ArMARSI DI TALENTO

Siamo orgogliosissime del nuovo avvio di questo spazio e trepidanti per la presentazione del primo contributo!

Chi ci scrive è Francesca Granata, Progettista sociale e Professionista specializzato in percorsi di RdA presso Consorzio Sociale Abele Lavoro, ovvero in percorsi di Reconnaissance des Acquis, noi l’abbiamo conosciuta tramite il nostro sportello di orientamento ai servizi del territorio di Torino e grazie a lei Assistenti Sociali Online è sbarcata su Telegram per la prima volta, forse un anno fa!

Ci racconta di un nuovo meraviglioso progetto, immergetevi nel testo e contattatela se vi ha incuriosito!

Grazie Francesca per aver aperto il blog nel 2020 e buona lettura a tutti voi!

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Per le donne italiane il lavoro rappresenta ancora un serio problema: per il 50% di noi il lavoro non c’è. Quando lavoriamo, poi, spesso incontriamo la precarietà, la segregazione in alcune professioni, la retribuzione insufficiente, per non parlare del rapporto lavoro e maternità: il rischio è che la carriera rimanga un “mestiere” dei nostri compagni, mariti o fratelli.

Questi argomenti li conosco bene: mi sono trovata, nella mia vita professionale, in difficoltà, confusa sul mio ruolo, poco realizzata.  Per non parlare di quando il lavoro lo cercavo: che periodo faticoso!

È proprio per questo che, con una magnifica collega, abbiamo creato ArMARSI DI TALENTO; perché, tutte noi, abbiamo bisogno di dedicare del tempo al nostro talento, di farlo diventare la nostra forza, la nostra armatura e di amarlo.

Ogni donna, nell’arco della vita, attraversa più fasi scoprendo e confrontandosi ogni volta con nuovi aspetti di sé: in questi casi è importante mettere a fuoco i propri bisogni e valorizzare le proprie competenze. “ArMARSI DI TALENTO” è un percorso esperienziale durante il quale si potrà fare luce sui singoli obiettivi, favorire la creatività, ricontattare i desideri perduti e sperimentare nuove capacità trasferendole in un progetto, lavorativo ma non solo. Il percorso, è rivolto a tutte le donne che sono alla ricerca di nuovi stimoli, che sentono il bisogno di vivere un cambiamento e una ri-progettazione di sè.🌷

I 5 incontri co-condotti sono frutto della danza di diverse metodologie: Reconnaissance des Acquis,  Photolangage® e le arti espressive.

Con “ArMARSI DI TALENTO” vogliamo metterci a disposizione di donne alla ricerca di un nuovo progetto lavorativo e non solo.

 

Per informazioni:

Pagina fb dell’evento: https://www.facebook.com/events/844006146029116/?active_tab=about

mail: lospaziochenonce@gmail.com

LABORATORI DI CITTADINANZA

Piccole, concrete opportunità per contribuire all’allenamento dei cittadini, di domani

(che poi sono già cittadini …oggi!)


Ormai da anni è un fenomeno strutturale delle nostre città la compresenza di uomini, donne, anziani ed adulti, di ragazzi, e ragazze adolescenti, di bambini e bambine con origini geografiche e radici culturali diverse tra loro; accade nelle classi di ogni ordine e grado, nei luori ricreativi, sportivi, a volte anche di culto , sul lavoro, per strada…sulla metro e in coda alla posta! 

La nostra convinzione è che questo fenomeno debba e possa con piccole azioni  trasformarsi in un’opportunità per tutti noi, non soltanto per noi  adulti ma anche, e soprattutto, per le nuove generazioni.

“In tante realtà oggi si vive accanto agli altri.

C’è coesistenza, non convivenza.

Manca il senso di comunità, il riconoscersi l’uno con l’altro […]

La nostra responsabilità, come cittadini, oltre che come operatori sociali, è verso i diritti […] che non sono solo una prerogativa etica, ma la condizione di ogni progresso sociale, culturale e anche economico.”  

sostiene Don Luigi Ciotti .

Ed è per questo che riteniamo che l’allenamento alle competenze di cittadinanza , sia fondamentale in tutti i contesti di convivenza e di relazione.

Ed è per questo che riconosciamo necessario proporre spazi, attività , tempi e contesti in grado di favorire l’identificazione e conservazione delle identità di ciascuno ed al contempo sostenere attivamente l’interazione e l’integrazione, attraverso la conoscenza delle culture e dei diritti perché si possano trasformare realmente in libertà per tutti.

E indovinate un pò…riteniamo fondamentale che siano i professionisti del sociale a fare questo. 

Ma come ?! 

Noi abbiamo fatto la nostra scelta e ormai da due anni come assistenti sociali, coach, formatori scegliamo di creare occasioni di allenamento anche attraverso dei  laboratori. 

Laboratori per bambini e ragazzi per offrire opportunità / spazi di confronto, sperimentazione ed acquisizione delle principali competenze di cittadinanza!

Scegliamo, come strumento i laboratori perché vogliamo proporre percorsi per apprendere, per imparare facendo, per riflettere divertendosi, luoghi di formazione, ma anche uno spazi culturali e relazionali in grado di creare legami, tra le persone e con i luoghi :  laboratori esperienziali, dove l’esperienza si trasforma in sapere.

Perché dei laboratori atti a favorire apprendimenti di cittadinanza,dovrebbero essere condotti da due assistenti sociali?

Perché il conduttore non sia solo un formatore ma anche, e soprattutto, un orientatore, un facilitatore, un abilitatore ed un allenatore di relazioni.

Oggi abbiamo scelto di raccontarci noi sul tema Cittadinanza

e farvi conoscere due di questi  percorsi laboratoriali

in cui crediamo e che proponiamo nel nostro progetto di libera professione !

Pietra carta Forbice

Un piccolo laboratorio nato da una piccola idea, con piccoli strumenti e per il territorio il cui obiettivo è raccontare, spiegare ed aiutare a comprendere ma soprattutto  confrontarci con i bambini della scuola primaria sul tema del bullismo e dare ai loro genitori indicazioni utili per osservare con serenità ed attenzione i propri figli in interazione con gli altri, accompagnandoli in questa dinamica relazionale.

Nel costruire il progetto di questo laboratorio abbiamo deciso di collaborare con una  Psicologa e Psicoterapeuta dell’Infanzia,  Antonietta Nicoletti una nostra, e se avete letto il nostro blog anche vostra, conoscenza.

Ma…perché parlare con i bambini dai 7 ai 10 anni di bullismo, “non è troppo presto “?!

Ce lo siamo chieste e in tre ci siamo risposte di no, dato quanto il fenomeno del bullismo e del cyber – bullismo stia diventando sempre più incidente e rilevante  ne è la riprova la presenza, finalmente,  di una   legge sul Cyber-bullismo che intende contrastare il fenomeno del cyber -bullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di età nell’ambito delle istituzioni scolastiche.

Il bullismo è  un tema ricorrente in tutti quei contesti in cui i minori si trovano a dover fare “prove tecniche di cittadinanza” – come la scuola, le ludoteche , gli sport e le altre realtà aggreganti ci ha proprio convinte del senso di un laboratorio condotto da assistenti sociali e psicologa anche per i  piccoli delle scuole elementari.

Ci siamo messe al lavoro, due anni fa,  per costruire gli incontri del laboratorio utilizzando le nostre conoscenze e competenze personali e professionali per creare un progetto “cucito su misura” per i bambini ed i loro genitori.

Nel proporre i nostri laboratori nelle ludoteche e nelle associazioni abbiamo in mente proprio questo costruire spazi significanti e riconoscibili; spazi protetti per dare spazio… ai pensieri dei piccoli cittadini di domani, che vivranno la realtà del gruppo in molteplici occasioni nella loro vita e che dovranno avere radicati in sé gli strumenti per il confronto e lo scontro civile tra opinioni differenti e la capacità di accettarsi parte di una moltitudine etereogenea di identità.

Per fare questo attraverso il divert-apprendimento, il gioco cooperativo e la magia del cinema accompagniamo  i più piccoli nella conoscenza di cosa è il bullismo affrontando e snocciolando i contenuti di questo fenomeno in quanto dinamica relazionale.

Le emozioni, l’aggressività, il ruolo del gruppo di pari, la valorizzazione delle diversità la fiducia in sé stessi e nei propri mezzi sono  i temi che con i bambini affrontiamo per parlare del bullismo ma soprattutto dei suoi protagonisti: le persone !

Alle mamme e papà forniamo spunti di riflessione ed informazioni per farsi le giuste domande per affrontare il fenomeno.

La sfida è doppia:

Dare, attraverso la semplicità del gioco e la rilettura di un cartone animato, anche e soprattutto ai bambini che parteciperanno una lettura caleidoscopica, o se vogliamo multifocale e  socialmente complessa, del fenomeno. Chi è il bullo, oltre al ruolo che ha scelto di svolgere in questa dinamica , chi è la vittima e che ruolo svolge chi osserva?

Offrire alle mamme e papà strumenti e strategie per “pre- occuparsi” del bullismo in un ottica preventiva con leggerezza e serenità.

Una bella sfida che finora ci ha fatto incontrare tanti validi  nuovi cittadini!

L’infanzia è il suolo sul quale andremo a camminare per tutta la vita.
(Lya Luft)

I laboratori di educazione alla cittadinanza

Costruito sulle linee guida di Regione Piemonte in riferimento al progetto “Parliamo con i giovani – 10 segni di civiltà: diritti e rovesci della grammatica delle parità il ciclo di laboratori esperienziali e incontri sulla cittadinanza che  proponiamo  è  ” ed è un’occasione per i giovani cittadini di sperimentare le 8 competenze di cittadinanza individuate a livello europeo: imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire e interpretare l’informazione!

L’intero laboratorio prevede 10 moduli, ogni modulo è composto da 2 incontri di 3 ore ciascuno e può essere frequentato singolarmente o a pacchetti.

Il metodo è quello del divert-apprendimento che prevede letture, musica, film, brainstorming e tecniche di coaching. In questo laboratorio esperienziale l’esperienza si trasforma in sapere, per imparare facendo e per riflettere. Gli incontri sono un momento di formazione, ma anche culturale e relazionale che intende creare legami tra le persone, cittadini e luoghi.

Il ciclo di incontri ruota attorno a delle domande, a dei quesiti non a delle certezze perché la proposta è quella di attivarsi per riflettere e confrontarsi insieme e non di giungere a dogmatiche certezze .

Siamo tutti diversi o tutti uguali? Essere diversi è un diritto. Essere pari è un segno di civiltà.  Ognuno di noi è unico e, a suo modo, diverso. Valorizzare la differenza vuol dire dare l’occasione per esplicitare i timori per il diverso e impegnarsi al confronto su ciò che nella realtà quotidiana mette in contraddizione il siamo tutti uguali dichiarato e il siamo tutti diversi verificato. Siamo pari?

 Una volta che entriamo in contatto con le differenze come cambia il nostro modo di guardare le usanze degli altri popoli?Una società che si rispetti rispetta la diversità. Il rispetto per le differenze e i diritti degli altri è un valore concreto da perseguire sia mettendolo in pratica nei comportamenti sia riconoscendo le situazioni in cui viene negato, a volte a dispetto delle parole.

Globalizzazione vuol dire omologazione?Il mondo è ricco perché è vario. La diversità degli individui, così come nella natura, è una risorsa che da sempre garantisce lo sviluppo e la ricchezza del mondo e della società.

Come potremmo dire e sapere chi siamo, se non avessimo un altro con cui confrontarci?                   Se riconosci le differenze, riconosci anche te stesso. Senza diversità, il mondo sarebbe un insieme indistinto di esseri e di cose. Non avremmo un metro per capire chi siamo.

Quando ci capita di essere discriminati, cosa proviamo? No, tu no! Tutti nel nostro piccolo abbiamo provato ad essere esclusi. Alcuni lo provano tutti i giorni da molto tempo. La discriminazione di un individuo o di un gruppo avvilisce la società e mortifica la dignità di una persona.

Cosa siamo autorizzati e cosa possiamo fare oggi per far sentire la nostra voce come cittadini?Partecipare è importante… per tutti! La società è come una grande orchestra, dove ognuno partecipa con i suoi strumenti ed il suo talento. Se manca anche solo chi ha una piccola parte, il risultato di tutti viene diminuito.

Come ci si confronta con un pensiero diverso dal proprio? Conoscerlo e rispettarlo significa cambiare le proprie idee?O con me o contro di me. Esiste un solo pensiero? Potrebbe non essere il nostro! Chi non la pensa come noi ha le sue ragioni e la sua cultura. Con la tolleranza c’è spazio per tutti.

Come si traduce la libertà di ognuno nel rispetto degli altri? Ogni diritto ha il suo dovere. Ogni diritto sociale e civile che la società democratica ci assicura comporta anche doveri, tra cui quello di rispettare i diritti degli altri, chiunque essi siano.

Sappiamo riconoscere i nostri pregiudizi?Quelli sono tutti.. A volte ci sentiamo giudici e addossiamo ad un gruppo di persone diverse da noi tutti i difetti di questo mondo. I pregiudizi sono comodi e facili da applicare ma testimoniano la nostra paura di confrontarci.

Quanto piacere può dare scoprire l’altro oltre gli stereotipi? O bianco o nero. Nella vita nulla è così semplice. Molte sfaccettature convivono in ogni individuo. Così come c’è sempre qualcosa di simile in persone diverse. Abituarsi a leggere la complessità apre la mente e gli orizzonti ad un futuro migliore per tutti.

Proponiamo un percorso che parte dal rispetto delle opinioni per costruire rispetto, ascolto per costruire ascolto, capacità di cambiare punto di vista per favorire i cambiamenti di visione  capace di creare relazioni che rispettino la complessità, accresciuta dai cambiamenti globali in corso pèer permettere ad ogni giovane individuo l’esperienza di  sviluppare, in libertà  ed autonomia una propria, multidimensionale idea e messa in pratica della cittadinanza.

(Perché) cittadini si nasce e, soprattutto, si diventa.

BELLEZZA: PAROLA ALLO SPECCHIO

Il secondo articolo sul tema della bellezza ci è stato regalato da Maura Croce, educatrice professionale presso il Centro diurno “La rugiada” di Cirié ed esperta in metodologia autobiografica !

Maura si è domandata se la sua presentazione fosse troppo sintetica: ” se può bastare…altrimenti vedo di aggiungere qualcosa !” …ma noi abbiamo letto tra le righe del suo articolo molta più completezza e chiarezza di quanto riuscirebbe a fare una nostra presentazione ! 

Raccontandoci di un laboratorio sulla bellezza che ha permesso ad un gruppo di donne di parlarsi e occuparsi della propria bellezza, incontrarsi ed  abbracciarsi nello specchio …Maura ci  racconta infatti anche di sè : del suo essere una professionista concreta e sognante, riflessiva e pragmatica e del suo rapporto con la bellezza!

Vi lasciamo alla lettura del suo contributo e ringraziamo Maura per averci raccontato come trovare la bellezza guardandoci allo specchio! 


BELLEZZA: PAROLA ALLO SPECCHIO

Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?”

“Il tuo aspetto qui di tutte è il più bello, ma Biancaneve dalla chioma corvina è molto più bella della Regina!”

 

Nel suo specchio la regina cercava solo di essere rassicurata; voleva sentirsi dire che era la più bella, più bella di ogni altra donna presente nel suo castello, nemmeno nel reame, solo nel suo castello. E nonostante quello davanti a lei fosse lo specchio delle sue brame, cioè quello dei suoi desideri, neppure questo le permise di evitare la disfatta; persino lo specchio che, essendo proprio quello dei suoi desideri, non avrebbe dovuto fare altro che rassicurarla, la deluse, cedendo lo scettro di più bella all’ignara Biancaneve.

Inizia dalle fiabe che leggiamo quando siamo ancora bambine il mettere le donne davanti ad una realtà: non ha importanza quanto sia grande il reame che avremo costruito, se possederemo un castello, se un cacciatore sarà disposto a eseguire i nostri ordini, arriverà comunque il momento per ogni donna in cui avrà bisogno dell’altro, di avere un confronto rassicurante con lui, che sia una persona in carne ossa o l’immagine riflessa nello specchio delle nostre brame e paure.

Sentiamo la necessità di rassicurazioni anche quando è la nostra immagine quella in discussione, il corpo che portiamo tutti i giorni nel mondo e che diventa terreno di interrelazioni, il nostro primo biglietto da visita nelle relazioni con l’altro.

Quando ero una ragazzina, lo specchio delle mie brame erano le amiche; quando qualche ragazzo chiedeva loro: “Ma com’è la tua amica?”. Loro rispondevano: “Simpatica”.

La parola che appariva subitanea alla mente del giovanotto? “Bruttina”.

Le amiche che più mi volevano bene azzardavano un “intelligente” ma questo, almeno a quell’età, non migliorava di certo la situazione; gli esiti della presentazione, vi lascio immaginare, non erano dei migliori. Avrei forse dovuto scegliere delle amiche più esperte di marketing e vendite ma, in fondo, dicevano la verità: “simpatica” era l’aggettivo che mi si addiceva, sicuramente molto più di “bella”.

Con il passare degli anni la situazione è cambiata. Non perché io sia diventata più bella. Ancora le mie forme sono sempre più arrotondate che spigolose, la mia altezza continua a incentivare l’Ikea nella produzione di scalette a tre scalini per raggiungere i pensili della cucina, e di me continuano a dire “simpatica”, aggiungendo a volte “intelligente” o “ironica”. Ma lo specchio di me stessa, ora, sono io; ho ancora persone a cui mi rivolgo ma non ho più la necessità di conferme, ma il bisogno di confronto e, questo, ha cambiato un po’ il rapporto con lo specchio delle mie brame.

Mi hanno proposto di scrivere questo articolo soprattutto perché in questi anni, con alcune colleghe, ho condotto un laboratorio che potremmo descrivere come di cura del sé; per qualche settimana, con alcune donne che frequentano il Centro diurno per persone disabili, presso il quale lavoro, andavamo nei locali di un istituto professionale della nostra cittadina per aiutare le future estetiste ed acconciatrici ad esercitarsi nella loro professione. Al termine di trucco e parrucco, ci si fermava un momento per scrivere, attraverso alcuni dispositivi tipici della metodologia autobiografica, di quello che accade quando siamo davanti allo specchio e cosa vuol dire avere cura di sé.

Questo laboratorio mette a dialogo la scrittura e l’estetica ovvero una mia passione ed una mia criticità; forse anche questo connubio l’ha reso per me un’esperienza importante di crescita.

La scrittura è per me un elemento fondamentale, un modo di dare ordine ai pensieri che mi percorrono, a volte talmente veloci che mi è necessario metterli nero su bianco, al di fuori di me, sulla carta, per poterli vedere veramente. Mentre quando viviamo un’esperienza questa è opaca, perché non ci rendiamo pienamente conto di quello che accade e del significato che diamo a questa, quando la scriviamo, l’atto stesso di narrarla ci permette la risignificazione dell’esperienza vissuta: anche per questo amo la scrittura. Il rapporto con l’estetica è invece per me più complesso; un aspetto fisico che non mi ha mai soddisfatto, una lontananza dai canoni estetici e di moda imperanti nella società, una diffidenza verso la femminilità e le pratiche a questa correlate. È un campo in cui mi trovo in difficoltà e doverlo approcciare in un’ottica professionale, e poterlo fare anche attraverso la scrittura, è stato fondamentale per me.

In una stanza mi sono trovata con quindici adolescenti, desiderose di diventare estetiste o parrucchiere e con una passione, evidente anche dal loro aspetto fisico, per le cure estetiche e per l’apparire; la cura di sé per loro era avere le sopracciglia sottili e ben arcuate, un corpo esile, il trucco impeccabile e i capelli lucenti.

Abbiamo unito a loro cinque donne che portano sul corpo i segni evidenti della loro disabilità fisica ed intellettiva; donne per cui la cura di sé è cura sanitaria, è terapie di riabilitazione, medicine, ricoveri, è igiene personale. Bellezza e disabilità sembrano due elementi che fanno fatica a trovare un terreno comune, non tanto per le persone con disabilità, che messe alla prova in un ambito inesplorato, hanno subito dimostrato un vivo interesse ed un piacere a vedersi allo specchio valorizzate nella loro bellezza estetica ed hanno continuato a ricercare, nella vita quotidiana, quel tipo di cura. È più la società che non riesce a vedere la bellezza in un corpo differente dalla norma, che ricorda visivamente la sofferenza delle storie di vita di ogni persona con disabilità, e che ritiene importante una salute vista come un’assenza di patologie e non tanto come uno stare bene al mondo con gli altri, accettando se stessi con i propri limiti ed anche la propria immagine con i suoi difetti.

Io ho visto la bellezza in quegli incontri.

L’ho vista in quelle giovani mani, lisce, senza una ruga e dalle unghie curate, che brandivano pinzette, creme, spazzole e mille altre arnesi, trepidanti perché per la prima volta alle prese con persone in carne e ossa. L’ho vista in quei gesti attenti e premurosi che davano lentamente vita ad un acconciatura semplice o dipingevano un viso, con i colori scelti insieme a noi.

L’ho vista nello sguardo vigile e accogliente dell’insegnante che indirizzava le giovani allieve e coglieva le loro esitazioni.

Ho visto la bellezza di quelle ragazze che dietro ad un aspetto fisico che sicuramente tendeva ad una certa uniformità di stile, manifestavano la loro unicità in qualche dettaglio dell’abbigliamento, o in uno sguardo diverso o in una movenza particolare.

Ho visto la bellezza nell’impegno ferreo, tramutato in mille tentativi sgraziati di salire su un lettino troppo alto per un corpo un po’ troppo robusto, di una delle donne da me accompagnate; l’ho vista nel sorriso delle educatrici, un po’ trafelate dopo lo sforzo, nel vederla sdraiata pronta a ricevere il suo massaggio viso. L’ho vista nelle mani che passavano e ripassavano tra i capelli appena acconciati, arruffandoli, nel tentativo di sentire il profumo del balsamo usato; l’ho vista nelle mani mostrate orgogliose per far vedere lo smalto scelto.

Ho visto la bellezza negli scritti fatti dalle partecipanti, nei timori espressi per quel corpo in trasformazione per l’età adolescenziale, segnata più di altre dal tema del cambiamento corporeo, e trascurato per la disabilità che ha piegato il corpo in alcuni suoi aspetti. L’ho vista nella difficoltà di iniziare a scrivere di sé, perché sembra sempre che non si abbia nulla da scrivere di importante su di sé e nei “ancora qualche minuto prof”, perché alla fine si trova sempre qualcosa da scrivere e non si vorrebbe smettere.

Volevo scrivere un articolo non banale; l’argomento bellezza è stato trattato da molti e con accenti diversi; avevo il timore di scadere nell’ovvio e quindi, prima di scriverlo, ho deciso di guardare allo specchio i miei dubbi e cercare un confronto. Ho deciso, quindi, di fare un giochino con alcune persone che conosco; persone che lavorano con me, amici, vecchi amori, qualche parente. Ho mandato loro un messaggio: “Giochino per un articolo che devo scrivere per un blog. In due parole raccontami un episodio in cui mi ricordi bella”.

Mia cognata: il matrimonio e le volte che sei venuta in ospedale a trovare mio figlio.

Mia sorella: una volta che siamo andate da un parrucchiere assieme e ti aveva fatto un taglio che ti rendeva bella.

Un mio collega: “Maura, donna, tette” aveva detto un tuo ragazzo del Centro vedendoti per la prima volta con un vestito, ma non ricordo la sequenza; eri forte il giorno del convegno sui siblings.

Una compagna della L.U.A.: ti ricordo bella quando seduta su una sedia di un bar in Toscana mi raccontavi della tua prima cotta, quando davanti a una finestra di un appartamento in Toscana guardavi il panorama, quando parlavi del corso sull’autobiografia, quando con quel tuo accento piemontese mi parlavi guardandomi negli occhi.

Una collega: tu sei bella…e quando trasformi in parole ciò che vedi e provi, dai forma alla tua bellezza.

Una compagna della L.U.A.: leggendo poesie, racconti autoironici, trasparenze sexy.

Il mio ex: c’è una foto che ti ho fatto in Giappone, quando siamo andati a visitare il castello dell’imperatore a Tokyo…nel giardino. Sei venuta molto bene in molte di quelle foto in realtà. Avevi rinnovato i capelli, perso qualche chilo, stavi molto bene… e giravi contenta per il giardino dell’imperatore tra bambù e aceri rossi.

Una collega: ogni volta che sorridi e sfoggi un nuovo monile io ti trovo proprio bella; collane o orecchini, scarpe col tacco o vestitini…e sorridi.

Diversi aspetti sono stati toccati. La bellezza di far mostra di un corpo proporzionato e curato. La bellezza di regalare un sorriso felice. La bellezza di poter notare una novità che spicca rispetto allo sfondo della normalità. La bellezza del raccontarsi mettendosi a nudo davanti ad una persona che non conosci. La bellezza di poter far vedere quello che sei attraverso le parole scritte o quello che fai attraverso la presentazione fatta ad un convegno.

Forse “bellezza” è una parola che se guardata allo specchio fa vedere tutto questo: elementi differenti che hanno in comune l’aspetto della relazione, perché la bellezza, pur essendo un esperienza personale, dice sempre di una relazione quella tra il soggetto che contempla e l’oggetto che è contemplato.

Maura Croce

MI PIACE , CONDIVIDERE !

Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di “condivisione”.

“CONDIVIDERE” : verbo transitivo (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri (il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli) ma anche, avere in comune con altri (condividere l’appartamento) più spesso figurativo (condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per il mare). Nel  participio passato “condiviso con valore verbale o di aggettivo (è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi) rimanda a concetti che incontrano un  largo consenso.

Quanto è attuale questa parola? Quanto ci sono chiari i suoi significati?

Già “significati”, plurale!

Perché di fatto, oltre alla definizione citata del vocabolario, c’è  molto di più !

 “Condividere” è infatti una parola ambivalente: tanto antica quanto moderna, tanto semplice quanto complessa e parecchio “misteriosa”. Pare che derivi dal latino, ma a parte ciò, di fatto la sua etimologia non è poi così certa. E’ un termine infatti che, a seconda di come se ne interpreta l’etimo, può assumere significato sia gruppale che estremamente individuale.

Assumendo l’interpretazione secondo cui sarebbe l’unione  di “con” e “divisione”,  quella più nota nell’uso comune,  rimanderebbe al concetto di  spartizione,  alla divisione e/o alla distribuzione di  risorse. Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, sarebbe l’unione di “con”, “di” “videre”:  “videre”  il latino del verbo “vedere”. Rimanderebbe quindi “condivisione” ad un “guardare insieme ma separati” .

Niente di più attuale e rispondente alla realtà dei “social”!

Ad oggi “condividere”, con l’avvento dei social è diventato infatti qualcosa di molto differente rispetto al concetto storicamente conosciuto.

Chi conosce il mondo di facebook,  e dei social in genere,  sa che esistono 3 interazioni principali  che ciascuno può fare per dare modo all’altro, lontano o vicino che sia,  ma comunque non presente e al di là dello schermo di sapere che ha preso atto, letto, provato delle emozioni, costruito una opinione a fronte di una sua comunicazione virtuale .

Queste 3 interazioni sono conosciutissime grazie a  Facebook, ma presenti anche in altri social  – che poi su altri social si traducano con altre azioni, peraltro esattamente simili nei contenuti, fa poco la differenza –  :

·         Cliccare “mi piace”: la più immediata e  meno impegnativa delle 3;

·         Commentare: considerata un passo in avanti verso l’interazione, questa azione se non altro dovrebbe implicare   uno sforzo cognitivo maggiore, solitamente più rilevante rispetto al semplice gradimento;

·         Condividere: cliccando “condividi” le persone possono dimostrare di aver apprezzato il contenuto postato, talmente tanto da volerlo mostrare anche alla propria cerchia di conoscenze e amicizie, ma possono anche condividerlo per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post non piaccia, commentandolo e evidenziandone gli errori, esprimendo la propria posizione avversa.

Uno degli obiettivi principali dei social network in fondo,  in origine, parrebbe essere stato proprio riunire comunità virtuali, fisicamente distanti, in spazi accessibili in cui avrebbero potuto interagire, socializzare.  Il  coinvolgimento dei cosiddetti “target”, pertanto, e la predisposizione di sempre nuove modalità di  interazione – adesso oltre al  “mi piace” è possibile inserire faccine che diano qualità alla reazione emotiva (rappresentano rabbia, affetto, divertimento, stupore, tristezza) ha l’obiettivo di far si che le persone si esprimano in merito a quanto condiviso sui social, con lo scopo di facilitare l’espressione comunicativa fornendo quello che in comunicazione è chiamato il feedback. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così e che essere abituati a condividere sui social, significhi poi, al di là del virtuale, saper condividere nel senso più ampio del termine?

Purtroppo alcuni fenomeni come il ritiro sociale degli Hikikomori (“Dal piacere 2.0. agli Hikikomori: se la dopamina è social” di  A.P. Lacatena in Animazione sociale n. 298 pp. 104-108) dimostrano che il passaggio tra condivisione virtuale e reale non è  poi così lineare ed incontra, negli stessi strumenti comunicativi offerti dai social, pericolose trappole che attivano patologie di addiction e un ritiro sociale. L’esatto contrario di ciò che la condivisione reale presuppone.

Il fenomeno esiste ormai da tempo, ma se ne parla proprio da poco,  e non riguarda solo “i più giovani”; risulta essere così rilevante tanto che già nel 1995 Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel DSM la sindrome del Internet Addiction Disorder .

  Il “piacere di piacere” sempre agli altri , l’attesa dei “mi piace” , dei commenti e delle condivisioni rischia di diventare, per chi inizia a soffrire di tali patologie il solo fine esistenziale. Queste forme di dipendenza – dalle analisi effettuate  sulle esperienze degli utenti – risponderebbero infatti a gran parte dei bisogni presenti nella  famosa  piramide  dei 5 bisogni di Maslow (1954) , fatti salvi i  bisogni fisiologici.

 

Per capirci, studi scientifici hanno dimostrato che un “mi piace”,  sotto la foto postata pochi secondi prima, comporterebbe al pari di ciò che causa dell’assunzione sostanze stupefacenti ed esperienze fortemente impattanti sull’area ventrale tegumentale del nostro cervello (come il sesso),  una significativa scarica di dopamina nel nostro corpo.

Condividere emozioni negative, difficoltà e disagi è quindi una sorta di tabù…anche sui social  come nella vita reale! Il problema è che quando si vivono difficoltà molto intime come una dipendenza, un lutto, la cura di un familiare gravemente malato o l’essere diversi dagli altri isola già nel mondo reale i Social non ci aiutano a chiedere aiuto nè a conciliare ciò che siamo con ciò che è SocialMente accettabile condividere on-line!

Nel caso degli Hikikomori  con  il tempo e l’aggravarsi della dipendenza saranno  proprio i bisogni fisiologici a dare l’allarme e a far emergere la necessità di una, lunga e non semplice, cura e riabilitazione .

Gino Mazzoli già in un articolo presente nella rivista Animazione Sociale nel 2014 sostiene che “Forum, blog e social network creano una realtà nuova, molto interessante, ma per ora selettiva sul piano dell’utenza e comunque incorporea, non legata alla condivisione del medesimo territorio: in queste condizioni il piatto piange rispetto ai processi di costruzione della fiducia necessaria per intervenire nei contesti concreti.”

Tornando al  tema della condivisione, cosa offre la “vita reale” ?

Occorre che come operatori sociali, genitori, figli ci domandiamo quali sono realmente  le offerte presenti nei servizi, nei progetti privati, che garantiscano alle persone la risposta ai bisogni di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

“Il sociale va “ sostiene quindi Mazzoli “riallestito, nel senso che serve un investimento intenzionale, perché la società civile lasciata al libero mercato delle sue interazioni in questa fase non sembra in grado di secernere solidarietà, se non, come si è detto in forma perimetrata. Per concretizzare questa indicazione generale occorre saper vedere e valorizzare l’intelligenza che è al lavoro oltre il singolo, ma anche oltre il gruppo; che si produce attraverso processi non intenzionali; che crea una zona di comunicazione oltre i confini delle culture, delle organizzazioni, delle nazioni. Favorire la crescita di questa intelligenza collettiva, anti-ideologica e accomunante mi sembra il compito principale del nostro tempo.”

Condividere nella vita reale non è semplice, almeno non per tutti, e  a maggior ragione quando si tratta di condividere con gli altri degli aspetti personali, sto pensando a condivisioni in cui bisogna   mettere in gioco e portare alla luce, ancor più che le idee  le sensazioni, le emozioni, il “sentire”.

E’ però anche vero che  far fronte ad una situazione personale, di cambiamento o di difficoltà, da soli è molto complicato, anche con il sostegno delle proprie reti di sopporto mentre è totalmente differente affrontare le difficoltà con il supporto di un  gruppo, inteso come spazio di incontro e confronto con altre persone che condividono una situazione simile.

Il gruppo  infatti non è solo riconducibile alla semplice somma delle sue parti, l’atto dell’entrare nel gruppo è una scelta di coinvolgimento attivo, un’opportunità unica nel suo genere e di crescita che  equivale a superare la soglia della propria casa per entrare in uno spazio comune, co-costruito e condiviso. Entrare in un gruppo significa varcare un confine fisico, temporale e psicologico, quello tra me e l’altro, ed entrare in uno spazio plurale caratterizzato dal sostegno reciproco e da relazioni d’aiuto.

Il gruppo è un attore fondamentale dell’approccio di comunità  del Servizio Sociale, una risorsa per il cambiamento  individuale e delle comunità , uno strumento che permette di acquisire ed esercitare un potere collettivo (questo si, che si moltiplica per il numero dei suoi membri) ma anche una palestra relazionale che permette di creare rinforzare e mantenere relazioni anche conflittuali, offrendo protezione e sostegno attraverso il ruolo del facilitatore. Insomma una valida risposta ai bisogni individuali di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

Come assistenti sociali siamo cresciute, professionalmente e culturalmente, nella convinzione che sia proprio la “condivisione reale” e, l’opportunità di poter sperimentare tale esperienza relazionale,  nel  gruppo lo strumento che ci permette di offrire quel “qualcosa di più “ alle persone ed alle comunità.

Siamo certe che attraverso interventi di gruppo e in gruppo nelle comunità si possa rivedere e  rivoluzionare, guardando al passato come infondo poi accade in tutte le rivoluzioni, il nostro ruolo di assistenti sociali  in una logica di COMMUNITY CARE.

Creare comunità curanti, richiede del tempo e dei passaggi obbligati, capacità negativa – quella che  permette agli operatori sociali di non imporre il cambiamento ma esserci nel qui ed ora sapendo stare nell’attesa che i gruppi siano pronti ad attraversare, con i propri tempi e modi,  le fasi trasformative che dovranno affrontare- con  la volontà di “sporcarsi le mani” ed attivando percorsi che vadano oltre il dualismo domanda risposta cercando spazi che possano essere “piattaforme abilitanti”, spazi di creatività aperti indeterminati e da co- progettare.

Sempre Gino Mazzoli nell’articolo precedentemente citato sostiene che “l’operatore sociale […] non può porsi come deus ex machina, ma come accompagnatore di un contesto che ha una propria energia endogena. Accompagnare non significa essere un cortese compagno di viaggio, ma, ad esempio, proporre ipotesi e piste di lavoro, sostenere, riformulare, fare memoria, valorizzare le persone[…] In sostanza si tratta di facilitare il funzionamento dell’intelligenza collettiva che, essendo inconsapevole di sé, ha bisogno di qualcuno che “le faccia da sponda” e valorizzi ciò che sta generandosi, ma che, in assenza di questo sguardo facilitante, si avviterebbe intorno a dinamiche locali totalmente ignare del valore delle acquisizioni conoscitive costruite e dei manufatti sociali realizzati” .

E dal momento che nel vocabolario CONDIVIDERE è anche “avere unitamente ad altri, con piena partecipazione”, abbiamo scelto di realizzare i nostri progetti in spazi come questi piuttosto che cercare una nostra sede fissa , una forma complicata, impegnativa ma sorprendente di condivisione, in cui noi però crediamo fortemente.

Insomma se non fosse chiaro a noi piace “condividere” e a voi ?

Questo Settembre condivideremo tanto sia virtualmente, sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook, ma anche concretamente alla Festa della Casa del Quartiere di San Salvario il 23 Settembre  p.v.,  per presentare tutti nostri progetti ed i  PERCORSI IN GRUPPO !

Ci siete?

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Ci condividete ?