PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

Ma quanto abbiamo sentito la mancanza dei vostri articoli?

La nuova chiamata allo scrivere lanciata ad ottobre per narrare e diffondere i progetti dei nostri servizi, ha finalmente la prima e meravigliosa esperienza !!!

Chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, che già ci aveva abilmente trasportato a maggio 2018 dentro un’esperienza di condivisione, riflessione e narrazione!

E anche questa volta ci presenta un progetto legato al racconto, ad operatori che hanno scelto di volersi raccontare, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato!

Grazie davvero per la possibilità di diffusione di questa brillante iniziativa!!!

Buona lettura a tutti voi!

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PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

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Da alcuni mesi il nostro servizio, il servizio sociale dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino, collabora al Progetto Cose degli altri Mondi, uno spazio nel palinsesto di radio Archimede (www.radioarchimede.it).

Il perché va ricercato nelle parole che il sito utilizza per la presentazione della radio “Il Comune di Settimo Torinese e la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana hanno deciso di promuovere la nascita di Radio Archimede, consapevoli che la web radio è uno strumento flessibile, moderno ed innovativo, in grado di fare informazione ed intrattenimento in modo nuovo, dinamico, serio e professionale. Radio Archimede, con la sua presenza fisica all’interno della biblioteca, è prima di tutto la radio del territorio e si pone l’obiettivo di aggregare, intorno ad essa, giovani e meno giovani, associazioni, società sportive, mondo dell’informazione e realtà imprenditoriali, per partecipare ad un racconto della Città fatto di tante storie e tanti punti di vista differenti”. In altre parole, quando ci è stata offerta questa opportunità abbiamo pensato che potesse essere l’occasione per ‘uscire’ dai nostri uffici e far conoscere il nostro modo di lavorare ed i progetti pensati per la comunità.

Lo spazio radio a disposizione è condiviso con altri progetti ‘sociali’ della Città di Settimo, in particolare con l’Associazione Casa dei Popoli con la quale collaboriamo per diverse iniziative e partnership, dalla Pedagogia dei Genitori, allo Spazio compiti del Centro famiglia, o ancora le cene etniche.

Parlare alla radio vuol dire amplificare i messaggi, ma anche semplificarli. Significa rendere il nostro lavoro comprensibile per chi ci ascolta, provando a spogliarci da eccessivi tecnicismi e indossando abiti più vicini al sentire comune. Che cosa interessa di questo progetto? Perché il pubblico dovrebbe ascoltarci e ascoltarci con attenzione? Su quali bisogni troviamo un punto di contatto con il cittadino? Catturare l’attenzione può allora essere il primo passo per condividere, per favorire il coinvolgimento dei destinatari dei nostri progetti, per individuare nuove strade di ingaggio della persona a cui ci rivolgiamo.

Le resistenze iniziali di operatori che non hanno scelto di essere ‘mediatici’ sono state superate dalla voglia di raccontarsi, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato. Così abbiamo iniziato a raccontare di progetti per la comunità, di tematiche quali l’autismo o lo sport per disabili viste dagli interessati, abbiamo dato spazio ad associazioni che collaborano con noi, raccontato di esperienze di integrazione nel Centro famiglie. Un po’ abbiamo anche giocato, perché radio vuol dire musica, leggerezza e apertura verso linguaggi espressivi diversi.

Cosa dire ancora…che attendiamo i vostri feed back quando ci ascolterete e vi aspettiamo il giovedì alle 18.00 su Radio Archimede!

 

Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

 

Il tema del racconto questo mese ci sta regalando adesioni davvero preziose!!

Questa settimana chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, ma indiscutibilmente entrata e rimasta nel cuore di una delle due, che ormai dieci anni fa nell’allora CISSP di Settimo Torinese ha mosso i primi passi nell’esercizio della professione!

Lasciatevi trasportare dentro un’esperienza di condivisione e riflessione, abilmente descritta da una capace collega, già autrice di diversi articoli per la rivista Prospettive Sociali e Sanitarie- IRS Milano !

Buona Lettura

 

 

 

Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

Provo a rispondere pensando all’esperienza che stiamo facendo all’Unione dei Comuni Nord Est Torino all’interno dei servizi sociali per minori, stranieri, persone con disabilità e non autosufficienti.

Da alcuni anni infatti il racconto, la narrazione sono diventati ‘veicolo’ per entrare in contatto con le esperienze delle persone che si rivolgono al servizio pubblico in cerca di supporto in particolari fasi del loro percorso di vita.

Raccontare significa condividere, rendere partecipi, essere disposti a metter in comune e riconoscere le reciproche somiglianze. Attraverso la narrazione le persone hanno l’opportunità di condividere la loro esperienza e la loro storia, il racconto prima orale e poi scritto rinforza e valorizza le competenze delle persone troppo spesso considerate mancanti e deficitarie di qualcosa. La persona che si trova in una situazione di bisogno, o i suoi famigliari, mette a disposizione degli operatori il proprio sapere, le proprie competenze e tutte quelle risorse positive su cui si potrà sviluppare il percorso di cura o di inclusione. Valorizzare significa riconoscere, significa uscire dalla dimensione asimmetrica e sbilanciata che troppo spesso permea la relazione di aiuto. L’altro, il cliente, il paziente, l’utente assumono agli occhi dell’operatore il ruolo attivo di chi ha una storia, competenze e desideri da mettere a disposizione e giocare all’interno di un percorso di crescita che coinvolge la relazione di aiuto. Inoltre, il racconto non rimane confinato nell’ambito di una relazione duale operatore-utente ma si apre al gruppo e successivamente alla comunità locale.

Abbiamo incontrato la Pedagogia dei Genitori[1] ed i Gruppi di narrazione alcuni anni fa all’interno di programmi legati all’inclusione scolastica degli allievi con disabilità e nell’ambito delle cure domiciliari e dei progetti socio-sanitari. Da quella esperienza comune è iniziata una preziosa collaborazione con i professori Riziero Zucchi e Augusta Moletto che ci ha permesso di estendere la metodologia agli operatori sociali, sanitari e agli insegnanti.

Abbiamo imparato che i Gruppi di narrazione permettono ai partecipanti di acquisire consapevolezza delle proprie competenze educative e della necessità della loro valorizzazione. Le narrazioni assumono un valore sociale, la loro pubblicazione e diffusione sono testimonianza di cittadinanza attiva, “rendono visibile il capitale sociale costituito dall’educazione familiare e sono opportunità per la professionalizzazione degli esperti che si occupano di rapporti umani” (Moletto, Zucchi, 2013).

Pedagogia dei Genitori (Moletto, Zucchi, 2015) sottolinea che la famiglia è componente essenziale e insostituibile dell’educazione. Spesso le viene attribuito un ruolo debole e passivo che induce alla delega ai cosiddetti esperti. La famiglia invece possiede risorse e competenze che devono essere riconosciute dai servizi e dalle agenzie educative.

L’operazione culturale, che la metodologia Pedagogia dei Genitori intende fare, è promuovere presso i professionisti che si occupano di rapporti umani la valorizzazione e il conseguente rispetto per le competenze dei genitori e dei familiari. Lo strumento di valorizzazione è la narrazione degli itinerari educativi compiuti dai genitori che propone l’ascolto, l’empatia e il rispetto.

Una recente esperienza di gruppo di narrazione ha coinvolto i caregivers e ha portato alla realizzazione di una pubblicazione, “Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente” (AA.VV., 2018).

Siamo partiti dalla riflessione che i caregivers, ovvero i familiari delle persone non autosufficienti (siano essi minori, adulti o anziani) conoscono molto di più il loro congiunto di qualsiasi ‘esperto’. Con questa considerazione, abbiamo strutturato un percorso formativo, che abbiamo chiamato “FROM CURE TO CARE: le cure alle persone care”. Un percorso che mette in luce quanto sia sempre più necessaria la compenetrazione e tra il sapere clinico e professionale e il sapere che deriva dagli affetti e dall’esperienza diretta.

Nell’arco di alcuni incontri abbiamo lavorato con il professor Zucchi e abbiamo proposto ai famigliari presenti di narrare la storia dei propri congiunti, con la richiesta di sottolinearne le competenze ed i punti di forza, piuttosto che le mancanze. Pur in una condizione di malattia e dipendenza, si è voluto puntare l’attenzione su ciò che le persone sono in grado di fare, sui loro desideri e sulle loro preferenze, costruendo una narrazione che rappresenti la storia della persona, i suoi affetti, la sua identità, molto spesso offuscata dalla malattia.  Abbiamo raccolto storie di migrazione dal sud, di famiglie numerose, di difficoltà economiche, di crescita della famiglia di pari passo alla crescita della delle città industriali, città-dormitorio negli anni ’60-’70. Allora il significato del titolo, preso a prestito dalla canzone di Gabriella Ferri, simboleggia il piccolo che diventa macro, rappresenta le piccole storie individuali d ciascuno di noi che vanno comporre la Storia di una comunità locale e di un paese.

Il riscontro da parte dei famigliari è stato molto positivo; il clima che si è generato è stato empatico, accogliente ed emotivamente partecipato. Le persone hanno avuto modo di raccontarsi attraverso narrazione prima orale poi scritta, utilizzando fotografie e immagini come in un album di famiglia. In questo modo le storie personali sono andate a ricomporre le storie di una città, di una comunità locale che si riconosce attraverso esperienze e sentire comuni. In queste storie anche gli operatori ritrovano le loro storie, in processo di immedesimazione e riconoscimento reciproco. Questo processo fa sì che il professionista possa essere in grado riconoscere oltre la diagnosi ed il malato, la persona con le sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua storia. Allora l’assistenza si colora di attenzioni che si focalizzano sull’identità che l’interessato non riesce più ad esprimere.

Il lavoro di raccolta, pubblicazione e diffusione ha consentito di far emergere aspetti spesso non conosciuti dai professionisti, da cui ci si aspetta interesse solo per gli aspetti deficitari che rappresentano la persona in quel momento di difficoltà.

Gli ambiti di riflessioni proposti seguivano questo schema:

  • Chi sono io?
  • Che cosa mi piace
  • Che cosa trovo difficile
  • Come puoi comunicare con me
  • Come puoi aiutarmi
  • Che cosa voglio che tu conosca di me

Ci piace pensare che in questo modo il lavoro sociale esca dagli uffici e dalle procedure e torni ad essere tessitura di relazioni e di storie, fili che si annodano e tessono trame e reti di supporto. Sappiamo che la logica prestazionale non è sinonimo di efficienza degli interventi, sappiamo anche il sistema di welfare non è più in grado di sostenere un’espansione di servizi esponenziale e non è in grado di rispondere da solo alla complessità dei bisogni delle persone. Attraverso l’ascolto e la valorizzazione dell’altro il ‘sapere dei professionisti’ può trovare a sua volta una strada di legittimazione e di senso.

Per approfondire:

AA.VV., 2018, Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente. Torino: edito con il contributo di Fondazione Comunità Solidale onlus.

Garrino, L., (a cura di), 2015, Strumenti per una medicina del nostro tempo. Medicina narrativa, Metodologia Pedagogia dei Genitori e International Classification of Functioning (ICF), Firenze: Firenze University Press.

Moletto, A., Zucchi, R., 2013, La Metodologia Pedagogia dei genitori. Valorizzare il sapere dell’esperienza, Santarcangelo di Romagna (RN): Maggioli.

[1] La Metodologia Pedagogia dei Genitori propone la famiglia come risorsa e partner attivo: in ambito sanitario, per basare sulla fiducia il patto educativo-terapeutico; nella scuola, per riproporre l’alleanza tra adulti di riferimento, genitori e docenti; nell’ente locale, per un nuovo welfare riflessivo fondato sulla cittadinanza attiva dei genitori. Si attua attraverso la costituzione di gruppi di narrazione e prevede la raccolta, pubblicazione e diffusione delle narrazioni dei percorsi educativi dei genitori.

 

Quando l’esperienza si fa parola: dare voce ai professionisti dell’aiuto attraverso il racconto autobiografico

Ecco a voi il secondo articolo del mese sul tema del racconto!

Chi scrive è Ambra Torriani, già autrice per il nostro blog a dicembre 2017 sul tema della bellezza, sa bene come funziona e ci ha reso tutto molto semplice, ha scritto lei stessa la sua presentazione, ci ha donato testo ed immagini, e ci ha condotto come sempre dentro un pezzo del suo mondo!

Lasciamo a lei la parola ..

“Mi chiamo Ambra, ho 27 anni e sono laureata in Servizio Sociale.

Attualmente il caso, che non esiste, mi ha portata ad approfondire uno dei contesti maggiormente sperimentati durante i miei due tirocini formativi.

Ho infatti da poco iniziato un’esperienza lavorativa presso una Comunità minorile e mamma-bambino.

Desiderosa di proseguire sulla mia strada, sto inoltre preparandomi a sostenere l’Esame di Stato, abilitante alla professione di Assistente Sociale.

Credo nella creatività così come credo nell’arcobaleno dopo il temporale ed infatti scrivo questo mese proprio perché ho deciso di laurearmi con una tesi sulle medical humanities e sul valore attribuito alla scrittura autobiografica di racconti esperienziali nei contesti di aiuto; elaborato realizzato grazie alla collaborazione di assistenti sociali e tirocinanti.

Nella scrittura della mia dissertazione finale ho inserito, tra gli altri, anche un mio racconto autobiografico, nel quale concludo scrivendo che: ‘Per me ESSERE ASSISTENTE SOCIALE significa CREARE, avere tra le mani una tavolozza piena di colori differenti e davanti a me una tela bianca, sulla quale dipingere con mille pennelli differenti.’ “

 

 

E a voi il piacere della lettura …!!

 

 

 

 

‘Per ascoltare gli altri è necessario iniziare ad ascoltare se stessi’, scrive Campanini.

È partendo dal riconoscimento della centralità di questo assunto in ogni contesto di cura, che ho deciso di dedicarmi, nella mia Tesi di Laurea in Servizio Sociale, all’approfondimento di qualcosa di nuovo, di vero, di necessario.

La mia esperienza di tirocinio, mi aveva messo a contatto con una realtà organizzativa della quale avevo osservato e sperimentato risorse e limiti.

Gli assistenti sociali si presentavano, agli occhi del servizio ed ai miei, come ‘professionisti’ ma era evidente in loro il bisogno di essere riconosciuti anche come ‘persone’.

Giorno dopo giorno, essi erano impegnati ad ascoltare e dare voce all’altro, con l’evidente difficoltà e necessità di trovare, per se stessi, un tempo ed uno spazio dedicato dove riuscire, a loro volta, ad ascoltarsi per comprendersi e poter, così, anche comprendere.

Ho pensato ad una possibile strategia ed ho trovato nelle metodologie impiegate nei laboratori Narrativi, Esperienziali, Autobiografici, Riflessivi (NEAR), da qualche anno in fase di sperimentazione presso l’Azienda Sanitaria Locale di Biella, un interessante ponte tra teoria, pratica professionale e formazione.

Tali laboratori formativi sono indirizzati ai professionisti sanitari, socio-sanitari e del mondo socio-educativo; essi sono rivolti ai professionisti della cura in senso ampio (medici, infermieri, A.S., O.S.S., psicologi, insegnanti, educatori …).

A livello operativo l’approccio NEAR prevede il coinvolgimento nelle attività di circa quindici professionisti, un gruppo eterogeneo che viene invitato a sperimentarsi in pratiche narrative-based, mettendo in gioco la propria memoria nella condivisione di esperienze professionali, il cui valore sia stato significativo, per chi le narra.

I partecipanti devono essere accumunati da qualcosa, non per forza devono svolgere la medesima professione.

La logica che orienta le attività è ‘circolare e partecipata’, nel senso che quello che si cerca di creare è un sistema aperto, di condivisione reciproca.

Vi è così uno scambio di esperienze e di punti di vista e viene stimolata la ‘capacità di ascolto (di sé e dell’altro)’, indispensabile per il professionista che opera in contesti di aiuto.

Attraverso la scrittura si allenano infatti competenze non trasferibili, come la capacità di comprendere e di interpretare empaticamente.

Il focus non é tanto qui sull’informazione trasmessa e veicolata dal formatore, come nelle ordinarie attività di training, che rischia di appiattire l’incontro e creare distanza emotiva; quanto più sulle retroazioni dei partecipanti, sulle possibilità di cambiamento percepite, sul grande valore tras-formativo.

In questo tipo di esperienza di education si accompagna il professionista in uno spazio dialettico, che porta gli interlocutori oltre le modalità di lavoro individuali e burocratico-tecnicistiche, pur talvolta parlando delle stesse; interessandosi a come l’operatore giornalmente agisce, a quale significato attribuisce al proprio operato ed a cosa concretamente fa.

Ho così scoperto un mondo nuovo che si colloca nel contesto dell’educazione degli adulti, che sostiene e rafforza la creatività, un elemento per me fondamentale in ogni attività di cura e che si propone, come fine ultimo, quello di aiutare il professionista ad aiutare anche se stesso.

La letteratura di riferimento è quella delle medical humanities e della medicina narrativa, discipline che, come scrive Agosti  ‘hanno la finalità, […] di formarci come donne e come uomini’.

Esse aiutano ad osservare ciò che ci circonda con uno sguardo più globale, capace di cogliere maggiormente la complessità delle storie che viviamo, ascoltiamo e raccontiamo.

Per questo motivo, le esperienze formative che ne derivano sono d’aiuto all’operatore sociale non solo in quanto professionista ma in quanto persona. La loro utilità non è solo limitata alle esperienze professionali ma di vita in generale.

Tra le attività formative narrative-based sono da annoverare:

  • la lettura di storie;
  • la scrittura di storie;
  • i progetti multimediali di digital storytelling.

Tutte ciò è racconto, tutto ciò è narrazione.

Ho scelto di approfondire la scrittura di storie, in particolare quella in prima persona, la scrittura autobiografica di storie esperienziali, perché esse sono testimonianze di vita e di cambiamenti.

Ho da sempre riconosciuto l’immenso valore riflessivo della scrittura e inoltre sappiamo quale importanza essa rivesta nel contesto professionale di riferimento, quello dei servizi sociali.

L’agire professionale dell’assistente sociale si snoda nei meandri della narrazione, egli quindi per conoscere e comprendere, deve essere un esperto di relazione e di narrazione.

 

 

 

Ho così richiesto la collaborazione di cinque assistenti sociali e dieci aspiranti tali (cinque tirocinanti di primo livello e cinque di secondo).

Presupposto di partenza doveva essere la loro volontà di mettersi in gioco, a diretto contatto con se stessi e con le evoluzioni avvenute nel corso della loro esperienza professionale e formativa universitaria. Questo perché ritengo che, per un professionista, quale l’assistente sociale, definito ‘agente di cambiamento’, sia necessario prima di tutto lavorare sulla propria trasformazione, per poter poi riconoscere e sostenere quella altrui.

Ho impostato la mia indagine sociale partendo dall’invio di un mandato: un testo, trasmesso ai collaboratori dove ho riportato due input generici ed aperti, che fungessero da elementi catalizzatori ed indirizzassero il processo di scelta dei narratori, circoscrivendo ed orientando la loro memoria attorno ad uno specifico episodio vissuto.

I collaboratori hanno così dovuto rispondere a due domande:

  • Cosa significa per te essere un assistente sociale?
  • Quando hai capito cosa significasse svolgere questa professione?

Presupposto di base era che ciascun collaboratore fosse il più possibile libero di accedere al proprio universo di significati, personalmente definiti.

Chiedendo alle persone di scrivere una storia autobiografica, si chiede loro di raccontarsi, di scavare dentro se stessi e di scegliere con cura le parole adeguate a descriversi.

Si mettono in atto delle dinamiche inconsce: si attiva la memoria ed il pensiero narrativo, successivamente viene impiegata l’intelligenza autobiografica ed il racconto diventa un testo semanticamente ordinato.

La memoria, risulta così essere l’unica capace di farci assaporare il valore del tempo.

Demetrio scrive che: ‘Il pensiero autobiografico prende forma, è quasi un istinto, per tenere insieme una vita’ e aggiunge che ‘il passato si rivela il tutore e il depositario della nostra identità’.

Il racconto di sé diventa un luogo di incontro,  acquisisce un valore temporale.

Esso ci aiuta a ri-conoscerci, a creare una lieson tra chi siamo e chi eravamo, un legame tra passato e presente che diventa concreto proprio attraverso la scrittura e che sarà impresso su quel foglio, per sempre.

Mettere nero su bianco piccoli estratti della propria vita permette di ripensarli, alla luce degli anni trascorsi da quell’evento. Consente di dare forma ad un ricordo, che lungi dall’essere sbiadito ed offuscato, si scopre essere nitido, nel momento in cui si inizia a trascrivere la propria esperienza.

Il testo sarà da quel momento in avanti a disposizione, come guida all’agire; uno strumento operativo e riflessivo al pari degli altri che accompagnano il professionista nelle sue scelte.

Sarà possibile rivedere alcuni passaggi, rivalutare l’esperienza vissuta, attribuirle un sempre nuovo significato perché ‘ricordare è una conquista mentale, un apprendere da se stessi’.

Le retroazioni, scaturite da questo mio preliminare lavoro di indagine narrativa, sono state messe in luce durante un incontro dimostrativo finale, condotto dal Prof. Vincenzo Alastra in presenza della sottoscritta, al quale sono stati invitati tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del mio progetto.

Diversi sono stati i dubbi, qualcuno ha rinunciato, altri mi hanno rivolto domande in itinere e post fase di scrittura.

Condiviso è stato il valore riflessivo riconosciuto all’utilizzo di pratiche narrative-based nei contesti di cura e tanti sono stati anche gli effetti inaspettati.

Molte sono state le risonanze emotive. L’affiorare dei ricordi ha richiesto a chi ha scritto un impegno non indifferente,  che  ha portato i collaboratori ad assumersi il fastidio della riflessione, perché riflettere è un’azione tutt’altro che semplice.

Attraverso la raccolta ed analisi comparata di questi racconti è stato possibile rilevare alcune convergenze tra le parole di assistenti sociali e tirocinanti in merito al processo di formazione dell’identità professionale così come alla necessità per chi lavora nei servizi e per chi ancora studia di raccontare la professione adottando un punto di vista interno; ciò per tentare di combattere l’ancora avvertito pregiudizio alimentato dal senso comune e ancorato a retaggi socio-culturali obsoleti che descrivono l’assistente sociale come una figura altra rispetto a ciò che realmente é.

Il lavoro è stato intenso, travolgente, un raccontarsi emotivamente orientato, una rielaborazione attenta che è riuscita a scavare nel passato andando in profondità, fino a recuperare le  motivazioni che hanno condotto ad intraprendere questo cammino professionale.

Spesso, è emerso dai racconti, sono le esperienze personali ad aver portato tra questi banchi universitari e non altrove: vissuti di perdita, di violenza, di abbandono, di solitudine, una propensione all’aiuto incondizionata.

Sono le ferite, non solo sul corpo bensì nell’anima, i ‘vuoti’ sperimentati che hanno distrutto dentro ed i ‘pieni’ che hanno ricostruito un po’ fuori.

A volte, si decide di svolgere questa professione perché si vuole tendere a qualcun altro quella mano che a noi è mancata.

Si decide di voler diventare assistenti sociali per aver cura dell’altro e, così, curare anche un po’ se stessi.

Scrivere un racconto autobiografico, in questo frangente, ha avuto il valore della ri-scoperta.

Alla domanda ⸺ Cosa significa essere assistente sociale? ⸺ Non vi è un’unanime risposta.

Scrivere un racconto su cosa significhi svolgere questa professione ha significato: scoprire l’empatia, prendere coscienza dei limiti professionali, voler essere una luce nell’oscurità, realizzare che ricordare è ancora possibile, riflettere su quanto sia necessario lottare per difendere la propria identità professionale, rivivere le vittorie e le sconfitte senza trucchi né inganni, palesando le contraddizioni esistenti tra teoria e prassi operativa e la difficoltà sperimentata come professionisti e come persone, quando si accompagna un essere umano, sia esso donna, madre, uomo, padre, figlio, figlia, ad allontanarsi.

Nell’incontro dimostrativo, abbiamo chiesto ai collaboratori/scrittori di ripensare all’esperienza di narrazione vissuta. In sostanza la domanda posta loro è stata: Cosa avete provato scrivendo?

 

‘E’ utile rappresentare a me ed altri il mio essere «assistente»-«sociale».’

‘Spostare timidamente l’angolo del velo posto sopra la professione.’

‘Trovare tempo per farsi del bene.’

‘Liberazione e rinascita nel mio percorso quotidiano annebbiato da tempo.’

‘Rispondere e rielaborare senza limiti e confini.’

‘Andare oltre i propri limiti aiuta a migliorarsi.’

‘Per amore devi saper lasciare andare.’

 

Questo è ciò che hanno scritto. Questo è ciò che hanno provato.

Raccogliendo i loro racconti io sono entrata un po’ a far parte delle loro storie.

Le ho maneggiate con cura come si è soliti fare con tutto ciò che è delicato e ne ho avuto rispetto, perché una sola cosa era certa:

Siamo stati, insieme, come l’equipaggio di una grande imbarcazione.

Ma non ero io ad essere al timone della loro nave.

Quel posto spettava di diritto a loro, perché ne erano i comandanti.

 

 

Brutte storie bella gente. Incontri ordinari di una professione straordinaria.

Siete pronti a conoscere il tema del mese di maggio della nostra chiamata allo scrivere?

Eccovi accontentati: Il Racconto!

Siete pronti a sapere chi è il primo autore del mese?

Mai come questa volta chi scrive può davvero essere chiamato autore!

Gianfranco Mattera, assistente sociale, campano di nascita e trentino d’adozione, vanta una ventennale esperienza professionale nel settore sociale, ma anche un’importante esperienza letteraria, ha vinto il premio del concorso d racconti inediti Grenzen Frontiere nel 2013, ha pubblicato la raccolta Anna e i Burattini nel 2014 ed il romanzo di formazione I Fiori di Parigi  nel 2016! Qui ci presenta la sua ultima opera “Brutte storie bella gente. Incontri ordinari di una professione straordinaria”

Grazie a lui per aver partecipato al nostro Blog  e a tutti voi buona lettura!

 

 

 

 

 

La signora Abel.

Tasseni.

Ismail.

Tiziano.

Giorgia.

Il signor Olide.

Doriana.

Il signor Lakar.

Adele.

Celestino.

Mansurah.

Marcella.

Mariuccia.
Quindici nomi.

 

Quindici racconti srotolati uno dopo l’altro con un unico filo conduttore:

la resilienza.

 

La capacità di affrontare un momento di particolare difficoltà della vita.

In certi casi di superarlo.

Con l’aiuto di un assistente sociale

che mette in discussione non solo la propria professione ma anche le sue scelte di vita.

 

Il nostro lavoro ha infatti a che fare con le persone, con le loro storie, che inevitabilmente prepotentemente entrano a far parte della nostra storia.

 

Tra sofferenza e coraggio,

disperazione e speranza.

 

Per imparare la banale verità:

ci sono brutte storie  dietro le quali batte il cuore di bella gente.

 

Piccoli microcosmi di svariata umanità.

 

Da Famiglia Cristiana: “Dietro ogni storia di sofferenza c’è un volto, una persona in carne ed ossa. Ce lo ricorda questo libro, coinvolgente ed appassionante, scritto da un assistente sociale che con empatia ripercorre alcune delle situazioni che la sua professione lo ha portato ad affrontare: povertà, malattia, handicap, affido familiare, separazione … Un mondo palpitante al quale cerca di dare la sua carezza”.