CREARE, IMMAGINARE, INNOVARE. UNA DISPOSIZIONE DELLA MENTE

Questa volta siamo davvero all’ultimo contributo del mese sul tema dell’innovazione, parola d’onore!!

Ospite del nostro blog è Riccarda Viglino insegnante, formatrice (e … mamma di Giulia) che già in tempi non sospetti ci ha già donato il suo personale contributo su un altro tema importantissimo : la Felicità !

Per conoscere meglio Riccarda e il suo blog sui temi dell’apprendimento cooperativo cliccate qui :  Riccarda Viglino …mentre per capire perchè Riccarda sostiene che “oggi più che mai abbiamo bisogno di creatività ed innovazione” e  quindi perchè dovremmo permettere ai nostri bambini di sviluppare, attivare ed  abituarsi a lasciare la mente libera di creare , immaginare ed innovare dedicatevi alla lettura del suo importante contributo!

Grazie a Riccarda e …buona lettura !


Il futuro non è un luogo dove andiamo, ma un luogo che creiamo. Le strade non devono essere trovate, ma costruite e l’attività di costruirle cambia sia il costruttore che la destinazione.

(John Schaar politologo)

 

CREARE, IMMAGINARE, INNOVARE. UNA DISPOSIZIONE DELLA MENTE

Quante volte ci è capitato di sentire la frase “Non sono creativo, sono fatto così” quasi che le capacità creative abbiano origine genetiche, risiedano nei nostri geni e cromosomi. Per fortuna non è così. Tutti gli esseri umani infatti possiedono la capacità di generare idee, prodotti, tecniche, soluzioni, originali ed intelligenti se questa capacità viene stimolata e sviluppata così da trasformarsi in disposizione della mente.

Nei paesi anglosassoni li definiscono “Habits of Mind”, gli abiti della mente. Comunemente in italiano si parla di atteggiamenti, altri li traducono con disposizioni della mente. Non sono abilità ma modalità con le quali si agisce, si utilizzano le conoscenze, si dà senso alle proprie attività. Gli atteggiamenti sono il modo con il quale si dà “sapore” e “colore” alle azioni, ci permettono di distinguere il livello di qualità delle azioni stesse,

“[Le disposizioni] sono abitudini della mente, inclinazioni, tendenze e caratterizzazioni. Diversamente dalle abilità, non sono mai pienamente possedute, ma piuttosto sono atteggiamenti che sembrano caratterizzare la volontà dell’essere umano: avere un atteggiamento a interrogarsi, a perseverare quando una risposta non è immediatamente conosciuta, ed essere disponibili a cambiare la propria mente alla luce di una nuova informazione” (Costa & Liebmann, 1997, p. 2).

Costa e Kallick (2007) ne individuano 16:

  1. Persistere
  2. Gestire l’impulsività
  3. Ascoltare con comprensione ed empatia
  4. Pensare flessibilmente
  5. Pensare sul pensare (metacognizione)
  6. Impegnarsi per l’accuratezza
  7. Porre domande e problemi
  8. Applicare la conoscenza già posseduta a nuove situazioni
  9. Comunicare con chiarezza e precisione
  10. Raccogliere informazioni attraverso tutti i sensi
  11. Creare, immaginare, innovare
  12. Rispondere con meraviglia e stupore
  13. Assumersi rischi responsabili
  14. Provare un senso di umorismo
  15. Pensare in modo interdipendente
  16. Rimanere aperti a un apprendimento continuo

Tra queste al punto 11 dell’elenco troviamo: Creare, immaginare, innovare.

Le persone innovative hanno visioni, immaginano, prefigurano; non aspettano ma anticipano. Il pensatore creativo non si scoraggia ma persevera, si spinge oltre i limiti delle proprie conoscenze ed abilità, genera e mantiene standard di qualità elevati, inventa nuovi modi di vedere una situazione esaminando possibilità alternative da molte angolature, è capace di cambiare prospettiva. Si tratta di persone aperte e disponibili a giudizi critici, che esplicitano le loro idee ed espongono i propri prodotti perché altri li giudichino, che cercano feedback nello sforzo crescente di migliorare.

Chi sa creare, immaginare ed innovare spesso possiede e coltiva altre disposizioni della mente. Le persone creative innovano assumendosi rischi, andando oltre i limiti stabiliti, accettano la confusione e l’incertezza, anzi ne sono stimolati. Considerano gli ostacoli come opportunità sfidanti e stimolanti, in grado di produrre sviluppo.

Utilizzano la metacognizione, sanno pensare sul pensare. Sanno predisporre un piano d’azione, riflettere su di esso, valutarlo e modificarlo; predispongono strategie per ricercare o produrre le informazioni necessarie.

Si pongono e pongono domande, individuano problemi. Sanno come fare domande per colmare il vuoto tra ciò che conoscono e ciò che non conoscono, riconoscono fenomeni e discrepanze presenti nel loro ambiente, indagano sulle cause che li determinano.

Sanno applicare la conoscenza pregressa a nuove situazioni richiamando il loro archivio di conoscenze ed esperienze e le utilizzano per affrontare nuove sfide poiché sono capaci di rielaborarle ed organizzarle.

Pensano in modo flessibile, sanno accostarsi ad un problema da una nuova angolatura, utilizzando un nuovo approccio, sono capaci di “pensiero laterale”. Hanno fiducia nelle loro intuizioni, considerano pensieri e punti di vista alternativi, non temono la diversità.

Si impegnano ad apprendere in modo continuo, cercano di fare progressi, crescere, apprendere, modificare se stessi. Sono fiduciosi e curiosi, sanno di non sapere e non hanno paura di scoprirlo, colgono nell’apprendimento la bellezza della scoperta.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di creatività ed innovazione, abbiamo bisogno di persone che sappiano non tanto produrre nuovi oggetti o nuove app di per sè innovativi ma che si riferiscono ad un mondo ed a un modello di sviluppo vecchi e lacunosi, ma sappiano piuttosto immaginare il futuro ed anticiparlo, che non siano spaventate dalla complessità e dall’eterogeneità ma sappiano cogliere la bellezza della sfida. Il nostro mondo esige soluzioni e risposte tutte da costruire.  I tempi bui sono incubatrici del nuovo, sta a noi contribuire a questa nascita e determinare la qualità e la bellezza di ciò che faremo nascere. In sostanza il mondo che lasceremo ai nostri figli.

INNOVAZIONE

Ci sono temi che sono impegnativi e complicati da affrontare ed altri , non meno complessi, che smuovono e solleticano l’interesse di chi ci segue e ci supporta più facilmente!

Sono temi che, proprio  grazie ai contributi che ci vengono regalati, possono essere esplorati da punti di vista inediti,  creativi ed inconsueti ed aprire veri  e propri spazi di riflessione e confronto!

E’ il caso della riflessione che ci ha inviato , su nostro invito, Reginaldo Palermo, nel quinto ( ma non ultimo!!!) contributo del mese sul tema della innovazione !

Reginaldo Palermo è stato maestro elementare e direttore didattico,  è vicedirettore della testata on line www.tecnicadellascuola.it e si occupa da anni di problemi di politica scolastica e di pedagogia.

Che cos’è l’innovazione in natura ? Quante e quali sono le opportunità di cambiamento e rinnovamento che gli altri sistemi di vita presenti sulla terra hanno attivato, finora, per adattarsi e modificarsi con il cambiare delle proprie condizioni di vita ? Forse l’innovazione non è sempre qualcosa di …nuovo!

Ringraziamo  Reginaldo per il tuo contributo …e vi invitiamo a leggerlo con occhi nuovi e dirci cosa ne pensate!


INNOVAZIONE

Essendomi stata chiesta una riflessione sul tema dell’innovazione sono andato subito a ricercare la parola nel dizionario Treccani e ho trovato la definizione più ovvia e conosciuta: “l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione”.

Ma ho scoperto anche una accezione molto tecnica del termine che non conoscevo:  in botanica, si intende innovazione un giovane ramo di muschi e di altre piante inferiori; in altre piante superiori l’innovazione è il germoglio.
E cos’è un germoglio se non qualcosa da cui ha origine nuova vita?

Incominciamo quindi a mettere un primo punto fermo: possiamo parlare di innovazione quando ci troviamo di fronte a fatti/eventi che promuovono la vita e l’evoluzione.
Insomma, potremmo dire che non ogni cambiamento è innovazione.
L’innovazione, per essere davvero tale, deve essere significativa e deve indurre “programmi” duraturi ed estesi.
Molto spesso, invece, usiamo l’aggettivo “innovativo” per riferirci a cambiamenti e “novità” limitate che vanno a vantaggio di pochi gruppi o poche categorie di persone o che, addirittura, hanno “effetti collaterali” poco desiderabili.
Facciamo un esempio.
Negli ultimi due-tre decenni l’uso di attrezzature ultraleggere, tra cui bombole di ossigeno che pesano poco più due chili (Compagnoni e Lacedelli scalarono il K2 con bombole da 20 chili!) ha aperto la strada degli “ottomila” a plotoni di alpinisti: una bella innovazione, si dirà!
Ma forse no, se si pensa che – come si legge nei racconti di molti alpinisti – il Colle Sud dell’Everest, da dove partono le spedizioni per l’attacco finale alla montagna, è ormai diventata una vera e proprio “discarica” a cielo aperto con cumuli incredibili di bombole vuote.
Tanto è vero che Reinhold Messner (e altri con lui) si sono rifiutati per anni di scalare un qualunque ottomila con l’ossigeno.
Allora: sono innovative le bombole ultraleggere o sono innovativi i metodi di allenamento e di preparazione psico-fisica di chi sale senza farsi aiutare dalle bombole?
D’altronde uno dei massimi filosofi di questi ultimi decenni, il francese Edgar Morin, ci ricorda che il vero (e forse l’unico) problema di cui oggi ci dovremmo occupare seriamente ha a che fare con una domanda semplice ma imbarazzante al tempo stesso:  quale mondo vogliamo lasciare alle nuove generazioni?
In una intervista rilasciata qualche tempo fa al Venerdì di Repubblica Morin diceva: “In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato questa illusione”.
E concludeva:  “Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi.

In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L’idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo”.(L’intervista completa è disponibile qui  !)

Ecco, forse, più che inseguire l’innovazione a tutti i costi dovremmo incominciare a pensare alla metamorfosi.

 

 

 

 

ANNO NUOVO , VITA NUOVA … la solita solfa?

Il quarto (ma non ultimo! ) contributo del mese sul tema dell’innovazione è stato scritto da  Silvana Serrano. 

Silvana oltre ad essere una  competente , attenta e validissima Life Coach con la quale abbiamo la fortuna di condividere avventure, gioie e fatiche all’interno della Associazione Italiana Coach Professionisti, è anche dottoressa in Scienze Psicologiche dell’intervento clinico!

Con la stessa capacità di creare un clima rasserenante di accoglienza ed ascolto, autenticità, empatia che la contraddistinguono e  con  il  metodo e le competenze che Silvana attiva per co-costruire assieme alle persone  percorsi di miglioramento ed autosviluppo, ci  descrive nel suo articolo come  partendo dai buoni propositi , possiamo attivare un vero e proprio cambiamento ed innovazione nelle nostre vite  proprio attraverso il …coaching! 

Perchè i cambiamenti positivi possano essere concretamente presenti e declinabili nelle nostre vite quotidiane ci sono  obiettivi da declinare, strategie da attivare ed azioni concrete da compiere …e se vogliamo far sì che i nostri intrecci di pensieri, emozioni, parole e gesti tornino ad essere il nostro abito più comodo , in cui sentirci perfettamente a  nostro agio, dobbiamo solo iniziare ! 

Per conoscere meglio Silvana ed i percorsi di crescita personale e coaching che offre vi consigliamo di dare una occhiata al suo sito e consultare la sua pagina Facebook! 

Buona lettura e …Grazie Silvana!


ANNO NUOVO , VITA NUOVA … la solita solfa?

Ad inizio anno è quasi scontato pensare al cambiamento. Sia perché iniziamo a stilare una lunga lista di buoni propositi che, raramente, porteremo tutti a compimento, sia perché ci tornano in mente i momenti difficili e pesanti dell’anno appena finito che ci spingono a desiderare che le cose si modifichino e infine perché ci rendiamo conto che, nel corso dell’anno, sono avvenuti dei cambiamenti che la vita stessa ci ha imposto.

Magari, ci guardiamo allo specchio e ci rendiamo conto che il nostro viso è cambiato: sembriamo più grandi o, addirittura, vediamo qualche ruga in più o i primi capelli bianchi. Oppure osserviamo il nostro bambino e ci rendiamo conto di quanto sia cresciuto, di quanto sia cambiato. Non parliamo poi se il bambino è diventato adolescente : non è un cambiamento quello, ma una vera rivoluzione!

 Sì, perché … che ci piaccia o meno il cambiamento è inevitabile!

 La materia cambia continuamente, si trasforma, cresce per poi morire.

La biologia c’insegna che ogni 7 anni il nostro organismo rinnova completamente le sue cellule, ad eccezione di quelle del sistema nervoso.  Il nostro corpo cambia e noi possiamo fare poco a riguardo. Anche le condizioni sociali, politiche ed economiche mutano e possono imporci cambiamenti, così come i mutamenti nella nostra vita possono essere conseguenza delle scelte di altri o del destino. Insomma: La vita umana è composta da ritmi e da cicli e non si può prescindere dal mutamento.

Magari non ci piace, addirittura ci fa paura, ma non possiamo evitare che arrivi: o ci adattiamo al cambiamento o rimaniamo indietro. E’ il modo in cui ci relazioniamo alle innovazioni che determina la nostra evoluzione o involuzione.

 Se il cambiamento è inevitabile, la crescita personale, però, è una scelta.

Occorre a mio parere distinguere le innovazioni su cui abbiamo poco o nulla potere, da ciò che può essere un mutamento intenzionale, cioè un’innovazione autodeterminata e durevole dei nostri comportamenti, abitudini, competenze, credenze, stati emotivi e percezioni. In poco parole: scegliere intenzionalmente di evolverci.

Solitamente, l’incipit di un cambiamento è dato da un’ insoddisfazione per uno stato di cose ( una relazione, un nostro comportamento, un lavoro …) che non è come si vuole.

E’ quello che nel coaching umanistico definiamo “la situazione alpha”, iniziale: la persona si trova in una condizione problematica e percepisce la voglia di rivoluzionare poco o tanto la sua esistenza, sente il bisogno di affrontare qualcosa o fuggire da qualcosa, ma non ha ancora un progetto chiaro di ciò che vuole raggiungere e perché.

Questo è un passaggio molto importante per quanto riguarda il desiderio di cambiamento: essendo per lo più stimolato da una situazione problematica, commettiamo l’errore di concentrare le nostre energie mentali e fisiche solo su ciò che si vuole smettere di fare, su dove non si vuole più vivere, lavorare, con chi non si vuole più stare.

Il motivo per cui molti buoni propositi per il nuovo anno non vengono mantenuti è perché spesso non siamo abili a formulare efficacemente i nostri obiettivi che, tanto per iniziare, devono essere formulati sempre in POSITIVO. Solo così iniziamo ad intravedere la direzione che vogliamo far prendere alla nostra vita.  Non basta dire : “Sono logorata dai continui litigi con mio figlio” e, quindi, mettersi l’obbiettivo “Non voglio più litigare con lui”. Occorre chiedersi dettagliatamente “ Dove voglio andare?” e quindi, mettersi un obbiettivo positivo, del tipo “Migliorare la relazione con mio figlio”.

Ma ancora non è sufficiente. Per formulare un obbiettivo efficace, dobbiamo scendere nel dettaglio, renderlo SPECIFICO. Per tornare all’esempio di prima: Cosa vuol dire andare d’accordo, concretamente con questo figlio? E poi ancora, continuare a riflettere per scendere ancora più nel dettaglio della concretezza della vita di tutti i giorni.

Un obbiettivo ben formulato deve anche essere MISURABILE, cioè: come verifico che le strategie che sto mettendo in atto per migliorare la relazione con mio figlio stanno producendo i risultati desiderati? E poi devo chiedermi: “Quanto di quello che mi sono prefissato di fare dipende da me? E’ realistico? O mi sono lasciato prendere da un eccesso di entusiasmo ed è un obiettivo sovradimensionato? Oppure è prevalsa la mia natura pessimista e mi sono messo un obiettivo sottodimensionato?”

Chi a tempo, non aspetti tempo

 Se abbiamo degli obbiettivi, perciò dei cambiamenti da realizzare, dobbiamo poi iniziare subito. Quante volte ci diciamo “lo farò domani” e poi non lo facciamo mai. Pensiamo che “un giorno” raggiungeremo i cambiamenti desiderati, ma il problema è che quel “domani” non arriva mai se non abbiamo la determinazione  di iniziare qualcosa adesso. Ecco perché dobbiamo anche verificare se il nostro obbiettivo è ECOLOGICO, cioè: ciò che mi sono prefissato è compatibile con tutto ciò che io sono? Soddisfa i miei valori fondamentali? Perché lo voglio davvero? Che convinzioni mi servono per farmi essere perseverante nel raggiungerlo? Quali abilità personali potrò usare? Quali abitudini dovrò perdere e con quali potrò sostituirle? Quali ostacoli e quali opportunità potrò incontrare?

Se ti diverti, cresci molto più velocemente

Impariamo ad inserire il divertimento nel raggiungere i nostri obbiettivi più importanti. Questo perché, passato l’entusiasmo iniziale, chi ce lo fa fare di impelagarsi a lungo in strade complesse, senza passione e divertimento?

Divertirsi non significa che l’obbiettivo debba essere divertente. Possiamo avere obbiettivi importanti e tutt’altro che divertenti, ma dobbiamo ricordarci che la vita è troppo breve e, spesso, molto strana, per prenderla troppo sul serio. Il modo per inserire il divertimento per raggiungere gli obbiettivi più importanti, c’è: dobbiamo  solo inventarlo!

Il grande potere dell’immaginazione

Se immaginiamo i benefici e riusciamo ad anticipare la gioia del nostro successo scopriremo in noi quella spinta in più verso il cambiamento. Anche solo per il fatto che ci stiamo avvicinando ad un nostro piccolo successo, aiuta ad evitare sensi di frustrazione e di fallimento.

Un modo originale ed efficace per raggiungere i nostri obbiettivi nel nuovo anno può essere quello di far finta di averli già raggiunti. Già, ma come? Incominciando a camminare, a parlare e ad agire come se noi avessimo già ottenuto i cambiamenti desiderati, pian piano vedremo che quelle cose entreranno a far parte della nostra vita e ci faciliteranno nel raggiungimento della meta.

Forza allora quali cambiamenti? Quali obbiettivi per il nuovo anno?

Prendete carta e penna, perché, last but not least, gli obiettivi devo sempre essere messi per iscritto per dare valore alla nostra meta e prendere un impegno con noi stessi. Inoltre un obiettivo scritto aiuta a focalizzare le attività necessarie a realizzarlo, aiuta a scegliere sia cosa fare, sia cosa non fare.

E se mi venisse paura? E se mi sentissi poco sicuro?

Quando si parla di cambiamento, è facile provare la paura di lasciare qualcosa che comunque si conosce, anche se non ci fa stare bene o non ci piace, per qualcosa di ignoto o di incerto.

Occorre cambiare paradigma, riguardo al cambiamento. Cambiare non significa che dobbiamo buttare alle ortiche tutto quello che abbiamo fatto finora, né che siamo sbagliati e, quindi, dobbiamo annullarci come persona. Cambiare significa evolversi.

Pensiamoci bene:  sicuramente nel corso della nostra vita abbiamo imparato cosa poteva essere bene per noi e cosa no. Se siamo riusciti a far tesoro delle esperienze e ad imparare dagli errori, magari siamo già riusciti a cambiare qualche nostro approccio e strategia. In altre parole: siamo riusciti a crescere, ad evolverci e, quindi, a vivere già dei cambiamenti nella nostra vita. Il punto è che, forse, non ce ne siamo resi conto o non abbiamo saputo sfruttare al meglio questo processo.

Ecco che un buon lavoro di coaching serve a far maturare la coscienza personale, per discernere tra ciò che è da tenere e potenziare, cioè i punti di forza, le potenzialità che, se allenate, diventano poteri in grado di ottenere risultati ed amplificarli, mitigando i nostri punti deboli, affinché non ci possano più far male.

Cambiare significa quindi auto superarsi, alla ricerca della nostra integrità. Non dobbiamo trasformarci in nessun altro, dobbiamo tendere a diventare la miglior versione di noi stessi, sforzandoci di uscire quel tanto che basta dalla nostra zona di confort perché … quello che ci ha portato fino a qui, non ci porterà oltre.

 

Il Servizio IESA dell’ASL TO3

Ed ecco a voi il terzo articolo sul tema dell’innovazione!

L’équipe del del Servizio IESA dell’ ASL TO3 propone a tutti noi alcune riflessioni sull’inserimento Eterofamiliare supportato di Adulti sofferenti di disturbi psichici, ovvero l’offerta di ospitalità nei loro confronti da parte di famiglie di volontari. Un servizio che ha una tradizione molto antica, eppure tutt’oggi portatore di grande innovazione!

Ringraziandoli per il contributo auguriamo a tutti voi di lasciarvi accompagnare nella scoperta delle particolarità di un servizio unico nel suo genere!

Buona lettura!

 

 

L’offerta di ospitalità per persone con disagio psichico da parte di famiglie di volontari ha una tradizione molto antica, eppure è a tutt’oggi portatrice di grande innovazione e foriera di un ribaltamento del paradigma che vede il paziente psichiatrico inserito esclusivamente in luoghi istituzionali. Tale esperienza è attualmente diffusa in diverse aree, ha radici solide in Germania e Francia, e nel Regno Unito è stata al centro di una ristrutturazione del welfare, nell’esperienza di Shared Lives, che ha consentito una notevole riduzione dei costi per la sanità a fronte di una risposta di grande efficacia clinica e sociale, parallela all’implementazione dell’offerta di cura. In Italia questo tipo di intervento nasce a Collegno presso l’attuale ASL TO3 nel dicembre 1997 per opera del Dott. Gianfranco Aluffi, ispirato dal modello tedesco, ed è stato via via diffuso in altre regioni italiane.

Nonostante l’iniziale diffidenza e la necessità sempre attuale di sensibilizzare la popolazione per consolidare la diffusione della cultura dell’accoglienza, in questi 20 anni di attività il Servizio IESA dell’ASL TO3 ha gestito circa 250 progetti di integrazione, arrivando a coinvolgere nel percorso di selezione un migliaio di candidati. Ad oggi, la maggior parte dell’utenza proviene dalla salute mentale, ma da alcuni anni il servizio è aperto anche alle aree della disabilità, delle dipendenze, della neuropsichiatria infantile ed di altri tipi di disagio.

Non si tratta di un’attività improvvisata, di “spontanea accoglienza”, ma di uno strumento terapeutico e riabilitativo che, in linea con le direttive dell’OMS e secondo quanto evidenziato dai risultati delle ricerche scientifiche, valorizza l’ambiente familiare come promotore di salute, con l’obbiettivo primario di un reinserimento nel tessuto sociale della persona in difficoltà. I progetti di convivenza sono adeguatamente strutturati, puntualmente monitorati e supportati da un’équipe di professionisti, che garantiscono inoltre una pronta disponibilità telefonica sulle 24 ore, 7 giorni su 7. Non esistono “famiglie tipo”, né “pazienti tipo”, ma “abbinamenti” creati con cura dagli operatori del Servizio, che cercano di individuare le potenzialità degli ospitanti che possano felicemente rispondere alle necessità dell’ospite, all’interno di progetti individualizzati e costruiti insieme a tutti i protagonisti (ospite, ospitante, curanti). I volontari, siano essi single, coppie, famiglie, famiglie allargate o persone legate da qualunque altra forma di relazione, assimilabili ad un “nucleo abitativo e affettivo”, devono, come requisito primario, avere uno spazio da dedicare all’ospite, una stanza a suo uso esclusivo; inoltre viene richiesto un ambiente relazionale sereno ed accogliente e un po’ di tempo libero. In cambio ricevono un rimborso per le spese di mantenimento e la possibilità di fare un’esperienza arricchente, affettiva e relazionale, con una ricaduta sociale molto preziosa.  Anche chi non ha la possibilità di ospitare presso il proprio domicilio può candidarsi per progetti a tempo parziale, mettendo a disposizione il proprio tempo libero per affiancare un utente e coinvolgerlo in attività “normali”, quotidiane o di svago, all’interno del proprio nucleo familiare o sul territorio. Anche questo tipo di progetti beneficia di un rimborso spese e del supporto continuativo dell’équipe.

Lo IESA consente alle istituzioni pubbliche un apprezzabile risparmio economico associato a un’ottima performance in termini di risultati terapeutico – riabilitativi e sul versante della qualità di vita, offrendo così ad un maggior numero di persone la possibilità di usufruire di un’opportunità di cura individualizzata e promotrice di autonomia. Recentemente la Regione Piemonte ha riconosciuto il valore di questo tipo di esperienza e ha individuato nel Servizio IESA dell’ ASL TO3 il centro esperto che si farà promotore della diffusione di questo strumento di cura su tutto il territorio piemontese.

Le mura degli ospedali psichiatrici possono essere considerate realmente “abbattute”, grazie a questo tipo di progetti che stimolano la società a imparare a farsi carico della sofferenza dei suoi membri più fragili, valorizzando le risorse presenti sul territorio, e incoraggiando attraverso l’incontro autentico e il confronto un circolo virtuoso di maggiore sensibilità e consapevolezza sul tema della salute mentale, spesso ancora intriso di pregiudizio, scarsa informazione e stigma.

Lo IESA può incarnare la possibilità di un mantenimento della “normalità”, attraverso la “straordinaria” offerta di chi apre le porte di casa sua e della sua quotidianità a una persona in difficoltà.

Per approfondimenti è possibile consultare il sito nazionale sullo IESA (http://iesaitalia.altervista.org/) ove sono reperibili riferimenti bibliografici relativi alla storia dello IESA, alla sua regolamentazione e alla sua diffusione, accompagnati da video divulgativi e testimonianze di operatori, ospiti e ospitanti. A livello scientifico segnaliamo i testi del Dott. Gianfranco Aluffi “Dal manicomio alla famiglia. L’inserimento Eterofamiliare supportato di Adulti sofferenti di disturbi psichici” Edizioni Franco Angeli, 2001, “Famiglie che accolgono. Oltre la psichiatria” Edizioni Gruppo Abele, 2014.  Inoltre, il 2017 ha visto nascere anche l’edizione italiana della rivista europea sullo IESA  “Dymphna’s Family”, con la collaborazione di un prestigioso International Board.

Per candidarsi come volontari si può far riferimento al Servizio IESA ASL TO3, che ha sede a Collegno in via Martiri XXX aprile 30, prendendo appuntamento al numero 0114017463 o attraverso la mail servizio.iesa.collegno@gmail.com. Ci trovate anche su Facebook sulla pagina Servizio IESA  ASL TO3.

 

 

 

Skills Maker, la mia idea di innovazione

Siete pronti a scoprire il tema di questo mese?

Siete curiosi di sapere chi è sttao il primo a rispondere alla nostra chiamata allo scrivere?

 

Eccovi accontentati!!!

 

Ringraziamo Francesca Longobardi per averci donato questo articolo sul tema dell’innovazione!

Per presentarla usiamo alcune delle parole da lei stessa utilizzate per la candidatura alle prossime elezioni del CROAS Piemonte “Capricorno, ascendente bilancia. Abbastanza tranchant. La simpatia non è il mio punto di forza. Mi piace però ridere di me. Sono una sorella maggiore. Moglie. Neomamma di Matteo. 33 anni d’età. Ho una passione per la politica, il giornalismo, le tecnologie IT e la Juventus. Da vera millenials, amo stare sui social network tra hashtag e storify per raccontare il mondo del sociale. Sono assistente sociale dal 2011, giornalista (iscritta come pubblicista) dal 2013 e tutor universitario (Università degli Studi di Torino, sede di Biella). Scrivo su http://www.prospettivesocialiesanitarie.it/scambi/ Promuovo l’immagine dell’assistente sociale attraverso il progetto Chi Sono gli Assistenti Sociali. Attualmente lavoro per la Cooperativa Animazione Valdocco (assistente sociale a tempo indeterminato). #ConsigliereCROASPiemonte dal 12 febbraio 2016.”

… e vi sveliamo una chicca, è stata la nostra capa per ben sei mesi!!!

Mettetevi comodi ed immergetevi in un progetto che sa di innovazione!!!

Buona lettura

 

 

Qualche anno fa, precorrendo tempi oggi diventati maturi, partecipai ad un bando nazionale con il progetto Skills Maker.

 

In questo spazio, vorrei descrivere un’idea (secondo me) innovativa perché frutto della commistione di più discipline e per l’utilizzo di strumenti ICT all’avanguardia.

 

Se tra il 2008 e il 2010 i trasferimenti del Ministero alle Regioni sono stati drasticamente ridotti (se non sostanzialmente azzerati nel 2012), con la legge di stabilità del 2015 si è provveduto a stabilire una dotazione finanziaria annua, strutturale, di 300 milioni a decorrere dallo stesso anno.

Oggi qualcosa si investe, privilegiando di più i trasferimenti economici ai servizi, nonostante le ricerche ci dicano che essi non producono il risultato sperato. Nell’Europa dei 15, l’Italia è uno dei paesi in cui i trasferimenti sociali hanno il minor impatto nel ridurre la povertà: abbattono la quantità di popolazione povera solo di 5 punti percentuali, mentre la media europea si attesta sui 8.9.

I trasferimenti economici se da una parte aiutano a fronteggiare un momento di emergenza dando un sospiro di sollievo, dall’altra rischiano di non essere sufficientemente utili all’avvio di un percorso di indipendenza e di autonomia. In Europa, si sta ampliando il dibattito intorno agli “Aiuti economici condizionati” (più comunemente definiti AEC) e l’Italia finalmente sta andando verso questa direzione, prima con il SIA e poi con il REI.

 

Skills Maker è un tentativo di realizzazione di “Aiuti economici condizionati” per lo sviluppo di competenze delle persone in stato di vulnerabilità e di povertà utilizzando gli ICT.

 

Skills Maker nasce con l’intento di creare una piattaforma attraverso la quale far interagire i cittadini, le aziende e l’ente erogatore. Si immagina un sistema nella quale tutti si impegnano, secondo il principio di sussidiarietà orizzontale, all’accrescimento di una società più solidale. I cittadini coinvolti potranno partecipare a percorsi di AEC, come ad esempio a tirocini formativi in aziende per ricevere l’aiuto/compenso predefinito, e potranno compilare un diario giornaliero online (con il fine di diminuire il digital divide, che oggi coinvolge in Italia almeno 7 milioni di persone), visibile solo all’ente erogatore, nel quale riportare le conoscenze apprese, le emozioni e le aspettative.

 

Generalmente gli enti pubblici erogano buoni spesa (o ticket service) affidando il servizio ad una ditta terza con gara d’appalto. Con Skills Maker, il ticket service sarà sostituito da una shopping card che consentirà al cittadino di monitorare le proprie spese e all’ente erogatore di analizzare i comportamenti in uso tra gli utenti consumatori. Skills Maker produrrà molteplici vantaggi a tutti gli attori interessati. L’ente erogatore potrà visionare in realtime i progetti e operare ricerche sulle condotte messe in atto dagli utenti nel fare la spesa e gestire i propri soldi. I cittadini coinvolti in AEC potranno comunicare agevolmente con l’ente erogatore, sapere quali sono i prodotti meno costosi, controllare le proprie spese e conoscere le richieste di lavoro sul mercato di riferimento. Gli esercenti commerciali/imprese convenzionati/e, che saranno chiamati a fornire il catalogo dei prezzi online in modo che la piattaforma possa suggerire ai fruitori il prodotto più conveniente, acquisteranno visibilità, potranno mettersi in rete, reperire personale e vendere i propri prodotti online.

 

La prima componente della piattaforma consiste in un portale web 2.0, attraverso cui gli utenti, gli operatori e le aziende potranno interagire, controllare e monitorare l’andamento del progetto. Gli utenti del servizio, attraverso il sito web potranno dialogare con gli assistenti sociali e compilare un diario online al fine di mantenere una tracciabilità delle attività svolte e dei feedback ricevuti. Il diario online, consisterà in una serie di domanda chiuse e campi “liberi”. L’utente potrà inoltre interagire con i dati relativi alla shopping card e gestire in modo chiaro la propria situazione. Particolare attenzione sarà posta al tema della privacy e alla memorizzazione sicura dei dati sensibili. Al fine di prevenire utilizzi impropri, sarà definito un modello RBAC (Rule Base Access Control) a due livelli, in grado di fornire un accesso anonimo alle componenti software di analisi dei dati.

 

Gli assistenti sociali potranno controllare in tempo reale l’andamento dei tirocini e dialogare con gli utenti del servizio. Al fine di favorire il processo di analisi, dovranno compilare un questionario con cadenza settimanale, a partire dalle risposte “aperte” date dagli utenti. Al fine di migliorare il processo di acquisizione delle informazioni e semplificare il lavoro degli assistenti sociali, saranno presi in considerazione strumenti di sentiment analysis .

I datori di lavoro potranno proporre delle collaborazioni e gestire tutti i procedimenti burocratici necessari alla fruizione del servizio.

 

La seconda componente del progetto consiste in una piattaforma di gestione della shopping card. Come evidenziato in precedenza, la shopping card è un meccanismo di pagamento finalizzato alla sostituzione dei classici buoni spesa. L’idea consiste nell’introdurre un sistema di pagamento digitale, integrato con il sistema di analisi, al fine di permettere un’analisi automatica dei processi di spesa e l’attivazione di processi finalizzati a un miglioramento delle condizioni degli utenti mediante processi basati sulla teoria dei giochi cooperativi. La piattaforma di pagamento prevederà la distribuzione di POS ad-hoc presso negozi convenzionati e la realizzazione di un portale di e-commerce. Gli utenti disporranno di un credito stabilito dagli assistenti sociali in base alle reali necessità e al lavoro svolto e utilizzeranno la “shopping card” per parte degli acquisti.

 

La terza e più innovativa componente del sistema è rappresentata da un software di pianificazione basato sulla teoria dei giochi. L’idea consiste nell’effettuare un’analisi di comportamenti, feedback e modalità di spesa degli utenti e introdurre meccanismi basati su giochi cooperativi con l’intento di indirizzare gli utenti verso comportamenti in grado di migliorare il processo di aiuto. Secondo indagini condotte all’interno di diversi dislocati sul territorio nazionale, si evidenzia una chiara correlazione tra richieste temporalmente disgiunte. Di conseguenza l’impatto dei contributi economici sembra essere poco rilevante e le difficoltà di inserimento lavorativo vengono, nella maggior parte dei casi, superate con difficoltà. Il progetto mira a superare i limiti dell’approccio tradizionale, analizzando in modo formale i comportamenti e i feedback degli utenti e favorendo l’attuazione di processi di aiuto innovativi e valutabili secondo principi oggettivi.

LA BELLEZZA : #labellezzasalveràilmondosalvailmondo

La bellezza salverà il mondo! 

Parola di Martina Zanarella …che ci ha fatto trovare sotto l’albero di  Natale il suo contributo sulla bellezza! 

Martina, uno splendido esemplare di giovane ed energica energica padovana:occhi azzurri capelli neri, sorriso contagioso, è stata conosciuta da una noi in un percorso di gruppo di Foto- Arte Terapia e subito il suo credo politico, artistico religioso nei confronti della bellezza ci ha conquistate !!! 

Attrice, diplomata alla scuola di formazione attore dell’Accademia dello Spettacolo di Torino, e studentessa di Scienze dell’Educazione, Martina è una di quelle persone tenaci e combattive che mette tutta se stessa a servizio dei progetti che realizza e che ha scelto nella vita una missione:

condividere infiniti attimi di vitale bellezza !!!

E’ un compito quotidiano che compie ogni giorno …vi assicuriamo che lo fà quasi 24h/24h… recitando, cantando e ballando, studiando per divenire una educatrice e , tramite la pagina facebook PlayNow, anche sul web !

Se siete curiosi di sapere come secondo Martina #labellezzasalveràilmondo (sappiate che noi ci crediamo profondamente) vi lasciamo al  secondo ed ultimo contributo del mese, anzi dell’anno (!!!), e ringraziamo Martina per averci raccontato come la bellezza salverà il mondo …

buona lettura!


LA BELLEZZA 

#labellezzasalveràilmondosalvailmondo
#infinitiattimivitaleBellezza

Ciao, mi chiamo Martina ho 22 anni, sono un’attrice e penso che la bellezza salverà il mondo.

La bellezza è ovunque, è nelle cose naturali, nei tramonti nei boschi, nel mare…

E poi c’è quella fatta dall’uomo e quella, quella è Arte.

Tutto ciò che è fatto dall’uomo può potenzialmente essere Arte è tutto può potenzialmente non esserlo.

Tutte le cose fatte con amore, con cura, con competenza e disciplina, sono Arte. Anche un idraulico, un professore, un imprenditore possono fare il loro lavoro ad arte.

E l’Arte è bellissima, indispensabile e terapeutica, per ogni tipologia di Arte che conosco esiste una corrispettiva tecnica terapeutica.

Il mio sogno è quello di farlo sapere al mondo intero, perché purtroppo per ignoranza, disinteresse, o convinzioni erronee che risalgono alla scuola dell’obbligo, troppa gente è convinta che l’arte sia quella cosa noiosa chiusa nei musei, o che l’arte di strada sia solo vandalismo e disturbo della quiete pubblica.

E c’è gente che l’Arte non la conosce proprio, in nessuna forma.

Ecco la mia missione è quella di far scoprire al mondo intero la magia che si nasconde dietro a ogni singola opera, ogni singolo quadro, canzone, poesia, balletto… e la lista potrebbe essere infinita.

La mia missione è quella di far scoprire alla gente quanto si possa stare bene attraverso l’Arte, grazie all’Arte, facendo le cose ad Arte.

La mia missione è quella di aiutare la Bellezza a compiersi, salvando il mondo.

La domanda è come fare?

E sono anni ormai che cerco una risposta.

Io ho iniziato facendo ciò che amo e cercando di farlo sempre meglio, ho avuto fortuna perché ciò che amo è già di per sè Arte, sono un’attrice e amo il teatro più di qualunque altra cosa al mondo. E cerco di farne quanto più possibile in modo da creare delle piccole magie a uso e consumo del pubblico, e cerco di insegnarlo, a tutti, ai ragazzi ai bambini, ma un domani vorrei insegnarlo anche nelle situazioni di disagio come le comunità per minori o per tossicodipendenti, i carceri, nei centri per disabili o anziani, o ancora nelle aziende, perché sono convinta che i grigi e tristi white collar siano i più disagiati di tutti!

E poi ho aperto una pagina Facebook in cui scrivo

Un video, una foto…

Cosa sono in una giornata?

Un attimo

Ma se ti colpiscono ti accompagnano sempre

All’infinito

La bellezza è vitale, è pane quotidiano che nutre l’anima, ecco perché condividiamo un post al giorno per diffondere la Bellezza, quella vera, o almeno quella che a noi sembra tale, perché siamo convinti che l’arte, l’emozione, la bellezza salveranno il mondo…se lo pensi anche tu pubblica qualcosa con l’hashtag :

#labellezzasalveràilmondosalvailmondo #infinitiattimivitaleBellezza

Per cui non mi basta che invitare anche te che stai leggendo a mettere mi piace alla pagina, a condividere la Bellezza, l’Arte e a fare tutto ciò che fai con amore, passione e competenza per aiutarmi nella mia missione: diffondere la Bellezza e salvare il mondo!

Martina Zanarella

DA LE CELLE ALLE STELLE

Questa volta è ci è davvero semplice dire che “finiamo in bellezza” proprio così come abbiamo cominciato, dato il tema che vi abbiamo proposto, nel mese di Dicembre …perché abbiamo ben due articoli da regalarvi per fine anno!

Il primo contributo di questa settimana  è stato scritto da Alice Salimbeni, una studentessa di Architettura dell’Università degli studi di Cagliari che ha avvertito,  fin dal suo percorso di studi , la necessità di pensare alla sua futura professione come una attività al servizio del benessere delle persone ed ha iniziato a riflettere su  quali “piccole cose concrete” può costruire per migliorare la quotidianità degli altri !

A partire da questa consapevolezza Alice ha quindi scelto, nell’ambito della redazione della sua tesi,  di  ricercare, approfondire e sperimentarsi ed appassionarsi , anche grazie al sostegno e la guida della sua docente relatrice Barbara Cadeddu, al progetto “FUORI  LUOGO” volto a ripensare in termini di bellezza uno degli spazi per eccellenza più coercitivo, “brutto” e limitante di sempre : il carcere!

Dai suoi studi , dal suo impegno e dal suo vivo e reale interesse è nato Da le celle alle stelle  il progetto della sua tesi ,  che con la costruzione di “piccole cose concrete” , proprio come si immaginava Alice, e attraverso un percorso partecipato, inclusivo e professionale è riuscito a  portare la bellezza nel carcere …e neanche un carcere qualunque, il carcere minorile di Quartucciu!

A dimostrazione che “ripensare i luoghi” in termini di bellezza, piacevolezza ed estetica , non sia un superfluo vezzo da riservare alle élites ma un necessario e importante servizio alle persone e che non solo le professioni di cura , hanno il compito di occuparsi del benessere! 

Ringraziamo Alice per averci donato questo articolo e averci permesso di condividere con voi questa esperienza

che speriamo possa attivare un sano contagio … buona lettura!


DALLE CELLE ALLE STELLE : UNO SPAZIO AUTOCOSTRUITO AL CARCERE MINORILE

Mi chiamo Alice, ho 24 anni e sono una studentessa alla fine del proprio percorso di studi in Architettura, a Cagliari.

Negli ultimi due anni ho cominciato a capire che avrei voluto impiegare tutte le nozioni imparate all’università per fare piccole cose concrete, utili a migliorare qualche aspetto della vita quotidiana degli altri.

Ho saputo di un professoressa di progettazione, Barbara Cadeddu, particolarmente attenta a queste tematiche, e le ho scritto una mail per chiederle se potesse indicarmi una bibliografia. La risposta è stata tanto vicina a ciò che mi piace che, pochi mesi dopo, le ho chiesto anche la tesi e ho iniziato a seguire il suo corso di progettazione architettonica II, che si inserisce nel progetto “Fuori Luogo”, finalizzato  a ripensare gli spazi dell’Istituto penale per i Minorenni di Quartucciu attraverso un processo partecipativo, che si è sviluppato all’interno del Laboratorio, reso possibile da una convenzione sottoscritta dal Dipartimento di Ingegneria Civile Ambientale Architettura di Cagliari e il Centro per la Giustizia Minorile per la Sardegna.

Noi studenti abbiamo avuto così la possibilità di fare un percorso di avvicinamento alla realtà del carcere minorile, che si è costituito anche di numerose visite utili alla definizione di proposte portate avanti attraverso continui confronti con gli addetti alla sicurezza, gli educatori, il personale amministrativo e sopratutto i detenuti minori.

Poter fare un progetto avendo come obiettivo il benessere effettivo, oggettivo, reale degli utenti dell’IPM al fine di migliorare una condizione di vita così complessa, è stata una bellissima sfida, umanamente arricchente e stimolante.

Durante la presentazione finale dei lavori, avvenuta in carcere, il mio team ha portato un grande libro di legno sfogliabile, con una scritta impressa sull’ultima pagina: cosa ne pensi?
Un ragazzo detenuto di nome Mohammed ha lasciato una frase meravigliosa: da le celle alle stelle.

Questo è diventato il titolo della mia tesi.

Assieme alla professoressa, una guida incredibile da cui sto imparando tantissime cose e che mi sostiene ad ogni passo, ho deciso di continuare il percorso all’interno del carcere, realizzando un piccolo intervento concreto per risolvere uno dei problemi presenti.

Il progetto della tesi, raccontato sulla pagina Facebook Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito al carcere minorile, mira a superare il concetto di carcere come luogo afflittivo, conferendo alle ore d’aria e ai momenti condivisi con i propri familiari una situazione favorevole alla socializzazione e al mantenimento degli affetti.

Si è pensato ad uno spazio per gli incontri all’aperto, da utilizzarsi anche durante i momenti di tempo libero, che rispetti la bolla invisibile di spazio vitale che si trova attorno ai singoli individui, sfruttando diverse configurazioni delle sedute in modo da mettere i detenuti a proprio agio con altri detenuti, con le famiglie, con gli agenti e anche con sé stessi. Quest’ultimo aspetto non è trascurabile, perché la solitudine in carcere è un bene prezioso da non darsi per scontato, e diventa necessario creare alcuni luoghi nei quali potersi raccogliere nell’intimità dei propri pensieri e ritrovare la dimensione personale.

Tutto ciò avviene favorendo un gesto che i liberi possono fare quotidianamente con estrema facilità: guardare il cielo.

Il cielo ha proprietà analgesiche e calmanti, purtroppo da dentro la sua visibilità è limitata a rettangoli stretti e lunghi ritagliati anche in verticale dal ritmo delle sbarre, che non permettono di percepire il senso di libertà che trasmette quando lo si può guardare senza limiti.

Con l’architettura della tesi si vuole creare uno spazio di massima espressione della libertà di relazionarsi col prossimo, seppur all’interno del luogo di privazione della libertà per eccellenza.

Il materiale scelto è il legno, perché è caldo, rassicurante, naturale e facile da montare. Quest’ultimo aspetto non è trascurabile: non ci saranno professionisti o esperti per la realizzazione, ci saranno solo una decina di studenti volontari di varie facoltà che, assieme ai detenuti, si rimboccheranno le maniche delle tute da lavoro e tavola dopo tavola metteranno in piedi il progetto.

 

Per trovare i fondi abbiamo organizzato una rassegna musicale intitolata Dai diamanti non nasce niente, che ha coinvolto tanti artisti cagliaritani e si è conclusa il 10 dicembre con un concerto finale.

Ci sarà anche una manifestazione sportiva “Da le celle alle stelle con un salto!” che vede giovanissimi atleti pronti a scendere sulle pedane degli sport coreografici per esibirsi e dare il proprio contributo alla raccolta.

Ogni aiuto è prezioso, per qualsiasi informazione aggiuntiva e per contribuire basta mandare un messaggio alla pagina Facebook del progetto.

Ciascuno può essere una delle tante stelle che sta portando un briciolo di luce in quelle celle.

Da le celle alle stelle

Alice

BELLEZZA: PAROLA ALLO SPECCHIO

Il secondo articolo sul tema della bellezza ci è stato regalato da Maura Croce, educatrice professionale presso il Centro diurno “La rugiada” di Cirié ed esperta in metodologia autobiografica !

Maura si è domandata se la sua presentazione fosse troppo sintetica: ” se può bastare…altrimenti vedo di aggiungere qualcosa !” …ma noi abbiamo letto tra le righe del suo articolo molta più completezza e chiarezza di quanto riuscirebbe a fare una nostra presentazione ! 

Raccontandoci di un laboratorio sulla bellezza che ha permesso ad un gruppo di donne di parlarsi e occuparsi della propria bellezza, incontrarsi ed  abbracciarsi nello specchio …Maura ci  racconta infatti anche di sè : del suo essere una professionista concreta e sognante, riflessiva e pragmatica e del suo rapporto con la bellezza!

Vi lasciamo alla lettura del suo contributo e ringraziamo Maura per averci raccontato come trovare la bellezza guardandoci allo specchio! 


BELLEZZA: PAROLA ALLO SPECCHIO

“Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?”

“Il tuo aspetto qui di tutte è il più bello, ma Biancaneve dalla chioma corvina è molto più bella della Regina!”

 

Nel suo specchio la regina cercava solo di essere rassicurata; voleva sentirsi dire che era la più bella, più bella di ogni altra donna presente nel suo castello, nemmeno nel reame, solo nel suo castello. E nonostante quello davanti a lei fosse lo specchio delle sue brame, cioè quello dei suoi desideri, neppure questo le permise di evitare la disfatta; persino lo specchio che, essendo proprio quello dei suoi desideri, non avrebbe dovuto fare altro che rassicurarla, la deluse, cedendo lo scettro di più bella all’ignara Biancaneve.

Inizia dalle fiabe che leggiamo quando siamo ancora bambine il mettere le donne davanti ad una realtà: non ha importanza quanto sia grande il reame che avremo costruito, se possederemo un castello, se un cacciatore sarà disposto a eseguire i nostri ordini, arriverà comunque il momento per ogni donna in cui avrà bisogno dell’altro, di avere un confronto rassicurante con lui, che sia una persona in carne ossa o l’immagine riflessa nello specchio delle nostre brame e paure.

Sentiamo la necessità di rassicurazioni anche quando è la nostra immagine quella in discussione, il corpo che portiamo tutti i giorni nel mondo e che diventa terreno di interrelazioni, il nostro primo biglietto da visita nelle relazioni con l’altro.

Quando ero una ragazzina, lo specchio delle mie brame erano le amiche; quando qualche ragazzo chiedeva loro: “Ma com’è la tua amica?”. Loro rispondevano: “Simpatica”.

La parola che appariva subitanea alla mente del giovanotto? “Bruttina”.

Le amiche che più mi volevano bene azzardavano un “intelligente” ma questo, almeno a quell’età, non migliorava di certo la situazione; gli esiti della presentazione, vi lascio immaginare, non erano dei migliori. Avrei forse dovuto scegliere delle amiche più esperte di marketing e vendite ma, in fondo, dicevano la verità: “simpatica” era l’aggettivo che mi si addiceva, sicuramente molto più di “bella”.

Con il passare degli anni la situazione è cambiata. Non perché io sia diventata più bella. Ancora le mie forme sono sempre più arrotondate che spigolose, la mia altezza continua a incentivare l’Ikea nella produzione di scalette a tre scalini per raggiungere i pensili della cucina, e di me continuano a dire “simpatica”, aggiungendo a volte “intelligente” o “ironica”. Ma lo specchio di me stessa, ora, sono io; ho ancora persone a cui mi rivolgo ma non ho più la necessità di conferme, ma il bisogno di confronto e, questo, ha cambiato un po’ il rapporto con lo specchio delle mie brame.

Mi hanno proposto di scrivere questo articolo soprattutto perché in questi anni, con alcune colleghe, ho condotto un laboratorio che potremmo descrivere come di cura del sé; per qualche settimana, con alcune donne che frequentano il Centro diurno per persone disabili, presso il quale lavoro, andavamo nei locali di un istituto professionale della nostra cittadina per aiutare le future estetiste ed acconciatrici ad esercitarsi nella loro professione. Al termine di trucco e parrucco, ci si fermava un momento per scrivere, attraverso alcuni dispositivi tipici della metodologia autobiografica, di quello che accade quando siamo davanti allo specchio e cosa vuol dire avere cura di sé.

Questo laboratorio mette a dialogo la scrittura e l’estetica ovvero una mia passione ed una mia criticità; forse anche questo connubio l’ha reso per me un’esperienza importante di crescita.

La scrittura è per me un elemento fondamentale, un modo di dare ordine ai pensieri che mi percorrono, a volte talmente veloci che mi è necessario metterli nero su bianco, al di fuori di me, sulla carta, per poterli vedere veramente. Mentre quando viviamo un’esperienza questa è opaca, perché non ci rendiamo pienamente conto di quello che accade e del significato che diamo a questa, quando la scriviamo, l’atto stesso di narrarla ci permette la risignificazione dell’esperienza vissuta: anche per questo amo la scrittura. Il rapporto con l’estetica è invece per me più complesso; un aspetto fisico che non mi ha mai soddisfatto, una lontananza dai canoni estetici e di moda imperanti nella società, una diffidenza verso la femminilità e le pratiche a questa correlate. È un campo in cui mi trovo in difficoltà e doverlo approcciare in un’ottica professionale, e poterlo fare anche attraverso la scrittura, è stato fondamentale per me.

In una stanza mi sono trovata con quindici adolescenti, desiderose di diventare estetiste o parrucchiere e con una passione, evidente anche dal loro aspetto fisico, per le cure estetiche e per l’apparire; la cura di sé per loro era avere le sopracciglia sottili e ben arcuate, un corpo esile, il trucco impeccabile e i capelli lucenti.

Abbiamo unito a loro cinque donne che portano sul corpo i segni evidenti della loro disabilità fisica ed intellettiva; donne per cui la cura di sé è cura sanitaria, è terapie di riabilitazione, medicine, ricoveri, è igiene personale. Bellezza e disabilità sembrano due elementi che fanno fatica a trovare un terreno comune, non tanto per le persone con disabilità, che messe alla prova in un ambito inesplorato, hanno subito dimostrato un vivo interesse ed un piacere a vedersi allo specchio valorizzate nella loro bellezza estetica ed hanno continuato a ricercare, nella vita quotidiana, quel tipo di cura. È più la società che non riesce a vedere la bellezza in un corpo differente dalla norma, che ricorda visivamente la sofferenza delle storie di vita di ogni persona con disabilità, e che ritiene importante una salute vista come un’assenza di patologie e non tanto come uno stare bene al mondo con gli altri, accettando se stessi con i propri limiti ed anche la propria immagine con i suoi difetti.

Io ho visto la bellezza in quegli incontri.

L’ho vista in quelle giovani mani, lisce, senza una ruga e dalle unghie curate, che brandivano pinzette, creme, spazzole e mille altre arnesi, trepidanti perché per la prima volta alle prese con persone in carne e ossa. L’ho vista in quei gesti attenti e premurosi che davano lentamente vita ad un acconciatura semplice o dipingevano un viso, con i colori scelti insieme a noi.

L’ho vista nello sguardo vigile e accogliente dell’insegnante che indirizzava le giovani allieve e coglieva le loro esitazioni.

Ho visto la bellezza di quelle ragazze che dietro ad un aspetto fisico che sicuramente tendeva ad una certa uniformità di stile, manifestavano la loro unicità in qualche dettaglio dell’abbigliamento, o in uno sguardo diverso o in una movenza particolare.

Ho visto la bellezza nell’impegno ferreo, tramutato in mille tentativi sgraziati di salire su un lettino troppo alto per un corpo un po’ troppo robusto, di una delle donne da me accompagnate; l’ho vista nel sorriso delle educatrici, un po’ trafelate dopo lo sforzo, nel vederla sdraiata pronta a ricevere il suo massaggio viso. L’ho vista nelle mani che passavano e ripassavano tra i capelli appena acconciati, arruffandoli, nel tentativo di sentire il profumo del balsamo usato; l’ho vista nelle mani mostrate orgogliose per far vedere lo smalto scelto.

Ho visto la bellezza negli scritti fatti dalle partecipanti, nei timori espressi per quel corpo in trasformazione per l’età adolescenziale, segnata più di altre dal tema del cambiamento corporeo, e trascurato per la disabilità che ha piegato il corpo in alcuni suoi aspetti. L’ho vista nella difficoltà di iniziare a scrivere di sé, perché sembra sempre che non si abbia nulla da scrivere di importante su di sé e nei “ancora qualche minuto prof”, perché alla fine si trova sempre qualcosa da scrivere e non si vorrebbe smettere.

Volevo scrivere un articolo non banale; l’argomento bellezza è stato trattato da molti e con accenti diversi; avevo il timore di scadere nell’ovvio e quindi, prima di scriverlo, ho deciso di guardare allo specchio i miei dubbi e cercare un confronto. Ho deciso, quindi, di fare un giochino con alcune persone che conosco; persone che lavorano con me, amici, vecchi amori, qualche parente. Ho mandato loro un messaggio: “Giochino per un articolo che devo scrivere per un blog. In due parole raccontami un episodio in cui mi ricordi bella”.

Mia cognata: il matrimonio e le volte che sei venuta in ospedale a trovare mio figlio.

Mia sorella: una volta che siamo andate da un parrucchiere assieme e ti aveva fatto un taglio che ti rendeva bella.

Un mio collega: “Maura, donna, tette” aveva detto un tuo ragazzo del Centro vedendoti per la prima volta con un vestito, ma non ricordo la sequenza; eri forte il giorno del convegno sui siblings.

Una compagna della L.U.A.: ti ricordo bella quando seduta su una sedia di un bar in Toscana mi raccontavi della tua prima cotta, quando davanti a una finestra di un appartamento in Toscana guardavi il panorama, quando parlavi del corso sull’autobiografia, quando con quel tuo accento piemontese mi parlavi guardandomi negli occhi.

Una collega: tu sei bella…e quando trasformi in parole ciò che vedi e provi, dai forma alla tua bellezza.

Una compagna della L.U.A.: leggendo poesie, racconti autoironici, trasparenze sexy.

Il mio ex: c’è una foto che ti ho fatto in Giappone, quando siamo andati a visitare il castello dell’imperatore a Tokyo…nel giardino. Sei venuta molto bene in molte di quelle foto in realtà. Avevi rinnovato i capelli, perso qualche chilo, stavi molto bene… e giravi contenta per il giardino dell’imperatore tra bambù e aceri rossi.

Una collega: ogni volta che sorridi e sfoggi un nuovo monile io ti trovo proprio bella; collane o orecchini, scarpe col tacco o vestitini…e sorridi.

Diversi aspetti sono stati toccati. La bellezza di far mostra di un corpo proporzionato e curato. La bellezza di regalare un sorriso felice. La bellezza di poter notare una novità che spicca rispetto allo sfondo della normalità. La bellezza del raccontarsi mettendosi a nudo davanti ad una persona che non conosci. La bellezza di poter far vedere quello che sei attraverso le parole scritte o quello che fai attraverso la presentazione fatta ad un convegno.

Forse “bellezza” è una parola che se guardata allo specchio fa vedere tutto questo: elementi differenti che hanno in comune l’aspetto della relazione, perché la bellezza, pur essendo un esperienza personale, dice sempre di una relazione quella tra il soggetto che contempla e l’oggetto che è contemplato.

Maura Croce

L’OPERATORE SOCIALE E’… UN OPERATORE DELLA BELLEZZA CHE NON DEVE FAR SPEGNERE LA SCINTILLA

Ed eccolo qui … il secondo articolo sul tema della bellezza!

Lasciamo che sia la collega che ce l’ha donato, Erica Zani, a presentarsi !

Siamo sicure che la lettura di questo suo contributo, la sua passione e il suo sguardo da “inguaribile sognatrice curiosa” faranno accendere una scintilla in voi, così come l’hanno accesa in noi!

Grazie Erica !

“Mi chiamo Erica e il mio lavoro è quello di fare da ponte tra le infinite possibilità.

Prendere per mano le persone e accompagnarle… insomma, questo è il mio modo di vivere la mia professione.

In realtà sono Assistente sociale, mediatrice familiare e dei conflitti interpersonali . Ho frequentato corsi di specializzazione in social e family coaching e mi sono avvicinata al mondo della sordità diventando assistente alla comunicazione specializzata in lingua dei segni.

Libera professionista, consulente sociale e familiare e coach.Operatrice nel settore dei richiedenti protezione internazionale.  Ho spaziato e spazio in diverse realtà socio-educative che mi hanno consentito di maturare esperienze professionali in campo educativo, scolastico, criminologico- penitenziario, e delle dipendenze.

Sono socia fondatrice, presidente, consulente e performer dell’associazione di promozione sociale LISten che si occupa di integrazione tra persone sorde e udenti.

Libera ricercatrice, per passione, nel campo dell’antropologia sociale e culturale, in particolare per quanto riguarda il mondo della devianza ed usi e tradizioni sociali, culturali e culinarie dei diversi popoli, di culture e subculture.  

Chissà che un giorno non troverò il coraggio di iscrivermi anche ad un corso di laurea specialistica in antropologia.

Inguaribile sognatrice curiosa. 

Tutto ciò può far sembrare che faccio di tutto e un po’, senza mai veramente fare un granchè (e questo è un po’il mio cruccio)… in realtà l’idea di fermarmi da qualche parte non mi piace, perché tutto questo girovagare mi ha permesso di conoscere le molteplici sfumature di colore che dipingono la vita e l’animo di ognuno di noi. Insomma, il bianco e il nero non fanno per me e i contesti formali ancora meno. Cammino tra la gente e mi fermo quando  qualcuno mi chiama, dove trovo qualcosa che mi attrae e qualche storia da condividere.

Se ti va, puoi seguire le mie “avventure sociali” sulla mia pagina facebook Prendi in mano la tua vita o sul sito ericazani.it  


L’OPERATORE SOCIALE E’… 

UN OPERATORE DELLA BELLEZZA CHE NON DEVE FAR SPEGNERE LA SCINTILLA

Quando si parla di bellezza si fa per lo più riferimento ad un concetto estetico. Chi lavora nel settore della bellezza in genere si occupa di capelli, make up o moda.  E di base, chi non lavora nel mondo della “bellezza” parla di bellezza con connotazione negativa, come qualcosa di superficiale, di non abbastanza morale o scientifico.

Ma la bellezza è solo quella estetica? Io che sono un’operatrice sociale non mi occupo quindi di bellezza?

Cos’è la bellezza?

Bellezza non è solo fisico, vestito o colore dei capelli. Etimologicamente la parola bellezza è definita come: “la qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione”. Pertanto la persona bella è quella persona che “costituisce oggetto o motivo di grande ammirazione e compiacimento”.

Posso quindi dire con orgoglio, che anche io lavoro con e per la bellezza, perché l’ammirazione per le persone che incontro, per la loro capacità di andare oltre ad ogni limite, per come si mettono in discussione, per come cadono e si rialzano, per come trasformano uno svantaggio in vantaggio, va oltre ogni cosa.

E io, proprio come una brava parrucchiera ci fa sembrare sempre bellissime, faccio il mio, anche se non tratto di capelli, ma tra le mie mani ho vite umane che evolvono e si trasformano ogni secondo.

Bellezza e ricerca della bellezza sono due concetti che mi accompagnano nel mio lavoro quotidiano e il giorno in cui non riuscirò più a scovare quella scintilla che fa luce nel buio, sarà il giorno in cui smetterò di fare l’operatrice sociale.  Credo che lavorare nel sociale significhi saper cogliere il bello delle situazioni e delle persone che troviamo davanti a noi, indipendentemente dal contesto in cui lavoriamo, da quelli che sono i vissuti di quegli uomini e quelle donne. La bellezza è quella che abita oltre alle storie, ai limiti, agli errori, alla disabilità o ai reati. E il nostro compito è individuarla, tirarla fuori e fare in modo che la persona la riconosca e impari ad usarla e farla crescere. La bellezza deve essere punto di partenza e fine ultimo del nostro lavoro, anche nelle situazioni più difficili. E’ ciò che secondo me distingue il vedere la persona dal vedere il suo problema. Se pensiamo che quella persona lì non abbia bellezza da far emergere, allora non stiamo guardando l’essere umano, ma ci stiamo concentrando  esclusivamente sul suo problema o sulla sua colpa. E questo è il più grande insegnamento che mi porto a casa dagli anni vissuti come operatrice e come volontaria in carcere. Nei laboratori non parlavamo mai del perché erano lì, ma del chi c’era lì. Non mi interessavano le loro storie di delinquenza, ma le loro emozioni e ciò che c’era nella loro anima. E da lì sono nate cose belle per davvero. Spettacoli teatrali, lampade, mostre, quadri,  storie e giochi educativi per bambini, che prima di meravigliare me, hanno stupito proprio loro che le avevano realizzate in prima persona.

Da quando sono piccola frequento una comunità che si occupa del recupero di persone con problemi di dipendenza. Lì hanno un motto: “Se ti prenderai cura dell’ordine e della bellezza, l’ordine e la bellezza si prenderanno cura di te. Quindi affina l’occhio interiore perché è ciò che conta”.

Perché diciamolo, la bellezza fa bene, fa bene a chi la guarda, a chi aiuta a farla emergere, ma fa bene soprattutto a chi ne è il protagonista.

Pensate a uomini e donne dalle vite rotte e dalla speranza svanita. Persone con la morte negli occhi, che sia per una dose finita male, un viaggio attraverso il Mediterraneo in compagnia di chi non ha più visto la costa o una famiglia distrutta… che poco a poco si trasformano, perché vedono, giorno dopo giorno, che vale ancora la pena vivere, che infondo loro e la vita non fanno così schifo… e questo processo di cambiamento lo attivano solo grazie alla bellezza che piano piano incomincia a rifarsi più nitida. Che sia la bellezza di una ritrovata fiducia nelle proprie capacità, che sia un rapporto ristabilito con un genitore o che sia la bellezza di una carezza e un abbraccio a quel corpo che è sempre stato oggetto di violenza e mai di tenerezza…non importa. La bellezza è fatta di gesti semplici ed emozioni autentiche. Nostre e loro.

Per me, il mio lavoro è questo: andare in profondità dove il bello non è ancora stato intaccato e dove il negativo può diventare positivo.  Non voglio dire che sia sempre facile, sempre possibile, sempre realizzabile. A volte si arriva lì vicino e si sfugge, altre volte la agguanti, la vivi, ma poi non basta… insomma, lavorare con le persone non è come applicare una regola matematica. Le variabili sono infinite, le strade hanno mille direzioni e una stessa cosa ha infinite sfaccettature diverse, ma alla base, secondo me, deve sempre esserci una profonda ed inesauribile fiducia nelle qualità delle persone con cui lavoriamo. E’ prendere un limite e renderlo una risorsa.

Se per esempio vi dicessi che per me la lingua dei segni, la lingua usata dalle persone sorde per comunicare, è bellezza,  e che  la capacità di usarla con maestria è una fortuna?  mi prendereste per pazza?

E invece è ciò che credo ed è ciò per cui lavoro tutti i giorni con i ragazzi di LISten, l’associazione che si occupa di integrazione sociale tra persone sorde e udenti, che ho fondato qualche tempo fa.

Ci sono due modi di considerare la sordità e la LIS. Uno è considerarla una disabilità, che impedisce alle persone di comunicare efficacemente e talvolta le costringe ad esprimersi attraverso una lingua, anche un po’grottesca, che anzi, forse è meglio non usarla troppo, altrimenti come si fa a vivere nel mondo! (questa è la visione di molti udenti che non conoscono il mondo dei sordi).

Poi c’è l’altro modo di considerare la sordità, ed è il modo in cui è considerata dalla maggior parte dei sordi stessi : DEAFHOOD. Identità sorda. Essere sordo non è essere disabile ma appartenere ad una vera e propria minoranza culturale, con una sua storia, con le sue regole, modi di fare e modi di dire e con una sua lingua: la Lingua dei Segni. E la chiamo Lingua non a caso, perché ogni paese ha la sua lingua dei segni e ogni lingua dei segni ha una sua grammatica, un suo lessico ed una struttura precisa e definita, con cheremi al posto dei fonemi. Al pari di tutte le altre lingue orali. E con la LIS si può dire e fare qualunque cosa.

Ecco, io appoggio decisamente questa seconda visione della sordità. E se solo si guardasse oltre alla disabilità si scoprirebbe un mondo. Addirittura un’altra cultura, sconosciuta ai più.

E allora io questi sordi ho anche pensato di farli cantare. Perché mai non potrebbero cantare o sentire le canzoni?

I sordi, che si chiamano proprio sordi, con orgoglio e dignità e supportati da una Legge del 2006, quindi basta con il politically correct del “non udenti” “audiolesi” ecc.. dicevo, i sordi possono anche sentire la musica e cantare. Ok è un modo di sentire diverso, che non passa attraverso il canale uditivo, ma la musica viene “sentita” attraverso le vibrazioni che il corpo  percepisce e trasmette in sensazioni, decodificandole. Ciò che invece i sordi non possono percepire è la voce del cantante e quindi il testo della canzone. Così, ho cercato di dare mani a quelle voci e ho iniziato a tradurre in lingua dei segni i testi delle canzoni. Ho capito che quella lingua si sposava benissimo con la danza, e che attraverso il movimento del corpo, l’ampiezza della gestualità del segnato, la forza del segnato e le espressioni del viso, si poteva rendere in segni anche l’intensità vocale del cantante stesso e le emozioni che con il suo canto vuole trasmettere. Gli alti e i bassi, la metrica e il tempo della canzone. Tutto poteva essere trasformato in LIS.  Cantare si poteva!

Ho osservato chi già l’aveva fatto prima di me e ho cercato di carpirne la magia e la metodologia.  Poi ho pensato che anche i sordi stessi potessero farlo attraverso un testo scritto e un  karaoke che dettasse loro  il tempo e gli attacchi. Et voilà!

Quello che è lo svantaggio di una disabilità, un limite sensoriale (sociale e relazionale) importante, ed un mezzo di comunicazione che nasce dalla disabilità stessa, diventa invece bellezza. Un’arte performativa  vera e propria che pochi conoscono e sanno fare,  che scaturisce in chi osserva incredibile fascino, rendendo bello ed invidiabile ciò che invece comunemente  viene considerato un limite.  Sono mani che danzano  nell’aria e riempiono uno spazio con significati profondi che vengono da dentro. E’ la musica di chi sente le emozioni prima che i suoni.

E la bellezza genera altra bellezza.

Vedere i ragazzi sordi cantare canzoni che mai udiranno ma che sentono con i loro occhi e con la loro anima. Oppure vedere i ragazzi del centro d’accoglienza in cui lavoro rimanere rapiti davanti a questi video, così anche loro provano a cantare in LIS, senza sapere cosa stanno dicendo, ma solo perchè  gli piace. Proprio loro, che nel loro Paese erano abituati a considerare “maledetto” chi aveva una disabilità, ora ne rimangono meravigliati, grazie alla trasformazione del “problema” in qualcosa di bello…  Eccola lì quella bellezza che ogni operatore sociale deve tirare fuori da chi incontra. Eccolo il senso più profondo del mio lavoro: trasformare un limite in opportunità e fare da ponte in questo passaggio. Lavorare affinchè le persone possano sentirsi orgogliose di se stesse così come sono, lavorare sulla loro autostima e sulla loro autonomia; perché i cambiamenti, le difficoltà e i limiti possono diventare invece il punto di forza da cui partire e perché no, una risorsa sociale ed economica .

Se è vero il popolar pensiero che “ciò che è bello è probabilmente giusto” allora riuscendo a dimostrare che “la bellezza sta nelle differenze e non nelle similitudini”, forse, si potrà arrivare ad un cambiamento possibile e avremo molti meno pregiudizi e molte più azioni concrete.

Teniamo accesa la scintilla della bellezza.

Dai, vi lascio un pezzettino scritto e filmato qualche mese fa, che unisce due dei miei mondi e vuole essere un esempio di quello che intendo  con “rispondere alla cattiveria con la bellezza”.

Buona visione!

https://ericazani.it/blu-in-lis/

 

Erica

La bellezza: Cercarla, riconoscerla, difenderla, condividerla.

Primo contributo del mese sul tema della bellezza!!

A donarci un testo davvero ricco di suggestioni è Ambra Torriani, studentessa laureanda in Servizio Sociale di 27 anni che una di noi ha avuto il piacere di accompaganre nel percorso di crescita personale e professionale universitario.

Dopo aver scelto qualcosa di lontano da sè (altri percorsi di studio, altre esperienze lavorative), si è riavvicinata, tre anni fa, alla parte più profonda di sè. Si descrive amante della vita e di tutto ciò che ne fa parte, gioie e dolori compresi. Alla continua ricerca di emozioni, le vive pienamente e si rifiuta di evitarle, ha imparato a riconoscerle e attraverso di loro anche a (ri)scoprirsi.

Ama la natura e se dovesse descriversi con una metafora sarebbe un albero. Gli alberi sono, per eccellenza, gli esseri viventi maggiormente abituati al cambiamento. Le loro foglie ingialliscono, cadono,  poi rigermogliano e tornano verdi. Seguendo il corso delle stagioni gli alberi, cambiano, eppure vivono secoli.

Per lei essere un’ Assistente Sociale significa soprattutto creare … Nuovi orizzonti di crescita, nuovi spazi di confronto, nuove prospettive personali e lavorative.

Ambra ci propone un percorso sul tema della bellezza che la rappresenta pienamente, ovvero come lei stessa si definisce ,un connubio, più o meno equilibrato, di creatività e riflessività!

Sedetevi comodi e lasciatevi trasportare nel suo mondo!

Giovedì 30 novembre, ho ricevuto un messaggio inaspettato.

A scrivermi è Giulia Albano, la mia tutor di tirocinio, colei che mi ha accompagnata durante i quattro mesi più intensi del mio percorso universitario in Servizio Sociale. Lei che mi ha fatto da ‘specchio’ nel momento più impegnativo ed emotivamente coinvolgente di questi tre anni di studio.

Giulia, mi permetto qui di chiamarla per nome, mi chiede di scrivere un articolo per la pagina ‘Assistenti Sociali Online’, che seguo con interesse da qualche mese.

Un articolo sulla ‘Bellezza’.

Questo input, che arriva dall’esterno e che mi invita a creare, assume immediatamente per me un valore particolare, prende la forma delle cose che non puoi toccare ma che puoi sentire.

Sento che questa proposta non è un caso e non è arrivata a caso.

Lo penso, dico e scrivo spesso che il caso, a mio avviso, non esiste. Esiste la complessità però, quell’insieme di elementi che si combinano per dare forma alla vita ed al suo susseguirsi di alti e bassi.

Così, mercoledì 29 novembre ero schiacciata da un peso che a tutti costi volevo alleggerire ed il giorno successivo, ricevevo questo messaggio che, senza volerlo, mi ha sollevata.

Ho colto con gioia l’input di Giulia e le ho scritto che questo stesso invito rappresentava per me ‘la bellezza’.

‘Che strano!’- ho pensato- ‘dover parlare di bellezza proprio oggi, proprio al termine di questo arido novembre.  Riuscirò a far assaporare i dettagli dei miei pensieri?’.

Gli ultimi giorni di novembre sono per me, da sempre, un periodo di ricordi non molto sereni. Il periodo della fine di un capitolo e dell’inizio del successivo. Il periodo della difficoltà, della forza e della ‘capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà’, che ho scoperto essere la definizione di ‘resilienza’, un’attitudine straordinariamente umana, di cui ho fatto esperienza non solo negli studi bensì nella vita.

Novembre mi mette sempre alla prova e quest’anno, non a caso, mi chiede di parlare di bellezza, facendomela riscoprire nelle sue giornate uggiose, fredde e insipide.

Parlerò quindi di bellezza cercandola anche dove sembra essersi nascosta.

Conterò fino a dieci voltando le spalle per un attimo, come fanno i bambini quando giocano a nascondino, per scegliere le parole che sento più vere e poi, mi metterò alla sua ricerca, lasciando spazio allo stupore.

Del resto, cos’è la vita se non una ricerca continua, intervallata da attese più o meno lunghe, dove la chiave di svolta consiste nel non stare fermi ma attivarsi per cercare e trovare ed, al contempo, cercarsi e trovarsi?

Ciò che a mio avviso rende difficile questo viaggio, chiamato ‘vita’, é la mancanza di pazienza, la perdita del valore del tempo. Doti che l’essere umano adulto spesso perde per strada, mentre l’essere umano bambino difende.

Prima di iniziare a collegarmi al tema di questo mese, vorrei che per un istante chiudessimo tutti gli occhi …

Adesso ricordiamo i bambini e le bambine che eravamo.

Voltiamo le spalle, giusto per il tempo di contare.

Contiamo tutti fino a dieci, come facevamo quando giocavamo a nascondino …

… 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 …

Ora che abbiamo contato, cerchiamo di ricordare la curiosità che ci si agitava dentro in questo momento, quando finalmente ci mettevamo alla ricerca di chi si era nascosto.

Le spalle, a quel punto, non le voltavamo più, ci interessavamo a ciò che ci aspettava e che era lì, di fronte a noi, anche se non era visibile. Non ci spaventava l’idea di dover cercare nei nascondigli più impensabili.

La bellezza, per tutti i bambini che eravamo, era semplicemente questo … La scoperta.

 

Ma veniamo al dunque … Cos’è la ‘bellezza’ oggi?

Cosa intendiamo quando utilizziamo questa parola?

Io credo che le parole siano importanti.

Ci circondano, ci emozionano, sono evocative e talvolta riescono addirittura ad influenzarci, sono persuasive. È necessario imparare a sceglierle con cura.

Abitiamo un mondo che è fatto di relazione, il nostro stare con ed in mezzo agli altri è relazione. Questa è spesso culturalmente definita ed ogni situazione è soggettivamente vissuta.

Così, ogni evento diventa suscettibile di tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani dell’universo.

Ecco che le parole scritte da Alda Merini, l’importanza di saper ‘scegliere con cura le parole da non dire’, risuonano al giorno d’oggi, come un mantra.

Credo che gran parte del senso puro delle parole si possa estrapolare risalendo alla loro etimologia.

‘Bellezza’ deriva dal latino ‘bellus’ (bello), che è a sua volta diminutivo di una forma arcaica di ‘bonus’ (buono)  e si definisce su un comune dizionario come: ‘la qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione. La bellezza è intesa in senso fisico o spirituale, può riguardare gli spettacoli naturali, le opere d’arte, i gesti o i comportamenti morali’.

Ancora possiamo trovare il sostantivo definito come: ‘l’essere bello, qualità di ciò che è bello o che tale appare ai sensi e allo spirito’.

Troviamo la parola ‘bellezza’ associata a quella di ‘bontà’ ed anche le sue definizioni rimandano ad un duplice significato: uno più oggettivo (‘qualità di ciò che è bello’), l’altro più soggettivo (‘che tale appare ai sensi e allo spirito’).

È una parola complessa, da definire e da utilizzare.

Intrisa di emotività, di sensazioni.

L’accezione che preferisco è la seconda, quella che rimanda ad un significato più intriso di soggettività e che considera maggiormente il ruolo che hanno i sensi nell’attribuire ad una persona, ad un paesaggio, ad un’esperienza l’aggettivo ‘bello/a’.

Questo perché le sensazioni, quelle leggere ma percettibili vibrazioni che ci attraversano in alcune momenti, spesso vedono oltre. Oltre l’apparenza.

Cos’è bello per me lo dicono le mie scelte, sempre più orientate verso la scoperta di chi sono oggi e di chi vorrei essere domani.

Per comprendere la mia idea di bellezza e quello che vorrei diventasse obiettivo del mondo intero e non solo una mia visione utopistica della realtà, vi suggerisco di guardare questo video …

https://www.youtube.com/watch?v=b5cZlvjssNI

Si tratta di un monologo, tratto da ‘I Cento Passi’, film di Marco Tullio Giordana del 2000.

Il film è tratto dalla storia vera di Peppino Impastato, figlio della mafia e vittima della stessa, un giovane siciliano che durante il fervore socio-culturale degli anni sessanta non ha chiuso gli occhi, non ha voltato le spalle ed ha contato, non solo fino a dieci, come fa il bambino che gioca a nascondino, ma fino a cento … Cento passi per denunciare illegalità e corruzione e pagare, sulla propria pelle, il prezzo della verità.

Peppino in compagnia di un amico, di fronte ad un paesaggio della sua terra natale, trova qui occasione di confronto sul tema della bellezza.

Il monologo è quanto di più vero ci possa essere e la sua bellezza sta proprio qui: nella verità che traspare dalle parole, nella semplicità delle cose che si vivono e che quindi si conoscono perché ne si fa esperienza ogni giorno.

‘In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere. […] Non ci vuole niente a distruggere la bellezza. […] Bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutare a riconoscerla, a difenderla.’

Peppino ha difeso la bellezza perché era in grado di sentire e vedere oltre, oltre le stragi di mafia, oltre l’omertà. L’ha difesa perché ne ha compreso il valore, ha cercato di risvegliare altre coscienze ed aprire altri occhi.

Peppino Impastato, lotta contro la malattia sociale e, un lontano ma non troppo 9/11/1978, muore e con lui muore la società giusta quella che denuncia chi, in maniera subdola, vuole nascondere la bellezza, cancellandola dalle nostre vite.

La storia di questo ragazzo ci insegna che la bellezza esiste, anche in una Sicilia spaventata, è qui sempre, di fronte ai nostri occhi, ma tende a perdersi tra i meandri di una società che semina il terrore e che ci pone ogni giorno in lotta uno contro l’altro.

Vittime dei paraocchi che indossiamo, concludiamo le nostre giornate con paure sempre diverse ma sempre presenti: un giorno abbiamo paura del vicino di casa, quello dopo dello straniero che sembra volerci ‘rubare i posti di lavoro’, quello dopo ancora abbiamo paura di noi stessi.

Viviamo così, con la paura della diversità, di esprimere chi realmente siamo, di denunciare chi ha fatto del male.

Sono sempre più convinta che questo atteggiamento evitante, sia diretta conseguenza di ciò che in psicologia sociale viene chiamata ‘diffusione di responsabilità’, a mio avviso, uno dei mali peggiori di questa società.

La diffusione di responsabilità è  ‘un fenomeno socio-psicologico, considerato come una forma di attribuzione, dove una persona ha minori probabilità di assumersi responsabilità per un’azione quando altri sono presenti.’

Il sociologo Zygmund Bauman definiva l’odierna società ‘liquida’. Viviamo ogni giorno a contatto con l’altro, ma i legami che ci legano sono sempre più laschi.

L’aggettivo ‘liquida’ mi ricorda metaforicamente l’immagine di un oceano in tempesta, che è il mondo e di cui noi siamo le onde. Ci siamo immersi e da qui vediamo tutto (la bellezza ed il suo contrario), ma come le onde non ci fermiamo e passiamo oltre, inarrestabilmente disinteressati e disinformati.

‘Tanto’ – pensiamo – ‘ci sarà un’altra onda dopo di me, così come ce n’è stata una prima, perché me ne devo preoccupare proprio io?’.

Il perché, credo stia un po’ dentro di noi.

Perché quell’oceano non è solo nostro, perché è in tempesta e perché le onde sono tantissime e tutte così uniche e diverse.

Ma si preferisce rimandare. Lasciare che le cose si distruggano e dopo le cose lasciare che ad essere distrutte siano le persone.

Io, come tutti, sono un’onda che si sta formando, ma voglio che questa formazione porti a qualcosa di vero ed utile. Voglio far crescere la mia onda. Voglio cercare la bellezza.

Durante il mio percorso di studi in Servizio Sociale, ho voluto lavorare sulla costruzione della parte più vera di me stessa. Sto concludendo questo cammino con la malinconia che accompagna le scelte importanti della vita e la sicurezza di chi, dopo aver optato per strade diverse, finalmente si incammina su quella giusta.

Questi tre anni di impegno, dedizione, riflessione, riconoscimento delle emozioni e dell’importanza del cambiamento, mi hanno fatto capire chi sono oggi e chi voglio divenire domani, come persona e come futura professionista.

Ho conosciuto tante onde diverse ed alcune di loro mi hanno lasciato un segno indelebile.

 

 

Ho fatto esperienza della bellezza ogni giorno, l’ho riconosciuta anche in mezzo al dolore.

Lei era ovunque: dietro le storie di violenza, dietro quelle donne distrutte dentro ma sorridenti fuori, dietro un uomo che ha perso il suo lavoro e con esso una parte di sé, dietro le sue parole d’amore rivolte al paese che lo ha visto nascere e crescere, dietro una giovane mamma che in un solo anno per il bene di sua figlia è cambiata tanto.

Ho difeso la bellezza dell’unicità di ogni persona e storia, della forza dirompente del cambiamento, degli sforzi dei professionisti.

Per difenderla è stato necessario condividerla. L’ho condivisa, con la mia tutor Giulia Albano, con i miei compagni di corso, con la mia famiglia ed i miei amici.

Chi mi sta vicino, perché ogni giorno si è assunto la responsabilità di conoscermi davvero, sa quanto io creda nella professione che mi sto preparando a svolgere.

‘La professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nel processo di cambiamento, nell’uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione’. (Codice Deontologico dell’Assistente Sociale, Titolo II,  Principi, art. 6).

Perché riporto qui questo articolo del Codice Deontologico?

Perché l’Assistente Sociale si assume l’arduo compito di accompagnare le persone in un cammino di crescita e scoperta, una scoperta, perché no, della stessa bellezza.

Laddove le persone fatichino, per i motivi più svariati, ad assumersi la responsabilità della ricerca, l’Assistente Sociale si offre come motore per attivare processi.

Ho sempre avvertito dentro di me l’esigenza di creare, qualcosa di bello, qualcosa di mio.

Un forte spirito creativo ha sempre caratterizzato la mia variopinta personalità. Sono sempre stata un connubio di arte e riflessione.

Da bambina scrivevo racconti, da adolescente creavo gioielli ed al termine delle scuole superiori ero quasi decisa ad iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. Sentivo la necessità di far parte di un mondo che potesse farmi immaginare una realtà diversa, più colorata.

Ho fatto poi scelte che mi hanno portato altrove e per diversi anni mi hanno allontanato un po’ da me stessa. Mi sentivo persa in quei nuovi, sconosciuti panni che avevo deciso di indossare.

Poi ho scelto di lavorare ed in quel periodo ho capito cosa davvero non sopportavo, cosa volevo assumermi la responsabilità di denunciare e chi volevo davvero essere.

Così un giorno, mi sono trovata a leggere il piano di studi del Corso di Laurea in Servizio Sociale, anche questo non  è stato un caso.

Ho deciso di iscrivermi e di ritornare la bambina che ero, sempre curiosa, sempre alla ricerca, un vulcano di colori.

Sono tornata la bambina che ero tra quei nuovi banchi di scuola, solo portando dentro di me, una consapevolezza maggiore.

Non volto più le spalle verso il muro, ho già contato fino a dieci e adesso voglio guardar avanti per scoprire quanto di bello ci sia nel mondo ed aiutare chi si è perso nella sua stessa umanità.

In questi tre anni ho ricominciato a creare ed ho capito verso cosa e verso chi indirizzare la mia creatività: verso la società e le persone.

Iniziamo questo dicembre, mese di luci accese, profumo di marzapane, vaniglia e cannella, parlando di bellezza.

Ognuno la definirà a modo proprio e la troverà in cose diverse.

 

 

La bellezza per me questo mese sarà, come sempre, frutto delle mie scelte.

Sarà:

  • condividere con voi queste parole;
  • regalare il mio libro preferito al Signor A., straordinario essere umano conosciuto in Casa di Riposo;
  • scaldarmi al calore della mia famiglia;
  • abbracciare Nonna Maria e convincerla a farsi scattare qualche altra fotografia;
  • uscire a portare un po’ di colore indossando un naso rosso, tra le corsie ospedaliere, con i miei amici ‘Pagliacci’ la mattina di Natale.
  • sentire vicino chi vicino non è più e farlo vivere nelle mie giornate.

 

La bellezza può essere tutto ed il contrario di tutto … Ma una qualsiasi cosa è bella, se parla di voi.

Vi lascio con questa poesia di Charles Baudelaire, intitolata ‘Inno alla bellezza’, contenuta nella raccolta ‘I fiori del male’. Chi di voi è appassionato di poesia o anche solo a scuola ha sentito parlare di Baudelaire, conosce il leitmotiv della sua poetica …

Eppure anche lui è riuscito a parlare di bellezza … Non è un caso.

https://www.poesieracconti.it/poesie/a/charles-baudelaire/inno-alla-bellezza