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Piccole, concrete opportunità per contribuire all’allenamento dei cittadini, di domani

(che poi sono già cittadini …oggi!)


Ormai da anni è un fenomeno strutturale delle nostre città la compresenza di uomini, donne, anziani ed adulti, di ragazzi, e ragazze adolescenti, di bambini e bambine con origini geografiche e radici culturali diverse tra loro; accade nelle classi di ogni ordine e grado, nei luori ricreativi, sportivi, a volte anche di culto , sul lavoro, per strada…sulla metro e in coda alla posta! 

La nostra convinzione è che questo fenomeno debba e possa con piccole azioni  trasformarsi in un’opportunità per tutti noi, non soltanto per noi  adulti ma anche, e soprattutto, per le nuove generazioni.

“In tante realtà oggi si vive accanto agli altri.

C’è coesistenza, non convivenza.

Manca il senso di comunità, il riconoscersi l’uno con l’altro […]

La nostra responsabilità, come cittadini, oltre che come operatori sociali, è verso i diritti […] che non sono solo una prerogativa etica, ma la condizione di ogni progresso sociale, culturale e anche economico.”  

sostiene Don Luigi Ciotti .

Ed è per questo che riteniamo che l’allenamento alle competenze di cittadinanza , sia fondamentale in tutti i contesti di convivenza e di relazione.

Ed è per questo che riconosciamo necessario proporre spazi, attività , tempi e contesti in grado di favorire l’identificazione e conservazione delle identità di ciascuno ed al contempo sostenere attivamente l’interazione e l’integrazione, attraverso la conoscenza delle culture e dei diritti perché si possano trasformare realmente in libertà per tutti.

E indovinate un pò…riteniamo fondamentale che siano i professionisti del sociale a fare questo. 

Ma come ?! 

Noi abbiamo fatto la nostra scelta e ormai da due anni come assistenti sociali, coach, formatori scegliamo di creare occasioni di allenamento anche attraverso dei  laboratori. 

Laboratori per bambini e ragazzi per offrire opportunità / spazi di confronto, sperimentazione ed acquisizione delle principali competenze di cittadinanza!

Scegliamo, come strumento i laboratori perché vogliamo proporre percorsi per apprendere, per imparare facendo, per riflettere divertendosi, luoghi di formazione, ma anche uno spazi culturali e relazionali in grado di creare legami, tra le persone e con i luoghi :  laboratori esperienziali, dove l’esperienza si trasforma in sapere.

Perché dei laboratori atti a favorire apprendimenti di cittadinanza,dovrebbero essere condotti da due assistenti sociali?

Perché il conduttore non sia solo un formatore ma anche, e soprattutto, un orientatore, un facilitatore, un abilitatore ed un allenatore di relazioni.

Oggi abbiamo scelto di raccontarci noi sul tema Cittadinanza

e farvi conoscere due di questi  percorsi laboratoriali

in cui crediamo e che proponiamo nel nostro progetto di libera professione !

Pietra carta Forbice

Un piccolo laboratorio nato da una piccola idea, con piccoli strumenti e per il territorio il cui obiettivo è raccontare, spiegare ed aiutare a comprendere ma soprattutto  confrontarci con i bambini della scuola primaria sul tema del bullismo e dare ai loro genitori indicazioni utili per osservare con serenità ed attenzione i propri figli in interazione con gli altri, accompagnandoli in questa dinamica relazionale.

Nel costruire il progetto di questo laboratorio abbiamo deciso di collaborare con una  Psicologa e Psicoterapeuta dell’Infanzia,  Antonietta Nicoletti una nostra, e se avete letto il nostro blog anche vostra, conoscenza.

Ma…perché parlare con i bambini dai 7 ai 10 anni di bullismo, “non è troppo presto “?!

Ce lo siamo chieste e in tre ci siamo risposte di no, dato quanto il fenomeno del bullismo e del cyber – bullismo stia diventando sempre più incidente e rilevante  ne è la riprova la presenza, finalmente,  di una   legge sul Cyber-bullismo che intende contrastare il fenomeno del cyber -bullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di età nell’ambito delle istituzioni scolastiche.

Il bullismo è  un tema ricorrente in tutti quei contesti in cui i minori si trovano a dover fare “prove tecniche di cittadinanza” – come la scuola, le ludoteche , gli sport e le altre realtà aggreganti ci ha proprio convinte del senso di un laboratorio condotto da assistenti sociali e psicologa anche per i  piccoli delle scuole elementari.

Ci siamo messe al lavoro, due anni fa,  per costruire gli incontri del laboratorio utilizzando le nostre conoscenze e competenze personali e professionali per creare un progetto “cucito su misura” per i bambini ed i loro genitori.

Nel proporre i nostri laboratori nelle ludoteche e nelle associazioni abbiamo in mente proprio questo costruire spazi significanti e riconoscibili; spazi protetti per dare spazio… ai pensieri dei piccoli cittadini di domani, che vivranno la realtà del gruppo in molteplici occasioni nella loro vita e che dovranno avere radicati in sé gli strumenti per il confronto e lo scontro civile tra opinioni differenti e la capacità di accettarsi parte di una moltitudine etereogenea di identità.

Per fare questo attraverso il divert-apprendimento, il gioco cooperativo e la magia del cinema accompagniamo  i più piccoli nella conoscenza di cosa è il bullismo affrontando e snocciolando i contenuti di questo fenomeno in quanto dinamica relazionale.

Le emozioni, l’aggressività, il ruolo del gruppo di pari, la valorizzazione delle diversità la fiducia in sé stessi e nei propri mezzi sono  i temi che con i bambini affrontiamo per parlare del bullismo ma soprattutto dei suoi protagonisti: le persone !

Alle mamme e papà forniamo spunti di riflessione ed informazioni per farsi le giuste domande per affrontare il fenomeno.

La sfida è doppia:

Dare, attraverso la semplicità del gioco e la rilettura di un cartone animato, anche e soprattutto ai bambini che parteciperanno una lettura caleidoscopica, o se vogliamo multifocale e  socialmente complessa, del fenomeno. Chi è il bullo, oltre al ruolo che ha scelto di svolgere in questa dinamica , chi è la vittima e che ruolo svolge chi osserva?

Offrire alle mamme e papà strumenti e strategie per “pre- occuparsi” del bullismo in un ottica preventiva con leggerezza e serenità.

Una bella sfida che finora ci ha fatto incontrare tanti validi  nuovi cittadini!

L’infanzia è il suolo sul quale andremo a camminare per tutta la vita.
(Lya Luft)

I laboratori di educazione alla cittadinanza

Costruito sulle linee guida di Regione Piemonte in riferimento al progetto “Parliamo con i giovani – 10 segni di civiltà: diritti e rovesci della grammatica delle parità il ciclo di laboratori esperienziali e incontri sulla cittadinanza che  proponiamo  è  ” ed è un’occasione per i giovani cittadini di sperimentare le 8 competenze di cittadinanza individuate a livello europeo: imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire e interpretare l’informazione!

L’intero laboratorio prevede 10 moduli, ogni modulo è composto da 2 incontri di 3 ore ciascuno e può essere frequentato singolarmente o a pacchetti.

Il metodo è quello del divert-apprendimento che prevede letture, musica, film, brainstorming e tecniche di coaching. In questo laboratorio esperienziale l’esperienza si trasforma in sapere, per imparare facendo e per riflettere. Gli incontri sono un momento di formazione, ma anche culturale e relazionale che intende creare legami tra le persone, cittadini e luoghi.

Il ciclo di incontri ruota attorno a delle domande, a dei quesiti non a delle certezze perché la proposta è quella di attivarsi per riflettere e confrontarsi insieme e non di giungere a dogmatiche certezze .

Siamo tutti diversi o tutti uguali? Essere diversi è un diritto. Essere pari è un segno di civiltà.  Ognuno di noi è unico e, a suo modo, diverso. Valorizzare la differenza vuol dire dare l’occasione per esplicitare i timori per il diverso e impegnarsi al confronto su ciò che nella realtà quotidiana mette in contraddizione il siamo tutti uguali dichiarato e il siamo tutti diversi verificato. Siamo pari?

 Una volta che entriamo in contatto con le differenze come cambia il nostro modo di guardare le usanze degli altri popoli?Una società che si rispetti rispetta la diversità. Il rispetto per le differenze e i diritti degli altri è un valore concreto da perseguire sia mettendolo in pratica nei comportamenti sia riconoscendo le situazioni in cui viene negato, a volte a dispetto delle parole.

Globalizzazione vuol dire omologazione?Il mondo è ricco perché è vario. La diversità degli individui, così come nella natura, è una risorsa che da sempre garantisce lo sviluppo e la ricchezza del mondo e della società.

Come potremmo dire e sapere chi siamo, se non avessimo un altro con cui confrontarci?                   Se riconosci le differenze, riconosci anche te stesso. Senza diversità, il mondo sarebbe un insieme indistinto di esseri e di cose. Non avremmo un metro per capire chi siamo.

Quando ci capita di essere discriminati, cosa proviamo? No, tu no! Tutti nel nostro piccolo abbiamo provato ad essere esclusi. Alcuni lo provano tutti i giorni da molto tempo. La discriminazione di un individuo o di un gruppo avvilisce la società e mortifica la dignità di una persona.

Cosa siamo autorizzati e cosa possiamo fare oggi per far sentire la nostra voce come cittadini?Partecipare è importante… per tutti! La società è come una grande orchestra, dove ognuno partecipa con i suoi strumenti ed il suo talento. Se manca anche solo chi ha una piccola parte, il risultato di tutti viene diminuito.

Come ci si confronta con un pensiero diverso dal proprio? Conoscerlo e rispettarlo significa cambiare le proprie idee?O con me o contro di me. Esiste un solo pensiero? Potrebbe non essere il nostro! Chi non la pensa come noi ha le sue ragioni e la sua cultura. Con la tolleranza c’è spazio per tutti.

Come si traduce la libertà di ognuno nel rispetto degli altri? Ogni diritto ha il suo dovere. Ogni diritto sociale e civile che la società democratica ci assicura comporta anche doveri, tra cui quello di rispettare i diritti degli altri, chiunque essi siano.

Sappiamo riconoscere i nostri pregiudizi?Quelli sono tutti.. A volte ci sentiamo giudici e addossiamo ad un gruppo di persone diverse da noi tutti i difetti di questo mondo. I pregiudizi sono comodi e facili da applicare ma testimoniano la nostra paura di confrontarci.

Quanto piacere può dare scoprire l’altro oltre gli stereotipi? O bianco o nero. Nella vita nulla è così semplice. Molte sfaccettature convivono in ogni individuo. Così come c’è sempre qualcosa di simile in persone diverse. Abituarsi a leggere la complessità apre la mente e gli orizzonti ad un futuro migliore per tutti.

Proponiamo un percorso che parte dal rispetto delle opinioni per costruire rispetto, ascolto per costruire ascolto, capacità di cambiare punto di vista per favorire i cambiamenti di visione  capace di creare relazioni che rispettino la complessità, accresciuta dai cambiamenti globali in corso pèer permettere ad ogni giovane individuo l’esperienza di  sviluppare, in libertà  ed autonomia una propria, multidimensionale idea e messa in pratica della cittadinanza.

(Perché) cittadini si nasce e, soprattutto, si diventa.

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CRESCITA, SCOPERTA, CONFERME E …SORPRESE DI UNA OSS! https://www.assistentisocialionline.it/crescita-scoperta-conferme-sorprese/ https://www.assistentisocialionline.it/crescita-scoperta-conferme-sorprese/#respond Mon, 25 Jun 2018 13:01:12 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=1257 Ed eccoci qui all’ultimo lunedì del mese ed all’ultimo contributo sul tema “crescere” ! Questa settimana ospitiamo una collega, un’Operatrice Socio Sanitaria, un’amica, una tradizionalista rivoluzionaria , una concreta sognatrice, pronta a mettere sempre in discussione le proprie scelte e pertanto sempre pronta ad evolvere ed a crescere… all’infinito: Desirée D’Amico ! Volete che una persona […]

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Ed eccoci qui all’ultimo lunedì del mese ed all’ultimo contributo sul tema “crescere” !

Questa settimana ospitiamo una collega, un’Operatrice Socio Sanitaria, un’amica, una tradizionalista rivoluzionaria , una concreta sognatrice, pronta a mettere sempre in discussione le proprie scelte e pertanto sempre pronta ad evolvere ed a crescere… all’infinito: Desirée D’Amico !

Volete che una persona così non sappia presentarsi da sè ?!

Eccola, infatti,  la sua presentazione e il suo prezioso contributo sul tema della crescita

estrapolato dalla sua tesina finale del Corso OSS !!!

Buona lettura a tutti voi e Grazie Desy !!!!


 MI PRESENTO

Eccomi qui, a scrivere di questo percorso, inaspettato, ma voluto e pensato da tempo! Scoprirete, soltanto seguendomi fino alla fine e rileggendo il mio percorso, perché secondo me ha a che vedere con la crescita, la scoperta , le conferme e …le sorprese  e mi ha fatto decidere di rispondere alla chiamata alla scrittura di Giulia e Cristina!

Sono Desirée D’Amico, ho quasi 31 anni e sono laureata in servizio sociale.
In molti mi hanno chiesto il perché io abbia deciso di intraprendere il percorso formativo per diventare OSS anche se già in possesso di una laurea e come sempre risponderò e vi spiegherò il perché.

Da 10 anni lavoro nel “mondo” del sociale e questa lunga esperienza più il mio percorso universitario e personale mi hanno permesso di incontrare diverse figure professionali, mettermi a confronto con esse, osservare, recepirne i pro e i contro di una determinata professione.
Disillusa dalle aspettative alle quali il mio percorso di studi auspicava, scontrandomi con la realtà, riconoscendo e riconoscendomi intransigente nei confronti di una burocrazia e di uno Stato che impongono e limitano l’autonomia dei servizi sociali mi sono allontanata sempre di più da quel ruolo, mantenendo però dentro di me tutte le conoscenze e le metodologie acquisite.
Così ho lavorato sempre più a contatto con le persone e il loro disagio, quello vero, quello di “strada”, quello dei bambini del Venezuela, quello dei senza fissa dimora di Torino, quello degli psichiatrici e dei disabili, conoscendo e scoprendo in me un bisogno: quello di lavorare con la persona, non solo per la persona. Esserne il primo aggancio, essere chi per prima si accorgesse dei suoi bisogni e delle sue necessità.
L’Operatore Socio Sanitario è questo, è quella figura professionale più vicina alla persona, quella che grazie alla relazione d’aiuto e alla collaborazione con le altre figure professionali redige un progetto personalizzato per rispondere non solo ai bisogni, ma per mantenere l’autonomia, per riscoprire delle risorse sopite, per eliminare le barriere sia architettoniche che mentali, quella che dà e riceve ogni giorno dal contatto umano che si viene a creare con ogni gesto ed ogni parola: io ho bisogno di questo e nel momento stesso in cui ne ho preso consapevolezza ho deciso di essere qui e raccontarvi il mio percorso, con i suoi alti e i suoi bassi, con i dubbi, con gli scontri interni con i miei ideali, con le mie conoscenze, con l’essere penalizzata perché non ci si aspetta sempre il massimo dagli operatori sociali.
IO voglio far la differenza e ho incontrato tantissime persone che la differenza la fanno e continueranno a farla, per rendere la nostra categoria professionale sempre più riconosciuta e per essere orgogliosi di far parte, noi stessi, dei bisogni della comunità.

 

 

 

 

IL PROFILO PROFESSIONALE DELL’OPERATORE SOCIO SANITARIO
La figura dell’OSS nasce nel 2001 da una figura già esistente per esigenze e spinte sociali che creano nuovi bisogni nella popolazione (il femminismo e la partecipazione attiva alla vita sociale delle donne; la sofferenza psichica, l’emarginazione e la disabilità; l’immigrazione; l’allungamento della vecchiaia e i derivanti bisogni dell’anziano).
Prima del Decreto del 18 febbraio 2000 e del suo recepimento a livello regionale con D.G.R. N 46-5662 DEL 25-03-2002 esistevano le figure dell’OTA (Operatore Tecnico Addetto all’Assistenza) a livello sanitario e dell’ADEST (Assistente Domiciliare e dei Servizi Tutelari) a livello sociale: ora la figura è unica e risponde sia ai bisogni sanitari che a quelli sociali, riconoscendo la GLOBALITÁ DELLA PERSONA:  “arginare ogni separazione e distinzione che rendessero la persona un essere disumanizzato di un corpo organico, meccanico, fatto di leve, di ossa e di forze muscolari. Una diversa concezione dell’uomo, ne ha riconosciuto la globalità, sintesi della corporeità, dell’intelligenza e dell’affettività. La globalità e la totalità della persona in rapporto e nel confronto con l’ambiente, si intrecciano in un costante dinamismo inteso a favorire uno sviluppo armonico e a potenziare le abilità per un costante rinnovamento e adeguamento alla vita.”
Grazie a questa nuova visione si è capito che i bisogni sanitari e quelli sociali non possono essere dipendenti e scissi completamente e che quindi l’operatore che si occupa della persona deve avere sia una formazione sanitaria che una sociale: l’OSS quindi non va a sostituire le figure precedenti, ma ne assorbe parte di competenze e compiti e sviluppa un percorso di complementarietà partendo proprio dalla ricomposizione del profilo e della sua evoluzione.
Da specifica formazione professionale l’OSS svolge attività indirizzate a:
• Soddisfare i bisogni primari della persona, nell’ambito delle proprie aree di competenza, in un contesto sia sociale che sanitario;
• Favorire il benessere e l’autonomia della persona;
• Rispettare le autonomie presenti lasciando, invogliando la persona assistita a fare autonomamente;
• Fornisce aiuto affinché la persona possa usare le autonomie residue;
• Si sostituisce alla persona assistita, quando questa è assolutamente impossibilitata ad agire in modo autonomo.
L’OSS opera per competenze tecniche, relazionali e relative alle conoscenze richieste e le attività sono rivolte alla persona e al suo ambiente di vita: assistenza diretta ed aiuto domestico alberghiero; intervento igienico-sanitario e di carattere sociale; supporto gestionale, organizzativo e formativo.
È un operatore che sa lavorare in équipe, sia in ambito sanitario che sociale, e collaborare con le diverse figure professionali che ne fanno parte: infermieri, assistenti sociali, educatori, animatori, fisioterapisti, ecc.
Oltre che lavorare in autonomia (quando agisce secondo le proprie competenze e per attività programmate nel piano di assistenza: intervento mono-professionale), l’OSS può lavorare in cooperazione (quando aiuta un professionista, di altro profilo, nell’espletamento di un intervento che richiede una figura diversa: intervento pluri-professionale) e su prescrizione (quando svolge un’attività eseguibile solo su precisa attribuzione dell’infermiera o altro profilo e con la sua supervisione).
In ambito sociale incontriamo l’OSS presso:
• Assistenza domiciliare;
• RSA (residenze sanitarie assistenziali) considerabili anche in ambito sanitario per i casi ad alta intensità assistenziale;
• CAD (centro aggregazione disabili);
• CADD (centro addestramento disabili diurno);
• RAF (residenze assistenziali flessibili).
In ambito sanitario:
• Ospedale;
• Ambulatori;
• ADI (Assistenza domiciliare integrata).
Si deduce quindi che l’OSS opera con diverse tipologie di utenza: minori, adulti in difficoltà, anziani e disabili.
Grazie al percorso formativo e ad i suoi diversi tirocini mi è stato possibile confrontarmi con tutte queste aree di competenza e gli ambiti in cui la figura si spende.
LA FORMAZIONE

L’offerta formativa proposta per il corso “Operatore Socio Sanitario 2017/2018” spazia tra le aree:
• Socioculturale, istituzionale, legislativa (70 ore);
• Socioculturale, istituzionale, legislativa: pari opportunità (10 ore);
• Area psicologico sociale (80 ore);
• Area igienico sanitaria (130 ore);
• Sicurezza (16 ore);
• Area tecnico operativa domiciliare (50 ore);
• Area tecnico operativa residenziale (75 ore);
• Tecnologia informatica (30 ore);
• Stage (440 ore);
• Prove di valutazione (15 ore).
I docenti che seguono il corso e che accompagnano lo studente anche nelle fasi di rielaborazione di stage (momenti di confronto intermedi in aula) sono tutti professionisti che lavorano nel campo sociosanitario: medici, infermieri, assistenti sociali, psicologhe, medici specialisti (geriatri), animatori, ecc. Ciò permette, oltre all’acquisizione delle conoscenze specifiche, un confronto diretto con la realtà e con le figure professionali con le quali l’OSS collabora quotidianamente.
L’Ente di formazione per i periodi di stage propone:
• Ospedale;
• RSA disabili;
• RSA anziani;
• Assistenza domiciliare sul territorio.
Lo stage, previsto nel percorso formativo da D.G.R. N 46-5662, è un momento fondamentale per prender consapevolezza di cosa sia e cosa comporti “prendersi cura” delle persone in un’ottica relazionale e non meramente assistenziale. Il coinvolgimento emotivo, la giusta distanza, la professionalità, il minutaggio…tutte questioni che durante questo periodo vengono vissute, affrontate e anche messe in discussione.
Personalmente, anche se con molti anni di esperienza lavorativa, non è stato sempre semplice rimanere nel ruolo di tirocinante, sospendere il giudizio, comparare la teoria acquisita con la pratica senza criticità; ciò però mi ha permesso di conoscere tutte le realtà dove l’OSS si può spendere e decidere dove meglio mi vedo e dove mi sento più adeguata per non andar contro i miei ideali, mantenere il mio grado di autonomia e di scelta e la tipologia di utenze con la quale meglio mi relazioni.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO UNA RSA. “non so cosa si deve fare ma so cosa non si deve fare”

 

Dopo tanti anni mi ritrovo di nuovo nel ruolo di tirocinante e non di lavoratrice e specialmente nella veste di OSS e non di assistente sociale. Inoltre è la prima esperienza di lavoro con gli anziani quindi l’arrivo in struttura è carico di ansia, perplessità, ma specialmente di mesi di formazione e di pura teoria.
Tutto ciò i primi giorni ha pesato molto sul mio senso critico e guardandomi intorno trovavo solo discordanze con tutto ciò che in sede di formazione ci era stato trasmesso.
Non è stato facile il confrontarmi e l’esporre tali perplessità alle operatrici e alla direzione presente in RSA, abituati ai ritmi della struttura, abituati a relazionarsi con gli ospiti in un determinato modo e sopraffatti il più delle volte da un burn-out tipico dei lavori sociali.
Teoria e pratica non trovavano un punto di incontro: mobilizzazioni sbagliate, igieni sommarie e non adeguate, prevenzioni assenti, richieste non ascoltate…
La mia parte sociale ha prevalso il più delle volte in tali situazioni e non ho accettato di eseguire determinate manovre, ad esempio, di mobilizzazione (sia per tutelare me stessa che gli ospiti) ed ho cercato il più delle volte di far presente che determinati comportamenti avrebbero portato gradualmente alla perdita residua delle autonomie degli ospiti.
L’equilibrio tra il ruolo di tirocinante, e quindi di OSS in formazione, e la mia preparazione sociale, e quindi l’importanza che do alla relazione umana e all’autodeterminazione della persona, non è stato possibile trovarlo e i primi tempi ciò non mi ha fatto vivere per niente bene con me stessa.
È stato molto utile il confronto avuto durante i momenti di rielaborazione in aula sia con i miei compagni sia con i docenti.
Dopo l’impatto ho cercato le vere ragioni per cui penso alcune strutture per anziani non riescano il più delle volte a rendere dignitosa la vita dei propri ospiti e come per ogni comparto sociale e sanitario la colpa è da ricercare nelle politiche sociali. Queste, create maggiormente da tecnici e non da operatori che lavorano sul campo, non riescono a pieno a considerare la persona come tale e l’imposizione di tempi, costi e modalità disumanizza l’intervento e invece di tutelare la persona la rende vittima del sistema.
Nel caso delle RSA il minutaggio, a parer mio, non può considerare la moltitudine di bisogni e necessità della persona e delle mille variabili che possono sussistere; inoltre le cooperative sociali imposto loro il minimo da garantire non investono soldi propri per aumentare il livello di prestazioni che si possono offrire.
Nel complesso, comunque, dopo tutte le criticità e difficoltà, da tirocinante ho avuto il tempo di dare maggior attenzione alla relazione con gli ospiti dandone forse un sollievo temporaneo (creando forse anche del danno visto che nei momenti e nei periodi di assenza di tirocinanti torneranno a contare solo sulla presenza di un operatore che cercherà il più possibile di soddisfare tutti i bisogni primari tralasciandone quelli relazionali).
Ho voluto prendermi questi spazi di autonomia per non andar contro me stesa e ciò mi ha penalizzato a livello di valutazione, ma sinceramente non credo di poter lavorare in strutture che per colpa del minutaggio non riescano a rendere dignitosa il fine vita delle persone.
Utile sarebbe l’ingesso di operatori sociali, e quindi di OSS, nelle commissioni che si occupano di politiche sociali per creare realmente un welfare state che prenda in considerazione la persona nella sua totalità.

 

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL PRONTO SOCCORSO E IL DEA (Dipartimento di Emergenza e Accettazione)
“Il DEA rappresenta un’aggregazione funzionale di unità operative che mantengono la propria autonomia e responsabilità clinico-assistenziale, ma che riconoscono la propria interdipendenza adottando un comune codice di comportamento assistenziale, al fine di assicurare, in collegamento con le strutture operanti sul territorio, una risposta rapida e completa”.
“È la struttura di accettazione e trattamento iniziale di tutti i casi di emergenza-urgenza.
Attivo 24 ore su 24, presta cure immediate alle persone in condizioni critiche, eroga prestazioni urgenti che non possono essere fornite da altri operatori (medici di famiglia, pediatri di libera scelta, ambulatori specialistici) e comunque non rinviabili, stabilisce l’eventuale ricovero della persona”.
È suddiviso in:
• Triage: punto di accesso delle persone in stato di sofferenza, valutazione dei sintomi e assegnazione di un colore in base alla gravità della situazione (presenza di 1 infermiere o di 1 OSS per l’accesso più 1 infermiere per rilevazione sintomi);
• Area funzionale rosso/gialla ed Area funzionale bianca/verde: qui viene valutata la situazione delle persone assistite e fornita la prima assistenza. Presenza di 1-2 infermieri, 1 OSS e 1 medico in ciascuna stanza. L’OSS qui ha il compito della rilevazione parametri, della svestizione della persona, di coadiuvare l’infermiere e di occuparsi dei bisogni primari della persona;
• Area funzionale chirurgica: (chirurgo più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• Area funzionale ortopedica: (ortopedico più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• Area funzionale pediatrica: (pediatra più infermiere ed OSS all’occorrenza);
• OBI (osservazione breve intensiva, 10-12 posti): in questa sala si permane per un massimo di 72 ore in osservazione e in attesa di dimissione, trasferimento in OCI (*) o trasferimento in unità operativa (presenza di medico, OSS e infermiere);
• *OCI (osservazione clinica intensiva, 10-12 posti): in questa sala, dove ho trascorso la maggior parte del mio periodo di stage, le persone vengono osservate e assistite in attesa per lo più di trasferimento in adatta unità operativa, ma può anche succedere che vengano dimesse. Qui l’OSS e l’infermiere lavorano in stretta collaborazione sia per la somministrazione della terapia, sia per l’assistenza primaria della persona (igiene, alimentazione, ecc..). L’OSS in particolare si occupa di tutta la parte legata all’assistenza e accompagna la persona ad eventuali visite.
Inoltre, in orario visite, ha contatti con i parenti e in questi momenti è forte il lato relazionale e sociale che un operatore socio-sanitario deve acquisire e far proprio.
In OCI la mattinata (mio unico turno) inizia con il cambio turno degli infermieri (di notte non è presente l’OSS) e con la consegna e il passaggio casi. Segue la rilevazione dei parametri, la somministrazione terapia, dalle 8 alle 9 in orario visita viene portata la colazione e aiutato chi ha necessità e/o non ha persone vicine che la possano aiutare.
A termine orario visita si inizia il giro letti (barelle) con l’igiene e il cambio completo lenzuola: si lavora sempre in due (OSS più infermiere) o con la collaborazione della persona se è in grado di alzarsi o di una discreta autonomia. In questi momenti si osserva la cute della persona, eventuali tracce nelle urine o nelle feci, mucose, ecc.; si eseguono medicazioni e si cambiano le precedenti (piaghe da decubito, abrasioni, ecc..).
Terminato questo momento c’è molto spazio per la relazione con le persone assistite (sempre se non si viene chiamati fuori per emergenze o per bisogni) ed è il momento che ho sempre preferito in cui realmente ho potuto conoscere le persone e dedicarne un tempo personalizzato.
Dopo il pranzo (che vede la presenza anche di volontari) e l’orario di visita, si ritorna al giro letti e al cambio turno con consegna.
In media le persone rimangono almeno due giorni in questa unità operativa e ritornare il mattino seguente, vederne i miglioramenti o i peggioramenti, mi ha permesso di seguirne un pezzo di storia clinica; dopo il loro trasferimento non ho potuto più seguirne l’evoluzione, anche perché mi sarebbe stato difficile visto il numero elevato di passaggi ogni giorno.
Trascorrere il tirocinio in DEA mi ha permesso di avere una visione a 360° del lavoro dell’OSS in ambito ospedaliero avendo contatto, anzi il primo contatto, con differenti patologie e differenti gradi di bisogno. Ho imparato tantissime tecniche sia di assistenza sia infermieristiche: la collaborazione tra OSS e Infermiere è incredibilmente funzionale e non viene assolutamente percepita nessun tipo di gerarchia, ma le due figure si complementano. Ciò mi ha reso le giornate serene e stimolanti. Penso che in media durante un turno vedessi 100 persone assistite, una cinquantina di operatori e un centinaio di parenti: ciò ha avuto un forte carico emotivo e un assorbimento completo di energie. Ho cercato di combattere “l’esaurimento energetico” trovandomi degli spazi di solitudine e di rielaborazione in cui riempivo un po’ le mie sacche energetiche. Devo ammettere che relazionarsi con tante persone durante un turno non mi dava spazio ne voglia nella vita privata di vedere altre persone ed ho preferito trascorrere in solitaria il mio tempo fuori dall’ospedale. Se devo fare un’analisi di me stessa credo io debba lavorare molto sulla mia eccessiva empatia che mi rende una spugna per le emozioni e le sofferenze altrui; risulterebbe pericoloso per me lavorare in un ambito ospedaliero dove tutte le persone che si incontrano vivono un momento, temporaneo o definitivo, di sofferenza. Penso che al momento io non sia pronta a lavorare in un ambiente del genere, troppo esposta ad un burn-out precoce: devo lavorare molto sul distacco emotivo e sulla giusta distanza perché, se è vero che nel momento del servizio risulto professionale e con giusto approccio, ne risento molto a livello personale e privato risultando nervosa e facendo fatica a distaccarmi dalla realtà lavorativa.
Grazie a questa esperienza ho conosciuto dei miei limiti, alcuni superati altri da affrontare strada facendo.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL SERVIZIO PSICHIATRICO DIAGNOSI E CURA (SPDC)

Gli ultimi tre giorni di tirocinio li ho trascorsi nell’unità operativa psichiatrica di diagnosi e cura: un regalo per me,  tanto interessata all’ambito psichiatrico e in procinto di iniziare un’esperienza lavorativa a contatto con questo tipo di utenza, dove l’OSS svolge principalmente un lavoro relazionale.
L’SPDC provvede alla cura dei pazienti che necessitano di trattamenti medici con ricovero in ambiente ospedaliero; accoglie trattamenti volontari o obbligatori, provvede all’assistenza di pazienti in condizioni di emergenza ed è collegato al Pronto Soccorso. L’accesso avviene per invio da parte dei Centri di Salute Mentale (CSM), dei medici di medicina generale, dalla guardia medica o per accesso diretto dal Pronto Soccorso.
La struttura presente nel Presidio Ospedaliero conta 4/5 posti letto, la presenza di Infermieri, OSS e uno psichiatra, e nel momento del mio passaggio sono presenti 5 donne: 5 storie che si uniscono.
In questo piccolo spazio, abbastanza vecchio, in attesa di un rinnovo e di un trasferimento da anni, il tempo ha un altro ritmo, lo spazio ha un’altra misura.
Sono stati 3 giorni di racconti e di socialità con le 5 donne che per diversi motivi si trovavano momentaneamente a vivere lì: U. l’ex infermiera che dopo anni di soprusi decide di reagire e aggredire il marito; S. che stanca dalla vita ingerisce candeggina (avevo visto il suo passaggio in Pronto Soccorso); V. l’OSS affetta da schizofrenia paranoide; G. depressa cronica; B. dimessa il giorno dopo il mio arrivo, direzione comunità terapeutica.
Tra loro e tra loro e gli operatori c’è un rapporto estremo di fiducia e dialogo; sono tutte consapevoli di aver bisogno di quello spazio e sono riconoscenti verso gli operatori che dedicano loro del tempo e si occupano dei loro bisogni.
Non si percepisce minimamente la costrizione e lo spazio limitato permette loro l’assenza da stimoli esterni per concentrarsi su quelli interni, causa del loro malessere.
È stata una bellissima esperienza sia conoscere le signore che gli operatori che lavorano in questa unità operativa.

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO PRESSO IL SERVIZIO CURE DOMICILIARI. Cosa significa lavorare sul territorio
Entrare a casa delle persone è come entrare nelle loro vite, nel luogo che più li rappresenta e dove ognuno si sente al sicuro e fonda le proprie radici.


L’operatore deve esser in grado, specialmente all’inizio della relazione d’aiuto, ma in tutto il percorso assistenziale, di “entrarci” ma senza invadere, in punta di piedi, osservando, ascoltando e successivamente indirizzando.
L’osservazione della casa, oltre alla conoscenza dei bisogni della persona, è molto importante e il riuscire ad entrarci in sintonia, trovando dei compromessi con l’utente, è il punto di partenza per rendere efficace l’intervento; il bisogno primario per cui viene attivata un’assistenza domiciliare è interdipendente con molti altri bisogni (sicurezza della casa, igiene ambientale, ecc..).
Nel mio percorso di tirocinio sono entrata in più di dieci case, in più di dieci vite: in alcune accolta di più, in altre meno, ma comunque sempre accettata.
La relazione che si crea tra gli utenti e gli operatori, oltre ad essere d’aiuto, e di estrema fiducia, è di riferimento per molteplici necessità ed è per questo che la conoscenza del territorio di riferimento e dei servizi offerti è fondamentale.
Anche se l’assistenza è domiciliare, la persona, necessita di un continuo collegamento con l’esterno e con la rete di servizi presenti (sanitari o sociali).
Il lavoro presso il domicilio, oltre che direttamente a favore della persona presa in carico, interessa anche i differenti soggetti, care giver, familiari che ruotano intorno alla stessa; è con queste figure che l’OSS, insieme all’equipe multidisciplinare, svolge un lavoro di educazione, oltre che di ascolto e comprensione, per poter renderle autonome nelle pratiche che possono svolgere da sole e in assenza degli operatori (le ore di SAD spesso sono poche e mirate ad alcuni interventi).
Le situazioni incontrate sono molteplici: chi ha necessità più assistenziali (igiene, medicazioni, ecc.), chi più sociali (collegamenti con il territorio, supporto nella gestione domestica, ecc.), chi più burocratiche, chi tutte insieme.
Nella pratica mi sono trovata con la mia tutor a svolgere igiene a persone allettate e terminali, ad accompagnare a visite specialistiche, a svolgere igiene ambientale, ad accompagnare e indirizzare nell’acquisto degli alimenti, a bere caffè al bar e chiacchierare, a mangiare una pizza ed essere l’unico incontro della settimana.
In tutte queste situazioni la relazione è da curare molto ed è la parte predominante negli interventi di assistenza domiciliare.
Il supporto relazionale che si da ad alcune persone è talmente importante che nulla deve esser lasciato al caso, mantenendo sempre la giusta distanza, non dimenticando mai di essere dei professionisti, ma in egual modo non dimenticandosi di aver di fronte una persona, fragile e in un momento di bisogno.
Per evitare che si crei uno stato di dipendenza da parte dell’utente bisogna lavorare sempre sulle autonomie residue della persona, stimolandole e incoraggiandole.
Personalmente è un lavoro che amo, un ambito in cui ho già lavorato e in cui continuerò a lavorare, perché ritengo importantissima la possibilità, finché sia possibile, di rimanere nei propri luoghi e con le proprie persone, grazie al supporto che la rete d’aiuto, sia formale che informale, può dare.
Il clima che si crea trova un equilibrio tra professionalità ed informalità e il dinamismo rende le giornate cariche, ma motivanti.
La quantità di caffè offerti nelle diverse case è pericolosa, ma le parole, gli guardi e i ringraziamenti da parte degli utenti e dei loro nuclei compensa tutti i “pericoli” e le fatiche.

 

 

LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO CON LE PERSONE DISABILI IN RSA
La giornata inizia con il cambio turno e la consegna da parte dell’operatore notturno, la sveglia degli ospiti (con sottofondo musicale e allegria nell’aria), il bagno o la doccia, prestando particolare attenzione a chi, per patologia, può presentare piaghe, arrossamenti, irritazioni (uno dei maggiori fattori di rischio delle piaghe da pressione è l’ipomobilità dovuta da lesioni del SNC E SNP, ecc..).
Successivamente c’è la somministrazione della colazione ed il passaggio infermieristico per la somministrazione delle terapie; quasi tutti gli ospiti vengono imboccati facendo particolare attenzione alle indicazioni alimentari, quali la consistenza degli alimenti ed eventuali diete particolari. Nel nucleo dove ho svolto il mio periodo di tirocinio non c’erano persone alimentate da PEG (gastrostomia endoscopica percutanea), ma in altri nuclei sì quindi l’operatore deve occuparsi insieme all’infermiere della sua gestione.
La mattinata vede il coinvolgimento di ognuno in attività differenti seguendo il piano settimanale delle attività previste per ognuno nel proprio PEI (Piano Educativo Individualizzato): psicomotricità, fisioterapia, gite esterne, passeggiate, vasca a farfalla, ecc.
Ho avuto il piacere di assistere ad un progetto che coinvolgeva sia gli ospiti che alcuni operatori: la danza delle carrozzine che creava un momento di ilarità e di sinergia.
Il clima che i respira in struttura è familiare ed ogni nucleo è come fosse una famiglia inserita in una grande comunità che è l’intera RSA: molti degli ospiti vivono lì da molti anni e vi sono cresciuti e la loro casa è rappresentata da questo luogo.
Vivere due settimane di tirocinio mi ha permesso di entrare, anche se momentaneamente, in questa grande famiglia: è molto importante sospendere il giudizio e allontanare i propri pregiudizi/stereotipi sulla disabilità rinunciando alla pietà e alla compassione.
La persona disabile non deve essere considerata solo in base alle sue limitazioni e concentrandosi su queste nel lavoro con essa, ma pensarla come una PERSONA, nata o cresciuta con la sua limitazione fisica o psichica, con la quale ha imparato a conviverci e con la quale si può convivere nella nostra società eliminando tutte le barriere sia quelle architettoniche che quelle sociali e mentali.

 

INCONTRI FANTASTICI

F. ED IL SUO COMPLEANNO
Arrivo come ogni mattina in servizio e come da abitudine faccio il giro dei letti, leggo i nomi sulle barelle, saluto chi è sveglio regalando un sorriso e mi informo su cosa li porta in pronto soccorso.
Quella mattina F. mi guarda e mi sorride chiedendomi di alzargli leggermente lo schienale della barella e un bicchiere di acqua che sorseggia tramite una cannuccia.
Dopo il solito svolgimento della mattinata ho il tempo per un po’ di chiacchiere e F. che mi aveva colpito per il suo sorriso attira la mia attenzione e passo con lui mezz’oretta.
Mi racconta dei suoi prossimi 90 anni, della sua carriera da carabiniere, di quando visse sotto scorta per 10 anni e ogni tanto il tempo viene scandito dal monitor che suona più forte per il suo cuore che accelera ricordando i tempi della gioventù e le sue avventure lavorative.
Il giorno dopo F. è ancora in pronto soccorso, ma sa già che nel pomeriggio verrà trasferito nell’unità di medicina; “il 18 maggio passi a trovarmi che compio 90 anni…spero di arrivarci!”.
Arriva il 18 maggio e il primo pensiero del mattino è il compleanno di F. e le sue parole; arrivo in pronto passando la giornata aspettando di poter salire in unità. Finito il turno, invece di correre a cambiarmi, attraverso corridoi, scale e ascensori e rivedo F.: sta dormendo, piano piano lo chiamo, apre gli occhi e gli si apre il sorriso che tanto mi aveva colpita.
“Auguri signor F. ha visto che i 90 sono arrivati!?”
“Ciao cara, grazie mille”.
Mi bacia la mano ed esco rispondendo al suo sorriso con il mio.

 

UN BRUTTO SPAVENTO
” Desirèe puoi venire un attimo?”.
Il mio primo pensiero è stato “ci sarà qualcuno da cambiare o qualche trasporto da fare”. L’infermiere mi apre la porta della sala chirurgica e lì per la prima volta un brivido mi corre dalla punta dei piedi alla punta dei capelli: mia madre su una di quelle barelle che molto probabilmente avevo preparato poco prima.
Un giramento di testa, un soffio al cuore, conto nella mia testa fino a cinque e torno al mio ruolo di Oss ed esco da quello di figlia. Decido di uscire e lasciare mia madre in quella sala e tornare al mio lavoro distaccandomi da quella situazione, pensando che come figlia sarei stata in sala d’attesa aspettando la voce che arriva dagli altoparlanti.
Posizionata nei corridoi in attesa del risultato delle analisi, ogni tanto passando osservavo e chiedevo come stesse rimanendo nel mio ruolo di Oss; finisco il turno ed esco tornando al mio ruolo di figlia, in attesa.
Due ruoli in contrasto e che hanno cercato un equilibrio in una delle giornate più cariche di pressione del mio tirocinio.

 

LASCIARSI ANDARE
Una mattina come altre, solita routine tra la consegna infermieristica, la rilevazione dei parametri delle persone assistite, le colazioni; il tutto aveva un sottofondo di dolore, un rantolio continuo e un affaticamento alla vita.
Era G., collegata a mille cavi come se fossero il suo ultimo collegamento con questa vita. Iniziamo il giro letti e igiene e arriviamo al suo letto; la signora G. era obesa e incosciente e chiediamo l’aiuto ad altri colleghi per poterla lavare e cambiare le lenzuola.
L’infermiera ci avvisa “ragazzi, non credo ce la farà”.
Io ero sul lato destro, le tenevo la testa, la spalla e il braccio appoggiato su di me era completamente abbandonato. Sistemiamo la signora e la sua barella e appoggiamo la sua testa sulla federa pulita; un rantolo…l’ultimo…e G. si lascia andare e abbandona questa stanza.
I colleghi di fianco a me iniziano ad affaccendarsi in azioni a me confuse e sconosciute, inizio a sentire le voci lontane e gli occhi riempirsi di lacrime: il mio primo decesso, la mia prima esperienza con la morte. Necessito di allontanarmi un attimo, di prendere aria, di uscire da quella stanza. Trattengo le lacrime a stento e chiedo di uscire, ma vengo seguita da un collega che mi porta fuori; non ricordo la strada, vedevo solo le pareti che cambiavano colore, curve e poi l’aria, e poi lo sfogo!

Ritorniamo dentro, respiro e torno dalla signora G.. Il mio collega OSS mi chiede se me la sento di continuare l’iter e di vedere cosa il nostro profilo è tenuto a fare in caso di decesso. Accetto: togliamo tutti i cavi che tenevano alla vita la signora G. e la portiamo in una stanza collegata a un monitor attendendo che i parenti rispondano alle diverse chiamate partite dal reparto.
Finisco il mio turno, torno a casa, prendo il mio cane e inizio a correre e a piangere per poi tornare serena e pronta per un nuovo giorno in pronto soccorso.

 

IL POST PRANZO
Sto tornando dal pranzo, le solite corse: 30 minuti per mangiare, fumare una sigaretta ed elaborare le ore precedenti di servizio.
Entro dalle porte del DEA e vedo una collega tamponare la testa di un ragazzo; le chiedo subito se vuole il cambio e con un sorriso accetta volentieri. Entriamo nella sala chirurgica e la collega mi chiede se voglio rimanere lì per vedere qualcosa di nuovo: ovviamente accetto volentieri senza sapere cosa in realtà io stessi tamponando.
Si avvicina il chirurgo e l’infermiera e “tac” tolto il cotone inizia a scorrere il sangue da quei 3 tagli procurati da un incidente stradale.
Primo capogiro, 3 respiri.
Il chirurgo buca con l’anestesia quella pelle che sotto le sue mani sembra seta e inizia a cucire mentre io tampono e l’infermiera taglia il filo ogni 2/3 punti.
Secondo capogiro, 3 respiri, risate di supporto dal medico e l’infermiera e anche dal ragazzo che si accorge del mio momentaneo disagio.
Supero il momento, continuo a tamponare, tampono anche le mie emozioni e finisco il mio lavoro pulendo il viso del ragazzo dal sangue colatogli in volto.

 

GAMBA NON GAMBA
T. è l’ultimo del giro letti del mattino quel giorno: completamente immobile assorbito da quella barella, magro, lungo e dolorante. Leggo che ha alcune piaghe da decubito sulla schiena ed eseguiamo la sua igiene e il suo cambio lenzuola con estrema calma e delicatezza nei movimenti.
Cambiato e pulito arriviamo ad una medicazione sulla gamba che necessita un cambio ignare di cosa ci sia sotto.
Srotolati i metri di garza allo zinco che vaporizzano nell’aria molecole bianche troviamo ciò che rimane della gamba di T.: il tendine a vista vibra come una corda di violino, la poca pelle che c’è ormai ha il color carbone, liquidi di color arcobaleno tutto intorno. È una piaga da decubito ormai all’ultimo stadio protratta da anni e, dopo il consulto chirurgico, capiamo che non c’è più soluzione se non quella di eliminare quella parte del corpo che ormai non appartiene più al signor T.
Con l’infermiera eseguiamo di nuovo il bendaggio dopo la pulizia accurata della ferita; consiglio al signor T. di alimentarsi per poter star meglio e per evitare la comparsa di altre piaghe visto che avevo notato che la colazione l’aveva volutamente saltata.
Ciò non accade al pranzo, ma a grande sorpresa l’indomani riesco ad aiutarlo a mangiare e inizia a prender colorito in volto. Il giorno seguente il signor T. è ancora lì, il color grigio del suo viso è quasi sparito, si è messo gli occhiali e legge la stampa riuscendo a suo modo a girarne le pagine; un movimento minimo del volto mi ricorda un sorriso di gratitudine.
La gamba l’ha dimenticata, non la sente più.

 

DOLCI RICORDI
“Mi prenda i miei dolci, sono lì in quell’armadio!”. “La mia borsa dov’è? L’ho lasciata nella mia stanza!”.
A. è spaesata e confusa, cerca le sue cose, si sveglia in pronto soccorso dopo il trasporto dalla struttura anziani in nottata dovuto ad una caduta accidentale.
Mi avvicino a lei che si dimena sulla barella cercando di togliersi quel tubicino che le permette di urinare e urla cercando di scendere per tornare nella sua stanza.
A. ha 94 anni ed è affetta da Alzheimer.
“Cerco” i suoi dolci negli armadietti dei farmaci: “qui non ci sono! Devono essere finiti!”.
Abbandonata la voglia di dolci inizia a raccontarmi ciò che si ricorda della sua vita e a raccontarlo di nuovo e di nuovo e ancora…come se la puntina del gira dischi si fosse bloccata mentre il disco continua a girare.
“Vivo con mia mamma…a forse no…forse è morta! Si si è morta!”.
Arrivano le nipoti durante l’orario di visita ed è subito festa: si torna in struttura.
A. se ne va in carrozzina per tornare a “casa” con un sacchetto di amaretti che mangia anche senza denti e ritroverà la sua borsa di dolci e pezzi di memoria della sua storia.

 

RITROVARSI
Scruto quel letto, riguardo, mi avvicino; sì è proprio lui, è proprio Q. un utente conosciuto nel mio precedente tirocinio sul territorio.
Saluti, abbracci e racconti del suo arrivo in pronto soccorso.
Q. non cambia anche se non più a casa sua, ma su una barella: malato terminale, super richiedente, super attivo, super rompiscatole come scherzosamente gli dico più volte!
Mi cerca con lo sguardo ogni 5 minuti, anche solo per farmi l’occhiolino e forse per sentirsi un po’ a casa, quella casa che per due settimane ho frequentato durante il mio tirocinio. L’indomani Q. non c’è più, è stato trasferito in unità e magari un giorno lo rincontrerò anche lì e come sempre strizzandomi l’occhio mi chiederà qualche favore ed io sbuffando lo chiamerò rompiscatole e farò quel che posso per farlo sentire un po’ a casa!

 

 

CONCLUSIONE

Adesso sì, oltre che sentirmi un OSS, lo sono davvero.

È stato un percorso di crescita, di scoperta, di conferme e di sorprese.
Ogni inizio tirocinio partiva con delle aspettative, che si modificavano, che a volte venivano deluse e che in altre venivano superate.

Ho superato molti miei limiti e molte delle mie barriere mentali, grazie ad alcune esperienze e grazie al confronto continuo in aula con i miei compagni e con i docenti.

Ho scoperto nuovi ambiti lavorativi che mi hanno affascinata e incuriosita, che mi hanno formata e che mi hanno scalfito il cuore.

Un viaggio alla scoperta di un mondo sommerso che è quello della sofferenza e del disagio umano che spesso viene emarginato, ma che è parte di noi e della comunità.

Ho incontrato operatori stanchi, operatori motivati, operatori disillusi e operatori che si sentono realmente necessari e portatori di benessere e lo fanno professionalmente, ma con quel pizzico in più dell’essere e non del solo fare.

Ho acquisito moltissime competenze, sia sanitarie che sociali, grazie alle lezioni teoriche in aula e al supporto di docenti professionisti della materia, e grazie a tutte le persone e le tutor che mi hanno accompagnata durante ogni periodo di tirocinio con la voglia di trasmettere i propri saperi, le proprie conoscenze e di formare nuovi operatori.
Ora posso dire di saper esattamente chi è l’OSS, la sua storia e le sue battaglie per rivendicare il ruolo, cosa può e cosa non può fare, con chi collabora e con chi intesse le reti di supporto per le persone.

Mi sento realmente parte di questa comunità professionale e non vedo l’ora di farne parte lavorando direttamente, continuando a far crescere il nostro ruolo, continuando a stringere sempre più forti collaborazioni con altre figure per lavorare insieme per l’insieme che è la persona considerata nella sua globalità, eliminando i residui di assistenzialismo e di individualismo che non devono più esistere e che devono essere debellati dal nostro sistema, perché il benessere del singolo è il benessere di tutti e il benessere per la nostra intera comunità.

Lavoriamo per il benessere e non per l’assenza di malattia,

perché si può star bene anche in malattia,

si può scegliere di sorridere anche quando il nostro corpo ci sta piano piano abbandonando,

quando il corso naturale della vita ci porta verso l’ignoto,

quando un familiare ha bisogno di noi,

quando un bambino e una famiglia hanno bisogno di una spinta per uscire da un momento difficile,

quando un disabile ha bisogno di integrarsi,

quando il bisogno è un bisogno condiviso

da tutti noi.

 

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Orgoglio! https://www.assistentisocialionline.it/orgoglio/ https://www.assistentisocialionline.it/orgoglio/#respond Mon, 12 Mar 2018 13:45:55 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=1159 Rulli di tamburo!!! Siete pronti?! Ecco a voi il secondo contributo sul tema del mese! A donarcelo è Nadia Pozzar, mamma e moglie ma anche sorella ed amica, impiegata presso l’Istituto Zooprofilattico di Torino ed insegnante in attesa di cattedra, fan sfegatata di Lorenzo Cherubini ma anche di Assistenti Sociali Online! Fatevi trasportare nella lettura […]

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Rulli di tamburo!!!

Siete pronti?!

Ecco a voi il secondo contributo sul tema del mese!

A donarcelo è Nadia Pozzar, mamma e moglie ma anche sorella ed amica, impiegata presso l’Istituto Zooprofilattico di Torino ed insegnante in attesa di cattedra, fan sfegatata di Lorenzo Cherubini ma anche di Assistenti Sociali Online!

Fatevi trasportare nella lettura che ci propone della parola orgoglio come gesto d’amore!

 

 

 

Questo tema del mese di marzo attrae subito la mia attenzione. L’orgoglio.

Non so perché ma la prima accezione a cui penso è positiva. Penso a quanto sia bello essere orgogliosi di qualcuno: apprezzarlo per quello che fa, per ciò che dice, per come si comporta.

Avere la capacità di trasmettere agli altri il nostro essere fieri di loro porta ad un equilibrio cosmico e alimenta l’autostima che spesso in questi tempi impazziti vacilla pericolosamente.

Ci sono davvero moltissimi motivi per cui essere orgogliosi!

Essere orgogliosi di essere qualcuno: mamma, compagna, moglie, nonna, zia, sorella, amica, collega- ed uso il femminile per sottolineare l’orgoglio di essere DONNA.

Essere orgogliosa di realizzare i propri sogni: una famiglia felice, una vita piena di affetti, un percorso di studi, una professione appagante, un progetto realizzato.

Vi sono occasioni continue per declinare l’orgoglio positivo, ma vorrei sottolineare quella che più mi sta a cuore in questo periodo: vorrei che ciascun genitore si fermasse a pensare a quanti motivi abbiamo per essere ORGOGLIOSI dei nostri figli. Trovo che le aspettative che si riversano su di loro siano davvero arrivate all’eccesso e lasciamo troppo spesso il dubbio in loro di non essere abbastanza. E qui sta l’errore –che spesso commetto anche io!-

 

 

I nostri figli nella loro unicità sono perfetti: cerchiamo di crescerli nel rispetto di sé e degli altri, diamo loro gli strumenti necessari per cercare di comprendere questo mondo bizzarro e cerchiamo ogni volta che ve ne sia occasione di dirgli quanto siamo orgogliosi di loro.

Cerchiamo di alimentare la loro autostima: bambini amati, che trovano supporto e conforto nella propria famiglia saranno adulti consapevoli e magari forti abbastanza per affacciarsi alla vita con un sorriso e un pizzico di forza in più che non guasta mai!

E diciamolo, non solo ai nostri figli, ma a tutte le persone che in qualche modo ci rendono orgogliosi! Per le piccole cose di tutti i giorni o per grandi progetti che vediamo realizzare, per piccoli passi che magari costano una gran fatica o per scelte coraggiose che portano molto lontano.

Essere orgogliosi per me significa questo: amare e apprezzare tutto il buono che intravediamo nelle persone cercando di valorizzarlo; chi è apprezzato e amato, lo farà a sua volta, innescando un meccanismo magico, positivo e potentissimo!

Nadia

 

 

Ps Non farò alcuna riflessione sull’altro tipo di orgoglio, quello negativo, non una parola sul livore che lo alimenta e sulla superbia di cui si nutre!

 

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Senza paura https://www.assistentisocialionline.it/autonomiasenzapaura/ https://www.assistentisocialionline.it/autonomiasenzapaura/#respond Mon, 16 Oct 2017 17:29:25 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=969 E anche l’autore del terzo articolo sull’autonomia, Alfonso Totaro, 41 anni, un “papàmaritoavvocato” ci ha reso  facile presentarlo, facendo tutto da sè, …sarà il tema che ispira!?! Alfonso ci racconta  le sue riflessioni personali di papà sul tema dell’ Autonomia, affrontando  il  ruolo chiave che i genitori hanno rispetto all’evolversi del rapporto dei propri piccoli con la sperimentazione dell’autonomia e la […]

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E anche l’autore del terzo articolo sull’autonomia, Alfonso Totaro, 41 anni, un “papàmaritoavvocato” ci ha reso  facile presentarlo, facendo tutto da sè, …sarà il tema che ispira!?!

Alfonso ci racconta  le sue riflessioni personali di papà sul tema dell’ Autonomia, affrontando  il  ruolo chiave che i genitori hanno rispetto all’evolversi del rapporto dei propri piccoli con la sperimentazione dell’autonomia e la paura  ma ci parla anche delle paure e sfide che affrontano i genitori , anzi …nel dettaglio i papà!

Buona lettura,

tutta d’un fiato…senza paura!!! 

Grazie Alfonso ! 

Salve, mi chiamo Alfonso Totaro, ho 41 anni, sono un papà, marito e un avvocato…tutto insieme e senza un ordine preciso..

Fatte le dovute presentazioni mi cimento in questa impresa. Condividere il mio pensiero sul tema: ” Autonomia”.

Liberata la mente mi è tornato alla memoria un episodio vissuto che descrive bene cosa penso di questa parola piena di significato che mi mette in crisi in modo profondo.

Provo a raccontarla.

Una mattina della scorsa settimana, lasciando Giacomino all’asilo, mentre io e Cristina ( la mamma) uscivamo dalla struttura, una nostra amica, mamma di un compagno di classe del nostro pargolo, ci ha detto: ” certo che la mamma di Simone, a cinque anni gli mette ancora le ciabatte lei, quando crescerà questo bimbo?” .

La fretta del mattino ha fatto sedimentare questa osservazione per qualche giorno, esattamente fino a quando non mi è stato chiesto di scrivere queste righe.

Per me la parola autonomia significa: lasciare andare, lasciar crescere, rendere liberi i nostri figli, anche e soprattutto da noi genitori.

Per me la parola autonomia non significa invece: plasmare un essere umano a nostra immagine e somiglianza, fargli vivere la nostra seconda vita, ( quella che noi non siamo riusciti a vivere e/o diventare), creare una dipendenza infinita fatta di sensi di colpa basati sul ricatto tipico della frase: ” dopo tutto quello che ho fatto per te…..”

Insomma, si sarà capito che questa parola per me evoca un senso di eterno conflitto.

In primo luogo con noi stessi. Infatti da un lato vogliamo essere autonomi, perchè ciò ci rende forti e indipendenti verso i rapporti esterni, ( lavoro, professione, relazioni interpersonali). Mentre dall’altro, nelle relazioni emotive più importanti, ad esempio nei confronti dei nostri figli, siamo portati, almeno io in modo particolare, a pensare che voler bene e prendersene cura significhi sostituirsi a loro, nell’agire ed a volte anche nel pensare.

E così giorno dopo giorno, il più delle volte in modo del tutto involontario, nel quotidiano viviamo combattuti tra legare le scarpe, vestire, prendere in braccio, lavare i denti e persino pronunciare pensieri al posto dei nostri cuccioli. Salvo poi la sera, quando finalmente arriva il silenzio ed abbiamo quel momento magico, mentre li guardiamo sognanti nel letto, in cui ci rendiamo conto della giornata appena trascorsa e ci ripromettiamo mille buoni propositi per l’indomani, che puntualmente verranno disattesi.

Come fare per vincere questo stato d’animo in cui ci troviamo invischiati nostro malgrado?

In questi ultimi due anni, a causa di alcune vicende familiari, ho avuto modo di confrontarmi con alcune persone che mi hanno fatto comprendere l’importanza per noi genitori di un concetto molto semplice..”noi non siamo in grado di proteggere i nostri figli da tutto e da tutti“.

Non lo siamo perchè non siamo eterni e perchè la vita, purtroppo, porrà loro davanti a tanti momenti difficili, ed in molti di questi noi non ci saremo.

Non è stato facile per me assimilare questo concetto. La prima risposta è stata: ” come, io sono suo padre, finchè ci sono io lui non può soffrire” ma poi, dopo cinque minuti( forse anche meno) mi sono accorto di quanto fosse stupida questa affermazione. Stupida perchè frutto di un luogo comune che impone al maschio di assumere questo ruolo. Stupida perchè implicitamente porta dentro di sè la nostra vulnerabilità ed il nostro non accettare ciò che è ovvio.

Se invece facciamo nostro e condividiamo questo concetto sarà molto più semplice, almeno in parte, lavorare per rendere veramente autonomi i nostri figli, fornendo loro tutte le esperienze, gli strumenti e i metodi per crescere, mettendo da parte le nostre paure che ci sono e ci saranno sempre.

Voglio concludere in modo positivo dicendo che il conflitto con noi stessi si può vincere cercando di avere ben scolpita nella nostra mente l’immagine e la gioia che i nostri figli ci trasmettono quando corrono verso di noi e, con il cuore in gola e ansimanti, ci raccontano cosa sono riusciti a fare da soli durante il giorno, oppure in una gita con la scuola o in un pomeriggio di giochi con gli amici. Con quell’immagine davanti agli occhi vedremo il nostro io rimpicciolirsi sempre di più e riusciremo così a non nasconderci dietro la scusa della fretta per uscire di casa, fretta per andare a dormire, dietro la paura che tutto possa accadere ( benché ciò sia vero nonostante noi) e, finalmente, riusciremo a vedere camminare i nostri figli verso la loro vita, diventare uomini e donne pieni di coraggio e responsabili di loro stessi, pronti ad affrontare il mondo.

Ci riusciremo? Chi può saperlo. Almeno proviamoci!

 

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IL CASTELLO https://www.assistentisocialionline.it/il-castello/ https://www.assistentisocialionline.it/il-castello/#respond Mon, 25 Sep 2017 10:40:16 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=936 Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante, sopratutto per una di noi ! La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa […]

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Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante,

sopratutto per una di noi !

La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa che ci ha donato! 

Vi chiediamo solo di mettervi comodi, prendervi del tempo …e leggerlo tutto d’un fiato!

Un Castello da condividere

Vecchie pietre,

antichi muri,

che l’edera

pazientemente

avvolge;

stanze di silenzi

frantumati

dalle risa

dei nostri figli bambini.

Chi percorre oggi

quegli spazi,

calpesta e confonde

i segni nascosti

delle nostre vite,

ascolti

con trepido silenzio

il respiro

dei nostri sogni

di allora

e conservi intatta

la fragranza

della memoria

di un tempo felice.

Riccarda, già altrove  settembre  ‘89

 Arriviamo al castello in un caldo pomeriggio di luglio del 1980. Il camion guidato da Arnaldo che trasporta le nostre cose, fatta una breve salita passa sotto l’arco d’ingresso, prosegue sul vialetto e si ferma in cortile. In una gran confusione di cani, bambini e persone noi scendiamo dalle macchine che ci hanno portati fin lì, tutti ci salutano e ci abbracciano. Inizia la nostra nuova  avventura.

I mobili sono trasportati fino all’ultimo piano, la consegna è di montare oggi almeno i letti per poter dormire stanotte; in un via vai di persone su e giù per le scale, di voci che chiedono “questo dove va” e di bambini tra i piedi. I nostri per fortuna dormono nel grande salone nei loro lettini da campeggio: Chiara è figlia mia e di Mario, Giacomo di Maria e Giorgio; sono nati l’anno prima rispettivamente l’8 marzo e il 27 aprile. Maria dopo un po’ si siede sulla panchina di legno sotto la pergola di vite americana, ha il pancione di Luca che nascerà già qui, il 5 agosto. Anche Giulia nascerà qui ad agosto del 1981.

Tutti ci aiutano, anche Victor e Tito, “i maschi” delle famiglie argentine profughe della dittatura che sono ospiti al castello da qualche tempo,  mentre i figli ci studiano con i loro visetti seri: Martina la negrita con gli occhi da antica donna india,  Marina la colorada, dagli incredibili capelli rossi e Martin il più grande con il quale instaurerò un legame di affetto profondo che sarà fonte di discussioni accese con suo padre che non ammette troppe tenerezze nella vita dell’ esilio, neanche per un bambino. Invece io Martin l’ho amato subito, da quando mi hanno raccontato che a scuola aveva inventato per sé un cognome italiano, lui che per i motivi di sicurezza dei grandi ha dovuto dimenticare il suo, ed aveva scelto “Pescatore” suscitando purtroppo soltanto  le risa di incredulità dei compagni.

Ad un certo punto Victor chiede con tono determinato nel suo italiano cantilenante: ”Ma qui chi è il capo del lavoro?” e le cose si fanno più ordinate, il trasloco segue strategie più efficaci. La sera mangiamo tutti insieme sui vecchi tavoli e le panche di legno sotto il portico, inaugurando quella che diventerà negli anni per tutti noi una consuetudine. Ci siamo tutti, le famiglie che abitano qui: Pippo e Giovanna, Alda e Giovanni, ci raggiungeranno presto Augusto e Valeria, Anna…

Non ricordo il cibo, c’era sicuramente la pasta di Alda nel pentolone, ma posso sentire se chiudo gli occhi il suono delle nostre voci, ricostruire i sorrisi e gli sguardi accesi di tutti, anche quello che vaga altrove, de “La flaca”: Maria moglie di Victor e la mamma di Marina e Martin. Lei pensa alla sua Buenos Aires troppo lontana o forse a Genova dove stava prima di venire qui e dove ha lasciato il suo piccolino, morto silenziosamente una notte nella sua culla senza che nessuno potesse fare nulla per lui. Piange spesso da sola di notte, quando nessuno la sente, e forse si chiede senza confessarlo che senso abbia questo esilio e quanto ancora sia alto il prezzo, per loro, da pagare.

Gli argentini…. Le loro vite segnate, eppure determinate a sognare e costruire un futuro migliore per sé e per il loro popolo, entreranno nelle nostre; conosceremo sulla loro pelle i segni profondi delle dittature che abbiamo contestato nei cortei cantando le nostre canzoni e quelle degli Inti Illimani che tutti conosciamo a memoria. Ci legherà a loro un sentimento forte fatto di affetto, rispetto, condivisione, sofferenza e speranza comune.

Noi quattro accoglieremo in casa nostra Mariano (in realtà il suo nome è Rodolfo, ma questo lo scopriremo alcuni anni più tardi, quando avrà fatto ritorno finalmente a Buenos Aires e nel suo paese) l’unico che non ha famiglia e per un anno vivrà con noi, preparandoci il pankeke e il dulce de leche, il chimichurri per l’hasado e un giorno che la nostalgia forse era forse per lui un po’ più difficile da sopportare, la marmellata di pomodori verdi come la preparava suo padre.

Sappiamo quasi nulla di lui e quel poco lo mettiamo insieme un po’ alla volta da pezzi di conversazione o da altri : sua moglie l’hanno portata via un mattino le squadre speciali, lui si è salvato perché in quel momento era fuori casa; ha un figlio da una compagna che non vive con lui, un giorno andremo insieme al mercato di Ivrea a comprare per Nico pantaloncini e maglietta, a stupire il venditore che guardava incredulo un padre e una “madre” che non conoscevano peso e statura del loro figlio. (Ora Nico è grande, vive a Buenos Aires ed è papà a sua volta di uno splendido piccolo Santiago).

Intanto stasera sotto il portico tutti parliamo di noi, raccontando i pezzi essenziali delle nostre vite per farci conoscere, per conoscere gli altri; facciamo insieme progetti, organizziamo gli spazi che conterranno per i prossimi nove anni (ma noi non lo sappiamo ancora e pensiamo per sempre) le nostre vite e quelli di altri amici che si aggiungeranno per strada. Poi Giorgio prende la chitarra e cantiamo, la sera si stende placida oltre le ombre del portico che non raggiungono per ora le nostre vite che invece si intrecciano saldamente ed inesorabilmente.

Poi noi quattro raggiungiamo l’alloggio dell’ultimo piano che sarà la nostra casa: è molto grande e c’è spazio per tutti: una camera da letto per ciascuna coppia, una per i bambini, una per Franco che ha 13 anni ed è il nostro figlio affidatario, un salotto che ospiterà spesso gli amici, una veranda chiusa molto luminosa che guarda le montagne ed un’altra che dà sul cortile, due bagni e la cucina con il grande tavolo di legno che possiedo ancora e che è stato testimone di tutte le nostre vicende liete e dolorose e su cui bambini ed adulti hanno  inciso spesso il segno del loro pensiero. E i segni sono rimasti tutti lì, da ripercorrere ogni tanto come una mappa di quel tempo, e delle nostre vite.

In questa nuova casa viviamo in 7, tra poco 8 con l’arrivo di Luca , due famiglie che sono una sola, che condividono tutto: una comunità come si diceva all’epoca. Per noi è normale oltre che bellissimo vivere così, è stata la naturale conclusione di strade intraprese molto prima e che ad un certo punto si sono incontrate.

Avevo 18 anni quando una domenica all’uscita dalla messa delle 11 sulla piazza di Arè, mentre il campanile suonava mezzogiorno, Dido, un amico un po’ più grande di noi propose a me e a Giorgio di partecipare ad un campo di lavoro che si sarebbe svolto ad Ivrea durante l’estate. Si trattava di raccogliere carta, stracci e ferro vecchio, le cose che il nostro mondo buttava, per venderle e finanziare i progetti dei missionari della diocesi che operavano in Brasile, in quello che era allora chiamato “il terzo mondo”.

Ci andai, insieme a Giorgio e a molti altri ragazzi e ragazze che provenivano da tutta la diocesi ed il nostro gruppo si chiamò proprio così “Operazione Terzo Mondo”.

La nostra amicizia continuò anche dopo la fine del campo ed iniziammo a ritrovarci ogni domenica a parlare, discutere, a fare progetti per il futuro del gruppo, ad inventare nuove attività. Eravamo davvero incredibilmente tanti: più di quaranta credo. Spesso erano i bar ad accoglierci: ne ricordo uno che non c’è più ad Ivrea “il Cavallino bianco” che riempivamo spesso con la nostra presenza chiassosa ed ingombrante.

Consumavamo poco perché pochi erano i nostri soldi, eravamo felici soprattutto di ritrovarci, di essere, insieme, qualcosa. Altre volte erano le case dei genitori ad ospitarci, soprattutto  ad Orio a casa di Marino, a S. Giorgio a casa di Beppe  che avrebbe preso messa di lì a poco e sarebbe subito partito per il Brasile, e di Angela . A volte Don Gamerro celebrava la messa per noi  e noi in silenzio meditavamo la Parola e cantavamo le nostre canzoni: Walter, Giorgio e altri suonavano la chitarra, Beppe il basso, Gian Mario la pianola.

Eravamo tanti davvero, e molti li ricordo con chiarezza: Marino che era un po’ il nostro leader , un po’ più grande di noi e un po’ più saggio, Dido saggio e responsabile già da allora, Vittorino che tutti chiamavamo Vitto con i suoi riccioli neri, il motorino e le sue poesie, Walter con la sua solitudine, la chitarra e qualche ciucca memorabile, Mario di Strambino alto, grosso e maldestro, simpaticissimo, Giola di Orio, compagno di scuola di mio fratello, Diego e Tea una delle prime coppie formatesi all’interno del gruppo, Ingrid la sorella di Tea, Loris-Felpus che ho ritrovato dopo anni professore dell’ultimo dei miei figli, Carola che mi sembrava allora già così matura e seria!, Pia e Cate le due sorelle di Lessolo, Adele , “la zia”, Beppe, Paulin, Paolo di Cascinette…

Ad un certo punto la nostra strada incrociò, non mi ricordo come, quella di altri ragazzi: “quelli della Sacca” un quartiere nuovo alla periferia sud di Ivrea. Abitavano tutti insieme al settimo piano di un palazzo di Via Gobetti e con loro c’era un responsabile: don Teresio  e una famiglia : Franco, Ida e i loro figli: Patrizia, Alessandro detto Lallo ed Elisa ancora neonata. La loro comunità era nata da poco e derivava dell’esperienza del seminario; in quelle stanze vivevano  insieme Augusto, Mario e, Mario “Albi” che avrei sposato qualche anno più tardi, Silvio “il Che” legato alla figura del “comandante” oltre che dall’ideale, da una gran barba e zazzera nera che porta ancora oggi che fa il professore e scrive romanzi per ragazzi, Gian Mario, Silvio, Giuseppe “Giors”, di cui ho conosciuto il vero nome soltanto quando già stava per diventare avvocato, Severino che sarebbe presto diventato prete e che per ora partiva periodicamente per Taizè semplicemente scendendo in strada ed “alzando il dito”. L’autostop  era infatti per molti di noi il modo più semplice di spostarsi, ed anche, allora, abbastanza sicuro. Altri ragazzi passavano o restavano qualche tempo in comunità, alcuni del quartiere, altri conosciuti a scuola o nei gruppi che si formavano in città. Quello era infatti un periodo di forte aggregazione, i gruppi erano le nostre nuove famiglie, la nostra casa, la sede dei nostri affetti. Il luogo della nostra crescita emotiva e culturale.

Con “quelli della Sacca” si stabilì subito un forte legame ed i due gruppi in un certo qual modo si fusero. In un certo qual modo perché non era proprio così, allora i gruppi si sfrangiavano e si contaminavano in mille modi, si apparteneva a più gruppi che incarnavano sfumature diverse di un unico percorso. Il nostro era senza dubbio un percorso complesso: religioso senza dubbio se per religione si intende il cristianesimo, cioè il messaggio di Cristo, quello degli ultimi. Politico anche perché la politica è la vita e perché non ci si può dire cristiani se non si condivide la sofferenza dei fratelli il bisogno di giustizia del mondo. Così facevamo le nostre messe, preparate, meditate, cantate e spesso sofferte, partecipavamo alle riunioni dei comitati di quartiere, facevamo il doposcuola a Bellavista, continuavamo a raccogliere carta, stracci e ferro vecchio per le missioni.

E c’era il nostro recital da portare in giro per la diocesi, con canti, poesie, brani recitati; contro la guerra, l’emarginazione, il divario sociale, la povertà. Ne conservo il copione ed è purtroppo molto attuale ancora oggi. Noi suonavamo, cantavamo, recitavamo (ed io ero la disperazione dei musicisti per la mia difficoltà con il “tenere il tempo”); le scenografie erano povere o inesistenti ma il messaggio forte, ed era quello in cui altrettanto fortemente credevamo: un mondo diverso era possibile e noi lo avremmo costruito.

Ed inventammo anche una cosa nuova: l’”operazione riso” acquistando in riseria grossi quantitativi di riso che rivendevamo “ad offerta” davanti le chiese della diocesi la domenica mattina  a tutte le messe. Qualche prete più democratico ci lasciava anche dire due parole alla fine della messa e sempre  all’uscita raccoglievamo il nostro gruzzolo da consegnare alla diocesi ed ai missionari, anche al nostro amico Beppe che ora era sacerdote ed era laggiù, tra gli ultimi.

Erano persone speciali quei sacerdoti; i missionari, ma anche i preti operai, quelli delle comunità di base, gente che giocava la sua vita fino in fondo per il Cristo e per i poveri. Don Milani, l’Abé Pierre, Frère Roger, il nostro vescovo Luigi Bettazzi, questi erano i nostri maestri insieme ad altri più lontani ma molto vicini a noi come i teologi della liberazione, i molti sacerdoti sconosciuti che appoggiavano la lotta contro le dittature in ogni parte del mondo.

“Coinvolgersi” “ rispondere alla chiamata” “pagare di persona” questo era il nostro credo e devo dire che per me lo è ancora oggi, è rimasta la costante della mia vita. Eravamo ragazzi normali, forse più felici perché avevamo uno scopo, un ideale che ci guidava. Ci innamoravamo e soffrivamo per amore, ma senza smettere di credere nella vita e di fare progetti per il futuro. Tenendo ben presenti le proporzioni tra i nostri “dolori” e quelli dell’umanità. L’amicizia riempiva le nostre vite e faceva per noi casa, e famiglia, affetti. Maturavano scelte conseguenti: il servizio civile ad esempio, Giorgio Pier e Paolo partirono per l’Alto Volta dove rimasero circa due anni a lavorare in agricoltura e in un dispensario. Gianni invece finì a Peschiera obiettore di coscienza totale, incontrando lì altri che vi erano arrivati per loro strade e che ci arricchivano.

D’estate si andava a Prascondù, a “fare la colonia” per i ragazzini della diocesi. Circa novanta ne ospitavamo, in una bella conca alpina nella costruzione a ridosso del santuario. Io sono finita a fare la cuoca, nella cucina seminterrata a preparare minestre, spezzatino e patate, polenta. Mi riposavo quando si andava alla “gita lunga” camminando in montagna e pranzando a panini. La sera ancora e sempre chitarra e canzoni, partite a carte ed interminabili discussioni sui temi che sempre ci appassionavano. E poi, l’anno della maturità fu lì che tutti ripassammo per l’esame orale negli intervalli tra un impegno e l’altro. Davvero formidabili quegli anni.

Qualche brandello di tempo libero devo ben averlo avuto, perché è proprio a Prascondù, in un boschetto di noccioli lì vicino che Mario mi fece una specie di “dichiarazione”…

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Il terzo  articolo sul tema della condivisione arriva da un sardo di  София, un “cittadino del Mondo”, un amico , un affine ,un viaggiatore instancabile dalla curiosità insaziabile : Stefano Carta !

Amico di Assistenti Sociali Online, ha conosciuto una di noi per caso più di dieci anni fa e, sempre per caso, almeno una volta all’anno incontri improbabili in terra sarda tengono impiedi una amicizia improvvisata e surreale , che si è fortificata , manco a dirlo …condividendo!  Condividendo dalle esperienze più assurde e divertenti come bere cocktails sul lungo Poetto in pigiama alle confidenze intime, profonde ed estemporanee degne di un rapporto fraterno!

Stefano è la personificazione dell’aforisma di  Friedrich Nietzsche che recita:  “tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina” e il suo blog  Il nuovo Faust. La vita è un’avventura ne è la dimostrazione !

Portandoci a spasso, in questo articolo, e nei luoghi incontrati nel corso dei  suoi viaggi ed avventure ci racconta con uno “guardo migrante”,  in modo semplice e diretto un pezzo del suo cammino nel Mondo, spiegando cosa significa  “condivisione” per chi come lui  ama varcare i confini , geografici , relazionali e …temporali portando con sè un pezzo di ciascun luogo, umanità e storia incontrati !

Mettetevi comodi, lasciatevi trasportare e  …buon viaggio nella Condivisione!

Condividersi con il Mondo

«La felicità è reale solo quando è condivisa.»
Chriss McCandless – “Into the Wild”

Ho sempre considerato la condivisione come un atto dove una persona mette in comune con gli altri un qualcosa di materiale ma anche di spirituale. Direi che essa sia un tentativo di raccontare se stessi agli altri, facendoli sentire partecipi della propria vita.
Non siete d’accordo?

Provate ad immaginare, allora, di trovarvi in un aeroporto. Tra le tante facce che vedrete in attesa di un volo o di un parente in arrivo, noterete una persona assorta in profonda meditazione e circondata da un incredibile numero di valigie. Ecco, quello sono io o, perlomeno, ero io due anni fa, quando mi catapultai in un paese estero, attirato da una chiamata di lavoro. Ora provate ad immaginare che cosa può desiderare di fare una persona che arriva in un posto sconosciuto e dove si parla una lingua sconosciuta. Tolte le fasi iniziali di spaesamento e di panico (che possono durare giorni o settimane), tolte le beghe burocratiche… quella persona cercherà di parlare, di comunicare con qualcuno, di condividere qualcosa.

Poche cose sono però difficili come il tentare di manifestare i propri stati d’animo a qualcuno che non può parlare la tua lingua. Ancora più difficile è il doverlo fare usando una lingua differente. Tuttavia, c’è il bisogno di farlo. Chi sta a stretto contatto con le altre persone sa bene che l’elemento della condivisione è fondamentale, sia che si tratti di spartire un pasto con qualcuno, sia di passare il proprio tempo con la persona amata, sia di far conoscere il proprio punto di vista o, ancora, nel momento in cui un paziente chiede un consulto medico o, infine nel momento in cui un venditore illustra al cliente i prodotti in vendita.
In qualunque aspetto della nostra vita la condivisione è obbligatoria.

Potremmo definirla “trasversale”, perché in grado di toccare ogni aspetto dell’agire umano e sociale, perché riguarda l’aspetto relazionale umano. Mettere in comune qualcosa di materiale o spirituale è un tentativo di farsi conoscere, ma anche di includere qualcun altro nel tuo modo. «Nessun uomo è un’isola» scrisse quasi quattrocento anni fa John Donne, ed all’estero il bisogno di condividere degli aspetti della propria vita è molto più forte e sentito.

Partire vuol dire “sradicarsi”, intrecciare nuovi legami e sforzarsi di mantenere quelli storici.
Talvolta può riuscire e talvolta no. Il motivo è che la condivisione non è tale senza la partecipazione l’accettazione da parte di chi cerchiamo di coinvolgere. Per esserci, il nostro interlocutore deve vivere la nostra medesima esperienza o, quanto meno, prestare ascolto al racconto di essa.

Penso alle tante telefonate che ho fatto ai parenti ed alle altre persone care.  Penso anche alla difficoltà che spesso ho avuto e continuo ad avere nel tentativo di raccontare le vicende esaltanti e meno esaltanti della mia vita.

Per ultimo nelle relazioni umane diventa fondamentale anche il giudizio su ciò che facciamo. In questo caso condividere significa “approvare” un comportamento o un pensiero . La condivisione sembra quindi mostrare tre aspetti interdipendenti: quello del “fare a metà”, quello del “partecipare” e quello del “ritenere giusto”. Un esempio lampante di questo triplo binario interpretativo è dato dai social networks dove miliardi di utenti condividono dei contenuti, i quali a loro volta possono essere approvati o meno da altri utenti. Quando questi tre elementi si combinano, la condivisione raggiunge la sua massima espressione. Se, in alcuni contesti l’elemento dell’approvazione può risultare non necessario, l’elemento della “partecipazione” o “empatia” è, invece, fondamentale. Senza di essa, la condivisione diventa un’esperienza priva di senso, una coabitazione forzata, guardata con disinteresse o, peggio, con diffidenza e, dunque non pienamente accettata.

Ognuno di noi desidera trasmettere un’emozione, un concetto, un’immagine, un parere e l’idea che non sia solamente “tollerata”, ma anche compresa. Seppur è indubbio che la condivisione possa risultare più congeniale laddove vi siano degli interessi o valori in comune, è anche vero che sia possibile individuare il canale comunicativo appropriato.

Durante i 5 mesi della mia esperienza di Volontario presso i campi profughi di Voenna Rampa e Ovcha Kupel (entrambi a Sofia, in Bulgaria), mi sono confrontato e scontrato con la realtà di un ambiente multietnico composto in prevalenza da Siriani, Curdi, Afghani, Iracheni. L’aspetto più difficile è dato proprio dall’individuazione del canale comunicativo adatto, superando l’imbarazzo iniziale tuo e degli altri che ti considerano un perfetto estraneo. Nel caso in questione la situazione di stallo può essere affrontata in vari modi. Dal più semplice sguardo, da una battuta nella lingua natia o da una determinata azione.

Nel momento in cui si riesce a trovare una sintonia nel linguaggio espressivo, allora la naturale diffidenza del nostro interlocutore viene messa da parte e le porte della condivisione saranno aperte.

Qualche riga fa ho riportato la frase “nessun uomo è un’isola”. Il significato che do ad essa è che l’uomo stesso è l’oggetto della condivisione, è connesso alle altre persone. Nel caso del volontariato, ho messo di fronte agli occhi dei rifugiati il fatto che fossi uno straniero esattamente come loro. Ho raccontato loro le mie avventure e le mie disavventure. Facendo ciò, ho condiviso me stesso con loro, facendoli sentire un po’ meno “soli” ed un po’ più “compresi”. Ciò ha spinto loro a condividere a loro volta le loro esperienze, creando di fatto un circolo della condivisione.
Questo è il mio punto di osservazione sulla condivisione.

Un’epoca come la nostra, con un livello tecnologico senza eguali ci sta permettendo di raccogliere accumulare una serie di esperienze che saranno utili non solo a noi, ma forse anche a chi ci sta vicino, e che per questo potranno e dovranno essere condivise. In altri casi la condivisione potrà essere fine a se stessa, cioè fatta per il solo piacere di includere gli altri in alcune di quelle che sono le nostre passioni, aspirazioni ed azioni.

In conclusione tutto può essere condiviso?

Forse non tutto.

Ci saranno sempre degli aspetti che desidereremo tenere solamente per noi. Ci saranno delle persone con le quali sentiremo una maggiore affinità rispetto ad altre, ma fondamentalmente il bisogno di condividere qualcosa con qualcuno sarà una costante della nostra vita.

D’altronde, come diceva il buon Seneca: «Nessun bene senza un compagno ci dà gioia.»

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MI PIACE , CONDIVIDERE ! https://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/ https://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/#respond Mon, 11 Sep 2017 16:26:13 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=887 Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di […]

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Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di “condivisione”.

“CONDIVIDERE” : verbo transitivo (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri (il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli) ma anche, avere in comune con altri (condividere l’appartamento) più spesso figurativo (condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per il mare). Nel  participio passato “condiviso” con valore verbale o di aggettivo (è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi) rimanda a concetti che incontrano un  largo consenso.

Quanto è attuale questa parola? Quanto ci sono chiari i suoi significati?

Già “significati”, plurale!

Perché di fatto, oltre alla definizione citata del vocabolario, c’è  molto di più !

 “Condividere” è infatti una parola ambivalente: tanto antica quanto moderna, tanto semplice quanto complessa e parecchio “misteriosa”. Pare che derivi dal latino, ma a parte ciò, di fatto la sua etimologia non è poi così certa. E’ un termine infatti che, a seconda di come se ne interpreta l’etimo, può assumere significato sia gruppale che estremamente individuale.

Assumendo l’interpretazione secondo cui sarebbe l’unione  di “con” e “divisione”,  quella più nota nell’uso comune,  rimanderebbe al concetto di  spartizione,  alla divisione e/o alla distribuzione di  risorse. Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, sarebbe l’unione di “con”, “di” “videre”:  “videre”  il latino del verbo “vedere”. Rimanderebbe quindi “condivisione” ad un “guardare insieme ma separati” .

Niente di più attuale e rispondente alla realtà dei “social”!

Ad oggi “condividere”, con l’avvento dei social è diventato infatti qualcosa di molto differente rispetto al concetto storicamente conosciuto.

Chi conosce il mondo di facebook,  e dei social in genere,  sa che esistono 3 interazioni principali  che ciascuno può fare per dare modo all’altro, lontano o vicino che sia,  ma comunque non presente e al di là dello schermo di sapere che ha preso atto, letto, provato delle emozioni, costruito una opinione a fronte di una sua comunicazione virtuale .

Queste 3 interazioni sono conosciutissime grazie a  Facebook, ma presenti anche in altri social  – che poi su altri social si traducano con altre azioni, peraltro esattamente simili nei contenuti, fa poco la differenza –  :

·         Cliccare “mi piace”: la più immediata e  meno impegnativa delle 3;

·         Commentare: considerata un passo in avanti verso l’interazione, questa azione se non altro dovrebbe implicare   uno sforzo cognitivo maggiore, solitamente più rilevante rispetto al semplice gradimento;

·         Condividere: cliccando “condividi” le persone possono dimostrare di aver apprezzato il contenuto postato, talmente tanto da volerlo mostrare anche alla propria cerchia di conoscenze e amicizie, ma possono anche condividerlo per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post non piaccia, commentandolo e evidenziandone gli errori, esprimendo la propria posizione avversa.

Uno degli obiettivi principali dei social network in fondo,  in origine, parrebbe essere stato proprio riunire comunità virtuali, fisicamente distanti, in spazi accessibili in cui avrebbero potuto interagire, socializzare.  Il  coinvolgimento dei cosiddetti “target”, pertanto, e la predisposizione di sempre nuove modalità di  interazione – adesso oltre al  “mi piace” è possibile inserire faccine che diano qualità alla reazione emotiva (rappresentano rabbia, affetto, divertimento, stupore, tristezza) ha l’obiettivo di far si che le persone si esprimano in merito a quanto condiviso sui social, con lo scopo di facilitare l’espressione comunicativa fornendo quello che in comunicazione è chiamato il feedback. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così e che essere abituati a condividere sui social, significhi poi, al di là del virtuale, saper condividere nel senso più ampio del termine?

Purtroppo alcuni fenomeni come il ritiro sociale degli Hikikomori (“Dal piacere 2.0. agli Hikikomori: se la dopamina è social” di  A.P. Lacatena in Animazione sociale n. 298 pp. 104-108) dimostrano che il passaggio tra condivisione virtuale e reale non è  poi così lineare ed incontra, negli stessi strumenti comunicativi offerti dai social, pericolose trappole che attivano patologie di addiction e un ritiro sociale. L’esatto contrario di ciò che la condivisione reale presuppone.

Il fenomeno esiste ormai da tempo, ma se ne parla proprio da poco,  e non riguarda solo “i più giovani”; risulta essere così rilevante tanto che già nel 1995 Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel DSM la sindrome del Internet Addiction Disorder .

  Il “piacere di piacere” sempre agli altri , l’attesa dei “mi piace” , dei commenti e delle condivisioni rischia di diventare, per chi inizia a soffrire di tali patologie il solo fine esistenziale. Queste forme di dipendenza – dalle analisi effettuate  sulle esperienze degli utenti – risponderebbero infatti a gran parte dei bisogni presenti nella  famosa  piramide  dei 5 bisogni di Maslow (1954) , fatti salvi i  bisogni fisiologici.

 

Per capirci, studi scientifici hanno dimostrato che un “mi piace”,  sotto la foto postata pochi secondi prima, comporterebbe al pari di ciò che causa dell’assunzione sostanze stupefacenti ed esperienze fortemente impattanti sull’area ventrale tegumentale del nostro cervello (come il sesso),  una significativa scarica di dopamina nel nostro corpo.

Condividere emozioni negative, difficoltà e disagi è quindi una sorta di tabù…anche sui social  come nella vita reale! Il problema è che quando si vivono difficoltà molto intime come una dipendenza, un lutto, la cura di un familiare gravemente malato o l’essere diversi dagli altri isola già nel mondo reale i Social non ci aiutano a chiedere aiuto nè a conciliare ciò che siamo con ciò che è SocialMente accettabile condividere on-line!

Nel caso degli Hikikomori  con  il tempo e l’aggravarsi della dipendenza saranno  proprio i bisogni fisiologici a dare l’allarme e a far emergere la necessità di una, lunga e non semplice, cura e riabilitazione .

Gino Mazzoli già in un articolo presente nella rivista Animazione Sociale nel 2014 sostiene che “Forum, blog e social network creano una realtà nuova, molto interessante, ma per ora selettiva sul piano dell’utenza e comunque incorporea, non legata alla condivisione del medesimo territorio: in queste condizioni il piatto piange rispetto ai processi di costruzione della fiducia necessaria per intervenire nei contesti concreti.”

Tornando al  tema della condivisione, cosa offre la “vita reale” ?

Occorre che come operatori sociali, genitori, figli ci domandiamo quali sono realmente  le offerte presenti nei servizi, nei progetti privati, che garantiscano alle persone la risposta ai bisogni di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

“Il sociale va “ sostiene quindi Mazzoli “riallestito, nel senso che serve un investimento intenzionale, perché la società civile lasciata al libero mercato delle sue interazioni in questa fase non sembra in grado di secernere solidarietà, se non, come si è detto in forma perimetrata. Per concretizzare questa indicazione generale occorre saper vedere e valorizzare l’intelligenza che è al lavoro oltre il singolo, ma anche oltre il gruppo; che si produce attraverso processi non intenzionali; che crea una zona di comunicazione oltre i confini delle culture, delle organizzazioni, delle nazioni. Favorire la crescita di questa intelligenza collettiva, anti-ideologica e accomunante mi sembra il compito principale del nostro tempo.”

Condividere nella vita reale non è semplice, almeno non per tutti, e  a maggior ragione quando si tratta di condividere con gli altri degli aspetti personali, sto pensando a condivisioni in cui bisogna   mettere in gioco e portare alla luce, ancor più che le idee  le sensazioni, le emozioni, il “sentire”.

E’ però anche vero che  far fronte ad una situazione personale, di cambiamento o di difficoltà, da soli è molto complicato, anche con il sostegno delle proprie reti di sopporto mentre è totalmente differente affrontare le difficoltà con il supporto di un  gruppo, inteso come spazio di incontro e confronto con altre persone che condividono una situazione simile.

Il gruppo  infatti non è solo riconducibile alla semplice somma delle sue parti, l’atto dell’entrare nel gruppo è una scelta di coinvolgimento attivo, un’opportunità unica nel suo genere e di crescita che  equivale a superare la soglia della propria casa per entrare in uno spazio comune, co-costruito e condiviso. Entrare in un gruppo significa varcare un confine fisico, temporale e psicologico, quello tra me e l’altro, ed entrare in uno spazio plurale caratterizzato dal sostegno reciproco e da relazioni d’aiuto.

Il gruppo è un attore fondamentale dell’approccio di comunità  del Servizio Sociale, una risorsa per il cambiamento  individuale e delle comunità , uno strumento che permette di acquisire ed esercitare un potere collettivo (questo si, che si moltiplica per il numero dei suoi membri) ma anche una palestra relazionale che permette di creare rinforzare e mantenere relazioni anche conflittuali, offrendo protezione e sostegno attraverso il ruolo del facilitatore. Insomma una valida risposta ai bisogni individuali di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

Come assistenti sociali siamo cresciute, professionalmente e culturalmente, nella convinzione che sia proprio la “condivisione reale” e, l’opportunità di poter sperimentare tale esperienza relazionale,  nel  gruppo lo strumento che ci permette di offrire quel “qualcosa di più “ alle persone ed alle comunità.

Siamo certe che attraverso interventi di gruppo e in gruppo nelle comunità si possa rivedere e  rivoluzionare, guardando al passato come infondo poi accade in tutte le rivoluzioni, il nostro ruolo di assistenti sociali  in una logica di COMMUNITY CARE.

Creare comunità curanti, richiede del tempo e dei passaggi obbligati, capacità negativa – quella che  permette agli operatori sociali di non imporre il cambiamento ma esserci nel qui ed ora sapendo stare nell’attesa che i gruppi siano pronti ad attraversare, con i propri tempi e modi,  le fasi trasformative che dovranno affrontare- con  la volontà di “sporcarsi le mani” ed attivando percorsi che vadano oltre il dualismo domanda risposta cercando spazi che possano essere “piattaforme abilitanti”, spazi di creatività aperti indeterminati e da co- progettare.

Sempre Gino Mazzoli nell’articolo precedentemente citato sostiene che “l’operatore sociale […] non può porsi come deus ex machina, ma come accompagnatore di un contesto che ha una propria energia endogena. Accompagnare non significa essere un cortese compagno di viaggio, ma, ad esempio, proporre ipotesi e piste di lavoro, sostenere, riformulare, fare memoria, valorizzare le persone[…] In sostanza si tratta di facilitare il funzionamento dell’intelligenza collettiva che, essendo inconsapevole di sé, ha bisogno di qualcuno che “le faccia da sponda” e valorizzi ciò che sta generandosi, ma che, in assenza di questo sguardo facilitante, si avviterebbe intorno a dinamiche locali totalmente ignare del valore delle acquisizioni conoscitive costruite e dei manufatti sociali realizzati” .

E dal momento che nel vocabolario CONDIVIDERE è anche “avere unitamente ad altri, con piena partecipazione”, abbiamo scelto di realizzare i nostri progetti in spazi come questi piuttosto che cercare una nostra sede fissa , una forma complicata, impegnativa ma sorprendente di condivisione, in cui noi però crediamo fortemente.

Insomma se non fosse chiaro a noi piace “condividere” e a voi ?

Questo Settembre condivideremo tanto sia virtualmente, sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook, ma anche concretamente alla Festa della Casa del Quartiere di San Salvario il 23 Settembre  p.v.,  per presentare tutti nostri progetti ed i  PERCORSI IN GRUPPO !

Ci siete?

Vi piace ?

Ci condividete ?

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Senza titolo https://www.assistentisocialionline.it/da-qualche-anno-posso-guardare/ https://www.assistentisocialionline.it/da-qualche-anno-posso-guardare/#respond Mon, 12 Jun 2017 20:12:43 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=804 E se Michele Raffa, educatore dalla fine del secolo scorso,   che usa la clownerie – per interpretare il mestiere della vita – e il teatro – per interpretare l’arte dell’educazione- …ti scrive “posso osare mandarti un piccolo testo mio ?”, tu che l’hai avuto come coordinatore nei primi anni del cammino nella professione  non puoi […]

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E se Michele Raffa,

educatore dalla fine del secolo scorso, 

 che usa la clownerie – per interpretare il mestiere della vita –

e il teatro – per interpretare l’arte dell’educazione-

…ti scrive “posso osare mandarti un piccolo testo mio ?”,

tu che l’hai avuto come coordinatore nei primi anni del cammino nella professione 

non puoi che gongolare  !!!

Michele ci dona un testo che disegna, in modo unico, la relazione d’aiuto e che lui stesso ha scritto per i colleghi qualche anno fa!

30 aprile 2015 ore 21,30 circa.

Sala teatro

Nella penombra del palcoscenico, nascosti dalle tele semitrasparenti di un casalingo sipario di parrocchiano teatro, quasi in silenzio con movimenti ordinati e prendiamo posto.

Il posto che ognuno ricorda essergli stato assegnato durante le prove degli ultimi giorni.

Le parole scandite al microfono che porgono una delle definizioni del termine bellezza sono il conto alla rovescia per l’inizio della messa in scena, della azione performante, pochi minuti per rappresentare un tempo lungo di lavoro lieve e concreto, di piccole sperimentazioni, dal sapore teatrale, di relazioni tra piccoli individui.

L’attacco della musica libera il lento movimento dei corpi raggomitolati e

così si anima la scena che contemporaneamente si sta illuminando a giorno.

Gli sguardi alti e fieri degli attori paiono non destinati a ricambiare gli sguardi interessati e curiosi del pubblico.

Questi ultimi impegnati a capire che accade ed i primi impegnanti a ricordare cosa devono far accadere.

Tre minuti per rappresentare la bellezza delle relazioni umane: creare dei legami.

Creare dei legami, favorire vicinanze, riconoscere le mappe, indicare percorsi, inventare luoghi, costruire opportunità, progettare condizioni favorevoli e molto altro ancora forse, sono le essenze del nostro lavoro.

Racchiusa in tre minuti di un piccolo evento, costruito dentro un leggero laboratorio di animazione teatrale, c’è la pasta madre del nostro operare.

Se non si fosse fatta menzione del senso di quel gruppo nessuno tra il pubblico avrebbe trovato differenze tra le azioni prodotte da gli attori…

E il giorno

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Primo maggio

Il senso della bellezza

Della solidarietà

Acquista così

Valore puro

Innalzando e

Certificando

Ciò che quotidianamente

Produciamo con

Il nostro

Lavoro.

 

Grazie davvero cari colleghi miei tutti.

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La relazione: tra cura e cuore https://www.assistentisocialionline.it/la-relazione-cura-cuore/ https://www.assistentisocialionline.it/la-relazione-cura-cuore/#respond Mon, 05 Jun 2017 18:15:52 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=787 Secondo articolo in tema di relazioni, il nostro blog si popola di nuove professionalità!   Questa volta a rispondere alla nostra chiamata alla scrittura è Margherita Zito, ricercatrice appassionata che si occupa di benessere organizzativo nell’ambito della Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni. Lavora presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino e crede […]

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Secondo articolo in tema di relazioni, il nostro blog si popola di nuove professionalità!

 

Questa volta a rispondere alla nostra chiamata alla scrittura è Margherita Zito, ricercatrice appassionata che si occupa di benessere organizzativo nell’ambito della Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni.
Lavora presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino e crede nel lavoro che offre risorse, crescita professionale e personale, sviluppo delle competenze e delle risorse individuali.
Definisce il lavoro come un mezzo per esprimersi, sperimentarsi e crescere.

 

Avere il suo contributo sul nostro blog ci onora, se anche tu vuoi conoscere un’osservatrice seriale e scoprire la sua professionalità clicca qui: Margherita Zito!

 

La relazione: tra cura e cuore

 

Qualche giorno fa, di ritorno da lavoro su un autobus di Torino, mi imbatto in una classe di giovani studenti. Avranno avuto circa 12 anni e anche loro, come me, rientravano da una giornata piena di cose da vedere, ascoltare, valutare, ricordare. Alcuni di loro riescono a sedersi, altri rimangono in piedi. Davanti a me prende posto un ragazzino con l’aria furba e pulita della sua età. Ad attirare la mia attenzione è stato il suo braccio ingessato. Penso che fosse davvero una sfortuna avere quell’incarto sul braccio e il caldo di questi giorni. E poi un particolare mi colpisce: su quel braccio ingessato, pieno di colori, adesivi, scritte di ogni genere lasciate dagli amici a incoraggiare la guarigione, spiccava una frase in pennarello nero “Non c’è cura senza cuore”.

Forse chi ha scritto questa frase ha fatto suo un concetto utilizzato in altri contesti (chi è più informato di me si faccia avanti!), ma ciò che ha davvero importanza è quello che è rimasto di questo messaggio. E io la chiamerei empatia. Che ha a che fare con le emozioni. Che poi hanno a che fare con le relazioni interpersonali. Relazioni che non si riducono a uno scambio di informazioni a due sensi (quando siamo fortunati!), ma si intrecciano, si sciolgono e si ricostruiscono attraverso il carico affettivo ed emotivo di ognuno di noi. E le relazioni, qualsiasi esse siano (d’amore in tutte le sue forme, di amicizia, di lavoro), non sono semplici perché mettersi nei panni dell’altro, intuirne gli stati d’animo e sostenere qualcuno in una situazione difficile non è facile per niente. Forse perché filtriamo la realtà con il nostro personale bagaglio di vita, con le nostre esigenze, le corse contro il tempo e gli impegni che, ogni tanto, ci impediscono di metterci nei panni degli altri, ma anche nei nostri! E mi è piaciuto che una persona in crescita, che ancora deve costruire tanto di sé e delle sue relazioni, portasse questa frase e la condividesse. È un po’ un promemoria alla gestione delle relazioni, delle emozioni, al loro riconoscimento che poi porta sempre a una trasformazione, a una svolta, a un potenziamento della persona.

In questo senso, mi schiero tra i sostenitori della Psicologia Positiva, i cui padri, i Signori Seligman e Csikszentmihalyi, ci fanno riflettere sul fatto che non serve solo riparare ciò che c’è di danneggiato nelle persone, ma che è importante anche coltivare, sviluppare ciò che c’è di buono, positivo e sano. Ed ecco che i sostenitori della Psicologia Positiva utilizzano la disciplina in senso accrescitivo, protettivo per la persona, in ogni campo della vita. Personalmente mi occupo di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, ma penso che si debba e si possa iniziare molto presto ad abituare le persone, a partire dai più giovani (che poi saranno adulti, che poi saranno lavoratori e magari colleghi -o capi- dei nostri figli!) a “pensare positivo”, a utilizzare le proprie risorse personali per vivere nel mondo e nel mondo con gli altri, e a costruire relazioni arricchenti.

Nell’ambito della Psicologia Positiva applicata al lavoro, esiste una circostanza che uno dei papà di cui sopra, Csikszentmihalyi, chiama flow at work. Si tratta di un’esperienza che è possibile vivere durante il proprio lavoro che viene svolto intensamente, con piacere (nel senso che si è proprio felici di farlo!) e con motivazione. E quale sarebbe la ricetta per questa condizione perfetta (vi lascio immaginare quali impatti potrebbe avere sulla soddisfazione della persona, sul benessere, sull’umore, sulla valutazione della propria vita in generale, ecc)? Già, lei: la relazione. Gli studi, infatti, ci dicono e ci dimostrano che a favorire tale condizione sono principalmente i supporti da parte dei superiori e dei colleghi (cioè, quanto ci vengono incontro a gestire un problema?), feedback costruttivi su quanto fatto, attività di formazione e coaching, ma anche dire chiaramente cosa si deve fare. Insomma, l’esperienza ottimale al lavoro la otteniamo attraverso scambi, sostegno e arricchimento reciproci. Agire in particolare sui supporti, significa agire sugli aspetti relazionali: si tratta di risorse al lavoro che permettono di vivere il flow, ma che permettono anche a noi stessi di sviluppare le nostre risorse personali che rimettiamo in circolo nel confronto con gli altri, alimentando una spirale positiva.

È vero, i lavori non sono tutti uguali, i contesti lavorativi ancora meno, ma chi li crea e gestisce sono persone e tutte sono simili per dotazione emotiva e cognitiva. Pensare che possiamo impegnarci (imparare e insegnare) per condurre relazioni consapevoli di quanto accade dentro i mondi di tutti noi, o almeno provarci a essere empatici e coscienti, può rendere più semplici gli scambi, più facili i processi, più chiari i rapporti, più leggere le menti, più belli i lavori e meno stanche le persone. Che poi, dal lavoro, si portano a casa tanti pensieri e stati d’animo.

Insomma, mi piace pensare che sia possibile permettere alle persone di lavorare e gestire il proprio mondo in modo pieno, con il cuore. E che invece di correre ai ripari, potremmo iniziare a coltivare ciò che di prezioso abbiamo.

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La relazione https://www.assistentisocialionline.it/la-relazione/ https://www.assistentisocialionline.it/la-relazione/#comments Mon, 29 May 2017 10:20:23 +0000 https://www.assistentisocialionline.it/?p=777 Nuovo mese, nuovo tema! Sietre curiosi ?! Noi , SEMPRE! Questa volta a contribuire al nostro blog, e riempire lo spazio virtuale del nostro sito di contenuti concreti e reali, ci ha pensato Giorgia Battiloro una dei professionisti amici di assistentisocialionline.  (…e quando vi diciamo “amici” fidatevi, perché conosce Giulia dal, meraviglioso e “ormonato”, periodo […]

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Nuovo mese, nuovo tema!

Sietre curiosi ?! Noi , SEMPRE!

Questa volta a contribuire al nostro blog, e riempire lo spazio virtuale del nostro sito di contenuti concreti e reali, ci ha pensato Giorgia Battiloro una dei professionisti amici di assistentisocialionline.

 (…e quando vi diciamo “amici” fidatevi, perché conosce Giulia dal, meraviglioso e “ormonato”, periodo dell’adolescenza e frequentato con lei le scuole superiori!)

Giorgia oggi è microfonista in RAI,  divenuta anche insegnante di massaggio neonatale AIMI, per rispondere pienamente alle sue differenti passioni!Chi ha frequentato i suoi corsi dice di lei che è una “professionista costantemente in ascolto, supportiva, gentile, assertiva, profonda, negli incontri stimola la riflessione attraverso il dibattito, permettendo di ripensare e riscrivere le relazioni”.

Per conoscere meglio chi è Giorgia Battiloro e quanto i suoi incontri possano essere strumento e allenamento per riscrivere le vostre relazioni “cliccatela” su Facebook:  Giorgia Battiloro!

Giorgia è anche sorella di Alain Battiloro fotografo, e uomo che trovate ovunque nel nostro sito, essendo colui che ci ha supportato (e sopportato) nella costruzione di questo nostro sito!

Quando si dice …la forza dei legami “deboli” !

LA RELAZIONE

Un argomento facile facile: la relazione!

Le relazioni sarebbero molto semplici  “se solo”…

“Se solo” si trattasse l’altro come si vorrebbe essere trattati, “se solo” non si avessero aspettative sugli altri, “se solo” si desse l’importanza che merita alla comunicazione. Esistono infiniti modi per comunicare, a volte basta un gesto, uno sguardo, altre invece sono necessarie le parole, l’importante è la coerenza tra linguaggio verbale e quello non verbale.

Se non c’è coerenza tra ciò che si dice e ciò che si comunica col corpo, si rischia di venire fraintesi, di generare confusione e creare considerevoli distanze tra gli interlocutori. Ad esempio, mentire non sempre viene fatto con dolo, ma per non nuocere l’altro, per tutelarlo e per non ferirlo. Al contrario, se vi è corrispondenza tra i due tipi di linguaggio, si risulta efficaci ed affidabili e le relazioni sono più limpide e soddisfacenti.

Simbiotiche, di convenienza, basate sul senso di colpa, sono solo alcune tra le tipologie di relazione non sana. Nei rapporti, infatti, ognuno infonde il proprio bagaglio emotivo, le proprie esperienze, i successi e purtroppo anche i traumi e le frustrazioni. Può capitare quindi di imbattersi in individui spigolosi e arcigni che dietro alla loro ostilità nascondono vissuti dolorosi e tumultuosi.

Tutto sarebbe molto più semplice “se solo” tutti avessimo un buon imprinting, occorre quindi agire sin dalla genesi, ossia sui neonati.

Da insegnante di massaggio infantile, posso affermare che il massaggio è un potente strumento con conseguenze positive ad ampio spettro. La pratica è alla portata di tutti, semplice da imparare, non ha costi e i benefici sono riscontrabili sui singoli individui, sui genitori, sull’intera famiglia e sulla società in generale.

Il massaggio infantile genera l’attivazione dei sensi: il tatto, primo senso a svilupparsi e l’ultimo a lasciarci, l’unico senza il quale non potremmo sopravvivere perché consente di percepire il calore e l’affetto. La vista attraverso scambi di sguardi amorevoli, l’olfatto in quanto ogni individuo produce un proprio odore e il neonato riesce a distinguere quello della propria madre, così come i genitori riconoscono il proprio figlio. Stesso valore per l’udito, il bambino identifica la voce dei suoi genitori, impara a farlo già durante la gravidanza e loro distinguono il suo pianto.

Tra i benefici dei genitori troviamo il bonding, ossia quel legame unico, specifico e perseverante nel tempo che si instaura tra genitore e figlio. Si tratta di un processo di reciprocità che ha inizio durante la gestazione per poi crescere nel tempo. Tra i fattori che lo favoriscono, oltre al massaggio, ci sono i sorrisi, l’allattamento (al seno o artificiale), l’imitazione e la bioritmicità (ossia lo stabilizzarsi dei ritmi biologici come sonno/veglia e battito cardiaco) e tutti implicano un rilascio ormonale e un turbinio di sentimenti d’affetto.

Tale legame influenzerà i futuri rapporti interpersonali del bambino in quanto un attaccamento sicuro gli fornirà equilibrio, stabilità e una vita relazionale sana, mentre un attaccamento insicuro genererà problemi di instabilità emotiva, aggressività o chiusura verso gli altri.

Il massaggio pone le basi per instaurare un rapporto di fiducia  e sicurezza in quanto, prima di praticarlo, è sempre necessario chiedere il permesso, anche ai neonati, si osservano i suoi segnali di consenso/dissenso e li si rispettano. E’ un’abitudine positiva che genera una relazione prevedibile ed affidabile che accresce il senso di sicurezza del bambino e rafforza la sua resilienza, ossia la capacità di trovare la forza per una spinta positiva dagli eventi negativi. Inoltre favorisce una sincronia che fa vivere con serenità la prima tappa dell’attaccamento, indispensabile per poter affrontare al meglio i successivi distacchi, permettendo alla relazione di crescere.

Il massaggio neonatale è anche un significativo strumento in mano ai papà per costruire un legame con il proprio neonato. E’ stato infatti dimostrato che sono proprio loro a percepire un maggiore stress genitoriale perché si sentono più impreparati ad assumere questo ruolo, meno competenti e con meno risorse fisiche, emotive e sociali rispetto alle madri. Sempre più spesso i padri vogliono sentirsi legati emotivamente ai loro figli e hanno bisogno di sapere di disporre di mezzi per poter instaurare un rapporto altrettanto valido come quello più naturale che hanno con la madre.

Il massaggio favorisce una comunicazione rilassata che permette di comprendere le esigenze del proprio bambino e quindi di rispondere ad esse in modo appropriato, ne consegue una maggiore competenza genitoriale, minori livelli di stress e maggiore armonia tra i genitori.

I corsi di massaggio infantile possono essere anche di gruppo (massimo cinque famiglie) e ciò permette di ovviare alla sensazione di isolamento e incoraggia il confronto di esperienze, i genitori sono infatti in grado di imparare attraverso le discussioni condivise, inoltre è molto utile uscire dal proprio micro mondo per evitare di rifugiarsi nei propri problemi e rischiare di incombere in un deleterio ed alienante atteggiamento arrogante. Comunicare con gli altri è arricchente, si possono apprendere informazioni utili, si può cambiare la prospettiva di una difficoltà e provare l’ancestrale e supportante sensazione di sentirsi parte di un gruppo.

I benefici per tutta la famiglia sono ad esempio il coinvolgimento dei fratelli, con la conseguente riduzione della gelosia, la riduzione dei conflitti, l’aumento della serenità domestica e un miglioramento della qualità del tempo trascorso insieme e del sonno.

Ne gioverebbe anche l’intera società perché il massaggio insegna il “tocco buono”, ossia un modo di rapportarsi con l’altro in modo gentile, accudente, la violenza lascerebbe il posto all’empatia. Si ipotizza che, se tutti i bambini venissero amati, rispettati e preservati da ogni influenza aggressiva e psicologicamente nociva, la violenza cesserebbe di esistere. Il bambino tratta il mondo come lui stesso viene trattato dalla madre.

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. (Il Piccolo Principe)

 

 

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