di garantire alla comunità professionale la buona preparazione, dal punto di vista metodologico e deontologico, dei futuri professionisti assistenti sociali, è un grande onere per il supervisore. Acquista pertanto molto importanza la verifica, in collaborazione con il tutor dell’università, degli obiettivi formativi, in un’ottica dell’acquisizione graduale dell’autonomia dello studente.
Ma si può apprendere ad essere un assistente sociale competente ed in grado di inserirsi nella realtà dei servizi, che ad oggi assumono caratteristiche complesse e variegate? Si può trasmettere la passione per il proprio lavoro, dopo tanti anni di esercizio della professione?
Penso di sì per entrambe le domande. Credo che un supervisore attento riesca a trasmettere un po’ di sé e delle sue competenze professionale, nel rispetto dell’individualità dello studente, mettendosi continuamente in gioco, auto valutandosi, non dando mai per scontato né la semplice procedura né alcun tipo di relazione con l’altro. Se tale atteggiamento è vero viene percepito dallo studente, che, seppure con le proprie peculiarità, in chiave critica, riuscirà a cogliere i valori che caratterizzano l’agire degli assistenti sociali e che faranno parte della sua identità professionale, se sceglierà di diventare un professionista nel sociale. Non è detto, infatti, che tutti gli studenti svolgeranno il lavoro di assistente sociale; l’importante che l’esperienza di tirocinio possa essere utile per effettuare in futuro scelte consapevoli.
Ritengo tuttavia che ciò che può fare la differenza e contribuire a far sì che il percorso di tirocinio sia veramente efficace sia l’incontro unico tra i vari interlocutori ( l’università,lo studente,l’ente,il professionista, l’utenza), che condividono, seppure con ruoli diversi,per un periodo di tempo un’esperienza formativa reciproca e di crescita personale.
E’ iniziata una nuova settimana ed eccoci puntuali con un nuovo contributo sul tema del mese!
Chi ci regala un testo che intreccia i concetti di apprendimento e felicità ma ci racconta anche di una innovativa creazione professionale è Barbara Celia!
Assistente sociale esperta in ambito giuridico, consulente del Ministero della Giustizia e componente del gruppo esperti della Cooperativa Sociale E.T, ma anche docente formatore e mamma!
Ha avuto entrambe noi come colleghe, ahilei!
Seguite qui il progetto,
mettetevi comodi
e
buona lettura!!
Apprendere: voce del verbo avere sete. Una sete che gusta, assaggia, desidera. E che ad un certo punto trabocca e irriga.
A volte mi guardo indietro e scopro questo sapore e questo regalo della vita. L’aver voglia di imparare e la capacità di stupirmi dell’incontro con chi, diverso da me, sa raccontarmi cose nuove sulla vita.
Sorrido quando i giovani che incontro arrivano entusiasti alla laurea e dicono “finalmente è finita”, “ho smesso di studiare”. Sorrido perché il mio augurio inconfessato è: “ti auguro che non sia così”.
La felicità e la soddisfazione del mio lavoro nascono da questo: che è sempre tutto un “già e non ancora”, un apprendere, un imparare e un poter poi raccontare.
Lavorando nel sociale respiri la vita, entri nelle case, conosci storie, incontri volti e la realtà spesso supera la fantasia; e il mondo accademico assume forme e colori che i libri spesso restituiscono sbiaditi.
Da questo desiderio è nata da un anno una piccola creazione professionale. Un luogo di incontro tra professionisti diversi: assistenti sociali, educatori, psicologi, counselor, pedagogisti… e chissà chi arriverà ancora?!
Un’equipe appassionata che vuole aprire mente e sguardo verso le persone e verso il sapere.
“Open Mind”: un progetto sostenuto dalla Cooperativa E.T. che pian piano prende forma in base alle persone, alle loro esigenze e alle loro richieste. Un gruppo di “esperti” che vogliono guardare alcune questioni da diversi punti di vista. Molti di noi hanno più di una laurea, specializzazioni eppure ci accorgiamo che l’altro può regalarci nuovi sguardi e che insieme è tutto più ricco.
Da soli non bastiamo a noi stessi. Senza l’altro il nostro sapere sfugge.
Quest’anno abbiamo lavorato molto con gli insegnati, loro ci hanno accompagnato verso il mondo dei genitori e i genitori ci hanno chiesto di lavorare coi loro figli. E dagli occhi dei ragazzi rivediamo la passione, i desideri e le paure degli adulti, in un intreccio di storie che a volte conduciamo e altro volte ci conducono.
Nuove riflessioni, nuovi incontri e nel mio offrire un sapere, oggi, mi sento arricchita e grazie alle persone che mi ascoltano e si confrontano mi accorgo di poter regalare nuovi dettagli, nuove attenzioni.
Nell’incontro ci si presenta, ci si sfiora, si stringe un patto a doppio binario e spesso nella vita è più quello che ricevi, di quello che puoi restituire.
Nella cameretta di mia figlia, insieme ad un’amica assistente sociale e a mia sorella abbiamo disegnato questa vignetta.
Penso sia il traguardo e il desiderio di ogni vita. Essere vergognosamente felici. E non lo si può mai fare stando da soli.
