L’ACCOGLIENZA : raccogliere persone

Eccoci qui !

Bentornati sul nostro Diario di Bordo e Blog in cui condividiamo ogni mese le nostre attività e gli articoli di chi ,  a partire dal tema da noi proposto, coglie l’input  sente la voglia e il bisogno  di raccontarci il suo punto di vista sul dato argomento o chi riceve proprio il nostro spassionato invito a dirci la sua ! 

Il tema di Settembre è l’Accoglienza e la nostra collega assistente sociale libero professionista Irene Saporito  è  stata la prima a raccogliere la chiamata !

Irene ci racconta, in un mese di raccolti qual’è Settembre, come l’accoglienza sia tutto quello che sui manuali troviamo descritto e…ma anche, sopratutto, qualcosa in più!

Buon raccolt.. emh.. buona lettura a tutti voi

e Grazie Irene per il tuo contributo ! 


L’ accoglienza : raccogliere persone 

Ecco il mio contributo sull’accoglienza, ma prima di iniziare mi presento brevemente.

Mi chiamo Irene e sono una giovane assistente sociale che fin dall’inizio ha deciso di intraprendere la libera professione per ritrovarsi poi a lavorare anche per privati con contratti dipendenti. Attualmente lavoro nel terzo settore per l’European Research Institute una Onlus  torinese dove mi occupo, per metà settimana, di accoglienza migranti, collaborazioni con l’UIEPE di Torino e in piccola parte di progettazione sociale, l’altra metà settimana lavoro per il Ser. D.  di Ivrea in un’equipe posta all’interno del carcere eporediese.

Potrei dire che l’accoglienza ha sempre fatto parte della mia vita professionale ed in primis perché come assistente sociale ho iniziato a lavorare in “accoglienza migranti” nel 2016 e prima ancora ne feci una tesi di laurea magistrale nel 2014. Cosa successe nel 2015 è stata davvero un’esperienza di accoglienza perché partecipai ad un progetto di mobilità internazionale che mi vide bisognosa di qualcuno che mi accogliesse in un paese che non era il mio nonostante fossi consapevole che non ci sarei rimasta.

Ma bando alle ciance, l’accoglienza in Italia ha a che fare con i migranti solo dagli anni dell’emergenza ma da sempre è parte integrante e principale del servizio sociale e non solo. L’accoglienza è il primo step, il primo gradino durante il quale un utente o un cliente si presenta e contemporaneamente ci si rende conto di cosa ha bisogno la persona. Ma accogliere qualcuno è moooooolto di più.

L’accoglienza è, per quanto mi riguarda, mettersi in ascolto di tutto ciò che la persona porta durante un incontro. Succede che una persona parli di qualcosa di insignificante per noi, per poi scoprire che per la persona stessa ha un grande valore, scoprirlo è la parte importante. Se accogliere è ascoltare, quest’ultimo non si riferisce solo a quello che vogliamo sapere perché strettamente legato al lavoro, succede di ascoltare storie o aneddoti o disavventure quando non proprie tragedie familiari, senza che nessuno l’abbia chiesto ma in realtà c’è sempre un motivo per cui qualcuno racconta qualcosa. Accogliere vuol dire anche raccogliere dolore e sofferenza. Più di quanto ci si aspetta.

L’accoglienza è anche il momento dove nasce il rapporto di fiducia e anche se sembra un concetto molto da manuale universitario, è la sacro santa verità. L’empatia che nasce durante il primo incontro accompagnerà il nascere della fiducia fra utente/cliente e professionista. Ed ecco un altro concetto da manuale ma che qualcuno ogni tanto si dimentica: l’accoglienza prevede il non giudizio e soprattutto l’assenza di pregiudizio perché con questi non si potrà mai parlare di accoglienza e penso ai tanti visi di migranti visti appena sbarcati e ai tanti detenuti che sto incontrando in carcere e che mi raccontano le loro storie e io semplicemente li ascolto così loro continuano a parlare.

Concludo quindi dicendo che anche se l’accoglienza fa parte del nostro lavoro, in realtà non è proprio così. Accogliere deriva dal latino e significa appunto “raccogliere” e quante volte al tavolo di un bar raccogliamo le gioie dei nostri amici, o i momenti di tristezza, raccogliamo e collezioniamo istanti ma anche persone che accogliamo nella nostra vita per ascoltarle: un madre preoccupata, una sorella delusa, un’amica arrabbiata e a volte anche noi stessi.

 

Buona raccolta a tutti!

Summer time…and the livin’ is easy (?)

 
 Agosto è proprio un mese strano, sorprendente e quasi magico.
Se si ha la fortuna di avere un lavoro e il modo di andare in vacanza , Agosto senza dubbio sà di calma riposo, relax e libertà ma se si è costretti a vivere il vuoto della città in un momento di difficoltà o di crisi  Agosto può anche portare con sé sentimenti di solitudine, fatica e sensazioni proprio poco piacevoli!

Un mese bello, ma complicato…un po’come i 18 anni !

Vi abbiamo già raccontato a Luglio di Agevolando, nel nostro articolo del 3° lunedì del mese,  ma a proposito di sorprese …tadaaaaaaà eccoci qui , anche se avevamo promesso di sospendere la nostra presenza sul web e sui social ad Agosto ! 

Ci è giunto in dono, inaspettatamente, il contributo di Sonia Gentile, referente per Agevolando Torino, sul tema dello scorso mese “la crisi”  e non potevamo non pubblicarlo … a questo punto con una doppia categorizzazione “CRISI” e  “SORPRESA” !

Abbiamo incontrato Sonia poche settimane fa per saperne qualcosa di più sulle attività  ed i  progetti in favore dei neo- maggiorenni in Torino e provincia, e abbiamo colto subito il suo spirito da Guerriero della Luce e la passione che mette nel contribuire, con Agevolando, a far sì che i diciottenni in “dimissione” dai percorsi di tutela non si trovino soli ad affrontare il futuro  spirito, sognante critico e combattivo,  che ci ha confermato regalandoci  al volo, poco prima prima di partire per le sue meritate ferie il suo contributo  estivo!

Buona lettura estiva a tutti voi e Grazie Sonia !


Summer time…and the livin’ is easy (?)
E’ l’ultimo giorno di luglio e sono qui a “preparare” le vacanze, quelle di tutta la famiglia!
Non siamo dei grandi pianificatori e, (pur) sapendolo, quest’anno ci siamo infilati in un viaggio abbastanza a doppio taglio! E sono in crisi, ovviamente: l’ennesima dopo quella attraversata per la scelta del tipo di vacanza, della meta, dell’itinerario, della roba da mettere in valigia…ciascuna delle quali si ripropone ogni volta che la stanchezza mi assale.
Di fatto decidere mi manda in crisi, da sempre (e forse per sempre).
Ho spesso pensato al perché di tale limite, che dubito sia esclusivamente mio.
E la risposta che spesso mi sono data è che non sono stata mai abituata a scegliere e decidere, in un ambiente protetto come può essere quello famigliare.
Si, perché secondo me a scegliere  ci si deve allenare: a valutare, ponderare e pure sbagliare senza che per questo ci caschi addosso il mondo o l’autostima.
Ai tempi della mia gioventù qualcuno lo ha sempre fatto al posto mio; salvo poi scomparire in drammatiche circostanze proprio nel momento in cui per lo Stato Italiano avrei dovuto fare scelte importantissime!
I miei 18 anni: festa a sorpresa dai compagni di classe, interrail d’estate,…; tutto molto figo, ma complicato!
Nel tempo ho imparato che i cambiamenti fanno parte della vita. Spesso sono vitali, bramati, sudati, meritati, altrettante volte subiti. Derivano da una crisi, che magari non riguarda direttamente noi, e spesso mandano in crisi, direttamente noi… Un effetto domino, quando mi piacerebbe poter parlare di dominio: dell’ansia, dell’ignoto, della tristezza per quanto perduto, della rabbia, della sensazione di sentirsi persi fra un passato cambiato ed un futuro da costruire…
C’è differenza fra un cambiamento, una crisi subita ed una in qualche modo cercata?
Di fatto credo che lo stress cui si va incontro sia lo stesso, derivante possibilmente da emozioni diverse.
Ecco, la crisi per me: un’eruzione di emozioni che volente o nolente non possono (e forse non devono) essere contenute. Un momento di caos da affrontare per poter poi riordinare quello che realmente pensiamo e sentiamo possa servire a creare un nuovo equilibrio. La crisi per me è momento di forte umanità, in cui bisogna guardarsi dentro, ascoltarsi, ma senza perdersi…e qui sta la grande sfida.
Probabilmente, sulla forza che ci permette di non perderci sta la differenza fra l’affrontare un cambiamento, una crisi subita ed una in qualche modo pianificata. A quest’ultima dovremmo arrivarci in qualche modo più pronti, dunque più forti, o comunque più consapevoli. Mentre una situazione di stress improvvisa, non pianificata può mandarci veramente in crisi.
Però poi mi chiedo: è possibile pianificare una crisi? A ciascuno la propria risposta e la valutazione di eventuali manie di controllo generali!
Faccio volontariato per AGEVOLANDO, un’associazione nazionale con una sede anche a Torino.
Ci occupiamo dei grandi temi che riguardano ragazzi neo-maggiorenni che hanno vissuto fuori famiglia e che presto devono affrontare la vita in maniera autonoma; spessissimo parliamo di resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà; un momento di crisi, insomma.
I ragazzi hanno identificato nella pianta di cactus il simbolo dei loro passati e dei loro sogni per il futuro: la pianta resiliente.
Il cactus lo innaffiamo (poco, eh) ma la nostra resilienza possiamo allenarla, farla crescere a poco a poco? Anche a questa domanda ho poche risposte e molte suggestioni. Per esempio, non credo che la resilienza sia coltivabile in seno a situazioni drammatiche, ma solo nel corso di un processo più o meno lungo che da queste porta ad una crisi e ad un seguente ripristino di un nuovo equilibrio. L’unica caratteristica che secondo me si può allenare è la capacità di affrontare l’imprevisto, questo sconosciuto, giustamente, se no che imprevisto sarebbe?): di non colpevolizzarsi per questo, di non cercare di incolpare nessuno e di affrontarlo accettando il turbinio di emozioni che in maniera sana deve portarci dall’altra parte del momento di crisi. Ma il tutto deve avvenire in maniera graduale, perché una crisi è faticosa, stanca quando non devasta.
E poi non si deve rimanere o essere lasciati soli.
Ciascuno affronterà la situazione a suo modo, ma deve poter contare su una buona rete di sostegno. – Ciascuno si salva da solo, se non è da solo – lessi non ricordo più dove.
Facile a dirsi, certo. Già più complesso a spiegarsi, ed ancora più indefinibile ad applicarsi!
A proposito di applicazione, torno ora alle mie valigie ed al nostro itinerario interrail, per un mese, con i nostri due bimbi, da Torino ad Istanbul e ritorno (torneremo?). Sarà di sicuro un bell’allenamento!
Sonia Gentile

CRISI E CRITICITA’

Mai darsi per finti, fino alla fine!

E in effetti, mentre eravamo pronte a perdere le speranze che ci sarebbero giunti dei contributi sul tema del mese, LA CRISI, ecco che una giovane collega assistente sociale libero professionista, che si divide tra il lavoro con i clienti privati e l’esercizio della professione presso i centri di accoglienza con i rifugiati ed i richiedenti asilo ci invia il suo contributo!

 Alessandra Flori,  non è una neofita del nostro blog e già mesi addietro ci aveva raccontato il suo punto di vista su untema complicato come la sofferenza!

Da circa un anno Alessandra ha deciso di iniziare a svolgere la libera professione  per accompagnare le mamme, i papà, i bambini, gli adolescenti ed i giovani adulti che si trovano in difficoltà a intraprendere un percorso di cambiamento, mettendo in luce le loro risorse personali.

Per conoscere meglio Alessandra vi consigliamo di seguire la sua pagina wordpress.com/post/alessandrafloriassistente , per conoscere come personalmente e professionalmente si è evoluto nel tempo il suo punto di vista sulla CRISI eccovi il suo articolo!

Buona lettura e…Grazie Alessandra!!!


CRISI E CRITICITA’

“Crisi” è una delle mie parole preferite. Ma non lo è stato immediatamente.

L’accezione che le davo era totalmente negativa, sia nella vita privata che in quella professionale.

Leggevo un libro in cui spunta la frase “crisi è una parola bellissima, significa scelta”.

Io così attenta sia alle parole che ai momenti di crisi, sono rimasta di sasso. Nella mia testa un nichelinesissimo “maa veeeerooooo?” che ha smosso degli ingranaggi.

Ho pensato prima alla mia vita, più facile.

Procrastinatrice seriale, le crisi per tanto tempo cercavo di non vederle, le prolungavo con la superficialità di chi dice “è un momento, passerà” e con la fiducia che tutto ciò che si rompe si possa riaggiustare o sia comunque da conservare.

Il significato etimologico del termine “crisi” viene dal greco krino, che significa decidere, scegliere.

Dunque tutto questo procrastinare situazioni di crisi in realtà non è altro che procrastinare una scelta, una decisione e la semplice ammissione che non tutto ciò che si rompe può essere aggiustato o conservato.

Alcune cose si rompono in modo irreversibile e vanno gettate, non conservate.A forza di conservare rischiamo di trovarci le mensole ricolme di oggetti rotti che occupano spazio.

Non è semplice, ci vanno due C per uscire da una Crisi: Consapevolezza e Coraggio. Entrambi sono essenziali per scegliere. Che non vuol dire per forza cambiare totalmente e sovvertire l’ordine delle cose, ma anche comprendere che in determinate circostanze è necessario cercare gli strumenti fuori da noi.

Poi, ho pensato alla professione che ho scelto, ma pensandoci, sono tornata indietro, al tirocinio accademico. All’abusata frase “individua i punti di forza e le criticità”, ripetuta verbalmente e nelle esercitazioni come un mantra e a me ste criticità proprio non scendevano. Innanzitutto, chi sono io per individuare le criticità di un servizio o all’interno di una situazione? Ma soprattutto (altro pensiero nichelinesissimo) “eddopo?” , tanto le risorse sono quelle, il sistema è quello, l’istituzione è quella…e altre banalità appiattite e sconcertanti.

Allenarsi a guardare alle criticità nel lavoro sociale è fondamentale per ripensare agli interventi e per calibrarli su chi ha bisogno di aiuto. La stimolazione del pensiero critico è fondamentale per provare nuovi percorsi.

E non centrano soltanto l’elasticità mentale, la propensione individuale e l’apertura. Bisogna scegliere, a partire dal non fermarsi davanti alle criticità, ma andare oltre.

Ecco come crisi ora è una delle mie parole preferite e ora non mi sono più antipatiche nemmeno le criticità: in entrambi i casi ho la consapevolezza che ogni scelta, più che cambiamento, genera possibilità.

 

Agevolando

E siamo al terzo lunedì del mese senza alcun contributo!
Sicuramente dobbiamo farci delle domande sull’accaduto:
– sarà il tema scelto che mette in difficoltà?
– sarà il chiaro segnale di dover chiudere il blog anche a luglio e non solo ad agosto?!

Eppure noi, non demordiamo!

E vogliamo nuovamente riportarvi una sollecitazione, di come un momento di forte cambiamento e/o di improvvisa modificazione nella vita di un individuo possa in realtà essere generativo di qualcosa di meravigliosamente innovativo!

Come?
Presentandovi l’associazione Agevolando !

“Agevolando nasce dall’iniziativa di giovani che hanno vissuto un’esperienza di accoglienza “fuori famiglia” (in comunità, affido, casa-famiglia) e che hanno voluto mettersi insieme per aiutare altri ragazzi e ragazze nella loro stessa situazione di uscita da percorsi di tutela.

Il valore fondamentale a cui ci ispiriamo è l’attivazione e partecipazione in prima persona dei ragazzi stessi. Inoltre, grazie all’impegno dei soci volontari (ragazzi, operatori, cittadini…) che operano nelle varie sedi, Agevolando si impegna a costruire opportunità di tipo relazionale, abitativo e lavorativo creando e sostenendo una rete di soggetti ed enti tra i portatori di interesse in questo ambito di intervento. L’Associazione svolge attività di sensibilizzazione sulla situazione dei neomaggiorenni e sui loro bisogni, per poter agire sui contesti politici, normativi e culturali.

Siamo circa 150 soci, di cui circa 50 ex-ospiti di comunità per minorenni e/o famiglie affidatarie.
Operiamo principalmente in Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige, Sardegna, Veneto, Lombardia, Puglia, Campania e Piemonte. Siamo disponibili ad avviare altre sedi in Italia ma è importante il supporto iniziale di organizzazioni e persone appassionate del territorio, oltre che potenziali ragazzi attivi.

Agevolando opera nell’ambito del disagio sociale e della promozione del benessere, in particolare in quello dei minori e dei neomaggiorenni “fuori famiglia”, ovvero bambine e bambini, ragazze e ragazzi allontanati dalla loro famiglia a causa di negligenze, trascuratezze, maltrattamenti o abusi subiti oppure ragazze e ragazzi provenienti da altri Paesi e arrivati in Italia da soli quando ancora minorenni.

Il nostro obiettivo è limitare i danni che possono derivare dall’assenza di supporto sociale per tutti questi ragazzi/e che, una volta divenuti maggiorenni, si trovano a dover fare i conti con la conclusione del loro percorso residenziale in comunità e/o in affido familiare privi o carenti di risorse personali e sociali necessarie per raggiungere un sufficiente grado di autonomia dal punto di vista abitativo, lavorativo e relazionale.

I giovani-adulti di cui Agevolando si occupa vengono sostenuti attraverso progetti e iniziative che mirano a garantire diversi benefici quali:

– la casa con canone d’affitto agevolato;
– il lavoro attraverso una rete di imprese “inclusive”;
. l’assistenza e l’istruzione nell’espletamento delle procedure burocratiche relative alla casa, al lavoro, ai documenti personali, alla formazione personale, ecc.;
– il sostegno e l’incoraggiamento nello studio per il completamento delle scuole superiori o per il superamento degli esami universitari;
– la promozione di relazioni sociali e di prossimità utili per un affiancamento rassicurante capace di garantire ascolto, affetto, presenza emotiva;
– la promozione dell’empowerment personale, ovvero del rafforzamento delle capacità dei giovani adulti di padroneggiare e superare le difficoltà quotidiane autonomamente.

Ci occupiamo anche di progetti a favore di minorenni “fuori famiglia” come l’organizzazione di eventi a loro dedicati (feste, tornei, incontri nelle comunità) e attività di sensibilizzazione all’interno delle scuole e durante iniziative pubbliche (congressi, convegni, manifestazioni, ecc.).”

Noi oggi abbiamo incontrato la referente di Agevolando Torino, voi cosa aspettate?

#followtheline

Presentazione tratta da http://www.agevolando.org/

Asproc

Ebbene sì!
E’ estate.
Abbiamo scelto un tema tosto.
Risultato?
Ancora nessun contributo per la nostra chiamata allo scrivere!

Eppure a noi sono venute in mente moltissime sollecitazioni!
Ve ne riporto una, a me molto cara e che ha a che fare con:

il servizio sociale e le calamità naturali!

Sapete che cos’è Asproc?
L’associazione di volontariato Assistenti Sociali per la protezione civile!

Quali sono le sue finalità?
Le finalità riguardano l’organizzazione di un sistema di pronto intervento di servizio sociale professionale, nella previsione, prevenzione e soccorso al verificarsi di calamità naturali e di emergenze sociali, ovunque se ne richieda la necessità di intervento sul territorio nazionale e internazionale.

Come è nato?
Da una parte il modello organizzativo della Protezione civile è riuscito a cogliere l’importanza dell’integrazione tra le diverse prestazioni nel’area socio-sanitaria, e dall’altra il sociale ha dimostrato di potersi collocare con un ruolo fondamentale, come anello di congiunzione tra quelle professioni di confine nell’ambito sanitario e psico-educativo, che intervengono fin dai primi momenti nel soccorso alle popolazioni!

Quali sono le esperienze?
Vi auguro di ascoltare di persona uno dei colleghi che ha partecipato alle esperienze della Liguria, dell’Emilia Romagna e dell’Umbria, perchè solamente loro possono trasmettervi cosa è realmente stato l’intervento professionale in situazione di crisi!

Se vi ho incuriosito, per approfondimenti vi lascio questi due link:

http://www.asproc.it/index.html

http://www.eiss.it/…/E-book%20Servizio%20Sociale%20e%20cala…

Mi sento in qualità di socia Asproc di unirmi a Silvana Mordeglia nel “ringraziare gli assistenti sociali che in questi anni hanno messo a disposizione di coloro che sono stati colpiti da emergenze e catastrofi ed anche della professione, impegno, energie e competenze ed hanno favorito il divenire delle attività di servizio sociale per la protezione civile una responsabilità collettiva della comunità professionale!”

Per prima una collega ed una donna per cui nutro enorme stima, la mia President Asproc Piemonte -Assistenti Sociali per la Protezione Civile,Monica Forno !

Colleghi, l’associazione accoglie tutti, cosa aspettate?

CRESCITA, SCOPERTA, CONFERME E …SORPRESE DI UNA OSS!

Ed eccoci qui all’ultimo lunedì del mese ed all’ultimo contributo sul tema “crescere” !

Questa settimana ospitiamo una collega, un’Operatrice Socio Sanitaria, un’amica, una tradizionalista rivoluzionaria , una concreta sognatrice, pronta a mettere sempre in discussione le proprie scelte e pertanto sempre pronta ad evolvere ed a crescere… all’infinito: Desirée D’Amico !

Volete che una persona così non sappia presentarsi da sè ?!

Eccola, infatti,  la sua presentazione e il suo prezioso contributo sul tema della crescita

estrapolato dalla sua tesina finale del Corso OSS !!!

Buona lettura a tutti voi e Grazie Desy !!!!


 MI PRESENTO

Eccomi qui, a scrivere di questo percorso, inaspettato, ma voluto e pensato da tempo! Scoprirete, soltanto seguendomi fino alla fine e rileggendo il mio percorso, perché secondo me ha a che vedere con la crescita, la scoperta , le conferme e …le sorprese  e mi ha fatto decidere di rispondere alla chiamata alla scrittura di Giulia e Cristina!

Sono Desirée D’Amico, ho quasi 31 anni e sono laureata in servizio sociale.
In molti mi hanno chiesto il perché io abbia deciso di intraprendere il percorso formativo per diventare OSS anche se già in possesso di una laurea e come sempre risponderò e vi spiegherò il perché.

Da 10 anni lavoro nel “mondo” del sociale e questa lunga esperienza più il mio percorso universitario e personale mi hanno permesso di incontrare diverse figure professionali, mettermi a confronto con esse, osservare, recepirne i pro e i contro di una determinata professione.
Disillusa dalle aspettative alle quali il mio percorso di studi auspicava, scontrandomi con la realtà, riconoscendo e riconoscendomi intransigente nei confronti di una burocrazia e di uno Stato che impongono e limitano l’autonomia dei servizi sociali mi sono allontanata sempre di più da quel ruolo, mantenendo però dentro di me tutte le conoscenze e le metodologie acquisite.
Così ho lavorato sempre più a contatto con le persone e il loro disagio, quello vero, quello di “strada”, quello dei bambini del Venezuela, quello dei senza fissa dimora di Torino, quello degli psichiatrici e dei disabili, conoscendo e scoprendo in me un bisogno: quello di lavorare con la persona, non solo per la persona. Esserne il primo aggancio, essere chi per prima si accorgesse dei suoi bisogni e delle sue necessità.
L’Operatore Socio Sanitario è questo, è quella figura professionale più vicina alla persona, quella che grazie alla relazione d’aiuto e alla collaborazione con le altre figure professionali redige un progetto personalizzato per rispondere non solo ai bisogni, ma per mantenere l’autonomia, per riscoprire delle risorse sopite, per eliminare le barriere sia architettoniche che mentali, quella che dà e riceve ogni giorno dal contatto umano che si viene a creare con ogni gesto ed ogni parola: io ho bisogno di questo e nel momento stesso in cui ne ho preso consapevolezza ho deciso di essere qui e raccontarvi il mio percorso, con i suoi alti e i suoi bassi, con i dubbi, con gli scontri interni con i miei ideali, con le mie conoscenze, con l’essere penalizzata perché non ci si aspetta sempre il massimo dagli operatori sociali.
IO voglio far la differenza e ho incontrato tantissime persone che la differenza la fanno e continueranno a farla, per rendere la nostra categoria professionale sempre più riconosciuta e per essere orgogliosi di far parte, noi stessi, dei bisogni della comunità.

 

 

 

 

IL PROFILO PROFESSIONALE DELL’OPERATORE SOCIO SANITARIO
La figura dell’OSS nasce nel 2001 da una figura già esistente per esigenze e spinte sociali che creano nuovi bisogni nella popolazione (il femminismo e la partecipazione attiva alla vita sociale delle donne; la sofferenza psichica, l’emarginazione e la disabilità; l’immigrazione; l’allungamento della vecchiaia e i derivanti bisogni dell’anziano).
Prima del Decreto del 18 febbraio 2000 e del suo recepimento a livello regionale con D.G.R. N 46-5662 DEL 25-03-2002 esistevano le figure dell’OTA (Operatore Tecnico Addetto all’Assistenza) a livello sanitario e dell’ADEST (Assistente Domiciliare e dei Servizi Tutelari) a livello sociale: ora la figura è unica e risponde sia ai bisogni sanitari che a quelli sociali, riconoscendo la GLOBALITÁ DELLA PERSONA:  “arginare ogni separazione e distinzione che rendessero la persona un essere disumanizzato di un corpo organico, meccanico, fatto di leve, di ossa e di forze muscolari. Una diversa concezione dell’uomo, ne ha riconosciuto la globalità, sintesi della corporeità, dell’intelligenza e dell’affettività. La globalità e la totalità della persona in rapporto e nel confronto con l’ambiente, si intrecciano in un costante dinamismo inteso a favorire uno sviluppo armonico e a potenziare le abilità per un costante rinnovamento e adeguamento alla vita.”
Grazie a questa nuova visione si è capito che i bisogni sanitari e quelli sociali non possono essere dipendenti e scissi completamente e che quindi l’operatore che si occupa della persona deve avere sia una formazione sanitaria che una sociale: l’OSS quindi non va a sostituire le figure precedenti, ma ne assorbe parte di competenze e compiti e sviluppa un percorso di complementarietà partendo proprio dalla ricomposizione del profilo e della sua evoluzione.
Da specifica formazione professionale l’OSS svolge attività indirizzate a:
• Soddisfare i bisogni primari della persona, nell’ambito delle proprie aree di competenza, in un contesto sia sociale che sanitario;
• Favorire il benessere e l’autonomia della persona;
• Rispettare le autonomie presenti lasciando, invogliando la persona assistita a fare autonomamente;
• Fornisce aiuto affinché la persona possa usare le autonomie residue;
• Si sostituisce alla persona assistita, quando questa è assolutamente impossibilitata ad agire in modo autonomo.
L’OSS opera per competenze tecniche, relazionali e relative alle conoscenze richieste e le attività sono rivolte alla persona e al suo ambiente di vita: assistenza diretta ed aiuto domestico alberghiero; intervento igienico-sanitario e di carattere sociale; supporto gestionale, organizzativo e formativo.
È un operatore che sa lavorare in équipe, sia in ambito sanitario che sociale, e collaborare con le diverse figure professionali che ne fanno parte: infermieri, assistenti sociali, educatori, animatori, fisioterapisti, ecc.
Oltre che lavorare in autonomia (quando agisce secondo le proprie competenze e per attività programmate nel piano di assistenza: intervento mono-professionale), l’OSS può lavorare in cooperazione (quando aiuta un professionista, di altro profilo, nell’espletamento di un intervento che richiede una figura diversa: intervento pluri-professionale) e su prescrizione (quando svolge un’attività eseguibile solo su precisa attribuzione dell’infermiera o altro profilo e con la sua supervisione).
In ambito sociale incontriamo l’OSS presso:
• Assistenza domiciliare;
• RSA (residenze sanitarie assistenziali) considerabili anche in ambito sanitario per i casi ad alta intensità assistenziale;
• CAD (centro aggregazione disabili);
• CADD (centro addestramento disabili diurno);
• RAF (residenze assistenziali flessibili).
In ambito sanitario:
• Ospedale;
• Ambulatori;
• ADI (Assistenza domiciliare integrata).
Si deduce quindi che l’OSS opera con diverse tipologie di utenza: minori, adulti in difficoltà, anziani e disabili.
Grazie al percorso formativo e ad i suoi diversi tirocini mi è stato possibile confrontarmi con tutte queste aree di competenza e gli ambiti in cui la figura si spende.
LA FORMAZIONE

L’offerta formativa proposta per il corso “Operatore Socio Sanitario 2017/2018” spazia tra le aree:
• Socioculturale, istituzionale, legislativa (70 ore);
• Socioculturale, istituzionale, legislativa: pari opportunità (10 ore);
• Area psicologico sociale (80 ore);
• Area igienico sanitaria (130 ore);
• Sicurezza (16 ore);
• Area tecnico operativa domiciliare (50 ore);
• Area tecnico operativa residenziale (75 ore);
• Tecnologia informatica (30 ore);
• Stage (440 ore);
• Prove di valutazione (15 ore).
I docenti che seguono il corso e che accompagnano lo studente anche nelle fasi di rielaborazione di stage (momenti di confronto intermedi in aula) sono tutti professionisti che lavorano nel campo sociosanitario: medici, infermieri, assistenti sociali, psicologhe, medici specialisti (geriatri), animatori, ecc. Ciò permette, oltre all’acquisizione delle conoscenze specifiche, un confronto diretto con la realtà e con le figure professionali con le quali l’OSS collabora quotidianamente.
L’Ente di formazione per i periodi di stage propone:
• Ospedale;
• RSA disabili;
• RSA anziani;
• Assistenza domiciliare sul territorio.
Lo stage, previsto nel percorso formativo da D.G.R. N 46-5662, è un momento fondamentale per prender consapevolezza di cosa sia e cosa comporti “prendersi cura” delle persone in un’ottica relazionale e non meramente assistenziale. Il coinvolgimento emotivo, la giusta distanza, la professionalità, il minutaggio…tutte questioni che durante questo periodo vengono vissute, affrontate e anche messe in discussione.
Personalmente, anche se con molti anni di esperienza lavorativa, non è stato sempre semplice rimanere nel ruolo di tirocinante, sospendere il giudizio, comparare la teoria acquisita con la pratica senza criticità; ciò però mi ha permesso di conoscere tutte le realtà dove l’OSS si può spendere e decidere dove meglio mi vedo e dove mi sento più adeguata per non andar contro i miei ideali, mantenere il mio grado di autonomia e di scelta e la tipologia di utenze con la quale meglio mi relazioni.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO UNA RSA. “non so cosa si deve fare ma so cosa non si deve fare”

 

Dopo tanti anni mi ritrovo di nuovo nel ruolo di tirocinante e non di lavoratrice e specialmente nella veste di OSS e non di assistente sociale. Inoltre è la prima esperienza di lavoro con gli anziani quindi l’arrivo in struttura è carico di ansia, perplessità, ma specialmente di mesi di formazione e di pura teoria.
Tutto ciò i primi giorni ha pesato molto sul mio senso critico e guardandomi intorno trovavo solo discordanze con tutto ciò che in sede di formazione ci era stato trasmesso.
Non è stato facile il confrontarmi e l’esporre tali perplessità alle operatrici e alla direzione presente in RSA, abituati ai ritmi della struttura, abituati a relazionarsi con gli ospiti in un determinato modo e sopraffatti il più delle volte da un burn-out tipico dei lavori sociali.
Teoria e pratica non trovavano un punto di incontro: mobilizzazioni sbagliate, igieni sommarie e non adeguate, prevenzioni assenti, richieste non ascoltate…
La mia parte sociale ha prevalso il più delle volte in tali situazioni e non ho accettato di eseguire determinate manovre, ad esempio, di mobilizzazione (sia per tutelare me stessa che gli ospiti) ed ho cercato il più delle volte di far presente che determinati comportamenti avrebbero portato gradualmente alla perdita residua delle autonomie degli ospiti.
L’equilibrio tra il ruolo di tirocinante, e quindi di OSS in formazione, e la mia preparazione sociale, e quindi l’importanza che do alla relazione umana e all’autodeterminazione della persona, non è stato possibile trovarlo e i primi tempi ciò non mi ha fatto vivere per niente bene con me stessa.
È stato molto utile il confronto avuto durante i momenti di rielaborazione in aula sia con i miei compagni sia con i docenti.
Dopo l’impatto ho cercato le vere ragioni per cui penso alcune strutture per anziani non riescano il più delle volte a rendere dignitosa la vita dei propri ospiti e come per ogni comparto sociale e sanitario la colpa è da ricercare nelle politiche sociali. Queste, create maggiormente da tecnici e non da operatori che lavorano sul campo, non riescono a pieno a considerare la persona come tale e l’imposizione di tempi, costi e modalità disumanizza l’intervento e invece di tutelare la persona la rende vittima del sistema.
Nel caso delle RSA il minutaggio, a parer mio, non può considerare la moltitudine di bisogni e necessità della persona e delle mille variabili che possono sussistere; inoltre le cooperative sociali imposto loro il minimo da garantire non investono soldi propri per aumentare il livello di prestazioni che si possono offrire.
Nel complesso, comunque, dopo tutte le criticità e difficoltà, da tirocinante ho avuto il tempo di dare maggior attenzione alla relazione con gli ospiti dandone forse un sollievo temporaneo (creando forse anche del danno visto che nei momenti e nei periodi di assenza di tirocinanti torneranno a contare solo sulla presenza di un operatore che cercherà il più possibile di soddisfare tutti i bisogni primari tralasciandone quelli relazionali).
Ho voluto prendermi questi spazi di autonomia per non andar contro me stesa e ciò mi ha penalizzato a livello di valutazione, ma sinceramente non credo di poter lavorare in strutture che per colpa del minutaggio non riescano a rendere dignitosa il fine vita delle persone.
Utile sarebbe l’ingesso di operatori sociali, e quindi di OSS, nelle commissioni che si occupano di politiche sociali per creare realmente un welfare state che prenda in considerazione la persona nella sua totalità.

 

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL PRONTO SOCCORSO E IL DEA (Dipartimento di Emergenza e Accettazione)
“Il DEA rappresenta un’aggregazione funzionale di unità operative che mantengono la propria autonomia e responsabilità clinico-assistenziale, ma che riconoscono la propria interdipendenza adottando un comune codice di comportamento assistenziale, al fine di assicurare, in collegamento con le strutture operanti sul territorio, una risposta rapida e completa”.
“È la struttura di accettazione e trattamento iniziale di tutti i casi di emergenza-urgenza.
Attivo 24 ore su 24, presta cure immediate alle persone in condizioni critiche, eroga prestazioni urgenti che non possono essere fornite da altri operatori (medici di famiglia, pediatri di libera scelta, ambulatori specialistici) e comunque non rinviabili, stabilisce l’eventuale ricovero della persona”.
È suddiviso in:
• Triage: punto di accesso delle persone in stato di sofferenza, valutazione dei sintomi e assegnazione di un colore in base alla gravità della situazione (presenza di 1 infermiere o di 1 OSS per l’accesso più 1 infermiere per rilevazione sintomi);
• Area funzionale rosso/gialla ed Area funzionale bianca/verde: qui viene valutata la situazione delle persone assistite e fornita la prima assistenza. Presenza di 1-2 infermieri, 1 OSS e 1 medico in ciascuna stanza. L’OSS qui ha il compito della rilevazione parametri, della svestizione della persona, di coadiuvare l’infermiere e di occuparsi dei bisogni primari della persona;
• Area funzionale chirurgica: (chirurgo più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• Area funzionale ortopedica: (ortopedico più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• Area funzionale pediatrica: (pediatra più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• OBI (osservazione breve intensiva, 10-12 posti): in questa sala si permane per un massimo di 72 ore in osservazione e in attesa di dimissione, trasferimento in OCI (*) o trasferimento in unità operativa (presenza di medico, OSS e infermiere);
• *OCI (osservazione clinica intensiva, 10-12 posti): in questa sala, dove ho trascorso la maggior parte del mio periodo di stage, le persone vengono osservate e assistite in attesa per lo più di trasferimento in adatta unità operativa, ma può anche succedere che vengano dimesse. Qui l’OSS e l’infermiere lavorano in stretta collaborazione sia per la somministrazione della terapia, sia per l’assistenza primaria della persona (igiene, alimentazione, ecc..). L’OSS in particolare si occupa di tutta la parte legata all’assistenza e accompagna la persona ad eventuali visite.
Inoltre, in orario visite, ha contatti con i parenti e in questi momenti è forte il lato relazionale e sociale che un operatore socio-sanitario deve acquisire e far proprio.
In OCI la mattinata (mio unico turno) inizia con il cambio turno degli infermieri (di notte non è presente l’OSS) e con la consegna e il passaggio casi. Segue la rilevazione dei parametri, la somministrazione terapia, dalle 8 alle 9 in orario visita viene portata la colazione e aiutato chi ha necessità e/o non ha persone vicine che la possano aiutare.
A termine orario visita si inizia il giro letti (barelle) con l’igiene e il cambio completo lenzuola: si lavora sempre in due (OSS più infermiere) o con la collaborazione della persona se è in grado di alzarsi o di una discreta autonomia. In questi momenti si osserva la cute della persona, eventuali tracce nelle urine o nelle feci, mucose, ecc.; si eseguono medicazioni e si cambiano le precedenti (piaghe da decubito, abrasioni, ecc..).
Terminato questo momento c’è molto spazio per la relazione con le persone assistite (sempre se non si viene chiamati fuori per emergenze o per bisogni) ed è il momento che ho sempre preferito in cui realmente ho potuto conoscere le persone e dedicarne un tempo personalizzato.
Dopo il pranzo (che vede la presenza anche di volontari) e l’orario di visita, si ritorna al giro letti e al cambio turno con consegna.
In media le persone rimangono almeno due giorni in questa unità operativa e ritornare il mattino seguente, vederne i miglioramenti o i peggioramenti, mi ha permesso di seguirne un pezzo di storia clinica; dopo il loro trasferimento non ho potuto più seguirne l’evoluzione, anche perché mi sarebbe stato difficile visto il numero elevato di passaggi ogni giorno.
Trascorrere il tirocinio in DEA mi ha permesso di avere una visione a 360° del lavoro dell’OSS in ambito ospedaliero avendo contatto, anzi il primo contatto, con differenti patologie e differenti gradi di bisogno. Ho imparato tantissime tecniche sia di assistenza sia infermieristiche: la collaborazione tra OSS e Infermiere è incredibilmente funzionale e non viene assolutamente percepita nessun tipo di gerarchia, ma le due figure si complementano. Ciò mi ha reso le giornate serene e stimolanti. Penso che in media durante un turno vedessi 100 persone assistite, una cinquantina di operatori e un centinaio di parenti: ciò ha avuto un forte carico emotivo e un assorbimento completo di energie. Ho cercato di combattere “l’esaurimento energetico” trovandomi degli spazi di solitudine e di rielaborazione in cui riempivo un po’ le mie sacche energetiche. Devo ammettere che relazionarsi con tante persone durante un turno non mi dava spazio ne voglia nella vita privata di vedere altre persone ed ho preferito trascorrere in solitaria il mio tempo fuori dall’ospedale. Se devo fare un’analisi di me stessa credo io debba lavorare molto sulla mia eccessiva empatia che mi rende una spugna per le emozioni e le sofferenze altrui; risulterebbe pericoloso per me lavorare in un ambito ospedaliero dove tutte le persone che si incontrano vivono un momento, temporaneo o definitivo, di sofferenza. Penso che al momento io non sia pronta a lavorare in un ambiente del genere, troppo esposta ad un burn-out precoce: devo lavorare molto sul distacco emotivo e sulla giusta distanza perché, se è vero che nel momento del servizio risulto professionale e con giusto approccio, ne risento molto a livello personale e privato risultando nervosa e facendo fatica a distaccarmi dalla realtà lavorativa.
Grazie a questa esperienza ho conosciuto dei miei limiti, alcuni superati altri da affrontare strada facendo.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL SERVIZIO PSICHIATRICO DIAGNOSI E CURA (SPDC)

Gli ultimi tre giorni di tirocinio li ho trascorsi nell’unità operativa psichiatrica di diagnosi e cura: un regalo per me,  tanto interessata all’ambito psichiatrico e in procinto di iniziare un’esperienza lavorativa a contatto con questo tipo di utenza, dove l’OSS svolge principalmente un lavoro relazionale.
L’SPDC provvede alla cura dei pazienti che necessitano di trattamenti medici con ricovero in ambiente ospedaliero; accoglie trattamenti volontari o obbligatori, provvede all’assistenza di pazienti in condizioni di emergenza ed è collegato al Pronto Soccorso. L’accesso avviene per invio da parte dei Centri di Salute Mentale (CSM), dei medici di medicina generale, dalla guardia medica o per accesso diretto dal Pronto Soccorso.
La struttura presente nel Presidio Ospedaliero conta 4/5 posti letto, la presenza di Infermieri, OSS e uno psichiatra, e nel momento del mio passaggio sono presenti 5 donne: 5 storie che si uniscono.
In questo piccolo spazio, abbastanza vecchio, in attesa di un rinnovo e di un trasferimento da anni, il tempo ha un altro ritmo, lo spazio ha un’altra misura.
Sono stati 3 giorni di racconti e di socialità con le 5 donne che per diversi motivi si trovavano momentaneamente a vivere lì: U. l’ex infermiera che dopo anni di soprusi decide di reagire e aggredire il marito; S. che stanca dalla vita ingerisce candeggina (avevo visto il suo passaggio in Pronto Soccorso); V. l’OSS affetta da schizofrenia paranoide; G. depressa cronica; B. dimessa il giorno dopo il mio arrivo, direzione comunità terapeutica.
Tra loro e tra loro e gli operatori c’è un rapporto estremo di fiducia e dialogo; sono tutte consapevoli di aver bisogno di quello spazio e sono riconoscenti verso gli operatori che dedicano loro del tempo e si occupano dei loro bisogni.
Non si percepisce minimamente la costrizione e lo spazio limitato permette loro l’assenza da stimoli esterni per concentrarsi su quelli interni, causa del loro malessere.
È stata una bellissima esperienza sia conoscere le signore che gli operatori che lavorano in questa unità operativa.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL SERVIZIO CURE DOMICILIARI. Cosa significa lavorare sul territorio
Entrare a casa delle persone è come entrare nelle loro vite, nel luogo che più li rappresenta e dove ognuno si sente al sicuro e fonda le proprie radici.


L’operatore deve esser in grado, specialmente all’inizio della relazione d’aiuto, ma in tutto il percorso assistenziale, di “entrarci” ma senza invadere, in punta di piedi, osservando, ascoltando e successivamente indirizzando.
L’osservazione della casa, oltre alla conoscenza dei bisogni della persona, è molto importante e il riuscire ad entrarci in sintonia, trovando dei compromessi con l’utente, è il punto di partenza per rendere efficace l’intervento; il bisogno primario per cui viene attivata un’assistenza domiciliare è interdipendente con molti altri bisogni (sicurezza della casa, igiene ambientale, ecc..).
Nel mio percorso di tirocinio sono entrata in più di dieci case, in più di dieci vite: in alcune accolta di più, in altre meno, ma comunque sempre accettata.
La relazione che si crea tra gli utenti e gli operatori, oltre ad essere d’aiuto, e di estrema fiducia, è di riferimento per molteplici necessità ed è per questo che la conoscenza del territorio di riferimento e dei servizi offerti è fondamentale.
Anche se l’assistenza è domiciliare, la persona, necessita di un continuo collegamento con l’esterno e con la rete di servizi presenti (sanitari o sociali).
Il lavoro presso il domicilio, oltre che direttamente a favore della persona presa in carico, interessa anche i differenti soggetti, care giver, familiari che ruotano intorno alla stessa; è con queste figure che l’OSS, insieme all’equipe multidisciplinare, svolge un lavoro di educazione, oltre che di ascolto e comprensione, per poter renderle autonome nelle pratiche che possono svolgere da sole e in assenza degli operatori (le ore di SAD spesso sono poche e mirate ad alcuni interventi).
Le situazioni incontrate sono molteplici: chi ha necessità più assistenziali (igiene, medicazioni, ecc.), chi più sociali (collegamenti con il territorio, supporto nella gestione domestica, ecc.), chi più burocratiche, chi tutte insieme.
Nella pratica mi sono trovata con la mia tutor a svolgere igiene a persone allettate e terminali, ad accompagnare a visite specialistiche, a svolgere igiene ambientale, ad accompagnare e indirizzare nell’acquisto degli alimenti, a bere caffè al bar e chiacchierare, a mangiare una pizza ed essere l’unico incontro della settimana.
In tutte queste situazioni la relazione è da curare molto ed è la parte predominante negli interventi di assistenza domiciliare.
Il supporto relazionale che si da ad alcune persone è talmente importante che nulla deve esser lasciato al caso, mantenendo sempre la giusta distanza, non dimenticando mai di essere dei professionisti, ma in egual modo non dimenticandosi di aver di fronte una persona, fragile e in un momento di bisogno.
Per evitare che si crei uno stato di dipendenza da parte dell’utente bisogna lavorare sempre sulle autonomie residue della persona, stimolandole e incoraggiandole.
Personalmente è un lavoro che amo, un ambito in cui ho già lavorato e in cui continuerò a lavorare, perché ritengo importantissima la possibilità, finché sia possibile, di rimanere nei propri luoghi e con le proprie persone, grazie al supporto che la rete d’aiuto, sia formale che informale, può dare.
Il clima che si crea trova un equilibrio tra professionalità ed informalità e il dinamismo rende le giornate cariche, ma motivanti.
La quantità di caffè offerti nelle diverse case è pericolosa, ma le parole, gli guardi e i ringraziamenti da parte degli utenti e dei loro nuclei compensa tutti i “pericoli” e le fatiche.

 

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO CON LE PERSONE DISABILI IN RSA
La giornata inizia con il cambio turno e la consegna da parte dell’operatore notturno, la sveglia degli ospiti (con sottofondo musicale e allegria nell’aria), il bagno o la doccia, prestando particolare attenzione a chi, per patologia, può presentare piaghe, arrossamenti, irritazioni (uno dei maggiori fattori di rischio delle piaghe da pressione è l’ipomobilità dovuta da lesioni del SNC E SNP, ecc..).
Successivamente c’è la somministrazione della colazione ed il passaggio infermieristico per la somministrazione delle terapie; quasi tutti gli ospiti vengono imboccati facendo particolare attenzione alle indicazioni alimentari, quali la consistenza degli alimenti ed eventuali diete particolari. Nel nucleo dove ho svolto il mio periodo di tirocinio non c’erano persone alimentate da PEG (gastrostomia endoscopica percutanea), ma in altri nuclei sì quindi l’operatore deve occuparsi insieme all’infermiere della sua gestione.
La mattinata vede il coinvolgimento di ognuno in attività differenti seguendo il piano settimanale delle attività previste per ognuno nel proprio PEI (Piano Educativo Individualizzato): psicomotricità, fisioterapia, gite esterne, passeggiate, vasca a farfalla, ecc.
Ho avuto il piacere di assistere ad un progetto che coinvolgeva sia gli ospiti che alcuni operatori: la danza delle carrozzine che creava un momento di ilarità e di sinergia.
Il clima che i respira in struttura è familiare ed ogni nucleo è come fosse una famiglia inserita in una grande comunità che è l’intera RSA: molti degli ospiti vivono lì da molti anni e vi sono cresciuti e la loro casa è rappresentata da questo luogo.
Vivere due settimane di tirocinio mi ha permesso di entrare, anche se momentaneamente, in questa grande famiglia: è molto importante sospendere il giudizio e allontanare i propri pregiudizi/stereotipi sulla disabilità rinunciando alla pietà e alla compassione.
La persona disabile non deve essere considerata solo in base alle sue limitazioni e concentrandosi su queste nel lavoro con essa, ma pensarla come una PERSONA, nata o cresciuta con la sua limitazione fisica o psichica, con la quale ha imparato a conviverci e con la quale si può convivere nella nostra società eliminando tutte le barriere sia quelle architettoniche che quelle sociali e mentali.

 

INCONTRI FANTASTICI

F. ED IL SUO COMPLEANNO
Arrivo come ogni mattina in servizio e come da abitudine faccio il giro dei letti, leggo i nomi sulle barelle, saluto chi è sveglio regalando un sorriso e mi informo su cosa li porta in pronto soccorso.
Quella mattina F. mi guarda e mi sorride chiedendomi di alzargli leggermente lo schienale della barella e un bicchiere di acqua che sorseggia tramite una cannuccia.
Dopo il solito svolgimento della mattinata ho il tempo per un po’ di chiacchiere e F. che mi aveva colpito per il suo sorriso attira la mia attenzione e passo con lui mezz’oretta.
Mi racconta dei suoi prossimi 90 anni, della sua carriera da carabiniere, di quando visse sotto scorta per 10 anni e ogni tanto il tempo viene scandito dal monitor che suona più forte per il suo cuore che accelera ricordando i tempi della gioventù e le sue avventure lavorative.
Il giorno dopo F. è ancora in pronto soccorso, ma sa già che nel pomeriggio verrà trasferito nell’unità di medicina; “il 18 maggio passi a trovarmi che compio 90 anni…spero di arrivarci!”.
Arriva il 18 maggio e il primo pensiero del mattino è il compleanno di F. e le sue parole; arrivo in pronto passando la giornata aspettando di poter salire in unità. Finito il turno, invece di correre a cambiarmi, attraverso corridoi, scale e ascensori e rivedo F.: sta dormendo, piano piano lo chiamo, apre gli occhi e gli si apre il sorriso che tanto mi aveva colpita.
“Auguri signor F. ha visto che i 90 sono arrivati!?”
“Ciao cara, grazie mille”.
Mi bacia la mano ed esco rispondendo al suo sorriso con il mio.

 

UN BRUTTO SPAVENTO
” Desirèe puoi venire un attimo?”.
Il mio primo pensiero è stato “ci sarà qualcuno da cambiare o qualche trasporto da fare”. L’infermiere mi apre la porta della sala chirurgica e lì per la prima volta un brivido mi corre dalla punta dei piedi alla punta dei capelli: mia madre su una di quelle barelle che molto probabilmente avevo preparato poco prima.
Un giramento di testa, un soffio al cuore, conto nella mia testa fino a cinque e torno al mio ruolo di Oss ed esco da quello di figlia. Decido di uscire e lasciare mia madre in quella sala e tornare al mio lavoro distaccandomi da quella situazione, pensando che come figlia sarei stata in sala d’attesa aspettando la voce che arriva dagli altoparlanti.
Posizionata nei corridoi in attesa del risultato delle analisi, ogni tanto passando osservavo e chiedevo come stesse rimanendo nel mio ruolo di Oss; finisco il turno ed esco tornando al mio ruolo di figlia, in attesa.
Due ruoli in contrasto e che hanno cercato un equilibrio in una delle giornate più cariche di pressione del mio tirocinio.

 

LASCIARSI ANDARE
Una mattina come altre, solita routine tra la consegna infermieristica, la rilevazione dei parametri delle persone assistite, le colazioni; il tutto aveva un sottofondo di dolore, un rantolio continuo e un affaticamento alla vita.
Era G., collegata a mille cavi come se fossero il suo ultimo collegamento con questa vita. Iniziamo il giro letti e igiene e arriviamo al suo letto; la signora G. era obesa e incosciente e chiediamo l’aiuto ad altri colleghi per poterla lavare e cambiare le lenzuola.
L’infermiera ci avvisa “ragazzi, non credo ce la farà”.
Io ero sul lato destro, le tenevo la testa, la spalla e il braccio appoggiato su di me era completamente abbandonato. Sistemiamo la signora e la sua barella e appoggiamo la sua testa sulla federa pulita; un rantolo…l’ultimo…e G. si lascia andare e abbandona questa stanza.
I colleghi di fianco a me iniziano ad affaccendarsi in azioni a me confuse e sconosciute, inizio a sentire le voci lontane e gli occhi riempirsi di lacrime: il mio primo decesso, la mia prima esperienza con la morte. Necessito di allontanarmi un attimo, di prendere aria, di uscire da quella stanza. Trattengo le lacrime a stento e chiedo di uscire, ma vengo seguita da un collega che mi porta fuori; non ricordo la strada, vedevo solo le pareti che cambiavano colore, curve e poi l’aria, e poi lo sfogo!

Ritorniamo dentro, respiro e torno dalla signora G.. Il mio collega OSS mi chiede se me la sento di continuare l’iter e di vedere cosa il nostro profilo è tenuto a fare in caso di decesso. Accetto: togliamo tutti i cavi che tenevano alla vita la signora G. e la portiamo in una stanza collegata a un monitor attendendo che i parenti rispondano alle diverse chiamate partite dal reparto.
Finisco il mio turno, torno a casa, prendo il mio cane e inizio a correre e a piangere per poi tornare serena e pronta per un nuovo giorno in pronto soccorso.

 

IL POST PRANZO
Sto tornando dal pranzo, le solite corse: 30 minuti per mangiare, fumare una sigaretta ed elaborare le ore precedenti di servizio.
Entro dalle porte del DEA e vedo una collega tamponare la testa di un ragazzo; le chiedo subito se vuole il cambio e con un sorriso accetta volentieri. Entriamo nella sala chirurgica e la collega mi chiede se voglio rimanere lì per vedere qualcosa di nuovo: ovviamente accetto volentieri senza sapere cosa in realtà io stessi tamponando.
Si avvicina il chirurgo e l’infermiera e “tac” tolto il cotone inizia a scorrere il sangue da quei 3 tagli procurati da un incidente stradale.
Primo capogiro, 3 respiri.
Il chirurgo buca con l’anestesia quella pelle che sotto le sue mani sembra seta e inizia a cucire mentre io tampono e l’infermiera taglia il filo ogni 2/3 punti.
Secondo capogiro, 3 respiri, risate di supporto dal medico e l’infermiera e anche dal ragazzo che si accorge del mio momentaneo disagio.
Supero il momento, continuo a tamponare, tampono anche le mie emozioni e finisco il mio lavoro pulendo il viso del ragazzo dal sangue colatogli in volto.

 

GAMBA NON GAMBA
T. è l’ultimo del giro letti del mattino quel giorno: completamente immobile assorbito da quella barella, magro, lungo e dolorante. Leggo che ha alcune piaghe da decubito sulla schiena ed eseguiamo la sua igiene e il suo cambio lenzuola con estrema calma e delicatezza nei movimenti.
Cambiato e pulito arriviamo ad una medicazione sulla gamba che necessita un cambio ignare di cosa ci sia sotto.
Srotolati i metri di garza allo zinco che vaporizzano nell’aria molecole bianche troviamo ciò che rimane della gamba di T.: il tendine a vista vibra come una corda di violino, la poca pelle che c’è ormai ha il color carbone, liquidi di color arcobaleno tutto intorno. È una piaga da decubito ormai all’ultimo stadio protratta da anni e, dopo il consulto chirurgico, capiamo che non c’è più soluzione se non quella di eliminare quella parte del corpo che ormai non appartiene più al signor T.
Con l’infermiera eseguiamo di nuovo il bendaggio dopo la pulizia accurata della ferita; consiglio al signor T. di alimentarsi per poter star meglio e per evitare la comparsa di altre piaghe visto che avevo notato che la colazione l’aveva volutamente saltata.
Ciò non accade al pranzo, ma a grande sorpresa l’indomani riesco ad aiutarlo a mangiare e inizia a prender colorito in volto. Il giorno seguente il signor T. è ancora lì, il color grigio del suo viso è quasi sparito, si è messo gli occhiali e legge la stampa riuscendo a suo modo a girarne le pagine; un movimento minimo del volto mi ricorda un sorriso di gratitudine.
La gamba l’ha dimenticata, non la sente più.

 

DOLCI RICORDI
“Mi prenda i miei dolci, sono lì in quell’armadio!”. “La mia borsa dov’è? L’ho lasciata nella mia stanza!”.
A. è spaesata e confusa, cerca le sue cose, si sveglia in pronto soccorso dopo il trasporto dalla struttura anziani in nottata dovuto ad una caduta accidentale.
Mi avvicino a lei che si dimena sulla barella cercando di togliersi quel tubicino che le permette di urinare e urla cercando di scendere per tornare nella sua stanza.
A. ha 94 anni ed è affetta da Alzheimer.
“Cerco” i suoi dolci negli armadietti dei farmaci: “qui non ci sono! Devono essere finiti!”.
Abbandonata la voglia di dolci inizia a raccontarmi ciò che si ricorda della sua vita e a raccontarlo di nuovo e di nuovo e ancora…come se la puntina del gira dischi si fosse bloccata mentre il disco continua a girare.
“Vivo con mia mamma…a forse no…forse è morta! Si si è morta!”.
Arrivano le nipoti durante l’orario di visita ed è subito festa: si torna in struttura.
A. se ne va in carrozzina per tornare a “casa” con un sacchetto di amaretti che mangia anche senza denti e ritroverà la sua borsa di dolci e pezzi di memoria della sua storia.

 

RITROVARSI
Scruto quel letto, riguardo, mi avvicino; sì è proprio lui, è proprio Q. un utente conosciuto nel mio precedente tirocinio sul territorio.
Saluti, abbracci e racconti del suo arrivo in pronto soccorso.
Q. non cambia anche se non più a casa sua, ma su una barella: malato terminale, super richiedente, super attivo, super rompiscatole come scherzosamente gli dico più volte!
Mi cerca con lo sguardo ogni 5 minuti, anche solo per farmi l’occhiolino e forse per sentirsi un po’ a casa, quella casa che per due settimane ho frequentato durante il mio tirocinio. L’indomani Q. non c’è più, è stato trasferito in unità e magari un giorno lo rincontrerò anche lì e come sempre strizzandomi l’occhio mi chiederà qualche favore ed io sbuffando lo chiamerò rompiscatole e farò quel che posso per farlo sentire un po’ a casa!

 

 

CONCLUSIONE

Adesso sì, oltre che sentirmi un OSS, lo sono davvero.

È stato un percorso di crescita, di scoperta, di conferme e di sorprese.
Ogni inizio tirocinio partiva con delle aspettative, che si modificavano, che a volte venivano deluse e che in altre venivano superate.

Ho superato molti miei limiti e molte delle mie barriere mentali, grazie ad alcune esperienze e grazie al confronto continuo in aula con i miei compagni e con i docenti.

Ho scoperto nuovi ambiti lavorativi che mi hanno affascinata e incuriosita, che mi hanno formata e che mi hanno scalfito il cuore.

Un viaggio alla scoperta di un mondo sommerso che è quello della sofferenza e del disagio umano che spesso viene emarginato, ma che è parte di noi e della comunità.

Ho incontrato operatori stanchi, operatori motivati, operatori disillusi e operatori che si sentono realmente necessari e portatori di benessere e lo fanno professionalmente, ma con quel pizzico in più dell’essere e non del solo fare.

Ho acquisito moltissime competenze, sia sanitarie che sociali, grazie alle lezioni teoriche in aula e al supporto di docenti professionisti della materia, e grazie a tutte le persone e le tutor che mi hanno accompagnata durante ogni periodo di tirocinio con la voglia di trasmettere i propri saperi, le proprie conoscenze e di formare nuovi operatori.
Ora posso dire di saper esattamente chi è l’OSS, la sua storia e le sue battaglie per rivendicare il ruolo, cosa può e cosa non può fare, con chi collabora e con chi intesse le reti di supporto per le persone.

Mi sento realmente parte di questa comunità professionale e non vedo l’ora di farne parte lavorando direttamente, continuando a far crescere il nostro ruolo, continuando a stringere sempre più forti collaborazioni con altre figure per lavorare insieme per l’insieme che è la persona considerata nella sua globalità, eliminando i residui di assistenzialismo e di individualismo che non devono più esistere e che devono essere debellati dal nostro sistema, perché il benessere del singolo è il benessere di tutti e il benessere per la nostra intera comunità.

Lavoriamo per il benessere e non per l’assenza di malattia,

perché si può star bene anche in malattia,

si può scegliere di sorridere anche quando il nostro corpo ci sta piano piano abbandonando,

quando il corso naturale della vita ci porta verso l’ignoto,

quando un familiare ha bisogno di noi,

quando un bambino e una famiglia hanno bisogno di una spinta per uscire da un momento difficile,

quando un disabile ha bisogno di integrarsi,

quando il bisogno è un bisogno condiviso

da tutti noi.

 

Cosa significa per me crescere?

Ed eccoci qui al consueto appuntamento settimanale con l’articolo sul tema del mese!

Ci ha piacevolmente sorpreso una studentessa da noi conosciuta durante il convegno A.s. sei social? a Torino, che ci ha inviato con intraprendenza il suo contributo sul verbo crescere!

Lei è Nicole Masieri!

Per presentarvi chi è, vi riportiamo le parole da lei stessa scelte per descriversi “Sono una ragazza, studentessa sempre di corsa. Mi reputo una persona capace di stare in gruppo ma anche da sola. In ciò che faccio ci metto veramente tanta passione, determinazione e divertimento, ho un carattere forte, molto espansivo e solare ma allo stesso tempo sono estremamente riflessiva. Mi passano per la testa tantissimi progetti e idee; se mi dovessi descrivere con tre aggettivi direi: determinata, ambiziosa  ed estroversa. Sono una persona entusiasta, curiosa, con la voglia di fare e pronta ad affrontare i cambiamenti con il giusto spirito. Allo stesso tempo sono cocciuta e a volte troppo direttiva. Con me stessa sono abbastanza severa e pretendo tanto”

Siete pronti a lasciarvi trasportare dentro il suo percorso di vita?

Ringraziamo ancora Nicole per il dono ricevuto e condiviso, e auguriamo a voi buona lettura!

 

Cosa significa per me crescere?

Se cerco il significato del verbo crescere mi compare, fra i tanti, quello che, secondo me, appartiene di più al mio pensiero: “Progredire, perfezionarsi, migliorarsi. Trasformarsi, evolversi”.

Sono in un momento di transizione all’interno di un percorso di crescita, al fine di raggiungere uno dei miei obiettivi: la laurea magistrale in Disegno e Gestione degli Interventi sociali a Firenze.

Finita la triennale a Genova, un’ora e mezza da casa mia, ho preso una scelta audace: intraprendere l’ultimo percorso Universitario a Firenze, a quasi 500 km da casa, dalla mia famiglia, dai miei amici…dal mio habitat sicuro.

Questo percorso, durato due anni, sotto l’aspetto personale, mi ha permesso di scoprire e conoscere parti di me molto fragili, ma altrettanto coraggiose. Ma, forse, il dono più grande è stato poter ricevere una visione più ampia, completa e interdisciplinare del lavoro dell’assistente sociale.

Ho sperimentato il significato di vivere da sola e con sconosciuti, le responsabilità di una casa, una realtà nuova e molto lontana da me e dal paese in cui sono nata. Ho affrontato tante paure, ansie che prima di allora non conoscevo. Ho imparato a conoscermi e a superare i miei limiti, cercando sempre di rispettare il mio modo di essere. Gli ostacoli mi hanno permesso, in questo modo, di affinare e perfezionare le sfaccettature del mio carattere.

In due anni mi sono trasformata in una donna, anche se ammetterlo è difficile; allontanandomi dall’idea di “essere studentessa” e avvicinandomi all’idea di “essere professionista”.  Ho imparato tantissimo, ho sperimentato esperienze che in altro contesto non avrei potuto fare, mi sono confrontata con chi aveva idee simili alle mie, altre completamente distanti da me.

Questi due anni mi hanno fatto capire l’importanza di mettersi in discussione, di cambiare idea, motivando sempre di più la mia curiosità verso il mondo. Ho conosciuto una Nicole capace di allontanarsi dal gruppo e tentare, rischiando di non essere compresa e capita. Sono riuscita a comprendere, nella loro vera essenza, i sacrifici della mia famiglia, ma soprattutto a non darla per scontato nella mia vita. (Ma non ditelo a mia mamma 😉 )

L’Università mi ha donato tanto: ho conosciuto un agire professionale nuovo, innovativo e allo stesso tempo tutti i colori e le sfumature che compongono il Servizio Sociale. Ho avuto la possibilità di osservare e imparare metodi di lavoro, cercando passo a passo di creare il mio. La possibilità di conoscere tantissimi professionisti, non solo mi ha gratificato sul lato personale, ma mi ha resa ancora più soddisfatta del percorso che ho scelto di intraprendere cinque anni fa.

Crescere è fare tesoro del proprio sapere, potenziandolo, continuando ad imparare. Crescere è la capacità di elaborare ragionamenti, utilizzando gli strumenti forniti, trasformandoli in conoscenze e opportunità. Crescere è migliorarsi, come persona e futura professionista del sociale. Crescere è la bramosità che mi spinge a comprendere e aiutare le persone. Crescere è pormi degli obiettivi, sbagliare ed essere autocritica nella valutazione di questi. Essere critica nei confronti di ciò che mi circonda, ragionando su possibili strategie di cambiamento.

Questo tassello sta per concludersi, aprendo un portone di opportunità, esperienze, conoscenze, sempre accompagnate dall’entusiasmo e dalla determinazione che mi dirigo al pensiero e all’agire ogni giorno. Per me crescere significa tutto questo, con l’idea e la speranza che tra qualche anno assumerà altre rappresentazioni, valorizzando quello che ho costruito finora. Sono cresciuta, sto crescendo e crescerò ancora, facendo bagaglio sicuro del mio passato e creandone uno nuovo per il mio futuro.

Grazie per avermi dato l’opportunità di ripensare ed elaborare il percorso che ho fatto, probabilmente sarebbero rimasti tanti pensieri confusi con il rischio di disperderli nel tempo. Scrivendovi mi avete permesso di unire i fatti, traendo le conclusioni essenziali. Fra qualche anno, forse, leggendomi, sarà possibile riportare a mente questo indimenticabile percorso di crescita. Tra un sorriso e l’altro, la lacrimuccia non mancherà.

Buon lavoro, Nicole.

 

 

Un aiuto possibile

Siete curiosi di sapere chi ci dona i suoi pensieri per il primo articolo sul tema Crescere?

Ve la presentiamo subito!! E’ Sabrina Ritorto, una donna, una moglie, una madre, una lavoratrice appassionata! Assistente sociale e mediatore familiare, da settembre 2016 in libera professione!

Grazie davvero a Sabrina per aver accettato di partecipare alla nostra chiamata allo scrivere, immergetevi nel testo, è lei stessa a darvi tutti i riferimenti per conoscerla meglio!

Mettetevi comodi e buona lettura!

Quando ho pensato a cosa volesse dire per me la parola CRESCERE ho provato (quindi c’è stato un passaggio immediato dalla testa all’animo) un senso di confusione interna per la differenza tra la sua etimologia e quanto questa parola, invece, significa per me.

Dal dizionario Treccani: “Crescere: v. intr. e tr. [lat. crēscĕre] – 1. intr. (aus. essere) Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, detto dell’uomo, degli animali, delle piante; determinato da un compl. di luogo “sono cresciuto in campagna”; diventare maggiore in relazione a determinate qualità o condizioni (specificate dal complemento introdotto dalle prep. di o in): c. di volume, di peso, di numero; la merce cresce continuamente di prezzo; c. in altezza, in lunghezza, ecc. Riferito a persona: c. d’età, di peso, di statura; c. negli anni, “il bimbo cresce a vista d’occhio”.”

Insomma mi sembra chiaro, la parola CRESCERE ci porta a comprendere il cambiamento in funzione di un dato oggettivo perché misurabile. Centimetri, metri, grammi, kilogrammi, numeri, qualcosa che non si può mettere in dubbio e che ci dice se siamo cresciuti o meno perché il riferimento di questo cambiamento è incasellabile all’interno di una linea guida. Questo numero può anche dirci quali sono le conseguenze previste e percorribili.  Strumenti, metodi e tecniche stabilite a priori da altri definiscono o meno la crescita.

Mi spiego meglio: un pediatra usa il metro e la bilancia per misurare la crescita di altezza e di peso di un bambino, poi inserisce questi valori all’interno di una curva della crescita e vi dirà a questo punto come sta crescendo (il percentile, quindi se è nella media rispetto all’universo bambini) e cosa fare o non fare, ad esempio laddove non ci fosse un normopeso.

Quindi altri hanno stabilito gli strumenti di misurazione (bilancia e metro), metodi (valutazione attraverso la curva della crescita) e tecniche (stabilire confini tra sottopeso, normopeso, obeso e conseguenze come fare una dieta alimentare, sport, visite mediche, ecc.).

Inoltre, la parola crescita porta con sé un sottinteso senso di positività, altrimenti sarebbe una decrescita, non importa se infinitesimale ma è sempre un passo in avanti.

Detto questo ora arriva il mio presupposto operativo di assistente sociale che lavora da due anni in libera professione, dopo dieci anni nel pubblico e prevalentemente in un Azienda consortile dove mi sono occupata di Tutela minori, quando parlo di crescita con le persone che a me si rivolgono. Se aveste voglia di capire un po’ meglio la mia storia professionale trovate tutto sul mio sito www.unaiutopossibile.com e pagina fb @unaiutopossibile.

I Servizi usano molto spesso tabelle, grafici per misurare la quantità e quindi la crescita, ad esempio per il numero dei casi in carico, dei reati minorili, degli affidi, degli allontanamenti e decidere poi cosa fare per tutti i soggetti rappresentativi di quell’universo numerico.

La crescita, invece, non è per me un qualcosa che ha a che fare con la misurazione, sicuramente non numerica, oggettivabile e incasellabile ma con la valutazione.

Quali strumenti si hanno per valutare e non misurare la crescita del singolo individuo?

Uno dei motivi del passaggio alla libera professione è stato proprio questo: il voler lavorare con le persone considerandole nella loro unicità e quindi nel poter considerare la loro crescita in maniera individuale fatta soprattutto non solo di positività ma quasi obbligatoriamente di opposizione, negatività, retrocessione.

La crescita non è un percorso lineare in avanti ma più una montagna russa con il giro della morte, l’avete presente, vero?

Ecco perché di volta in volta definisco con la persona quali sono gli obiettivi necessari per apportare il cambiamento desiderato, indico e condivido lo strumento di valutazione e lascio poi al soggetto buttarsi a capofitto per raggiungerli, offrendo il mio supporto e monitoraggio.

Quindi non si misura, non ci sono confini predefiniti, strumenti validi in assoluto per tutti e soprattutto non ci sono conseguenze già previste e prevedibili perché devo tener sempre conto di chi ho davanti a me, dove la crescita non è più fondata sull’utopia ma sulla concretezza. Per far crescere spesso c’è bisogno di imporre dei limiti, che bel controsenso, vero?

Saranno quindi i dati certi (ricordatevi che non sono numeri e non sono interpretabili) a dirci se c’è stata o meno questa crescita e quanto raggiunto sarà per il soggetto non il punto di arrivo ma una nuova partenza verso una ulteriore crescita, perché la cosa meravigliosa è che non c’è un limite (come nel peso, nell’ altezza, nel volume, nel numero di casi) perché la crescita personale ha una intera vita per continuare a diventare, in più o in meno, qualcosa di diverso rispetto a quello che eravamo.

Lasciar andare, perdere qualcosa che portavamo con noi, non vuol dire non essere cresciuto.

Quindi, a meno che ci si trovi in potenziali situazioni di pregiudizio, anche il tempo assume per la crescita una valenza positiva perché non ci obbliga a rispettarlo.

Infine, per i colleghi, sottolineerei che la crescita personale è il punto sul quale costantemente lavorare per spingerci poi verso quella professionale. Sicuramente per me lo è stato nel definire il perché passare alla libera professione, il come farlo e come continuare ad accrescere le mie competenze, non per ultimo arrivando così a costituire lo Studio Associato Integrato 6inEQUIPE (www.6inequipe.it).

 

GUERRIERI

 Chiudiamo in bellezza il mese dedicato al tema del racconto con l’articolo di una collega Assistente Sociale che come noi ha scelto di farsi carico di raccontare la Professione ma ha scelto di  farlo in un luogo davvero  molto insidioso

…la TV!

Questa settimana chi ci scrive il contributo è Laura Francesca Roccati,  piemontese di nascita ma genovese d'”adozione”,  assistente sociale da più di vent’anni è stata Consigliere del CROAS Liguria per due mandati e da sempre è  interessata al tema della promozione e tutela della Professione, al punto di essere stata Presidente della commissione dedicata a questi temi nel corso della sua esperienza di consigliera.

Non a caso noi abbiamo avuto il piacere di conoscerla e vedere brillare i suoi occhi di motivazione e volontà nell’ambito dell’evento organizzato dal CROAS Liguria il 24 Aprile scorso il Seminario “Brutte storie bella gente, cosa raccontano i media della professione, cosa gli assistenti sociali raccontano della professione” una giornata entusiasmante in cui, grazie all’invito del Presidente Giovanni Cabona e l’esperienza di Laura, abbiamo scoperto che andare in televisione a parlare della professione “si può fare! ” e anche bene !!!

Ringraziamo Laura per il suo contributo e… buona lettura ( o visione !)  a tutti voi !


GUERRIERI

Finalmente è arrivato il momento!

Ricordo bene di averlo pensato quando Cabona, il presidente del nostro Ordine, una mattina di Dicembre scorso mi ha chiamata per propormi di partecipare ad una trasmissione come assistente sociale. Sono sicura di averlo pensato perché, essendomi occupata per otto anni di comunicazione ed immagine nel nostro Ordine per la nostra professione, sarebbe stato necessario iniziare a lavorare sul serio con i media, convinta come sono che la nostra professione è troppo poco conosciuta perché anche noi professionisti negli anni non abbiamo fatto abbastanza e bene per farci conoscere, perché chi scrive di noi non siamo noi, ma lasciamo che siano altri che poco e male sanno della nostra professione, non facendo altro che mutuare gli stereotipi con i quali ci rappresentano in modo pedissequo. I giornali scrivono articoli feroci su di noi infarciti di inesattezze e falsità e quando chiediamo siano pubblicate le precisazioni o l’esattezza dei fatti, l’articolo di rettifica, quando c’è, si riduce a poche righe relegate in fondo al giornale e solitamente dopo giorni, perdendo così di senso ed efficacia. Stessa sorte se si tratta delle trasmissioni televisive, solitamente in cerca di audience e non mosse certo dallo spirito di servizio per una vera informazione, spesso trasmissioni del dolore, dove ovviamente noi non possiamo né dobbiamo intervenire, dovendo proteggere la privacy proprio delle persone che ci “additano”.
Come non accogliere con entusiasmo la proposta di partecipare alla trasmissione di una emittente televisiva regionale che tratta proprio di persone e delle loro storie, difficili e travagliate, ma tutte legate dal senso di speranza e di riscatto, la trasmissione infatti si chiama “Guerrieri”. Il format della trasmissione prevede, oltre alla conduttrice e all’ ospite diverso per ogni puntata, la presenza di tre ospiti fissi: un avvocato, uno psicologo e finalmente un assistente sociale. Il senso della trasmissione è proprio quello di dare finalmente spazio al nostro punto di vista, garantendoci un “luogo” dove poter dare voce alla nostra professione, in modo diretto, trasparente e assolutamente libero, finalmente una trasmissione che ha voglia di fare informazione.


Essere ogni settimana in trasmissione in diretta per mezzora, tempo comunque sempre troppo insufficiente per parlare compiutamente di argomenti così complessi, mi da modo di parlare alla gente con termini semplici, comprensibili ai non addetti ai lavori, di farci conoscere, di contribuire ad abbattere i chichè e i pregiudizi, a fare chiarezza sulla confusione che aleggia sul nostro operato. Ho avuto la fortuna di trovare al mio fianco altri professionisti con i quali è stato possibile costruire ogni volta un intervento veramente integrato, capace così di arrivare ai telespettatori più efficacemente.

Siamo arrivati alla quattordicesima puntata, dovremmo farne altre tre e poi si chiude ma la cosa che mi entusiasma e che si è solo chiusa la stagione, perché a settembre si ricomincia…
Genova, 27 Maggio 2018

Laura Francesca Roccati

Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

 

Il tema del racconto questo mese ci sta regalando adesioni davvero preziose!!

Questa settimana chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, ma indiscutibilmente entrata e rimasta nel cuore di una delle due, che ormai dieci anni fa nell’allora CISSP di Settimo Torinese ha mosso i primi passi nell’esercizio della professione!

Lasciatevi trasportare dentro un’esperienza di condivisione e riflessione, abilmente descritta da una capace collega, già autrice di diversi articoli per la rivista Prospettive Sociali e Sanitarie- IRS Milano !

Buona Lettura

 

 

 

Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

Provo a rispondere pensando all’esperienza che stiamo facendo all’Unione dei Comuni Nord Est Torino all’interno dei servizi sociali per minori, stranieri, persone con disabilità e non autosufficienti.

Da alcuni anni infatti il racconto, la narrazione sono diventati ‘veicolo’ per entrare in contatto con le esperienze delle persone che si rivolgono al servizio pubblico in cerca di supporto in particolari fasi del loro percorso di vita.

Raccontare significa condividere, rendere partecipi, essere disposti a metter in comune e riconoscere le reciproche somiglianze. Attraverso la narrazione le persone hanno l’opportunità di condividere la loro esperienza e la loro storia, il racconto prima orale e poi scritto rinforza e valorizza le competenze delle persone troppo spesso considerate mancanti e deficitarie di qualcosa. La persona che si trova in una situazione di bisogno, o i suoi famigliari, mette a disposizione degli operatori il proprio sapere, le proprie competenze e tutte quelle risorse positive su cui si potrà sviluppare il percorso di cura o di inclusione. Valorizzare significa riconoscere, significa uscire dalla dimensione asimmetrica e sbilanciata che troppo spesso permea la relazione di aiuto. L’altro, il cliente, il paziente, l’utente assumono agli occhi dell’operatore il ruolo attivo di chi ha una storia, competenze e desideri da mettere a disposizione e giocare all’interno di un percorso di crescita che coinvolge la relazione di aiuto. Inoltre, il racconto non rimane confinato nell’ambito di una relazione duale operatore-utente ma si apre al gruppo e successivamente alla comunità locale.

Abbiamo incontrato la Pedagogia dei Genitori[1] ed i Gruppi di narrazione alcuni anni fa all’interno di programmi legati all’inclusione scolastica degli allievi con disabilità e nell’ambito delle cure domiciliari e dei progetti socio-sanitari. Da quella esperienza comune è iniziata una preziosa collaborazione con i professori Riziero Zucchi e Augusta Moletto che ci ha permesso di estendere la metodologia agli operatori sociali, sanitari e agli insegnanti.

Abbiamo imparato che i Gruppi di narrazione permettono ai partecipanti di acquisire consapevolezza delle proprie competenze educative e della necessità della loro valorizzazione. Le narrazioni assumono un valore sociale, la loro pubblicazione e diffusione sono testimonianza di cittadinanza attiva, “rendono visibile il capitale sociale costituito dall’educazione familiare e sono opportunità per la professionalizzazione degli esperti che si occupano di rapporti umani” (Moletto, Zucchi, 2013).

Pedagogia dei Genitori (Moletto, Zucchi, 2015) sottolinea che la famiglia è componente essenziale e insostituibile dell’educazione. Spesso le viene attribuito un ruolo debole e passivo che induce alla delega ai cosiddetti esperti. La famiglia invece possiede risorse e competenze che devono essere riconosciute dai servizi e dalle agenzie educative.

L’operazione culturale, che la metodologia Pedagogia dei Genitori intende fare, è promuovere presso i professionisti che si occupano di rapporti umani la valorizzazione e il conseguente rispetto per le competenze dei genitori e dei familiari. Lo strumento di valorizzazione è la narrazione degli itinerari educativi compiuti dai genitori che propone l’ascolto, l’empatia e il rispetto.

Una recente esperienza di gruppo di narrazione ha coinvolto i caregivers e ha portato alla realizzazione di una pubblicazione, “Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente” (AA.VV., 2018).

Siamo partiti dalla riflessione che i caregivers, ovvero i familiari delle persone non autosufficienti (siano essi minori, adulti o anziani) conoscono molto di più il loro congiunto di qualsiasi ‘esperto’. Con questa considerazione, abbiamo strutturato un percorso formativo, che abbiamo chiamato “FROM CURE TO CARE: le cure alle persone care”. Un percorso che mette in luce quanto sia sempre più necessaria la compenetrazione e tra il sapere clinico e professionale e il sapere che deriva dagli affetti e dall’esperienza diretta.

Nell’arco di alcuni incontri abbiamo lavorato con il professor Zucchi e abbiamo proposto ai famigliari presenti di narrare la storia dei propri congiunti, con la richiesta di sottolinearne le competenze ed i punti di forza, piuttosto che le mancanze. Pur in una condizione di malattia e dipendenza, si è voluto puntare l’attenzione su ciò che le persone sono in grado di fare, sui loro desideri e sulle loro preferenze, costruendo una narrazione che rappresenti la storia della persona, i suoi affetti, la sua identità, molto spesso offuscata dalla malattia.  Abbiamo raccolto storie di migrazione dal sud, di famiglie numerose, di difficoltà economiche, di crescita della famiglia di pari passo alla crescita della delle città industriali, città-dormitorio negli anni ’60-’70. Allora il significato del titolo, preso a prestito dalla canzone di Gabriella Ferri, simboleggia il piccolo che diventa macro, rappresenta le piccole storie individuali d ciascuno di noi che vanno comporre la Storia di una comunità locale e di un paese.

Il riscontro da parte dei famigliari è stato molto positivo; il clima che si è generato è stato empatico, accogliente ed emotivamente partecipato. Le persone hanno avuto modo di raccontarsi attraverso narrazione prima orale poi scritta, utilizzando fotografie e immagini come in un album di famiglia. In questo modo le storie personali sono andate a ricomporre le storie di una città, di una comunità locale che si riconosce attraverso esperienze e sentire comuni. In queste storie anche gli operatori ritrovano le loro storie, in processo di immedesimazione e riconoscimento reciproco. Questo processo fa sì che il professionista possa essere in grado riconoscere oltre la diagnosi ed il malato, la persona con le sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua storia. Allora l’assistenza si colora di attenzioni che si focalizzano sull’identità che l’interessato non riesce più ad esprimere.

Il lavoro di raccolta, pubblicazione e diffusione ha consentito di far emergere aspetti spesso non conosciuti dai professionisti, da cui ci si aspetta interesse solo per gli aspetti deficitari che rappresentano la persona in quel momento di difficoltà.

Gli ambiti di riflessioni proposti seguivano questo schema:

  • Chi sono io?
  • Che cosa mi piace
  • Che cosa trovo difficile
  • Come puoi comunicare con me
  • Come puoi aiutarmi
  • Che cosa voglio che tu conosca di me

Ci piace pensare che in questo modo il lavoro sociale esca dagli uffici e dalle procedure e torni ad essere tessitura di relazioni e di storie, fili che si annodano e tessono trame e reti di supporto. Sappiamo che la logica prestazionale non è sinonimo di efficienza degli interventi, sappiamo anche il sistema di welfare non è più in grado di sostenere un’espansione di servizi esponenziale e non è in grado di rispondere da solo alla complessità dei bisogni delle persone. Attraverso l’ascolto e la valorizzazione dell’altro il ‘sapere dei professionisti’ può trovare a sua volta una strada di legittimazione e di senso.

Per approfondire:

AA.VV., 2018, Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente. Torino: edito con il contributo di Fondazione Comunità Solidale onlus.

Garrino, L., (a cura di), 2015, Strumenti per una medicina del nostro tempo. Medicina narrativa, Metodologia Pedagogia dei Genitori e International Classification of Functioning (ICF), Firenze: Firenze University Press.

Moletto, A., Zucchi, R., 2013, La Metodologia Pedagogia dei genitori. Valorizzare il sapere dell’esperienza, Santarcangelo di Romagna (RN): Maggioli.

[1] La Metodologia Pedagogia dei Genitori propone la famiglia come risorsa e partner attivo: in ambito sanitario, per basare sulla fiducia il patto educativo-terapeutico; nella scuola, per riproporre l’alleanza tra adulti di riferimento, genitori e docenti; nell’ente locale, per un nuovo welfare riflessivo fondato sulla cittadinanza attiva dei genitori. Si attua attraverso la costituzione di gruppi di narrazione e prevede la raccolta, pubblicazione e diffusione delle narrazioni dei percorsi educativi dei genitori.