La relazione

Nuovo mese, nuovo tema!

Sietre curiosi ?! Noi , SEMPRE!

Questa volta a contribuire al nostro blog, e riempire lo spazio virtuale del nostro sito di contenuti concreti e reali, ci ha pensato Giorgia Battiloro una dei professionisti amici di assistentisocialionline.

 (…e quando vi diciamo “amici” fidatevi, perché conosce Giulia dal, meraviglioso e “ormonato”, periodo dell’adolescenza e frequentato con lei le scuole superiori!)

Giorgia oggi è microfonista in RAI,  divenuta anche insegnante di massaggio neonatale AIMI, per rispondere pienamente alle sue differenti passioni!Chi ha frequentato i suoi corsi dice di lei che è una “professionista costantemente in ascolto, supportiva, gentile, assertiva, profonda, negli incontri stimola la riflessione attraverso il dibattito, permettendo di ripensare e riscrivere le relazioni”.

Per conoscere meglio chi è Giorgia Battiloro e quanto i suoi incontri possano essere strumento e allenamento per riscrivere le vostre relazioni “cliccatela” su Facebook:  Giorgia Battiloro!

Giorgia è anche sorella di Alain Battiloro fotografo, e uomo che trovate ovunque nel nostro sito, essendo colui che ci ha supportato (e sopportato) nella costruzione di questo nostro sito!

Quando si dice …la forza dei legami “deboli” !

LA RELAZIONE

Un argomento facile facile: la relazione!

Le relazioni sarebbero molto semplici  “se solo”…

“Se solo” si trattasse l’altro come si vorrebbe essere trattati, “se solo” non si avessero aspettative sugli altri, “se solo” si desse l’importanza che merita alla comunicazione. Esistono infiniti modi per comunicare, a volte basta un gesto, uno sguardo, altre invece sono necessarie le parole, l’importante è la coerenza tra linguaggio verbale e quello non verbale.

Se non c’è coerenza tra ciò che si dice e ciò che si comunica col corpo, si rischia di venire fraintesi, di generare confusione e creare considerevoli distanze tra gli interlocutori. Ad esempio, mentire non sempre viene fatto con dolo, ma per non nuocere l’altro, per tutelarlo e per non ferirlo. Al contrario, se vi è corrispondenza tra i due tipi di linguaggio, si risulta efficaci ed affidabili e le relazioni sono più limpide e soddisfacenti.

Simbiotiche, di convenienza, basate sul senso di colpa, sono solo alcune tra le tipologie di relazione non sana. Nei rapporti, infatti, ognuno infonde il proprio bagaglio emotivo, le proprie esperienze, i successi e purtroppo anche i traumi e le frustrazioni. Può capitare quindi di imbattersi in individui spigolosi e arcigni che dietro alla loro ostilità nascondono vissuti dolorosi e tumultuosi.

Tutto sarebbe molto più semplice “se solo” tutti avessimo un buon imprinting, occorre quindi agire sin dalla genesi, ossia sui neonati.

Da insegnante di massaggio infantile, posso affermare che il massaggio è un potente strumento con conseguenze positive ad ampio spettro. La pratica è alla portata di tutti, semplice da imparare, non ha costi e i benefici sono riscontrabili sui singoli individui, sui genitori, sull’intera famiglia e sulla società in generale.

Il massaggio infantile genera l’attivazione dei sensi: il tatto, primo senso a svilupparsi e l’ultimo a lasciarci, l’unico senza il quale non potremmo sopravvivere perché consente di percepire il calore e l’affetto. La vista attraverso scambi di sguardi amorevoli, l’olfatto in quanto ogni individuo produce un proprio odore e il neonato riesce a distinguere quello della propria madre, così come i genitori riconoscono il proprio figlio. Stesso valore per l’udito, il bambino identifica la voce dei suoi genitori, impara a farlo già durante la gravidanza e loro distinguono il suo pianto.

Tra i benefici dei genitori troviamo il bonding, ossia quel legame unico, specifico e perseverante nel tempo che si instaura tra genitore e figlio. Si tratta di un processo di reciprocità che ha inizio durante la gestazione per poi crescere nel tempo. Tra i fattori che lo favoriscono, oltre al massaggio, ci sono i sorrisi, l’allattamento (al seno o artificiale), l’imitazione e la bioritmicità (ossia lo stabilizzarsi dei ritmi biologici come sonno/veglia e battito cardiaco) e tutti implicano un rilascio ormonale e un turbinio di sentimenti d’affetto.

Tale legame influenzerà i futuri rapporti interpersonali del bambino in quanto un attaccamento sicuro gli fornirà equilibrio, stabilità e una vita relazionale sana, mentre un attaccamento insicuro genererà problemi di instabilità emotiva, aggressività o chiusura verso gli altri.

Il massaggio pone le basi per instaurare un rapporto di fiducia  e sicurezza in quanto, prima di praticarlo, è sempre necessario chiedere il permesso, anche ai neonati, si osservano i suoi segnali di consenso/dissenso e li si rispettano. E’ un’abitudine positiva che genera una relazione prevedibile ed affidabile che accresce il senso di sicurezza del bambino e rafforza la sua resilienza, ossia la capacità di trovare la forza per una spinta positiva dagli eventi negativi. Inoltre favorisce una sincronia che fa vivere con serenità la prima tappa dell’attaccamento, indispensabile per poter affrontare al meglio i successivi distacchi, permettendo alla relazione di crescere.

Il massaggio neonatale è anche un significativo strumento in mano ai papà per costruire un legame con il proprio neonato. E’ stato infatti dimostrato che sono proprio loro a percepire un maggiore stress genitoriale perché si sentono più impreparati ad assumere questo ruolo, meno competenti e con meno risorse fisiche, emotive e sociali rispetto alle madri. Sempre più spesso i padri vogliono sentirsi legati emotivamente ai loro figli e hanno bisogno di sapere di disporre di mezzi per poter instaurare un rapporto altrettanto valido come quello più naturale che hanno con la madre.

Il massaggio favorisce una comunicazione rilassata che permette di comprendere le esigenze del proprio bambino e quindi di rispondere ad esse in modo appropriato, ne consegue una maggiore competenza genitoriale, minori livelli di stress e maggiore armonia tra i genitori.

I corsi di massaggio infantile possono essere anche di gruppo (massimo cinque famiglie) e ciò permette di ovviare alla sensazione di isolamento e incoraggia il confronto di esperienze, i genitori sono infatti in grado di imparare attraverso le discussioni condivise, inoltre è molto utile uscire dal proprio micro mondo per evitare di rifugiarsi nei propri problemi e rischiare di incombere in un deleterio ed alienante atteggiamento arrogante. Comunicare con gli altri è arricchente, si possono apprendere informazioni utili, si può cambiare la prospettiva di una difficoltà e provare l’ancestrale e supportante sensazione di sentirsi parte di un gruppo.

I benefici per tutta la famiglia sono ad esempio il coinvolgimento dei fratelli, con la conseguente riduzione della gelosia, la riduzione dei conflitti, l’aumento della serenità domestica e un miglioramento della qualità del tempo trascorso insieme e del sonno.

Ne gioverebbe anche l’intera società perché il massaggio insegna il “tocco buono”, ossia un modo di rapportarsi con l’altro in modo gentile, accudente, la violenza lascerebbe il posto all’empatia. Si ipotizza che, se tutti i bambini venissero amati, rispettati e preservati da ogni influenza aggressiva e psicologicamente nociva, la violenza cesserebbe di esistere. Il bambino tratta il mondo come lui stesso viene trattato dalla madre.

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. (Il Piccolo Principe)

 

 

PIETRA, CARTA, FORBICE Un laboratorio per domandarsi “Chi è il bullo, chi è la vittima?”

A settembre a Torrazza Piemonte partirà la prima edizione del nostro laboratorio “Pietra, carta, forbice”.

Un laboratorio nato dal territorio il cui obiettivo sarà raccontare, spiegare ed aiutare a comprendere ma soprattutto  confrontarci con i bambini della scuola primaria sul tema del bullismo e dare ai loro genitori indicazioni utili per osservare con serenità ed attenzione i propri figli in interazione con gli altri, accompagnandoli in questa dinamica relazionale.

Nel costruire il progetto di questo laboratorio assistentisocialionline si è unito alla Psicologa e Psicoterapeuta dell’Infanzia Antonietta Nicoletti una nostra, e se avete letto il nostro blog di recente anche vostra, conoscenza.

Ma…perché parlare con i bambini dai 7 ai 10 anni di bullismo, “non è troppo presto “?!

Ce lo siamo chieste e in tre ci siamo risposte di no, dato quanto il fenomeno del bullismo e del cyber – bullismo stia diventando sempre più incidente e rilevante ne è la riprova il recentissimo ok definitivo al disegno di legge sul Cyber-bullismo che intende contrastare il fenomeno del cyber -bullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di età nell’ambito delle istituzioni scolastiche.

Insomma il senso della richiesta che ci ha fatto una associazione del territorio ed il fatto che il bullismo è  un tema ricorrente in tutti quei contesti in cui i minori si trovano a dover fare “prove tecniche di cittadinanza” – come la scuola, le ludoteche , gli sport e le altre realtà aggreganti ci ha proprio convinte del senso di un laboratorio condotto da assistenti sociali e psicologa anche per i  piccoli delle scuole elementari .

Ci siamo messe al lavoro per costruire gli incontri del laboratorio utilizzando le nostre conoscenze e competenze personali e professionali per creare un progetto “cucito su misura” per l’associazione, i bambini che la frequentano ed i loro genitori.

Nel proporre i nostri laboratori nelle ludoteche e nelle associazioni abbiamo in mente proprio questo costruire spazi significanti e riconoscibili per quei territori , quelle persone , quei destinatari ; spazi protetti per dare spazio… ai pensieri dei piccoli cittadini di domani, che vivranno la realtà del gruppo in molteplici occasioni nella loro vita e che dovranno avere radicati in sé gli strumenti per il confronto e lo scontro civile tra opinioni differenti e la capacità di accettarsi parte di una moltitudine etereogenea di identità.

Per fare questo attraverso il divert-apprendimento, il gioco cooperativo e la magia del cinema accompagneremo i più piccoli nella conoscenza di cosa è il bullismo affrontando e snocciolando i contenuti di questo fenomeno in quanto dinamica relazionale .

Le emozioni, l’aggressività, il ruolo del gruppo di pari, la valorizzazione delle diversità la fiducia in sé stessi e nei propri mezzi sono  i temi che con i bambini affronteremo per parlare del bullismo ma soprattutto dei suoi protagonisti : le persone !

A mamme e papà forniremo spunti di riflessione ed informazioni per farsi le giuste per affrontare il fenomeno.

La sfida sarà doppia ovvero  dare, attraverso la semplicità del gioco e la rilettura di un cartone animato, anche e soprattutto ai bambini che parteciperanno una lettura caleidoscopica, o se vogliamo multifocale e  socialmente complessa, del fenomeno. Chi è il bullo, oltre al ruolo che ha scelto di svolgere in questa dinamica , chi è la vittima e che ruolo svolge chi osserva?

Costruire un progetto in tre, con la collaborazione di Antonietta è stato un modo per lavorare in gruppo ed unire le forze, per creare credendo ciascuna in sé stessa e nelle proprie competenze – che comprendono anche il sapere quali date evitare nel definire il calendario per non andare a sovrapporsi all’importante e aggregante festa patronale del paese!-  un laboratorio proprio per loro !

I nostri bimbi! I futuri cittadini!

 

L’infanzia è il suolo sul quale andremo a camminare per tutta la vita.
(Lya Luft)

 

Crescere felici

Il nostro blog inizia ad essere sempre più  frequentato!!

Questa settimana è  Antonietta Nicoletti Psicologa Psicoterapeuta dell’età evolutiva

 a regalarci il suo contributo sul tema della Felicità !

Antoniettà è una professionista  amica e affine di assistentisocialionline  perchè esercita la  sua  professione con la competenza e le conoscenze acquisite attraverso una costante e attenta formazione, con la passione e cuore di chi sceglie il  proprio lavoro, ascoltando le proprie e le altrui emozioni,  per  essere strumento in grado di trasmettere ai bambini la speranza e lo slancio per raggiungere la serenità!

Avere il suo contributo sul nostro blog ha, quindi, molto a che vedere anche con la nostra felicità! 

Per conoscere meglio Antonietta Nicoletti  e scoprire come la sua professionalità si spende per la felicità dei bambini clicca su : Antonietta Nicoletti Psicologa Psicoterapeuta !

Crescere felici

Bambini felici è questa l’immagine che ci trasmettono i mass media e che come figure adulte vorremmo sempre vedere. Il sorriso dei bambini ci regala gioia, scatena in noi emozioni positive e allontana dai genitori o educatori la frustrazione di non avere fatto abbastanza.

Il termine felice si presta all’equivoco se viene inteso come “sempre contento, soddisfatto, sereno, gioioso”. Sarebbe un’utopia pensare per i bambini una vita senza difficoltà, frustrazioni e dolori di vario genere, sia fisici, sia emotivi.

Chi sono i bimbi felici? Qual è la ricetta per crescere i bimbi felici?

I bambini felici sono quelli che avendo ricevuto risposte adeguate  ai loro bisogni, sono in grado di conseguire uno stato di sicurezza interiore e relazionale e di attivare un continuo, dinamico ripristino  della condizione di sicurezza e di benessere.

Le neuroscienze hanno riscontrato che il cervello umano è orientato alla soddisfazione, alla gioia, alla ricerca e alla sperimentazione del nuovo.

I bambini, alla nascita, sono dotati di emozioni innate funzionali all’adattamento alla vita e al benessere tra le quali: la ricerca, che attiva il desiderio di ciò che è fonte di piacere, di soddisfazione, la paura connessa all’ansia che protegge dai pericoli, la tristezza che assume la funzione di richiesta di attenzioni, la rabbia che regolamentata da adito a sentimenti di rafforzamento, assertività e padroneggiamento.

Nei primi mesi di vita il bambino sperimenta l’ attaccamento, che è il primo fondamentale legame umano che riguarda la relazione mamma-figlio. Il bambino è totalmente dipendente dalla madre, sia per quanto riguarda lo sviluppo fisico, sia per il benessere emotivo conseguente all’amore che la madre gli manifesta.

La maggior parte degli studi di psicologia evolutiva ha considerato il bambino nell’interazione con un solo genitore (madre-bambino, padre-bambino).  I più recenti studi (Bodoni, 2010)  suggeriscono che la figura del padre è importante sin dai primi giorni di vita, le interazioni diadiche padre-bambino e la funzione paterna devono essere studiate in  in una prospettiva triadica (padre-madre-bambino). Il padre si colloca tra il figlio e la madre garantendo sicurezza e protezione alla diade, attraverso il contenimento affettivo ed emotivo.

É indispensabile che i genitori riescano a contenere gli stati di sofferenza del bambino, in modo da farlo sentire accolto e compreso, rimandandoglieli trasformati in forma tranquillizzante.

La modalità interattiva aiuterà il bambino,  saprà riconoscere se stesso attraverso il suo rispecchiarsi negli stati emotivi che il genitore gli rimanda .

“Queste situazioni di empatia permettono al bambino di sentirsi sentito, di sentire che lui esiste all’interno della mente del genitore. Quando un bambino prova una sensazione di sintonia con un adulto responsivo, si sente bene con se stesso, perché le sue emozioni sono state riconosciute e condivise in uno stato di risonanza “ (D.J., Siegel, M. Hartzell)

Il bambino si può tranquillizzare e apprendere che dopo la rottura dello stato di benessere, ci sarà la riparazione che lo riporta allo stato di benessere perduto, che lo rende felice.

La fiducia e la sicurezza di base consentono di tollerare le inevitabili frustrazioni che la vita comporta e di favorire risposte idonee a superare le difficoltà, mettendo in campo le risorse che vanno evolvendosi con lo sviluppo.

La sofferenza riconosciuta, nominata e condivisa nella sperimentazione della difficoltà, favorisce il processo di riadattamento, attraverso la resilienza, ovvero la capacità di “resistere agli urti” , permette il raggiungimento della felicità.

 

Come sostiene Anna Olivero Ferraris, la qualità delle relazioni degli adulti che si prendono cura dei bambini, è ciò che gli permette di costruire una visione di se stesso come persone amata, li aiuta ad avere la sicurezza interna necessaria  a vivere nel mondo, ad affrontare le sfide della vita, a valorizzare le risorse interne personali. I bambini sono felici quando si sentono amati.

Con la costruzioni di nuove reti sociali, il bimbi iniziano attraverso il gioco e la socializzazione, ad acquisire nuove abilità, ad apprendere le regole dello stare insieme agli altri, a regolare gli stati emotivi, a risolvere i problemi, a tollerare le frustrazioni, oltre che a vivere momenti di felicità e libertà.

Spesso nei laboratori esperenziali che propongo ai bambini della scuola d’infanzia, quando gli si chiede perché si sentano felici, tra le risposte più comuni  ci sono : “quando sono insieme ai miei genitori, quando gioco con mio fratello/sorella/gli amici”. Come ho evidenziato in precedenza quello che spesso rende felici i bimbi è all’interno di una dimensione relazionale, non coincide sempre con il soddisfacimento dei proprio bisogni secondari, come ottenere un regalo, con il raggiungimento del piacere.

I bisogni secondari sono i bisogni che consentono di migliorare il proprio stile di vita (viaggiare, avere dei vizi), ma non sono necessari alla propria sopravvivenza. Inoltre per i bambini rappresentano spesso la soddisfazione di una felicità effimera, che perde di valore nel momento in cui la raggiungono, come ad esempio ottenere un gioco quando se ne posseggono molti simili.

Nella mia esperienza professionale ho potuto osservare che non tutti i bambini hanno avuto la possibilità di sperimentare delle relazioni sufficientemente buone con i propri genitori ma nel loro percorso di crescita hanno avuto la possibilità di incontrare degli adulti di riferimento con i quali hanno sperimentato una relazione positiva che ha permesso loro di raggiungere la felicità.

Nelle situazioni più traumatiche o dove l’assenza delle figure genitoriali ha causato delle difficoltà   più evidenti nel bambino è  necessario offrire uno spazio di ascolto di sostegno o di psicoterapia dove dare la possibilità ai bambini di elaborare il proprio vissuto, proporgli  un modello relazionale positivo per affrontare la sofferenza e ridare la speranza di essere felice.

 

Cyrulnik B.,(2002), I brutti anatroccoli le paure che ci aiutano a crescere, Ed. Fraticelli

Bodoni F. (2005) “Funzione paterna e attaccamento di coppia: l’importanza di una base sicura”, in Bertozzi N., Hamon C. (a cura di )Pari&Paternità, Junior, Bergamo.

 

La Felicità

 

Aldo Ronco, anzi Aldo, anzi …meglio ancora… Aldone è un Life e Mental Coach e abbiamo avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo per la sua competenza, energia e gioia di vivere essendo lui membro, come noi, della Associazione Italiana Coach Professionisti. Grazie alla sua risposta alla nostra chiamata alla scrittura sul tema del mese … ecco a voi il terzo contributo e articolo sulla felicità!

Se vuoi conoscere meglio Aldo e  scoprire come la sua idea di felicità sia concreta clicca su Aldone  !

 

La Felicità

Mai come in questo periodo storico si parla così tanto di Felicità.

Basta aprire la home di un qualunque Social per vedere quanti articoli vengono postati su questo argomento. Se  ne parla davvero tanto, però a mio modo di vedere se ne parla davvero male. Si, perché ce ne fosse uno che ti racconta la sua di felicità, invece manco per niente, tutti a dirti che cos’è la felicità e come fare a raggiungerla: niente di più sbagliato. Ma con che coraggio uno ti deve suggerire o imporre quale deve essere la tua felicità? Ma perché? Ma quando mai? La felicità è un fatto strettamente personale, originale, unico e inimitabile. Ognuno ha la sua di felicità per cui nessuno gliela può suggerire o peggio ancora imporgliene una standard come fatto culturale. Tenete conto che a livello relazionale facciamo spesso tanti casini proprio a causa del fatto che pensiamo che la nostra felicità debba essere per forza anche quella degli altri, e quando vediamo che questo non avviene ci arrabbiamo pure, ce ne veniamo fuori con frasi assurde rivolte al prossimo del tipo: “Mi hai deluso”.

Possiamo dire semmai qual’è la sensazione che ti deve restituire la felicità, questo si, ma la strada per raggiungere quella sensazione la troviamo solo e soltanto dentro di noi, non all’esterno.

Penso siamo tutti d’accordo nel sostenere che la felicità debba restituirci gioia e serenità. Proprio per questo motivo posso  dirvi che la felicità è un divenire, una conquista quotidiana, perché è innegabile che non si possa essere gioiosi e sereni tutti i giorni, perché ci sono comunque i problemi della vita da affrontare, ma se vi trovate sulla strada giusta, quella che vi procura gioia e serenità, tutti i problemi di questo mondo possono essere trascesi e superati proprio grazie al fatto che state percorrendo quella strada, per cui quella sensazione di gioia che avete provato, alla quale non volete rinunciare e che volete continuare a provare, vi darà la forza per andare al di là, vi farà scoprire una forza interiore che neanche sapevate di avere e che vi darà la capacità di superare di tutto.

Paradossalmente se vi trovate nella strada sbagliata, state sicuri che anche il problema più banale di questo mondo vi affosserà. Perché è la gioia di vivere che vi fa superare tutti i problemi, e la gioia di vivere è la conseguenza di uno stato di felicità.

Ma per trovare la strada giusta che dobbiamo fare?
Bisogna per forza guardarsi dentro e chiedersi “Quali sono i miei desideri? Che sogni ho per la mia vita? Quali sono le mie potenzialità più spiccate, quelle potenzialità che quando metto in campo mi restituiscono gioia e mi fanno sentire davvero felice?”

Il problema di oggi sta proprio nel fatto che non ci prendiamo neanche più 5 minuti per sognare, perché viviamo nel paradigma del “non ho tempo per sognare” o peggio ancora “tanto i sogni non si realizzano”…E chi l’ha detto? Ma perché? Di sicuro non si realizzano da soli, siamo noi che li dobbiamo realizzare. Il problema è che non sappiamo neanche più quali siano i nostri sogni perché abbiamo completamente rinunciato a sognare e a interrogarci sul “Che cosa vogliamo veramente” e ci siamo accontentati di perseguire la “felicità standard” che ci viene proposta dal “sistema”, ossia un fiume di parole moraliste che farà anche “figo” pronunciare ma che alla fine non si derivano in nulla di veramente concreto nelle nostre vite e che quindi non ci rendono felici.

Altri paradigmi che ci marciano contro sono “..e ma ormai sono vecchio”…”…e ma ormai sono su questa strada”…”ormai ho fatto questa scelta”. Niente di più falso. Si può sempre cambiare, c’è sempre una soluzione per cambiare la nostra vita, ci sono sempre dei margini di miglioramento che si possono mettere in atto, non c’è limite ai cambiamenti che possiamo fare e neanche limite di età per poterli fare. Certo ogni cambiamento comporta fatica, ma questo è un altro discorso: se qualcuno vi ha venduto la favola che si può raggiungere la felicità senza faticare, senza sudare, senza impegnarsi, senza il coraggio di essere autentici con noi stessi e con gli altri, allora avete subito la più grande truffa della storia.  Così come avete subito la più grande truffa della storia se vi hanno convinto che la felicità si può raggiungere solo in assenza di problemi.

Io per esempio sono portatore di una grave patologia genetica che mi ha costretto e mi costringere a vivere da quando sono bambino a stretto contatto con gli ospedali e a causa della quale gli interventi che ho subito non li conto neanche più. Ecco, ammetto che per anni sono stato affossato da questa situazione, ma dico anche che ho cominciato a venirne fuori nel preciso istante in cui ho cominciato a seguire i miei sogni e le mie passioni, a coltivare i miei desideri e i miei interessi. Questo mi ha restituito pian pianino una tale gioia di vivere che col tempo mi ha aiutato ad andare al di là della mia malattia. Quindi sono passato dall’essere affossato da una situazione di sofferenza a trascendere la stessa grazie alla gioia di vivere. Vedete che si può cambiare?

Vi ho fatto partecipi di queste cose strettamente personali solo e soltanto perché penso  possano aiutarvi a capire che la felicità è comunque sempre raggiungibile e lo è in qualunque contesto, persino in quello particolarmente negativo come quello della malattia. La tua vita cambia nel momento in cui decidi di prenderti cura di te.
Visto la mia esperienza personale, potete ben capire che per me sia una grande gioia, come Life Coach, potere supportare una persona nella ricerca della sua felicità, ed è fantastico riconoscere, restituirgli e allenargli quelle potenzialità che messe in campo lo renderanno felice, potenzialità che spesso sono represse da così tanto tempo che neanche si ricorda di averle.
Vorrei concludere facendo un’ ultima riflessione che mi sta aiutando tanto nel mio cammino personale.

Io non vivo, come dicono molti, “come se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita”, perchè per come la vedo io il concetto di fondo della felicità non è solo godersi al massimo il momento attuale, almeno per me questo non è sufficiente.
Ciò che invece mi fa sentire vivo e felice, oltre a seguire le mie passioni e i miei desideri, è “vivere ogni giorno come se fosse il primo”.

Mi mantiene in vita la curiosità di avere ancora tante cose da imparare, tante cose  ancora da sperimentare, tante idee ancora da cambiare, mettere in discussione, modificare o sostituire con altre idee che ad un certo punto dovessero convincermi di più, mi restituisce gioia percepire la mia vita come un divenire, un mondo di cose ancora da scoprire, da esplorare, da valutare, da considerare. Vivere come se fossi nato oggi e con un mondo ancora tutto da scoprire mi restituisce un entusiasmo pazzesco che contribuisce a rendermi felice, nonostante tutti i problemi che ci sono e ci saranno sempre.
Ciao a tutti!

Aldone (Aldo Ronco)
Life Coach
Mental Coach

A scuola felici

Secondo contributo e secondo articolo sulla felicità!

Questa volta ospite del nostro blog è Riccarda Viglino insegnante, formatrice e … mamma di Giulia!

Per conoscere meglio Riccarda e il suo blog sui temi dell’apprendimento cooperativo clicca qui :  Riccarda Viglino . 

A scuola felici

La felicità facilita l’apprendimento, e sono le neuroscienze a sostenerlo, non solo le intuizioni di alcuni insegnanti, pedagogisti e psicologi illuminati.Le ricerche più recenti in questo campo ci portano a comprendere l’intima connessione tra cognizione ed emozione, tra affetti, relazioni sociali ed apprendimento. Un clima relazionale positivo, la presenza di buone relazioni sociali all’interno della classe, fanno sì che venga rilasciata dopamina nel cervello, creano sentimenti più piacevoli verso l’apprendimento e determinano la capacità di sostenere lo sforzo necessario per affrontare i compiti complessi richiesti dalla scuola.

 

Apprendimento ed emozioni sono quindi intimamente connessi. Un ambiente sereno, dove passano buone emozioni, è il substrato fertile per far crescere apprendimenti significativi e duraturi che muoiono invece là dove si vivono soltanto l’ansia, la frustrazione e la mortificazione. Molti insegnanti oggi ne sono consapevoli, si prendono cura del clima d’aula e prevedono all’interno della didattica quotidiana percorsi per l’educazione dell’intelligenza emotiva e sociale, occupandosi del benessere dei loro studenti e portando altresì a compimento in modo completo la funzione educativa del loro ruolo.

Il clima d’aula si sa, lo determina in gran parte l’insegnante, o meglio gli insegnanti, dal momento stesso in cui essi entrano in classe. Su di essi gli alunni modellano i comportamenti, ad essi fanno riferimento fin dalla più tenera infanzia.  Purtroppo però oggi molti insegnanti sono sempre più spesso frustrati, stanchi, isolati, soli.

 

In balia di riforme che susseguendosi hanno inondato la scuola di richieste molteplici e diversificate, per rispondere alle quali spesso occorrono notevoli energie che vengono sottratte al cuore della professione che è il processo di insegnamento apprendimento. Mancando sinergie autentiche con le altre agenzie educative, essi si trovano anche ad affrontare in solitudine le sfide educative della società liquida complessa. Non esistono psicologi di scuola, supervisori, gruppi di sostegno e di aiuto, anche se questo viene da tempo richiesto dalle istituzioni scolastiche. Le lezioni sul burnout che spesso vengono proposte ai Collegi Docenti, stigmatizzano il problema, permettono di identificare con chiarezza i sintomi, ma non prevedono interventi nè “cure”. Eppure una società matura dovrebbe avere a cuore il ben-essere dei propri figli e una scuola dove gli insegnanti sono in una situazione di mal-essere è una scuola che non può funzionare. Anzi che ha ricadute pericolose sul futuro dei nostri ragazzi.

Il Bhutan, un piccolo stato montuoso dell’Asia, misura ogni anno il suo “FIL”: l’indice di felicità interna lorda, chissà che prima o poi a qualcuno venga in mente di farlo anche da noi!

 

 

Benessere e felicità non sono sinonimi Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale

Questo articolo ci è stato donato, in occasione del nostro primo “complimese”  dal collega Ugo Albano : assistente sociale specialista, pubblicista e giornalista e clown!

“Maschio, sudista, giocherellone, pigro,godereccio, amante della buona compagnia” così si descrive colui che per primo ha voluto rispondere alla nostra chiamata e scrivere di servizio sociale, benessere, generatività…e felicità! 

Per conoscere meglio Ugo e le sue offerte cliccate qui:   Ugo Albano . 

BENESSERE E FELICITA’ NON SONO SINONIMI

Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale

Se è vero che il servizio sociale persegue, come fine ultimo, il benessere dell’essere umano, non è per nulla detto che quest’ultimo, raggiunto il benessere stesso, si senta felice; anzi, se non c’è percezione di felicità, è lo stesso benessere a diventare relativo ed è quindi buona norma che l’assistente sociale italiano inizi a dare più senso al suo lavoro connettendo sempre di più l’azione non al benessere in sè, ma alla ricerca della felicità. La stessa relazione tra qualità prestata e qualità percepita, su cui di recente molto si parla nel campo dei servizi alla persona, ruota proprio attorno al rapporto tra benessere e felicità. Il benessere, infatti, può solo essere prodotto, mentre la felicità può solo essere percepita.

 

Che il benessere produca felicità, invece, è un paradigma della società moderna, esistita in Italia più che altro dal dopoguerra fino agli anni ’80 circa, in cui con la presenza di un reddito (e se questo mancava, o era insufficiente, il welfare “compensava”) bastava a “far star bene”. Il  passaggio alla società postmoderna rappresenta il superamento del trinomio “reddito-benessere-felicità” ed evidenzia il paradosso della non corrispondenza tra benessere e felicità, sia perchè si assiste ad una distribuzione delle risorse nel nostro Paese, sia perchè si registra una diversificazione della percezione stessa del proprio essere felici.

 

In conseguenza a tutto questo discorso, credo che  per ogni assistente sociale sia cosa buona percepirsi in una situazione di “trapasso” tra il paradigma della modernità e quello della postmodernità, cioè tra situazioni di carenza reddituale da supportare e situazioni che comunque non funzionano, seppure in presenza di reddito. Il problema rifugge pertanto da una prassi di semplice “fare”, che può amplificare il paradosso (insistere per esempio con l’assistenza economica su persone incapaci di gestirsi), per aggredire un nuovo modo pensarsi in riferimento ai nuovi fenomeni sociali; si tratta di abbandonare nell’ambito del servizio sociale il vecchio concetto di benessere, connesso al reddito o alla limitazione di una malattia, per passare ad un nuovo paradigma operativo di “accompagnamento alla felicità”, il che richiede un canale dialogico col soggetto e non (solo) una mera “dazione”. Il “paradosso postmoderno” riporta   il servizio sociale stesso alle origini della sua identità: esso ritorna a definirsi tramite la relazione per l’autosviluppo della persona e non tramite le prestazioni per una (supposta) assenza di risorsa.

 

Che non esista un rapporto di diretta correlazione tra reddito e la felicità stessa, ciò ci deriva dal fatto se consideriamo la variabilità geografica stessa di tale rapporto. A capire ciò ci aiuta uno studio pubblicato sul “Journal of  happiness Studies” dell’Università Erasmus in cui si illustrano i gradi di percezione della felicità da parte delle diverse popolazioni del mondo in rapporto al reddito. Colpisce, per esempio, che paesi poveri, come Nigeria, Vietnam,  Messico e Filippine, esprimano alti livelli di felicità percepita come le ricche Olanda, Svizzera, Svezia e Gran Bretagna. Esiste in generale una predominanza del mondo latino-americano in fatto di felicità, anche in situazioni di estrema povertà, come in Portorico e in Colombia, le cui popolazioni sono immerse in contesti normativi e culturali che spingono ad enfatizzare  gli aspetti positivi dell’esistenza. All’opposto Paesi relativamente  ricchi, come il Giappone, la Cina o la Corea del Sud, da anni interessati da un forte boom economico, tendono a subordinare le “felicità individuali” alle esigenze dei sistemi, statali o aziendali che siano, non ponendosi il problema stesso, con tutto quello che ne può conseguire.

 

Il nostro Paese, invece, pur compreso nel gruppo dei “redditi alti”, sebbene sorretto da un sistema democratico deputato alla soddisfazione di ognuno, registra il più basso livello di felicità. Semplicemente detto: anche se l’Italia presenta una stabilità reddituale consistente al pari di altri Paesi ricchi, anche se le condizioni politiche garantiscono la persona e la sua piena autodeterminazione, la sua popolazione non si sente felice. Ciò dovrebbe far riflettere ogni assistente sociale.

 

Eppure, riferisce uno studio effettuato da due studiosi (Ed Biswas-Diener e suo figlio Robert) delle università rispettivamente dell’Illinois e dell’Oregon, la felicità in ambito planetario tende a perdere la tendenza alla differenziazione geografica, e quindi culturale, e ad avere una base comune nel genere umano: è come se il cervello stesso fosse pre-programmato per anelare alla felicità.

Se pertanto esistono differenze di atteggiamento tra i diversi popoli, come detto, esistono anche elementi “trasversali”  validi a tutti per “autocostruirsi” la felicità.  A ciò ci ha pensato uno studioso statunitense, tale Martin Seligman, il quale ha ricercato la “ricetta comune”, estremamente utile specialmente per i professionisti dell’aiuto di ogni latitudine. Secondo costui la felicità richiede non solo la soddisfazione dei beni di base, ma anche e specialmente un atteggiamento di ricerca da parte di ognuno di questa felicità, nel senso che la felicità stessa tende ad essere sempre di più un obiettivo in divenire e mai statico, una prospettiva e non uno status. Importanti, secondo Seligman, sono la ricerca di un piacere “misurato”, la capacità di relazione con la propria famiglia, l’esercizio dei sentimenti, la passione sia per il proprio lavoro che per il tempo libero ed infine il bisogno di dare senso al quotidiano.

 

Il servizio sociale quindi, in questa società postmoderna e tendente ad una percezione “globalizzata” della felicità, vista anche la forte mobilità sociale, richiede una propria ridefinizione di senso, sia per recuperare un proprio ruolo autonomo dalla semplice funzionalità all’organizzazione, sia per essere davvero più efficace. Insistere sul vecchio modello caritativo-redistributivo-suppletivo significa non solo essere anacronistici, ma sparire dal mercato. Il bisogno nuovo (e vecchio, mi viene da dire) è quindi l’accompagnamento relazionale, la consulenza, non la prestazione o lo “sportello”. Si tratta, in fin dei conti, di trasformare il senso stesso della professione da una “gestione del benessere” ad un “accompagnamento verso la felicita”, in cui il “dare” diventa davvero cosa relativa.

Ugo Albano

 

Brandizzate

Brand, business, mercato, clienti, catalogo prodotti, concorrenza, logo, marketing, sono tutte parole che abbiamo necessariamente imparato ad utilizzare per creare, definire e realizzare il nostro progetto di libera professione, per spiegare in modo sintetico prima a noi stesse ed in seguito a chi ci incontra quello che facciamo, come lo facciamo, con chi lo facciamo, con quali risultati ed infine, come lo pubblicizziamo!

 

Abbiamo lavorato sulle nostre competenze (possedute e da costruire), sugli ambiti d’intervento in cui ci sentiamo pronte ad operare, sulla domanda presente nei nostri territori ed il modo in cui intercettarla, sui processi e sulle relazioni da attivare, sulle nostre specificità, sul nostro tariffario, sull’immagine che scegliamo di noi come professioniste e sui luoghi (reali e virtuali) in cui essere presenti

 

La trasformazione di un saper essere, saper fare, sapere e saper divenire in un marchio commerciale pare sia una faccenda assai complessa per chi arriva da una professione sociale di aiuto che con il business ha apparentemente poco a che fare. Ed invece l’intero processo ci ha dimostrato esattamente il contrario, i valori dell’imprenditorialità possono sono uno stimolo per i professionisti del sociale, nell’ottica di una mescolanza di idee che provengono da fonti, ambienti ed ambiti operativi differenti che qualcuno ricompone in modi capaci di produrre nuove soluzioni!

Vi riportiamo alcune riflessioni derivanti da quanto socializzato dai diversi relatori nel convegno “Libera ..la professione. IdeAzioni sulla libera professione degli assistenti sociali” tenutosi a Genova il 20 giugno 2014.

 

Gli assistenti sociali sono una delle poche categorie che problematizzano la libera professione, alla base di questo atteggiamento della nostra comunità professionale  possiamo ritrovare un aspetto culturale importante ed un’impropria rappresentazione della professione.

 

La nostra identità professionale è legata ad un sistema di valori e principi su cui la nostra professione si fonda ed è strettamente ancorata, scegliere di lavorare nel mercato, al di fuori di un ente pubblico, privato e/o del terzo settore, oppure in aree al di fuori del bisogno tradizionalmente inteso, ed ancora con persone appartenenti ad una classe sociale non classicamente svantaggiata, fa apparire la scelta come un tradimento alla natura della professione, un forzatura. Un po’ come se sentissimo venir meno la dignità di una professione spesa in maniera diversa, và ricordato che il nostro codice deontologico però prevede al libera professione all’art.52 e non delinea differenze di valori, di principi di riferimenti rispetto ad altre posizioni lavorative e mantiene quindi la mission professionale.

 

La seconda questione è legata invece a come noi ci rappresentiamo e come rappresentiamo la professione. Tutte le volte che si parla di libera professione usiamo parole come libertà, autonomia, creatività, entusiasmo, flessibilità, tutti termini che la connotano in senso positivo in contrapposizione alle coloriture più negative, fatica, rischio, operosità, procedure, impegni apparentemente tipiche del lavoro pubblico/dipendente. Occorre considerare le due connotazioni come facce di una stessa medaglia, che caratterizzano l’attività professionale del lavoratore dipendente e del libero professionista con le specificità di ciascuno.

 

Ogni professionista dovrebbe avere il tempo e lo spazio per ripensare alla professione nella sua identità e nel percepito di ogni assistente sociale, alle proprie competenze, ai metodi, ai linguaggi, per creare nuove conoscenze, per scegliere un ruolo nella società di riferimento, guardare oltre e soprattutto trovare soddisfazione nel proprio agire!

 

Occorre reinterpretare costantemente le professioni di aiuto, incentrate sulla produzione di beni relazionali e non su prodotti prestazionali ad elevata standardizzazione!

TutorViaggi

Dai primi di Marzo, quasi in contemporanea con l’avvio della nostra attività, abbiamo iniziato una delle nostre più entusiasmanti esperienze di collaborazione: quella con l’Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Culture, Politica e Società – in qualità di tutor accademiche.

 

Una delle domande che abbiamo scelto per colloquiare e conoscere i tirocinanti è stata: “se dovesse utilizzare dei verbi che descrivono le attività che andrà a svolgere in questo tirocinio, azioni concrete che dovrà mettere in atto per far sì che la sua esperienza sia positiva e formativa, quali userebbe?”.

 

Oggi mi sento coraggiosa, pronta, nonché in dovere di sottopormi al nostro metodo, e quindi a rispondere a questa domanda  parlandovi della mia esperienza come tutor !“Quali sono i verbi che userei per descrivere l’attività di tutoriaggio …?” me lo sono chiesta, eh !… già qualche settimana fa mentre viaggiavo in treno verso casa,  di ritorno da una lunga giornata a Città Studi in cui gli stessi studenti colloquiati avevano finalmente appreso le sedi del loro primo emozionante tirocinio.

 

Essere tutor è anzitutto viaggiare, ma anche spostarsi, attraversare, percorrere…e ripercorrere, è programmare un viaggio essendo contemporaneamente viaggiatori, ospiti,  ed agenzia di viaggio ed accompagnare un viaggio!

 

Essere tutor ha significato spostarmi fisicamente più volte: da Torino a Biella , da Biella a Novara , da Novara a Vercelli e poi nuovamente a Biella…Ma lo spostamento di cui parlo non è soltanto fisico: per essere tutor mi sono dovuta spostare nel senso vero e proprio del termine: “ collocare in un luogo altro da quello solitamente occupato” da me nella comunità professionale. Per diversi  anni ho lavorato come assistente sociale nei Servizi e nei territori ma come tutor oggi mi metto al servizio della mia professione all’interno della sede accademica.
Questo ha richiesto un attraversamento, un passaggio impegnativo ovvero quello di transitare con tutto il mio bagaglio professionale (che non ho nessuna intenzione di abbandonare o alleggerire) ed i souvenir che mi porto dietro dai precedenti viaggi professionali, in un nuovo contesto. Per collocarmi in questo nuovo contesto ho dovuto però anche attrezzarmi, cercare mappe, indicazioni , bussole…lasciando – come mi è consono – anche un po’ di spazio all’intuito e alla scoperta.

 

Vogliamo parlare poi del ripercorrere fisicamente i corridoi di una città studi e mettere nuovamente il naso in una sede universitaria dopo anni ?!! Vi risparmio le paranoie sul  “come sono vecchia io – come sono giovani loro” …il punto è che percorrere e ripercorrere è stato non soltanto un movimento concreto del corpo, ma uno spostamento della mente e della memoria. Rimaneggiare concretamente la teoria riconducendo alla prassi operativa esercitata per anni nuovamente tutti i concetti teorici presentissimi al mio sapere professionale ma messi in scatola e ben riposti per tanto tempo.

 

Ripercorrere ha poi investito anche il mio vissuto emotivo: vedere gli studenti, la luce con cui guardano alla professione, la confusione con la quale a volte viene descritto il ruolo dell’assistente sociale e la motivazione con cui affrontano il percorso formativo…. è un viaggio nella memoria che in confronto “Ritorno al futuro” è niente!

 

Parlando di passaggi e attraversamenti non è solo la dimensione tempo ma anche quella dello spazio ad essere attraversata durante l’esperienza di tutoraggio. Spazi non solo fisici ma intesi come sistemi: il sistema formativo, il sistema dei servizi sociali, il sistema professione ed infine il sistema tirocinio (L. Gui 1999) mi vedono come tutor  impegnata a passare da una intersezione all’altra di questi sistemi.

 

Come tutor inoltre, accompagno un viaggio: quello dei tirocinanti…di cui monitoro, facilito e valuto il tirocinio stando loro affianco (se serve) alle loro spalle (quando è opportuno) e indicandogli gli strumenti per orientarsi (quando stanno per smarrirsi o devono ridefinire il loro percorso).
Insomma se la metafora che Dellavalle – ne “Il tirocinio nella formazione al servizio sociale. Un modello di apprendimento dall’esperienza”  ed- Carocci, 2011- figura dell’esperienza di tirocinio  è quella  del viaggio, beh direi che questa nuova esperienza e collaborazione non è un azzardo chiamarla “tutorViaggio”!

 

O no!?

#followtheline
#collaborAzioni
#tutor

Alike: il potere della creatività

Cosa ci succede quando i compiti e gli impegni della quotidianità diventano una routine?

Alike è un colorato corto animato che ce lo spiega in pochi minuti.
Tutti noi ogni giorno portiamo carichi sulle nostre spalle ricoprendo dei ruoli, esercitando responsabilità e ci impegniamo ad adempiere puntuali ai compiti che ci vengono assegnati e che decidiamo di assumere.
Anche i bambini quando iniziano ad andare a scuola a far parte della Comunità cominciano a confrontarsi con compiti e doveri: dover arrivare in orario a scuola, dover stare seduto, dover alzare la mano per parlare, aspettare l’intervallo per giocare e rispettare le regole dei giochi.

Il compito, l’attesa, assumerci responsabilità sono un passaggio fondamentale della crescita. Sono queste esperienze che ci permettono di conoscere le nostre risorse, misurare i nostri limiti e ci permettono di riconoscerci capaci o meno capaci di “fare”, ponendoci nella condizione di allenarci e migliorare.
C’e però una parte di noi… quella più colorata creativa, a volte indisciplinata, quella parte di noi che ama lasciarsi attrarre e stupire dalle novità e dalle dissonanze che ha altrettanto bisogno di essere nutrita e allenata!
L’errore più grande? Lasciare spegnere i nostri colori ingrigirci, abituandoci a ripetere senza entusiasmo l’esecuzione di una routine quotidiana.

Lasciare sempre spazio a quella parte bambina di noi può invece condurci a scoprire e coltivare le passioni, trasformare le passioni in attività e pensare a nuovi orizzonti …sentirci vivi !

Conciliare compito e creatività questo è il trucco, come fà il piccolo giallo, anche nel sociale soprattutto nel sociale per trasformare il tempo “perso a” in tempo “speso per”.
Lasciamoci andare ad esercizi di meraviglia per stimolare la nostra fantasia, coltivare la creatività e dare spazio al pensiero laterale di ciascuno di noi!

#followtheline
#creatività
#allenarsiallafelicità
#educazione

 

 

 

Educazione alla Cittadinanza

EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA
Cittadini si nasce o si diventa?

“In tante realtà oggi si vive accanto agli altri. C’è coesistenza, non convivenza. Manca il senso di comunità, il riconoscersi l’uno con l’altro. …. La nostra responsabilità, come cittadini, oltre che come operatori sociali, è verso i diritti … Quei diritti che non sono solo una prerogativa etica, ma la condizione di ogni progresso sociale, culturale e anche economico.” Don Ciotti (Animazione Sociale 305, numero 9/2016, Essere Operatori sociali oggi, intervista a Luigi Ciotti a cura di Roberto Camerlinghi, pag.3 e seguenti).

Concordiamo con le affermazioni di Don Luigi Ciotti e crediamo fortemente che occorre aiutare le persone a crescere nell’io e nel noi, occorre produrre significati intorno a quello che si vive oggi costruendo trame di senso e di cittadinanza.

Quando realizziamo i nostri laboratori di educazione alla cittadinanza nelle scuole abbiamo in mente questo, vogliamo pensare che siano una “pista generativa”.

La presenza di ragazzi e ragazze, bambini e adolescenti, con origini e radici culturali diverse all’interno delle classi scolastiche di ogni ordine e grado è ormai da anni un fenomeno strutturale e deve trasformarsi in un’opportunità per tutti, adulti di riferimento compresi. Bisogna anzitutto nei contesti scolastici, di convivenza e di relazione, riconoscere e conservare le identità di ciascuno e sostenere attivamente la loro interazione ed integrazione, attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture ed attraverso la conoscenza dei diritti di ciascuno, perché si possano trasformare realmente in libertà per tutti.

I laboratori di educazione alla cittadinanza sono percorsi adatti per apprendere, per imparare facendo, per riflettere, sono un luogo di formazione, ma anche uno spazio culturale e relazionale in grado di creare legami, tra le persone e con i luoghi, sono laboratori esperienziali, dove l’esperienza si trasforma in sapere.

L’importanza dell’educazione alla cittadinanza è stata più volte sottolineata anche nel nostro Paese con lo scopo di sviluppare nei ragazzi una cultura politica e civile (acquisire saperi sui diritti umani, sulla democrazia, sul funzionamento delle istituzioni politiche e sociali, sul riconoscimento della diversità culturale e storica, ed altro…) ed una competenza sociale, ovvero sviluppare attitudini e valori necessari per diventare un cittadino responsabile (imparare a rispettasi e a rispettare gli altri, ad ascoltare e a risolvere i conflitti pacificamente, promuovere una convivenza armoniosa, costruire i valori che accolgano una pluralità di punti di vista nella società, costruire un’immagine positiva di sé, la fiducia in sè e negli altri, ed altro…).

Dati questi scopi è fondamentale che ciascun laboratorio preveda una partecipazione attiva degli alunni e degli studenti, le attività vengono focalizzate su metodologie di tipo attivo e costruttivo, capaci di mettere al centro i bambini ed i ragazzi stessi. Il metodo di insegnamento del cooperative learnig è quello che noi privilegiamo, consiste nel dare rilevanza al lavoro di gruppo per incrementare sia le competenze cognitive sia quelle sociali. L’utilizzo di strumenti d’aula creativi, film, canzoni, costruzioni, giochi, giochi a premi, cartelloni, matite e pennarelli, per coinvolgere ad uno ad uno i ragazzi nelle attività è secondo il nostro parere necessario perché oltre a sviluppare il pensiero laterale di ciascun ragazzo attiva concretamente anche noi formatori.

Il gruppo classe è un gruppo di pari, una comunità, un tempo ed un luogo che da vita a esperienze che si aprono alla scoperta delle possibilità. Si impara ragionando in un contesto di peer-education, facendo e riflettendo sui processi cognitivi e di relazione, per comprendere in modo significativo cosa si sta facendo e perché. Ai ragazzi si offre la possibilità di una conoscenza reciproca più approfondita che possa permettere la costruzione di rapporti interpersonali trasparenti, autentici e gratificanti che prevedono e fanno fare esperienza di un costruttivo e arricchente scambio di opinioni.

Concordiamo con Alessandra Augelli quando scrive che in pre adolescenza ed in adolescenza cresce la complessità non solo nelle relazioni con gli altri ma anche nella gestione della propria identità. Gli operatori sociali sono chiamati ad un ascolto aperto e uno sguardo attento, in modo da essere per i ragazzi specchio di alcune loro caratteristiche e strumento per intraprendere il processo di crescita. (Animazione Sociale 263, maggio 2012, Fare laboratorio per apprendere con i ragazzi, pag.88 e seguenti)

Per questo riteniamo fondamentale che siano i professionisti del sociale i conduttori dei laboratori di cittadinanza, perchè il conduttore non sia solo un formatore ma anche, e soprattutto, un orientatore, un facilitatore, un abilitatore ed un allenatore di relazioni.

(Perché) cittadini si nasce e si diventa.

 

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