PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

Ma quanto abbiamo sentito la mancanza dei vostri articoli?

La nuova chiamata allo scrivere lanciata ad ottobre per narrare e diffondere i progetti dei nostri servizi, ha finalmente la prima e meravigliosa esperienza !!!

Chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, che già ci aveva abilmente trasportato a maggio 2018 dentro un’esperienza di condivisione, riflessione e narrazione!

E anche questa volta ci presenta un progetto legato al racconto, ad operatori che hanno scelto di volersi raccontare, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato!

Grazie davvero per la possibilità di diffusione di questa brillante iniziativa!!!

Buona lettura a tutti voi!

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PERCHÉ PARLARE DI RADIO E PERCHÉ PARLARE ALLA RADIO

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Da alcuni mesi il nostro servizio, il servizio sociale dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino, collabora al Progetto Cose degli altri Mondi, uno spazio nel palinsesto di radio Archimede (www.radioarchimede.it).

Il perché va ricercato nelle parole che il sito utilizza per la presentazione della radio “Il Comune di Settimo Torinese e la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana hanno deciso di promuovere la nascita di Radio Archimede, consapevoli che la web radio è uno strumento flessibile, moderno ed innovativo, in grado di fare informazione ed intrattenimento in modo nuovo, dinamico, serio e professionale. Radio Archimede, con la sua presenza fisica all’interno della biblioteca, è prima di tutto la radio del territorio e si pone l’obiettivo di aggregare, intorno ad essa, giovani e meno giovani, associazioni, società sportive, mondo dell’informazione e realtà imprenditoriali, per partecipare ad un racconto della Città fatto di tante storie e tanti punti di vista differenti”. In altre parole, quando ci è stata offerta questa opportunità abbiamo pensato che potesse essere l’occasione per ‘uscire’ dai nostri uffici e far conoscere il nostro modo di lavorare ed i progetti pensati per la comunità.

Lo spazio radio a disposizione è condiviso con altri progetti ‘sociali’ della Città di Settimo, in particolare con l’Associazione Casa dei Popoli con la quale collaboriamo per diverse iniziative e partnership, dalla Pedagogia dei Genitori, allo Spazio compiti del Centro famiglia, o ancora le cene etniche.

Parlare alla radio vuol dire amplificare i messaggi, ma anche semplificarli. Significa rendere il nostro lavoro comprensibile per chi ci ascolta, provando a spogliarci da eccessivi tecnicismi e indossando abiti più vicini al sentire comune. Che cosa interessa di questo progetto? Perché il pubblico dovrebbe ascoltarci e ascoltarci con attenzione? Su quali bisogni troviamo un punto di contatto con il cittadino? Catturare l’attenzione può allora essere il primo passo per condividere, per favorire il coinvolgimento dei destinatari dei nostri progetti, per individuare nuove strade di ingaggio della persona a cui ci rivolgiamo.

Le resistenze iniziali di operatori che non hanno scelto di essere ‘mediatici’ sono state superate dalla voglia di raccontarsi, di farsi conoscere, di provare ad abbattere pregiudizi sulla nostra professione e sul nostro operato. Così abbiamo iniziato a raccontare di progetti per la comunità, di tematiche quali l’autismo o lo sport per disabili viste dagli interessati, abbiamo dato spazio ad associazioni che collaborano con noi, raccontato di esperienze di integrazione nel Centro famiglie. Un po’ abbiamo anche giocato, perché radio vuol dire musica, leggerezza e apertura verso linguaggi espressivi diversi.

Cosa dire ancora…che attendiamo i vostri feed back quando ci ascolterete e vi aspettiamo il giovedì alle 18.00 su Radio Archimede!

 

La supervisione di tirocinio: un’occasione di incontro

Terzo appuntamento con il tema dell’apprendimento!

Chi ci dona i suoi pensieri è Silvia Botta, assistente sociale presso il Ministero della Giustizia, formatore ed eccezionale supervisore, una di noi ha avuto la fortuna di incontrarla come collega ed ha appreso da lei l’essenza di molti aspetti della nostra professione!

Fatevi trasportare nel personale racconto di un percorso che vede coinvolti il supervisore, il tirocinante, l’apprendimento .. ma non solo!

Mettetevi comodi e buona lettura!

 

Da molti anni, nell’ambito della mia professione di assistente sociale, mi viene richiesto di seguire giovani studenti del corso di laurea in servizio sociale, come tirocinanti all’interno dell’ente in cui lavoro. Ogni volta accetto con entusiasmo; lo facevo anche prima, quando non era riconosciuto in alcun modo questo impegno e non erano attribuiti i crediti formativi per questo tipo di attività. Ricordo la prima volta, quando l’Università di Novara mi chiese se volevo seguire una tirocinante: mi sono sentita fiera di questo compito, nonostante la mia giovane età, abbastanza vicina a quella della studentessa, convinta dell’importanza del ruolo del referente supervisore nel percorso scolastico dell’assistente sociale e della costruzione del sé professionale. Fu un’esperienza estremamente arricchente per me come persona e come professionista e devo dire, senza retorica, che da quella volta ogni tirocinante che ho incontrato mi ha trasmesso molto dal punto di vista della relazione e ha contribuito a farmi cogliere aspetti della professione diversi e importanti.

Uno dei momenti più significativi è il momento del primo incontro, a cui segue l’accoglienza nel servizio, un luogo estraneo, spesso idealizzato, dove lavora altro personale, con delle dinamiche e degli equilibri propri. Il servizio accogliente ha una sua dimensione organizzativa, difficile da spiegare, ma soprattutto è determinante nell’accoglienza o meno degli studenti, che portano una ventata di “aria fresca”.

Naturalmente ciascun studente, con età diverse, contesti di appartenenza diversi, si è presentato al servizio, portando con sé la propria storia, le proprie aspettative, le proprie motivazioni che lo hanno portato a scegliere questo tipo di studi.

La voglia di incontrare l’altro, di sperimentarsi in prima persona con l’utenza sono caratteristiche comuni a quasi tutti gli studenti.

Il ruolo del supervisore del tirocinio che viene richiesto dall’università è quello di contribuire all’apprendimento attraverso l’esperienza. Lo studente arriva con un bagaglio di conoscenze teoriche, che deve utilizzare nella pratica operativa, partendo da un periodo osservativo, che comprende l’analisi della documentazione prima e poi l’affiancamento al supervisore durante l’esercizio della professione. Compito del supervisore è quello dunque di aiutare lo studente a entrare nel mondo dei servizi, con una chiave di lettura critica che gli viene fornita dalla formazione universitaria e aiutarlo a rielaborare l’esperienza, con la riflessione, le sedute di supervisione, il confronto continuo. Mi vengono anche in mente i lunghi viaggi in macchina per raggiungere la sede della casa circondariale, le strutture comunitarie e le case degli utenti. Durante questi viaggi molti tirocinanti ponevano le domande sulle storie delle persone che andavano a incontrare, quasi che la conoscenza completa della situazione li ponesse in una condizione di maggiore controllo, rispetto alla problematicità dei casi. Altri invece preferivano parlare di loro, perché si crea sempre una relazione, che riguarda due persone e che può andare oltre i ruoli.

Il supervisore coglie i tempi dello studente, il suo grado di apprendimento, la sua capacità di utilizzare le informazioni e da questo indirizza il percorso di tirocinio.

La presenza costante di un osservatore attento come il tirocinante, fa sì che il supervisore si senta responsabile di rendere chiaro e trasparente l’agire professionale. Molti interventi che spesso vengono svolti in maniera frettolosa e standardizzata, al momento che vengono spiegati allo studente, riacquistano la loro specificità e la persona a cui sono rivolti ridiventa finalmente unica, come dovrebbe essere. Allo stesso tempo è necessario presentare anche le problematiche che caratterizzano i servizi, senza però limitarsi al consueto e tipico atteggiamento di sconforto, ma in ottica di possibili ipotesi di soluzione.

Il tirocinante ha il diritto anche di sperimentarsi in prima persona, sia nella relazione con le persone, sia nella stesura di relazioni scritte e nell’utilizzo degli strumenti a disposizione del servizio. La possibilità di “vivere” l’esperienza in prima persona, consente allo studente di assumere in maniera graduale compiti e responsabilità. Nonostante la voglia di sperimentarsi, il tirocinante di solito vive queste prime esperienze con incertezza, con la paura di sbagliare, con il desiderio di trovare una soluzione al posto della persona. Egli porta con sé i propri valori, le sue conoscenze e le sue risorse e perché no, i suoi piccoli o grandi pregiudizi sul cosiddetto “diverso”, che poi diverso non è, ma soltanto non conosciuto. Il supervisore ha il compito di sostenere lo studente in questo percorso, attraverso la riflessione sui punti di forza e sulle criticità.

Anche la necessità di garantire alla comunità professionale la buona preparazione, dal punto di vista metodologico e deontologico, dei futuri professionisti assistenti sociali, è un grande onere per il supervisore. Acquista pertanto molto importanza la verifica, in collaborazione con il tutor dell’università, degli obiettivi formativi, in un’ottica dell’acquisizione graduale dell’autonomia dello studente.

Ma si può apprendere ad essere un assistente sociale competente ed in grado di inserirsi nella realtà dei servizi, che ad oggi assumono caratteristiche complesse e variegate? Si può trasmettere la passione per il proprio lavoro, dopo tanti anni di esercizio della professione?

Penso di sì per entrambe le domande. Credo che un supervisore attento riesca a trasmettere un po’ di sé e delle sue competenze professionale, nel rispetto dell’individualità dello studente, mettendosi continuamente in gioco, auto valutandosi, non dando mai per scontato né la semplice procedura né alcun tipo di relazione con l’altro. Se tale atteggiamento è vero viene percepito dallo studente, che, seppure con le proprie peculiarità, in chiave critica, riuscirà a cogliere i valori che caratterizzano l’agire degli assistenti sociali e che faranno parte della sua identità professionale, se sceglierà di diventare un professionista nel sociale. Non è detto, infatti, che tutti gli studenti svolgeranno il lavoro di assistente sociale; l’importante che l’esperienza di tirocinio possa essere utile per effettuare in futuro scelte consapevoli.

Ritengo tuttavia che ciò che può fare la differenza e contribuire a far sì che il percorso di tirocinio sia veramente efficace sia l’incontro unico tra i vari interlocutori ( l’università,lo studente,l’ente,il professionista, l’utenza), che condividono, seppure con ruoli diversi,per un periodo di tempo un’esperienza formativa reciproca e di crescita personale.

#LUOGHICOMUNI

 

Il mese dell’orgoglio è Marzo …senza dubbio! 

Orgoglio di essere assistenti sociali , di essere libero professioniste, di essere socie, di essere …entrambe così matte, avventate e appassionate ma anche orgogliose della nostra professione da volerla comunicare in tutti i modi ! 

Vi raccontiamo riappropriandoci del Diario di Bordo,  proprio oggi 20 Marzo2018, #wswd2018 giornata mondiale del servizio sociale, un progetto a cui lavoriamo da tempo,

che oggi fà il suo debutto sul web e che ci riempie di orgoglio :

la  puntata zero della web serie #LUOGHICOMUNI! 

…BUONA VISIONE !!!

Perchè abbiamo deciso di creare e produrre  una web-serie ?

Vogliamo raccontare la professione dell’assistente sociale, esporre la nostra visione delle realtà sociali ed aprirci al dialogo con i cittadini e le comunità, comunicando con gli altri, attraverso i social e la rete al fine di contribuire, concretamente, alla rappresentazione della nostra professione, rendendola davvero prossima ai più.

Per questo insieme alla casa di produzione VIDEOZONE di Milano abbiamo lavorato, per mesi, all’ideazione di questa webserie composta da sei puntate!

Ritmo incalzante, passo veloce e stile divertente, diciamocelo fin da subito a tratti dissacrante, la nostra vuole essere una web serie per tutti coloro che usano, frequentano e comunicano con i social e che in pochi minuti vogliono divertirsi, saperne di più e condividere contenuti!

Abbiamo scelto di chiamarla #LUOGHICOMUNI perché vogliamo proprio parlare dei luoghi comuni di cui solitamente sono oggetto gli assistenti sociali, le persone che accedono ai servizi ed i servizi stessi, ma anche perché vogliamo rappresentare concretamente i luoghi che a nostro parere sono di tutti, per tutti e accolgono tutti…i servizi sociali!

L’episodio zero di #luoghicomuni è online da oggi  su YOUTUBE  e su facebook  è comparsa una nuova community la pagina della WEBSERIE #LUOGHICOMUNI  !!!

Perché sei puntate?

L’impianto della webserie è stato pensato per raccontare in ogni puntata un ambito di intervento della professione, uno stereotipo legato ad essa, uno stile di lavoro, un aspetto della vita privata di noi professionisti, un pensiero indicibile e qualche tema a noi caro, come il precariato e la colleganza ma soprattutto il filo conduttore tra le puntate sarà il metodo professionale di lavoro degli assistenti sociali e le sue fasi!

Come sempre però, per noi di Assistenti Sociali Online un progetto non è mai tale… se non può essere è aperto, condiviso e coinvolgere le comunità …ed è per questo che per realizzare le prossime cinque puntate vogliamo di coinvolgere tutti quelli che vorranno partecipare!

Partecipare a  partire dalla costruzione della sceneggiatura con le  idee, racconti , immagini, critiche costruttive e suggestioni per arrivare al finanziamento e aiutarci nel sostenere la copertura dei costi di produzione di  un progetto così importante e …ambizioso !!!

Come si può  fare a contribuire con le idee?

Scriveteci sulla pagina facebook WEBSERIE #LUOGHICOMUNI  cosa vorreste fosse rappresentato e vi passa per la testa se vi diciamo assistente sociale… luoghi comuni, pensieri, emozioni, descrizioni di uffici, abitazioni, gag, storie di vita, storie professionali, storie di precariato, stili, ambiti di lavoro, esperienze… e chi più ne ha più ne metta! Ricordatevi di inserire il nostro hashtag di riconoscimento nel post: #luoghicomuni!

Come si può contribuire materialmente a finanziare il nostro progetto e permetterci di girare nuove puntate? 

Il progetto prevede la realizzazione e messa online di una puntata ogni qualvolta raggiungiamo il budget di 7.000 euro a copertura di tutte le spese previste, per questo se il progetto vi piace potete contribuire partecipando alla raccolta fondi cliccando sulla pagina https://www.produzionidalbasso.com/p…/webserie-luoghicomuni/ !

Ringraziamo  VIDEOZONE per l’intenso lavoro, gli attori Michele di Giacomo e Mauro Cipriani per la professionalità dimostata, le comparse Riccarda Viglino,Domenico Catalano Sara Sinigaglia e Annacarla Vezzetti per l’allegra partecipazione, Casa del Quartiere di San Salvario -Torino- per l’ospitalità e la pazienza, la ditta Facciamo una Pausa Caffè? – Vidamatik per la fornitura del materiale!

Si ringraziano collegh*, amici, parenti per aver contribuito alla realizzazione della puntata pilota partecipndo all’iniziativa tazze e caldenari selfmade ma non solo!

Attendiamo trepidanti i vostri suggerimenti e commenti, le vostre proposte ed idee e se avrete voglia… donazioni !

Le musiche arrivano da :
http://www.joshwoodward.com/
http://www.lloydrodgers.com/
http://audionautix.com/
Creative Commons License 3.0

 

Skills Maker, la mia idea di innovazione

Siete pronti a scoprire il tema di questo mese?

Siete curiosi di sapere chi è sttao il primo a rispondere alla nostra chiamata allo scrivere?

 

Eccovi accontentati!!!

 

Ringraziamo Francesca Longobardi per averci donato questo articolo sul tema dell’innovazione!

Per presentarla usiamo alcune delle parole da lei stessa utilizzate per la candidatura alle prossime elezioni del CROAS Piemonte “Capricorno, ascendente bilancia. Abbastanza tranchant. La simpatia non è il mio punto di forza. Mi piace però ridere di me. Sono una sorella maggiore. Moglie. Neomamma di Matteo. 33 anni d’età. Ho una passione per la politica, il giornalismo, le tecnologie IT e la Juventus. Da vera millenials, amo stare sui social network tra hashtag e storify per raccontare il mondo del sociale. Sono assistente sociale dal 2011, giornalista (iscritta come pubblicista) dal 2013 e tutor universitario (Università degli Studi di Torino, sede di Biella). Scrivo su http://www.prospettivesocialiesanitarie.it/scambi/ Promuovo l’immagine dell’assistente sociale attraverso il progetto Chi Sono gli Assistenti Sociali. Attualmente lavoro per la Cooperativa Animazione Valdocco (assistente sociale a tempo indeterminato). #ConsigliereCROASPiemonte dal 12 febbraio 2016.”

… e vi sveliamo una chicca, è stata la nostra capa per ben sei mesi!!!

Mettetevi comodi ed immergetevi in un progetto che sa di innovazione!!!

Buona lettura

 

 

Qualche anno fa, precorrendo tempi oggi diventati maturi, partecipai ad un bando nazionale con il progetto Skills Maker.

 

In questo spazio, vorrei descrivere un’idea (secondo me) innovativa perché frutto della commistione di più discipline e per l’utilizzo di strumenti ICT all’avanguardia.

 

Se tra il 2008 e il 2010 i trasferimenti del Ministero alle Regioni sono stati drasticamente ridotti (se non sostanzialmente azzerati nel 2012), con la legge di stabilità del 2015 si è provveduto a stabilire una dotazione finanziaria annua, strutturale, di 300 milioni a decorrere dallo stesso anno.

Oggi qualcosa si investe, privilegiando di più i trasferimenti economici ai servizi, nonostante le ricerche ci dicano che essi non producono il risultato sperato. Nell’Europa dei 15, l’Italia è uno dei paesi in cui i trasferimenti sociali hanno il minor impatto nel ridurre la povertà: abbattono la quantità di popolazione povera solo di 5 punti percentuali, mentre la media europea si attesta sui 8.9.

I trasferimenti economici se da una parte aiutano a fronteggiare un momento di emergenza dando un sospiro di sollievo, dall’altra rischiano di non essere sufficientemente utili all’avvio di un percorso di indipendenza e di autonomia. In Europa, si sta ampliando il dibattito intorno agli “Aiuti economici condizionati” (più comunemente definiti AEC) e l’Italia finalmente sta andando verso questa direzione, prima con il SIA e poi con il REI.

 

Skills Maker è un tentativo di realizzazione di “Aiuti economici condizionati” per lo sviluppo di competenze delle persone in stato di vulnerabilità e di povertà utilizzando gli ICT.

 

Skills Maker nasce con l’intento di creare una piattaforma attraverso la quale far interagire i cittadini, le aziende e l’ente erogatore. Si immagina un sistema nella quale tutti si impegnano, secondo il principio di sussidiarietà orizzontale, all’accrescimento di una società più solidale. I cittadini coinvolti potranno partecipare a percorsi di AEC, come ad esempio a tirocini formativi in aziende per ricevere l’aiuto/compenso predefinito, e potranno compilare un diario giornaliero online (con il fine di diminuire il digital divide, che oggi coinvolge in Italia almeno 7 milioni di persone), visibile solo all’ente erogatore, nel quale riportare le conoscenze apprese, le emozioni e le aspettative.

 

Generalmente gli enti pubblici erogano buoni spesa (o ticket service) affidando il servizio ad una ditta terza con gara d’appalto. Con Skills Maker, il ticket service sarà sostituito da una shopping card che consentirà al cittadino di monitorare le proprie spese e all’ente erogatore di analizzare i comportamenti in uso tra gli utenti consumatori. Skills Maker produrrà molteplici vantaggi a tutti gli attori interessati. L’ente erogatore potrà visionare in realtime i progetti e operare ricerche sulle condotte messe in atto dagli utenti nel fare la spesa e gestire i propri soldi. I cittadini coinvolti in AEC potranno comunicare agevolmente con l’ente erogatore, sapere quali sono i prodotti meno costosi, controllare le proprie spese e conoscere le richieste di lavoro sul mercato di riferimento. Gli esercenti commerciali/imprese convenzionati/e, che saranno chiamati a fornire il catalogo dei prezzi online in modo che la piattaforma possa suggerire ai fruitori il prodotto più conveniente, acquisteranno visibilità, potranno mettersi in rete, reperire personale e vendere i propri prodotti online.

 

La prima componente della piattaforma consiste in un portale web 2.0, attraverso cui gli utenti, gli operatori e le aziende potranno interagire, controllare e monitorare l’andamento del progetto. Gli utenti del servizio, attraverso il sito web potranno dialogare con gli assistenti sociali e compilare un diario online al fine di mantenere una tracciabilità delle attività svolte e dei feedback ricevuti. Il diario online, consisterà in una serie di domanda chiuse e campi “liberi”. L’utente potrà inoltre interagire con i dati relativi alla shopping card e gestire in modo chiaro la propria situazione. Particolare attenzione sarà posta al tema della privacy e alla memorizzazione sicura dei dati sensibili. Al fine di prevenire utilizzi impropri, sarà definito un modello RBAC (Rule Base Access Control) a due livelli, in grado di fornire un accesso anonimo alle componenti software di analisi dei dati.

 

Gli assistenti sociali potranno controllare in tempo reale l’andamento dei tirocini e dialogare con gli utenti del servizio. Al fine di favorire il processo di analisi, dovranno compilare un questionario con cadenza settimanale, a partire dalle risposte “aperte” date dagli utenti. Al fine di migliorare il processo di acquisizione delle informazioni e semplificare il lavoro degli assistenti sociali, saranno presi in considerazione strumenti di sentiment analysis .

I datori di lavoro potranno proporre delle collaborazioni e gestire tutti i procedimenti burocratici necessari alla fruizione del servizio.

 

La seconda componente del progetto consiste in una piattaforma di gestione della shopping card. Come evidenziato in precedenza, la shopping card è un meccanismo di pagamento finalizzato alla sostituzione dei classici buoni spesa. L’idea consiste nell’introdurre un sistema di pagamento digitale, integrato con il sistema di analisi, al fine di permettere un’analisi automatica dei processi di spesa e l’attivazione di processi finalizzati a un miglioramento delle condizioni degli utenti mediante processi basati sulla teoria dei giochi cooperativi. La piattaforma di pagamento prevederà la distribuzione di POS ad-hoc presso negozi convenzionati e la realizzazione di un portale di e-commerce. Gli utenti disporranno di un credito stabilito dagli assistenti sociali in base alle reali necessità e al lavoro svolto e utilizzeranno la “shopping card” per parte degli acquisti.

 

La terza e più innovativa componente del sistema è rappresentata da un software di pianificazione basato sulla teoria dei giochi. L’idea consiste nell’effettuare un’analisi di comportamenti, feedback e modalità di spesa degli utenti e introdurre meccanismi basati su giochi cooperativi con l’intento di indirizzare gli utenti verso comportamenti in grado di migliorare il processo di aiuto. Secondo indagini condotte all’interno di diversi dislocati sul territorio nazionale, si evidenzia una chiara correlazione tra richieste temporalmente disgiunte. Di conseguenza l’impatto dei contributi economici sembra essere poco rilevante e le difficoltà di inserimento lavorativo vengono, nella maggior parte dei casi, superate con difficoltà. Il progetto mira a superare i limiti dell’approccio tradizionale, analizzando in modo formale i comportamenti e i feedback degli utenti e favorendo l’attuazione di processi di aiuto innovativi e valutabili secondo principi oggettivi.

Libera professione e autonomia dell’assistente sociale

Il secondo contributo sul tema dall’autonomia, ci arriva dalla Sardegna ed è il prodotto di sintesi del lavoro di ricerca che  Maria Dalila Uras  ha svolto per la sua tesi magistrale!

Maria Dalila ha 28 anni è ed è già consigliera del neoeletto (Luglio 2017)  Consiglio dell’ Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Sardegna , è di Ittiri ma noi l’abbiamo conosciuta a Torino in qualità di relatrice della I Conferenza Italiana  sulla Ricerca di Servizio Sociale  !

La nostra giovane collega ha intrapreso gli studi della laurea triennale e magistrale presso l’Università degli Studi di Sassari e (dopo entrambe le lauree alcuni percorsi di inserimento lavorativo e il servizio civile nazionale) ha iniziato ad esercitare la professione , principalmente in ambito socio sanitario,  prima a Olbia e ed ora a Sassari  presso la GeNa, l’Opera Gesù Nazareno centro di riabilitazione socio-sanitaria per persone con disabilità psichica

Maria Dalila si è  avvicinata ed ha approfondito  il tema della libera professione e dell’autonomia professionale  nel lavoro di ricerca della sua tesi magistrale,  presentando la ricerca effettuata alla comunità professionale nel suo abstract presentato in occasione dell’evento della  neo- nata Società Italiana di Servizio Sociale (SocISS) il Maggio u.s. a Torino…

…ovviamente questo ci ha indotte a “stalkerizzarla” e chiederle con insistenza di scrivere per il nostro blog !

Ed eccolo qui , il suo interessante e approfondito articolo!

Vi consigliamo di decidicare tempo e spazio a questa lettura , perchè una giovane collega che si dedica alla Ricerca accedemica e contribuisce a raccontare la professione , merita ascolto ed attenzione!

Capire se la libera professione possa essere una risorsa nella crisi del welfare attuale e una modalità di lavoro in grado di “riavvalorare” la professione rimane una sfida aperta e sempre affascinante.

Buona lettura…e GRATZIAS Maria Dalila Uras !!



Libera professione e autonomia dell’assistente sociale

Inquadrare e definire la libera professione

In Italia l’attività subordinata dell’assistente sociale ha una tradizione ormai consolidata, mentre l’attività autonoma dell’assistente sociale, intesa particolarmente come libera professione è pressoché “nuova”.
La libera professione trova definizione e fondamento nella Legge n.84 del 1993 in cui l’articolo 1 recita che “l’assistente sociale opera con autonomia tecnico-professionale e di giudizio in tutte le fasi dell’intervento […]. La professione di assistente sociale può essere esercitata in forma autonoma o di rapporto di lavoro subordinato”. Tale legge ha ribadito in sostanza quanto già affermato con il D.P.R. 14 del 1987 cioè che la professione può esercitarsi sia in un rapporto di lavoro subordinato che in maniera autonoma.
Nel quadro attuale le esperienze di libera professione sono ben poche e sono rintracciabili in ambiti di intervento sviluppati soprattutto “in zone geografiche caratterizzate o da scarso investimento pubblico nei servizi alla persona (si tratta, dunque, in questi casi, di una scelta quasi “obbligata” per esercitare la professione, soprattutto nelle regioni meridionali) o in realtà in cui è possibile “spendere” sul mercato competenze specialistiche a livello organizzativo e consulenziale (questo avviene soprattutto nelle regioni del centro e del nord del paese)”.
In un passaggio dal welfare state (“solo pubblico”) al welfare mix (“pubblico e privato”) e in un’evoluzione verso quello che viene chiamato welfare societario o welfare generativo (in cui lo stato funge da ordinatore generale in una società che si “autoregola”), la libera professione dell’assistente sociale viene influenzata dalle politiche governative, dalle politiche economiche e da quelle sociali nei livelli macro (europeo), meso (nazionale) e micro (regionale), che incidono sui fattori di spinta e/o di stagnazione, di freno di questo aspetto della professione.
Dai dati, assai limitati disponibili, la libera professione “sembra interessare circa il 3% degli iscritti all’albo professionale (dato nazionale). È un qualcosa che “sta iniziando” a svilupparsi e l’esercizio della libera professione può assumere varie forme, a volte, non semplici da distinguere ed identificare. Principalmente le possibili forme sono riconducibili: alla forma autonoma, in maniera associata per esempio in uno studio associato, in equipe con altre figure professionali, oppure tramite contratti a progetto, all’interno di società cooperative, ONLUS etc.

La ricerca empirica in Sardegna: metodologia e campione

La ricerca, circoscritta alla regione Sardegna, è iniziata con la consapevolezza di una scarsa presenza nel territorio di assistenti sociali libero professionisti. Per questo si è deciso di puntare sulla qualità delle interviste e non sulla quantità, usando una metodica di ricerca che facesse emergere le caratteristiche del fenomeno a livello locale.
Si è deciso di procedere alla ricerca utilizzando delle interviste in profondità, delle interviste biografiche. L’intervista biografica è un’intervista discorsiva che tenta di arrivare in profondità, è un’intervista ermeneutica ed anche motivazionale che fa, appunto, emergere le motivazioni e le spinte delle scelte di vita compiute dall’intervistato.
Gli obiettivi della ricerca empirica condotta sono stati quelli di: capire se ed in che termini la libera professione sia presente nel welfare sardo; che idea e concezione ne hanno gli stessi assistenti sociali; le aree di azione nel mercato; le risorse utili e i percorsi progettuali e di formazione necessari per arrivare a esercitare la libera professione, e cercare di capire se quest’ultima possa rappresentare realmente una risorsa nel “colmare” e “sopperire” gli interventi di un welfare sempre più in crisi.
Il campione della ricerca è stato selezionato con la preziosa collaborazione dell’Ordine regionale della Sardegna degli assistenti sociali, che ha fornito un elenco di tutti gli assistenti sociali che avevano dato il consenso per il trattamento dei dati personali (nel rispetto della privacy) e potevano essere quindi contattati per i fini della ricerca. Le persone presenti sull’elenco sono state contattate tramite una e-mail all’indirizzo di posta elettronica. Tra tutti i colleghi che hanno risposto offrendo, in maniera positiva la loro disponibilità, è stato selezionato un campione di dieci assistenti sociali.
Il campione è molto “variegato” al suo interno e presenta delle caratteristiche peculiari, infatti, nonostante quella dell’assistente sociale sia un professione “al femminile”, all’interno del campione è presente un numero importante di uomini (4 su 10). Il dato anagrafico dell’età è un altro elemento importante e varia dai 26 anni del libero professionista più giovane ai 63 di quello più avanti con l’età. Le esperienze di libera professione PURA sono solamente 3 all’interno del campione e quelle nella forma IMPURA sono 8, mentre 1 caso è l’emblema della “voglia” di affacciarsi al mondo della libera professione tramite un proprio progetto di imprenditoria già definito.
Si precisa che per PURA si intende una modalità di lavoro realmente “libera” dal settore pubblico, tramite la quale l’assistente sociale fa autoimpresa o crea impresa, uno studio associato etc. Fare libera professione significa progettare ciò che si vuole fare per vendere nel mercato il proprio prodotto sociale; significa fare un bilancio delle competenze e mettersi in gioco costantemente fronteggiando i rischi delle logiche di mercato; e significa anche creare benessere e “innovazione” andando a colmare dei “buchi” di mercato scoperti in cui emergono i bisogni delle persone di una data comunità. Il libero professionista è un assistente sociale “libero e indipendente”, è un professionista che decide di “spogliarsi” dell’habitus del lavoratore dipendente, come comunemente si vede e viene visto, per diventare “altro”: un imprenditore e capo di se stesso.
Mentre per IMPURA si intende una modalità lavorativa che, non ha scelto personalmente l’assistente sociale e non fa parte di una sua idea progettuale, ma che gli e stata “imposta”, calata dall’altro dall’istituzione pubblica o privata come forma di assunzione. In questo caso l’assistente sociale è un libero professionista solo nella forma e la libera professione è “di facciata”, poiché è titolare di partita IVA, però, in realtà è un dipendente a tutti gli effetti in quanto svolge le attività che gli vengono richieste e non quelle che lui sceglie in quanto “libero”. L’esercizio della professione, avviene così in una forma ibrida, di sintesi di due regimi lavorativi differenti e/o se vogliamo “antagonisti”.
Confrontando queste due forme di libera professione emerge una diversa sfaccettatura della libertà e dell’autonomia del professionista. Nella libera professione pura l’assistente sociale è infatti realmente libero e autonomo, in grado di muoversi dentro il mandato professionale ma non istituzionale giacché, non è in nessun modo dipendente da alcuna istituzione pubblica o privata e coltiva il proprio lavoro nel disegno del suo progetto e del prodotto sociale scelto. Nella libera professione impura tutto questo non accade a fronte dei limiti che vengono imposti dal mandato istituzionale, infatti, essendo questa forma una mera modalità contrattuale l’assistente sociale ha una libertà e un’autonomia “limitate”, certo, sempre nel rispetto del Codice Deontologico che nel Titolo secondo dei Principi all’art.10 recita che: “l’esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull’autonomia tecnico-professionale, sull’indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza dell’assistente sociale. L’assistente sociale ha il dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a rischio”.
Nella ricerca effettuata l’analisi del campione è stata di fondamentale importanza per comprendere come per diventare liberi professionisti sia imprescindibile una formazione ad ampio raggio ed una progettazione capillare di ciò che si vuole fare.

Formazione e progettualità

Non è possibile improvvisarsi come assistente sociale né tanto meno come libero professionista. Non si nasce liberi professionisti e non lo si può diventare neanche in un “battito di ciglia”, occorre: tempo, preparazione, esperienza (sia personale che professionale), motivazione, competenze. Nella sua “cassetta degli attrezzi” un assistente sociale deve possedere una formazione, caratteristiche, attitudini e competenze particolari per poter esercitare in regime libero professionale.
La formazione professionale degli intervistati infatti non si limita solamente alla laurea triennale poiché, ogni professionista ha ampliato le sue conoscenze nel tempo tramite precisi percorsi formativi. La formazione è un’esigenza importantissima: consente al libero professionista di sopravvivere nel mercato sociale e di rimodulare i propri interventi andando ad offrire ciò che viene richiesto dagli utenti/clienti cercando di battere la concorrenza ove sia presente. Ma su cosa è più opportuno formarsi? Ovvero in che ambito? La risposta a questa domanda dipende dalle propensioni personali, attitudinali e caratteriali di ogni singolo assistente sociale.
Dalle interviste è emerso come per diventare un assistente sociale libero professionista, è fondamentale inoltre avere un metodo e una metodologia precisa che, accompagni il professionista nel suo progetto a individuare un’idea di partenza, definire il prodotto sociale che si vuole vendere sul mercato, compiere un’analisi dettagliata di quest’ultimo e della eventuale concorrenza. Solamente dopo aver fatto tutto questo è possibile iniziare ad impostare il progetto vero e proprio, realizzandolo tramite il perseguendo gli obiettivi prestabiliti e tramite la comunicazione dell’impresa nel mercato obiettivo.
Una similitudine assolutamente armoniosa, riscontrata nelle riflessioni del campione, è: tra i momenti necessari per arrivare ad essere un assistente sociale libero professionista e le tappe fondamentali del processo di aiuto. Riflettendo su questo concetto si può notare come tutte le fasi (raccolta dati, analisi, valutazione, ipotesi progettuale, realizzazione progetto, verifica, valutazione e conclusione) si riflettano sul percorso progettuale necessario per realizzare un’impresa sociale e produrre un determinato prodotto sociale, promuovendolo nel mercato.

photo by Gabriele Doppiu

Aree di azione nel welfare locale

Per individuare le aree di azione nella specificità del territorio sardo si è analizzato il quadro della situazione attuale, sulla base del regime dell’esercizio professionale (forma pura o impura), ma anche sulla forma singola o associata, evidenziando come la libera professione sia presente nelle diverse aree:
del segretariato sociale,
della consulenza (mediazione familiare e penale, supervisione professionale e organizzativa, progettazione dei servizi, accreditamento e percorso valutazione-qualità, consulenza sociale e selezione del personale),
della comunicazione (giornalismo, fotografia sociale e consulenza comunicativa),
della formazione (formazione professionale e docenza)
e dell’area giuridica (cariche di giudice onorario e consulente tecnico).
L’attività del segretariato sociale è svolta trasversalmente da tutti e 9 gli assistenti sociali rientranti nel campione della ricerca. È un’area che interessa sia gli assistenti sociali che lavorano nella forma pura (singola o associata) sia coloro che lavorano nella forma impura (nel pubblico o nel privato).
Spostandoci nell’area consulenziale emerge come gli assistenti sociali libero professionisti puri si occupino maggiormente di fare mediazione familiare, supervisione professionale e supervisione organizzativa, accreditamento e percorsi di valutazione qualità, nonché consulenza sociale e selezione del personale; rispetto agli assistenti sociali liberi professionista nella forma impura, che si occupano in maniera prevalente solo della progettazione dei servizi e della consulenza sociale.
Questo rappresenta un dato importante, infatti, malgrado molti assistenti sociali libero professionisti impuri abbiamo il titolo di mediatore familiare non esercitano in tale veste. Molti di loro vorrebbero farlo in un prossimo futuro in una visione progettualistica, ma per il momento rimangono di fatto “dipendenti” con una partita IVA, senza un proprio personale progetto di impresa sociale.
Per quanto riguarda l’area comunicativa di azione di un libero professionista, dalla ricerca si è potuto rilevare come essa sia un ambito poco sondato. Il giornalismo sociale è stato praticato solamente da un’assistente sociale che, ha scritto due articoli. Gli argomenti inerenti gli articoli sono legati al progetto di tesi specialistica dell’intervistata riguardante la partecipazione al PLUS quale strumento di programmazione a livello locale. Occorre inoltre precisare che l’assistente sociale autrice degli articoli non è stata pagata per le pubblicazioni poiché sono riviste scritte in termini “volontaristici” dagli operatori che “parlano a loro stessi” e rappresentano degli spazi di riflessione e dei momenti di condivisione professionale. Il giornalismo sociale in senso puro è un’area di azione ancora poco sviluppata ma in cui l’assistente sociale può investire il proprio saper fare.
Nella ricerca è possibile notare come la fotografia sociale e la consulenza comunicativa siano due ambiti in cui l’intervento degli assistenti sociali del campione della ricerca è completamente assente. Come affermato anche nella parte teorica sono delle aree in fase di crescita (soprattutto quello della fotografia sociale) che potrebbero rappresentare in un futuro neanche troppo lontano degli spaccati in cui poter investire nella libera professione.
Proseguendo nell’analisi dei dati della ricerca, relativi alle aree di azione, per quanto concerne l’area formativa è possibile evidenziare come la formazione professionale e la docenza universitaria vengano svolte solamente da due assistenti sociali all’interno del campione.
Emerge inoltre come non ci sia nessun collega che svolga il ruolo di docente nelle scuole medie superiori. L’area della formazione vede una scarsa presenza degli assistenti sociali ma nonostante ciò può rappresentare comunque un importante ambito di sviluppo per la professione dell’assistente sociale.
Infine per quanto riguarda l’area giuridica è emerso come all’interno del campione selezionato nessun assistente sociale avesse la carica di giudice onorario o quella di consulente tecnico. Si ha una completa assenza in questo settore, nel territorio sardo, della figura dell’assistente sociale. In generale queste non sono delle aree con una forte presenza di assistenti sociali, nonostante la professione presenti tutte “le carte in regola” per poter assumere questi incarichi. Sicuramente occorre avere una grande esperienza e formazione per poter diventare sia giudice onorario che consulente tecnico e per riuscire a lavorare in queste aree è necessaria una progettazione precisa sul da farsi. Comunque l’area giuridica può essere vista come un settore su cui investire per coloro che intendono svolgere la libera professione in questi termini.

La libera professione come sfida e risorsa

photo by Gabriele Doppiu

 

Dalla ricerca è emersa la consapevolezza di scarse risorse e dell’importanza di una necessaria concertazione degli interventi tra pubblico e privato. L’immagine è quella di una situazione difficile che vede quasi azzerata la presenza della libera professione e che vede lo sviluppo della stessa in salita.
Oggi i fattori sociologici che favoriscono la libera professione sono essenzialmente due: la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione dei servizi alla persona. Ma la libera professione non può essere confusa con il lavoro flessibile, quindi con la flessibilità e la precarizzazione del lavoro presente nel contesto attuale perché è molto di più.
Gli intervistati concordano nell’asserire che la libera professione è un fenomeno che si dovrebbe e potrebbe sviluppare perché, quello che può fare un libero professionista è: riprendere in mano il lavoro sociale e farsi promotore di cambiamento e attivatore di risorse in un momento storico in cui, la sua funzione si sta “snaturando” nel lavoro dipendente, a favore di logiche burocratiche e meramente amministrative (questo accade soprattutto nelle piccole amministrazioni in cui l’organico non permette una corretta suddivisione dei compiti) che vedono spesso, l’assistente sociale solo come un erogatore di prestazioni standardizzate.
Dalla ricerca è emerso come gli assistenti sociali dipendenti di un ente locale siano – non per loro volere ma per una logica di sistema “mal organizzata” – oberati di lavoro, ridotti a lavorare nella continua emergenza con una progettualità alle volte davvero minima, svolgendo prevalentemente compiti burocratici da amministrativi in una carenza di risorse che poco ha a che fare con la garanzia dello “stato del benessere”. Qui emerge la libertà di azione che possiede un assistente sociale libera professionista (come la dicitura stessa ci suggerisce) rispetto ad un assistente sociale dipendente che si ritrova “incastrato” nelle dinamiche amministrative e burocratiche dell’istituzione di cui è dipendente.
In questi termini la libera professione è sempre una scelta, una scelta di libertà, una scelta di non voler essere un burocrate e avere una maggiore autonomia sullo sviluppo del proprio lavoro sociale.
In base alla lettura dei trend del welfare attuale e alla luce di quanto detto finora la libera professione si rivela quindi quasi necessaria nel lavoro di mercato. Tuttavia malgrado la situazione, la presenza degli assistenti sociali libero professionisti è davvero esigua sia a livello nazionale che a livello regionale.
Dalla ricerca sociale effettuata si è potuto rilevare un aspetto molto importante riconducibile alla sfera dell’identità professionale dell’assistente sociale. Infatti tutti gli intervistati concordano nel ritenere che sia necessaria una forte identità professionale per potersi poi identificare e riconoscersi come liberi professionisti nel mercato sociale in cui si intende andare ad operare.
Emerge una forte necessità comunitaria di sentirsi professionisti, di comunicarsi come tali e di essere riconosciuti nel mercato sociale. Una riflessione che ha accompagnato tutte le interviste è stata appunto questa: partire da se stessi e dalla comunità professionale creando un’identità forte in grado di mandare un messaggio importante, perché se neanche il singolo assistente sociale in quanto libero professionista si riconosce tale, com’è possibile che il riconoscimento provenga dall’esterno? Occorre avere una piena consapevolezza del proprio ruolo, di ciò che si è e si può fare, arrivando in questo modo a ricevere il giusto riconoscimento nel mondo pubblico e privato.
La libera professione è una modalità per attribuire il giusto valore al lavoro sociale, ma la si vede anche come una risorsa in grado di offrire un lavoro maggiormente qualitativo se ci fossero anche più colleghi nel territorio con i quali condividere e dividere il lavoro che si intende prestare all’interno del mercato sociale.
Gli assistenti sociali presenti all’interno del campione vorrebbero che la libera professione si sviluppasse nel territorio anche per avere dei punti di riferimento con cui confrontarsi e creare dei momenti di incontro utili per tutta la comunità professionale, andando a creare e/o aumentare il senso di appartenenza e il senso di identità che purtroppo alle volte tende ad essere debole.
È necessario mettere in atto delle azioni che “aprano la mente” e facciano intravedere orizzonti differenti all’interno dei quali il lavoro sociale si può inserire sotto nuove vesti (quelle imprenditoriali). Emerge il desiderio di vedere approfondito l’argomento anche all’interno dell’ambiente formativo universitario in cui attualmente si parla pochissimo di libera professione, mentre dovrebbe essere presentato, già all’interno del contesto accademico, come una reale prospettiva lavorativa, in un momento di crisi come quello attuale, in cui il settore pubblico sta riducendo in maniera drastica le possibilità di assunzioni.
I professionisti intervistati credono che la libera professione possa essere una risorsa in grado di “scrollare” di dosso agli assistenti sociali gli stigmi pregiudizievoli di chi ormai viene visto solo come un “ladro” di bambini, o come colui che eroga il contributo economico per sopperire al pagamento della bolletta della luce. Può diventare la modalità attraverso cui far passare il messaggio che si è veramente professionisti dell’aiuto.
In conclusione la libera professione potrebbe rappresentare una risorsa per gli stessi assistenti sociali, “riavvalorando” la professione e aprendo le porte della ricerca di nuove prospettive per il lavoro sociale, spingendo i professionisti a comprendere appieno il proprio ruolo e ad approfondire le modalità attuali e quelle future di esercizio della professione all’interno di un sistema di welfare sempre più in crisi.

 

n.b. Una ulteriore rielaborazione del lavoro di ricerca, effettuato da Maria Dalila Uras,  e sua sintesi trasmissimbile è l’ ‘articolo “L’assistente sociale libero professionista: la nuova prospettiva del lavoro sociale nella crisi del welfare” nella Rubrica del Centro Studi Iris Socialia. Notiziario S.U.N.A.S. (Sindacato Unitario Nazionale Assistenti Sociali). Anno XXV, Numero 22, Giugno-luglio 2016.

MI PIACE , CONDIVIDERE !

Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di “condivisione”.

“CONDIVIDERE” : verbo transitivo (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri (il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli) ma anche, avere in comune con altri (condividere l’appartamento) più spesso figurativo (condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per il mare). Nel  participio passato “condiviso con valore verbale o di aggettivo (è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi) rimanda a concetti che incontrano un  largo consenso.

Quanto è attuale questa parola? Quanto ci sono chiari i suoi significati?

Già “significati”, plurale!

Perché di fatto, oltre alla definizione citata del vocabolario, c’è  molto di più !

 “Condividere” è infatti una parola ambivalente: tanto antica quanto moderna, tanto semplice quanto complessa e parecchio “misteriosa”. Pare che derivi dal latino, ma a parte ciò, di fatto la sua etimologia non è poi così certa. E’ un termine infatti che, a seconda di come se ne interpreta l’etimo, può assumere significato sia gruppale che estremamente individuale.

Assumendo l’interpretazione secondo cui sarebbe l’unione  di “con” e “divisione”,  quella più nota nell’uso comune,  rimanderebbe al concetto di  spartizione,  alla divisione e/o alla distribuzione di  risorse. Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, sarebbe l’unione di “con”, “di” “videre”:  “videre”  il latino del verbo “vedere”. Rimanderebbe quindi “condivisione” ad un “guardare insieme ma separati” .

Niente di più attuale e rispondente alla realtà dei “social”!

Ad oggi “condividere”, con l’avvento dei social è diventato infatti qualcosa di molto differente rispetto al concetto storicamente conosciuto.

Chi conosce il mondo di facebook,  e dei social in genere,  sa che esistono 3 interazioni principali  che ciascuno può fare per dare modo all’altro, lontano o vicino che sia,  ma comunque non presente e al di là dello schermo di sapere che ha preso atto, letto, provato delle emozioni, costruito una opinione a fronte di una sua comunicazione virtuale .

Queste 3 interazioni sono conosciutissime grazie a  Facebook, ma presenti anche in altri social  – che poi su altri social si traducano con altre azioni, peraltro esattamente simili nei contenuti, fa poco la differenza –  :

·         Cliccare “mi piace”: la più immediata e  meno impegnativa delle 3;

·         Commentare: considerata un passo in avanti verso l’interazione, questa azione se non altro dovrebbe implicare   uno sforzo cognitivo maggiore, solitamente più rilevante rispetto al semplice gradimento;

·         Condividere: cliccando “condividi” le persone possono dimostrare di aver apprezzato il contenuto postato, talmente tanto da volerlo mostrare anche alla propria cerchia di conoscenze e amicizie, ma possono anche condividerlo per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post non piaccia, commentandolo e evidenziandone gli errori, esprimendo la propria posizione avversa.

Uno degli obiettivi principali dei social network in fondo,  in origine, parrebbe essere stato proprio riunire comunità virtuali, fisicamente distanti, in spazi accessibili in cui avrebbero potuto interagire, socializzare.  Il  coinvolgimento dei cosiddetti “target”, pertanto, e la predisposizione di sempre nuove modalità di  interazione – adesso oltre al  “mi piace” è possibile inserire faccine che diano qualità alla reazione emotiva (rappresentano rabbia, affetto, divertimento, stupore, tristezza) ha l’obiettivo di far si che le persone si esprimano in merito a quanto condiviso sui social, con lo scopo di facilitare l’espressione comunicativa fornendo quello che in comunicazione è chiamato il feedback. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così e che essere abituati a condividere sui social, significhi poi, al di là del virtuale, saper condividere nel senso più ampio del termine?

Purtroppo alcuni fenomeni come il ritiro sociale degli Hikikomori (“Dal piacere 2.0. agli Hikikomori: se la dopamina è social” di  A.P. Lacatena in Animazione sociale n. 298 pp. 104-108) dimostrano che il passaggio tra condivisione virtuale e reale non è  poi così lineare ed incontra, negli stessi strumenti comunicativi offerti dai social, pericolose trappole che attivano patologie di addiction e un ritiro sociale. L’esatto contrario di ciò che la condivisione reale presuppone.

Il fenomeno esiste ormai da tempo, ma se ne parla proprio da poco,  e non riguarda solo “i più giovani”; risulta essere così rilevante tanto che già nel 1995 Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel DSM la sindrome del Internet Addiction Disorder .

  Il “piacere di piacere” sempre agli altri , l’attesa dei “mi piace” , dei commenti e delle condivisioni rischia di diventare, per chi inizia a soffrire di tali patologie il solo fine esistenziale. Queste forme di dipendenza – dalle analisi effettuate  sulle esperienze degli utenti – risponderebbero infatti a gran parte dei bisogni presenti nella  famosa  piramide  dei 5 bisogni di Maslow (1954) , fatti salvi i  bisogni fisiologici.

 

Per capirci, studi scientifici hanno dimostrato che un “mi piace”,  sotto la foto postata pochi secondi prima, comporterebbe al pari di ciò che causa dell’assunzione sostanze stupefacenti ed esperienze fortemente impattanti sull’area ventrale tegumentale del nostro cervello (come il sesso),  una significativa scarica di dopamina nel nostro corpo.

Condividere emozioni negative, difficoltà e disagi è quindi una sorta di tabù…anche sui social  come nella vita reale! Il problema è che quando si vivono difficoltà molto intime come una dipendenza, un lutto, la cura di un familiare gravemente malato o l’essere diversi dagli altri isola già nel mondo reale i Social non ci aiutano a chiedere aiuto nè a conciliare ciò che siamo con ciò che è SocialMente accettabile condividere on-line!

Nel caso degli Hikikomori  con  il tempo e l’aggravarsi della dipendenza saranno  proprio i bisogni fisiologici a dare l’allarme e a far emergere la necessità di una, lunga e non semplice, cura e riabilitazione .

Gino Mazzoli già in un articolo presente nella rivista Animazione Sociale nel 2014 sostiene che “Forum, blog e social network creano una realtà nuova, molto interessante, ma per ora selettiva sul piano dell’utenza e comunque incorporea, non legata alla condivisione del medesimo territorio: in queste condizioni il piatto piange rispetto ai processi di costruzione della fiducia necessaria per intervenire nei contesti concreti.”

Tornando al  tema della condivisione, cosa offre la “vita reale” ?

Occorre che come operatori sociali, genitori, figli ci domandiamo quali sono realmente  le offerte presenti nei servizi, nei progetti privati, che garantiscano alle persone la risposta ai bisogni di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

“Il sociale va “ sostiene quindi Mazzoli “riallestito, nel senso che serve un investimento intenzionale, perché la società civile lasciata al libero mercato delle sue interazioni in questa fase non sembra in grado di secernere solidarietà, se non, come si è detto in forma perimetrata. Per concretizzare questa indicazione generale occorre saper vedere e valorizzare l’intelligenza che è al lavoro oltre il singolo, ma anche oltre il gruppo; che si produce attraverso processi non intenzionali; che crea una zona di comunicazione oltre i confini delle culture, delle organizzazioni, delle nazioni. Favorire la crescita di questa intelligenza collettiva, anti-ideologica e accomunante mi sembra il compito principale del nostro tempo.”

Condividere nella vita reale non è semplice, almeno non per tutti, e  a maggior ragione quando si tratta di condividere con gli altri degli aspetti personali, sto pensando a condivisioni in cui bisogna   mettere in gioco e portare alla luce, ancor più che le idee  le sensazioni, le emozioni, il “sentire”.

E’ però anche vero che  far fronte ad una situazione personale, di cambiamento o di difficoltà, da soli è molto complicato, anche con il sostegno delle proprie reti di sopporto mentre è totalmente differente affrontare le difficoltà con il supporto di un  gruppo, inteso come spazio di incontro e confronto con altre persone che condividono una situazione simile.

Il gruppo  infatti non è solo riconducibile alla semplice somma delle sue parti, l’atto dell’entrare nel gruppo è una scelta di coinvolgimento attivo, un’opportunità unica nel suo genere e di crescita che  equivale a superare la soglia della propria casa per entrare in uno spazio comune, co-costruito e condiviso. Entrare in un gruppo significa varcare un confine fisico, temporale e psicologico, quello tra me e l’altro, ed entrare in uno spazio plurale caratterizzato dal sostegno reciproco e da relazioni d’aiuto.

Il gruppo è un attore fondamentale dell’approccio di comunità  del Servizio Sociale, una risorsa per il cambiamento  individuale e delle comunità , uno strumento che permette di acquisire ed esercitare un potere collettivo (questo si, che si moltiplica per il numero dei suoi membri) ma anche una palestra relazionale che permette di creare rinforzare e mantenere relazioni anche conflittuali, offrendo protezione e sostegno attraverso il ruolo del facilitatore. Insomma una valida risposta ai bisogni individuali di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

Come assistenti sociali siamo cresciute, professionalmente e culturalmente, nella convinzione che sia proprio la “condivisione reale” e, l’opportunità di poter sperimentare tale esperienza relazionale,  nel  gruppo lo strumento che ci permette di offrire quel “qualcosa di più “ alle persone ed alle comunità.

Siamo certe che attraverso interventi di gruppo e in gruppo nelle comunità si possa rivedere e  rivoluzionare, guardando al passato come infondo poi accade in tutte le rivoluzioni, il nostro ruolo di assistenti sociali  in una logica di COMMUNITY CARE.

Creare comunità curanti, richiede del tempo e dei passaggi obbligati, capacità negativa – quella che  permette agli operatori sociali di non imporre il cambiamento ma esserci nel qui ed ora sapendo stare nell’attesa che i gruppi siano pronti ad attraversare, con i propri tempi e modi,  le fasi trasformative che dovranno affrontare- con  la volontà di “sporcarsi le mani” ed attivando percorsi che vadano oltre il dualismo domanda risposta cercando spazi che possano essere “piattaforme abilitanti”, spazi di creatività aperti indeterminati e da co- progettare.

Sempre Gino Mazzoli nell’articolo precedentemente citato sostiene che “l’operatore sociale […] non può porsi come deus ex machina, ma come accompagnatore di un contesto che ha una propria energia endogena. Accompagnare non significa essere un cortese compagno di viaggio, ma, ad esempio, proporre ipotesi e piste di lavoro, sostenere, riformulare, fare memoria, valorizzare le persone[…] In sostanza si tratta di facilitare il funzionamento dell’intelligenza collettiva che, essendo inconsapevole di sé, ha bisogno di qualcuno che “le faccia da sponda” e valorizzi ciò che sta generandosi, ma che, in assenza di questo sguardo facilitante, si avviterebbe intorno a dinamiche locali totalmente ignare del valore delle acquisizioni conoscitive costruite e dei manufatti sociali realizzati” .

E dal momento che nel vocabolario CONDIVIDERE è anche “avere unitamente ad altri, con piena partecipazione”, abbiamo scelto di realizzare i nostri progetti in spazi come questi piuttosto che cercare una nostra sede fissa , una forma complicata, impegnativa ma sorprendente di condivisione, in cui noi però crediamo fortemente.

Insomma se non fosse chiaro a noi piace “condividere” e a voi ?

Questo Settembre condivideremo tanto sia virtualmente, sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook, ma anche concretamente alla Festa della Casa del Quartiere di San Salvario il 23 Settembre  p.v.,  per presentare tutti nostri progetti ed i  PERCORSI IN GRUPPO !

Ci siete?

Vi piace ?

Ci condividete ?

Benessere e felicità non sono sinonimi Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale

Questo articolo ci è stato donato, in occasione del nostro primo “complimese”  dal collega Ugo Albano : assistente sociale specialista, pubblicista e giornalista e clown!

“Maschio, sudista, giocherellone, pigro,godereccio, amante della buona compagnia” così si descrive colui che per primo ha voluto rispondere alla nostra chiamata e scrivere di servizio sociale, benessere, generatività…e felicità! 

Per conoscere meglio Ugo e le sue offerte cliccate qui:   Ugo Albano . 

BENESSERE E FELICITA’ NON SONO SINONIMI

Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale

Se è vero che il servizio sociale persegue, come fine ultimo, il benessere dell’essere umano, non è per nulla detto che quest’ultimo, raggiunto il benessere stesso, si senta felice; anzi, se non c’è percezione di felicità, è lo stesso benessere a diventare relativo ed è quindi buona norma che l’assistente sociale italiano inizi a dare più senso al suo lavoro connettendo sempre di più l’azione non al benessere in sè, ma alla ricerca della felicità. La stessa relazione tra qualità prestata e qualità percepita, su cui di recente molto si parla nel campo dei servizi alla persona, ruota proprio attorno al rapporto tra benessere e felicità. Il benessere, infatti, può solo essere prodotto, mentre la felicità può solo essere percepita.

 

Che il benessere produca felicità, invece, è un paradigma della società moderna, esistita in Italia più che altro dal dopoguerra fino agli anni ’80 circa, in cui con la presenza di un reddito (e se questo mancava, o era insufficiente, il welfare “compensava”) bastava a “far star bene”. Il  passaggio alla società postmoderna rappresenta il superamento del trinomio “reddito-benessere-felicità” ed evidenzia il paradosso della non corrispondenza tra benessere e felicità, sia perchè si assiste ad una distribuzione delle risorse nel nostro Paese, sia perchè si registra una diversificazione della percezione stessa del proprio essere felici.

 

In conseguenza a tutto questo discorso, credo che  per ogni assistente sociale sia cosa buona percepirsi in una situazione di “trapasso” tra il paradigma della modernità e quello della postmodernità, cioè tra situazioni di carenza reddituale da supportare e situazioni che comunque non funzionano, seppure in presenza di reddito. Il problema rifugge pertanto da una prassi di semplice “fare”, che può amplificare il paradosso (insistere per esempio con l’assistenza economica su persone incapaci di gestirsi), per aggredire un nuovo modo pensarsi in riferimento ai nuovi fenomeni sociali; si tratta di abbandonare nell’ambito del servizio sociale il vecchio concetto di benessere, connesso al reddito o alla limitazione di una malattia, per passare ad un nuovo paradigma operativo di “accompagnamento alla felicità”, il che richiede un canale dialogico col soggetto e non (solo) una mera “dazione”. Il “paradosso postmoderno” riporta   il servizio sociale stesso alle origini della sua identità: esso ritorna a definirsi tramite la relazione per l’autosviluppo della persona e non tramite le prestazioni per una (supposta) assenza di risorsa.

 

Che non esista un rapporto di diretta correlazione tra reddito e la felicità stessa, ciò ci deriva dal fatto se consideriamo la variabilità geografica stessa di tale rapporto. A capire ciò ci aiuta uno studio pubblicato sul “Journal of  happiness Studies” dell’Università Erasmus in cui si illustrano i gradi di percezione della felicità da parte delle diverse popolazioni del mondo in rapporto al reddito. Colpisce, per esempio, che paesi poveri, come Nigeria, Vietnam,  Messico e Filippine, esprimano alti livelli di felicità percepita come le ricche Olanda, Svizzera, Svezia e Gran Bretagna. Esiste in generale una predominanza del mondo latino-americano in fatto di felicità, anche in situazioni di estrema povertà, come in Portorico e in Colombia, le cui popolazioni sono immerse in contesti normativi e culturali che spingono ad enfatizzare  gli aspetti positivi dell’esistenza. All’opposto Paesi relativamente  ricchi, come il Giappone, la Cina o la Corea del Sud, da anni interessati da un forte boom economico, tendono a subordinare le “felicità individuali” alle esigenze dei sistemi, statali o aziendali che siano, non ponendosi il problema stesso, con tutto quello che ne può conseguire.

 

Il nostro Paese, invece, pur compreso nel gruppo dei “redditi alti”, sebbene sorretto da un sistema democratico deputato alla soddisfazione di ognuno, registra il più basso livello di felicità. Semplicemente detto: anche se l’Italia presenta una stabilità reddituale consistente al pari di altri Paesi ricchi, anche se le condizioni politiche garantiscono la persona e la sua piena autodeterminazione, la sua popolazione non si sente felice. Ciò dovrebbe far riflettere ogni assistente sociale.

 

Eppure, riferisce uno studio effettuato da due studiosi (Ed Biswas-Diener e suo figlio Robert) delle università rispettivamente dell’Illinois e dell’Oregon, la felicità in ambito planetario tende a perdere la tendenza alla differenziazione geografica, e quindi culturale, e ad avere una base comune nel genere umano: è come se il cervello stesso fosse pre-programmato per anelare alla felicità.

Se pertanto esistono differenze di atteggiamento tra i diversi popoli, come detto, esistono anche elementi “trasversali”  validi a tutti per “autocostruirsi” la felicità.  A ciò ci ha pensato uno studioso statunitense, tale Martin Seligman, il quale ha ricercato la “ricetta comune”, estremamente utile specialmente per i professionisti dell’aiuto di ogni latitudine. Secondo costui la felicità richiede non solo la soddisfazione dei beni di base, ma anche e specialmente un atteggiamento di ricerca da parte di ognuno di questa felicità, nel senso che la felicità stessa tende ad essere sempre di più un obiettivo in divenire e mai statico, una prospettiva e non uno status. Importanti, secondo Seligman, sono la ricerca di un piacere “misurato”, la capacità di relazione con la propria famiglia, l’esercizio dei sentimenti, la passione sia per il proprio lavoro che per il tempo libero ed infine il bisogno di dare senso al quotidiano.

 

Il servizio sociale quindi, in questa società postmoderna e tendente ad una percezione “globalizzata” della felicità, vista anche la forte mobilità sociale, richiede una propria ridefinizione di senso, sia per recuperare un proprio ruolo autonomo dalla semplice funzionalità all’organizzazione, sia per essere davvero più efficace. Insistere sul vecchio modello caritativo-redistributivo-suppletivo significa non solo essere anacronistici, ma sparire dal mercato. Il bisogno nuovo (e vecchio, mi viene da dire) è quindi l’accompagnamento relazionale, la consulenza, non la prestazione o lo “sportello”. Si tratta, in fin dei conti, di trasformare il senso stesso della professione da una “gestione del benessere” ad un “accompagnamento verso la felicita”, in cui il “dare” diventa davvero cosa relativa.

Ugo Albano