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Il mese dell’orgoglio è Marzo …senza dubbio! 

Orgoglio di essere assistenti sociali , di essere libero professioniste, di essere socie, di essere …entrambe così matte, avventate e appassionate ma anche orgogliose della nostra professione da volerla comunicare in tutti i modi ! 

Vi raccontiamo riappropriandoci del Diario di Bordo,  proprio oggi 20 Marzo2018, #wswd2018 giornata mondiale del servizio sociale, un progetto a cui lavoriamo da tempo,

che oggi fà il suo debutto sul web e che ci riempie di orgoglio :

la  puntata zero della web serie #LUOGHICOMUNI! 

…BUONA VISIONE !!!

Perchè abbiamo deciso di creare e produrre  una web-serie ?

Vogliamo raccontare la professione dell’assistente sociale, esporre la nostra visione delle realtà sociali ed aprirci al dialogo con i cittadini e le comunità, comunicando con gli altri, attraverso i social e la rete al fine di contribuire, concretamente, alla rappresentazione della nostra professione, rendendola davvero prossima ai più.

Per questo insieme alla casa di produzione VIDEOZONE di Milano abbiamo lavorato, per mesi, all’ideazione di questa webserie composta da sei puntate!

Ritmo incalzante, passo veloce e stile divertente, diciamocelo fin da subito a tratti dissacrante, la nostra vuole essere una web serie per tutti coloro che usano, frequentano e comunicano con i social e che in pochi minuti vogliono divertirsi, saperne di più e condividere contenuti!

Abbiamo scelto di chiamarla #LUOGHICOMUNI perché vogliamo proprio parlare dei luoghi comuni di cui solitamente sono oggetto gli assistenti sociali, le persone che accedono ai servizi ed i servizi stessi, ma anche perché vogliamo rappresentare concretamente i luoghi che a nostro parere sono di tutti, per tutti e accolgono tutti…i servizi sociali!

L’episodio zero di #luoghicomuni è online da oggi  su YOUTUBE  e su facebook  è comparsa una nuova community la pagina della WEBSERIE #LUOGHICOMUNI  !!!

Perché sei puntate?

L’impianto della webserie è stato pensato per raccontare in ogni puntata un ambito di intervento della professione, uno stereotipo legato ad essa, uno stile di lavoro, un aspetto della vita privata di noi professionisti, un pensiero indicibile e qualche tema a noi caro, come il precariato e la colleganza ma soprattutto il filo conduttore tra le puntate sarà il metodo professionale di lavoro degli assistenti sociali e le sue fasi!

Come sempre però, per noi di Assistenti Sociali Online un progetto non è mai tale… se non può essere è aperto, condiviso e coinvolgere le comunità …ed è per questo che per realizzare le prossime cinque puntate vogliamo di coinvolgere tutti quelli che vorranno partecipare!

Partecipare a  partire dalla costruzione della sceneggiatura con le  idee, racconti , immagini, critiche costruttive e suggestioni per arrivare al finanziamento e aiutarci nel sostenere la copertura dei costi di produzione di  un progetto così importante e …ambizioso !!!

Come si può  fare a contribuire con le idee?

Scriveteci sulla pagina facebook WEBSERIE #LUOGHICOMUNI  cosa vorreste fosse rappresentato e vi passa per la testa se vi diciamo assistente sociale… luoghi comuni, pensieri, emozioni, descrizioni di uffici, abitazioni, gag, storie di vita, storie professionali, storie di precariato, stili, ambiti di lavoro, esperienze… e chi più ne ha più ne metta! Ricordatevi di inserire il nostro hashtag di riconoscimento nel post: #luoghicomuni!

Come si può contribuire materialmente a finanziare il nostro progetto e permetterci di girare nuove puntate? 

Il progetto prevede la realizzazione e messa online di una puntata ogni qualvolta raggiungiamo il budget di 7.000 euro a copertura di tutte le spese previste, per questo se il progetto vi piace potete contribuire partecipando alla raccolta fondi cliccando sulla pagina https://www.produzionidalbasso.com/p…/webserie-luoghicomuni/ !

Ringraziamo  VIDEOZONE per l’intenso lavoro, gli attori Michele di Giacomo e Mauro Cipriani per la professionalità dimostata, le comparse Riccarda Viglino,Domenico Catalano Sara Sinigaglia e Annacarla Vezzetti per l’allegra partecipazione, Casa del Quartiere di San Salvario -Torino- per l’ospitalità e la pazienza, la ditta Facciamo una Pausa Caffè? – Vidamatik per la fornitura del materiale!

Si ringraziano collegh*, amici, parenti per aver contribuito alla realizzazione della puntata pilota partecipndo all’iniziativa tazze e caldenari selfmade ma non solo!

Attendiamo trepidanti i vostri suggerimenti e commenti, le vostre proposte ed idee e se avrete voglia… donazioni !

Le musiche arrivano da :
http://www.joshwoodward.com/
http://www.lloydrodgers.com/
http://audionautix.com/
Creative Commons License 3.0

 

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L’ANTENNA ! Sportello di Orientamento ai servizi socio-sanitari. http://www.assistentisocialionline.it/lantenna-sportello-orientamento-ai-servizi-socio-sanitari/ http://www.assistentisocialionline.it/lantenna-sportello-orientamento-ai-servizi-socio-sanitari/#respond Wed, 27 Sep 2017 19:22:58 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=946 Vogliamo presentarvi una delle attività da noi condotte alla Casa del Quartiere (CQ) di San Salvario a Torino:  L’antenna. Sportello di orientamento ai servizi socio-sanitari. Primo e terzo martedì del mese 9/12 Secondo e quarto martedì del mese 15/18 Che cos’è un’antenna? In telecomunicazioni, un’antenna è un dispositivo elettrico che può trasmettere o ricevere onde […]

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Vogliamo presentarvi una delle attività da noi condotte alla Casa del Quartiere (CQ) di San Salvario a Torino:

 L’antenna. Sportello di orientamento ai servizi socio-sanitari.

Primo e terzo martedì del mese 9/12

Secondo e quarto martedì del mese 15/18

Che cos’è un’antenna?

In telecomunicazioni, un’antenna è un dispositivo elettrico che può trasmettere o ricevere onde elettromagnetiche, in una parola “energia”! Sommariamente, non ce ne vogliano gli amici elettrotecnici, le  antenne funzionano più o meno così : forniscono al ricevitore un segnale elettrico proporzionale al campo elettromagnetico in cui sono immerse o viceversa propagano, sotto forma di campo elettromagnetico, il segnale fornito loro da un trasmettitore. Antenne sono quindi quei dispositivi (o sottosistemi) che rendono possibili la trasmissione di comunicazioni a distanza non cablate (wireless…senza fili!).

Proviamo a capire perchè abbiamo scelto questo nome per il nostro sportello.

Il progetto è nato da tre ambiziose idee:

1. Contribuire a ridisegnare l’accesso al welfare locale.

Sosteniamo che chiunque in un momento di cambiamento abbia bisogno di un professionista capace di ascolto, che sappia fornirci le informazioni utili al fronteggiamento di quella precisa e concreta situazione di vita e che ci indirizzi nel percorso delle possibili erogazioni di servizi ed interventi da parte di enti, associazioni, fondazioni ed altre risorse presenti sul territorio. Orientarsi tra i propri diritti ed i propri doveri non è sempre facile!

Insomma parliamoci chiaro: Andare dall’assistente sociale non dovrebbe essere “da sfigati” o “da poracci”! Perché andare dal medico è invece considerata un’attività quotidiana scevra di connotazioni negative?

Così abbiamo deciso di utilizzare a settimane alterne lo spazio bar della casa del quartiere come luogo di servizio, dove può essere più facile aiutare e raggiungere la gente comune, capire i loro bisogni, e dare risposte concrete, anche condivise con chi popola lo spazio in quel momento.

Sapete già come la pensiamo sule relazioni tra le persone: sono la chiave per il cambiamento!

Ad esempio:

La cameriera del bar ha bisogno di sapere quali sono le agevolazioni che le spettano ora che è diventata mamma? Può chiedercelo continuando a servire ai tavoli!

Il signore anziano seduto nel cortile necessita di sapere quali sono i servizi di sostegno per lui che è rimasto solo a vivere in casa? Ne parliamo sorseggiando un caffè!

La famiglia straniera appena arrivata in Italia che si guarda intorno spaesata in cortile potrebbe avere giovamento nel scoprire da subito le agenzie presenti sul territorio dedicate alla mamma, al papà ed ai bambini stranieri e pensate per agevolare l’integrazione nel quartiere. Parliamo con loro mentre i bambini giocano nel cortile interno della CQ !

Abbiamo esplorato il territorio e continueremo ad esplorarlo, intendiamo fare rete con le altre realtà associative e di orientamento presenti nella CQ,  siamo pronte!

 

2.Contribuire a rafforzare l’immagine dell’assistente sociale.

Vogliamo mostrare alla gente altri aspetti della nostra professione, oltre a quelli notoriamente portati alla ribalta da parte delle peggiori cronache e legati a pregiudizi diffusi sulla nostra categoria professionale!

Rispondere alle domande di chi incontriamo in un contesto “ibrido”, che ha confini labili di informalità e formalità, ha una potenza enorme per la costruzione di un nuovo immaginario!

E’ molto semplice per le persone porci domande, considerate inopportune in altri contesti, mentre si è seduti allo stesso tavolo di un bar:

– Perché esiste l’assistente sociale?

– Ma davvero, mi spieghi a cosa serve l’assistente sociale?

Nell’esercizio del ruolo professionale presso la CQ l’avere la visibilità, il tempo a disposizione e la concreta occasione di un reale equilibrio tra mandato professionale, istituzionale e sociale ci da modo di poter veicolare una corretta informazione sulla professione e rappresentarne le molteplici sfaccettature!

Siamo consapevoli sia necessaria la giusta dose di professionalità, creatività, impegno e voglia di mettersi in gioco.

 

3.Promuovere la dimensione comunitaria del servizio sociale

La nostra intenzione è quella di trasformare lo sportello in un’occasione concreta per permetterci di conoscere a fondo il quartiere, le domande individuali ma anche quelle collettive che esso esprime, il tessuto sociale organizzato e le sue espressioni associative.

Il privilegio dello sportello, in relazione al mandato ed all’ubicazione dello stesso, può essere declinato con l’individuazione di diversi sottobiettivi raggiungibili:

a. aiutare le persone che vivono nella stessa zona, o che condividono un medesimo problema esistenziale, a  collegarsi tra loro e ad intraprendere azioni comuni per il proprio benessere comporta la creazione di legami di solidarietà ed il contrasto all’isolamento dell’individuo;

b. promuovere una “comunità competente”, cioè stimolare, attraverso l’informazione e la conoscenza da parte della popolazione dei problemi che la riguardano e delle risorse che possono possedere, lo sviluppo della partecipazione attiva delle persone nelle aggregazioni sociali esistenti e la creazione di nuove iniziative ma anche di reti di sostegno autonome;

c. coinvolgere la popolazione nella definizione dei servizi e degli interventi della Casa del Quartiere attraverso azioni di programmazione delle attività future sulla base di una lettura concreta e congiunta della comunità da parte della comunità stessa.

 

Per tornare all’antenna possiamo quindi così concludere:

Coerentemente con un principio fondamentale dell’elettromagnetismo, detto “principio di reciprocità“, garantiamo che il nostro sportello, come  qualsiasi antenna, possa indifferentemente funzionare, sia come antenna trasmittente che come antenna ricevente.

Questo ovviamente, solo  se connessa – rispettivamente-  ad un trasmettitore e ad un ricevitore, quindi ….

Vi aspettiamo!

 

 

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IL CASTELLO http://www.assistentisocialionline.it/il-castello/ http://www.assistentisocialionline.it/il-castello/#respond Mon, 25 Sep 2017 10:40:16 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=936 Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante, sopratutto per una di noi ! La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa […]

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Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante,

sopratutto per una di noi !

La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa che ci ha donato! 

Vi chiediamo solo di mettervi comodi, prendervi del tempo …e leggerlo tutto d’un fiato!

Un Castello da condividere

Vecchie pietre,

antichi muri,

che l’edera

pazientemente

avvolge;

stanze di silenzi

frantumati

dalle risa

dei nostri figli bambini.

Chi percorre oggi

quegli spazi,

calpesta e confonde

i segni nascosti

delle nostre vite,

ascolti

con trepido silenzio

il respiro

dei nostri sogni

di allora

e conservi intatta

la fragranza

della memoria

di un tempo felice.

Riccarda, già altrove  settembre  ‘89

 Arriviamo al castello in un caldo pomeriggio di luglio del 1980. Il camion guidato da Arnaldo che trasporta le nostre cose, fatta una breve salita passa sotto l’arco d’ingresso, prosegue sul vialetto e si ferma in cortile. In una gran confusione di cani, bambini e persone noi scendiamo dalle macchine che ci hanno portati fin lì, tutti ci salutano e ci abbracciano. Inizia la nostra nuova  avventura.

I mobili sono trasportati fino all’ultimo piano, la consegna è di montare oggi almeno i letti per poter dormire stanotte; in un via vai di persone su e giù per le scale, di voci che chiedono “questo dove va” e di bambini tra i piedi. I nostri per fortuna dormono nel grande salone nei loro lettini da campeggio: Chiara è figlia mia e di Mario, Giacomo di Maria e Giorgio; sono nati l’anno prima rispettivamente l’8 marzo e il 27 aprile. Maria dopo un po’ si siede sulla panchina di legno sotto la pergola di vite americana, ha il pancione di Luca che nascerà già qui, il 5 agosto. Anche Giulia nascerà qui ad agosto del 1981.

Tutti ci aiutano, anche Victor e Tito, “i maschi” delle famiglie argentine profughe della dittatura che sono ospiti al castello da qualche tempo,  mentre i figli ci studiano con i loro visetti seri: Martina la negrita con gli occhi da antica donna india,  Marina la colorada, dagli incredibili capelli rossi e Martin il più grande con il quale instaurerò un legame di affetto profondo che sarà fonte di discussioni accese con suo padre che non ammette troppe tenerezze nella vita dell’ esilio, neanche per un bambino. Invece io Martin l’ho amato subito, da quando mi hanno raccontato che a scuola aveva inventato per sé un cognome italiano, lui che per i motivi di sicurezza dei grandi ha dovuto dimenticare il suo, ed aveva scelto “Pescatore” suscitando purtroppo soltanto  le risa di incredulità dei compagni.

Ad un certo punto Victor chiede con tono determinato nel suo italiano cantilenante: ”Ma qui chi è il capo del lavoro?” e le cose si fanno più ordinate, il trasloco segue strategie più efficaci. La sera mangiamo tutti insieme sui vecchi tavoli e le panche di legno sotto il portico, inaugurando quella che diventerà negli anni per tutti noi una consuetudine. Ci siamo tutti, le famiglie che abitano qui: Pippo e Giovanna, Alda e Giovanni, ci raggiungeranno presto Augusto e Valeria, Anna…

Non ricordo il cibo, c’era sicuramente la pasta di Alda nel pentolone, ma posso sentire se chiudo gli occhi il suono delle nostre voci, ricostruire i sorrisi e gli sguardi accesi di tutti, anche quello che vaga altrove, de “La flaca”: Maria moglie di Victor e la mamma di Marina e Martin. Lei pensa alla sua Buenos Aires troppo lontana o forse a Genova dove stava prima di venire qui e dove ha lasciato il suo piccolino, morto silenziosamente una notte nella sua culla senza che nessuno potesse fare nulla per lui. Piange spesso da sola di notte, quando nessuno la sente, e forse si chiede senza confessarlo che senso abbia questo esilio e quanto ancora sia alto il prezzo, per loro, da pagare.

Gli argentini…. Le loro vite segnate, eppure determinate a sognare e costruire un futuro migliore per sé e per il loro popolo, entreranno nelle nostre; conosceremo sulla loro pelle i segni profondi delle dittature che abbiamo contestato nei cortei cantando le nostre canzoni e quelle degli Inti Illimani che tutti conosciamo a memoria. Ci legherà a loro un sentimento forte fatto di affetto, rispetto, condivisione, sofferenza e speranza comune.

Noi quattro accoglieremo in casa nostra Mariano (in realtà il suo nome è Rodolfo, ma questo lo scopriremo alcuni anni più tardi, quando avrà fatto ritorno finalmente a Buenos Aires e nel suo paese) l’unico che non ha famiglia e per un anno vivrà con noi, preparandoci il pankeke e il dulce de leche, il chimichurri per l’hasado e un giorno che la nostalgia forse era forse per lui un po’ più difficile da sopportare, la marmellata di pomodori verdi come la preparava suo padre.

Sappiamo quasi nulla di lui e quel poco lo mettiamo insieme un po’ alla volta da pezzi di conversazione o da altri : sua moglie l’hanno portata via un mattino le squadre speciali, lui si è salvato perché in quel momento era fuori casa; ha un figlio da una compagna che non vive con lui, un giorno andremo insieme al mercato di Ivrea a comprare per Nico pantaloncini e maglietta, a stupire il venditore che guardava incredulo un padre e una “madre” che non conoscevano peso e statura del loro figlio. (Ora Nico è grande, vive a Buenos Aires ed è papà a sua volta di uno splendido piccolo Santiago).

Intanto stasera sotto il portico tutti parliamo di noi, raccontando i pezzi essenziali delle nostre vite per farci conoscere, per conoscere gli altri; facciamo insieme progetti, organizziamo gli spazi che conterranno per i prossimi nove anni (ma noi non lo sappiamo ancora e pensiamo per sempre) le nostre vite e quelli di altri amici che si aggiungeranno per strada. Poi Giorgio prende la chitarra e cantiamo, la sera si stende placida oltre le ombre del portico che non raggiungono per ora le nostre vite che invece si intrecciano saldamente ed inesorabilmente.

Poi noi quattro raggiungiamo l’alloggio dell’ultimo piano che sarà la nostra casa: è molto grande e c’è spazio per tutti: una camera da letto per ciascuna coppia, una per i bambini, una per Franco che ha 13 anni ed è il nostro figlio affidatario, un salotto che ospiterà spesso gli amici, una veranda chiusa molto luminosa che guarda le montagne ed un’altra che dà sul cortile, due bagni e la cucina con il grande tavolo di legno che possiedo ancora e che è stato testimone di tutte le nostre vicende liete e dolorose e su cui bambini ed adulti hanno  inciso spesso il segno del loro pensiero. E i segni sono rimasti tutti lì, da ripercorrere ogni tanto come una mappa di quel tempo, e delle nostre vite.

In questa nuova casa viviamo in 7, tra poco 8 con l’arrivo di Luca , due famiglie che sono una sola, che condividono tutto: una comunità come si diceva all’epoca. Per noi è normale oltre che bellissimo vivere così, è stata la naturale conclusione di strade intraprese molto prima e che ad un certo punto si sono incontrate.

Avevo 18 anni quando una domenica all’uscita dalla messa delle 11 sulla piazza di Arè, mentre il campanile suonava mezzogiorno, Dido, un amico un po’ più grande di noi propose a me e a Giorgio di partecipare ad un campo di lavoro che si sarebbe svolto ad Ivrea durante l’estate. Si trattava di raccogliere carta, stracci e ferro vecchio, le cose che il nostro mondo buttava, per venderle e finanziare i progetti dei missionari della diocesi che operavano in Brasile, in quello che era allora chiamato “il terzo mondo”.

Ci andai, insieme a Giorgio e a molti altri ragazzi e ragazze che provenivano da tutta la diocesi ed il nostro gruppo si chiamò proprio così “Operazione Terzo Mondo”.

La nostra amicizia continuò anche dopo la fine del campo ed iniziammo a ritrovarci ogni domenica a parlare, discutere, a fare progetti per il futuro del gruppo, ad inventare nuove attività. Eravamo davvero incredibilmente tanti: più di quaranta credo. Spesso erano i bar ad accoglierci: ne ricordo uno che non c’è più ad Ivrea “il Cavallino bianco” che riempivamo spesso con la nostra presenza chiassosa ed ingombrante.

Consumavamo poco perché pochi erano i nostri soldi, eravamo felici soprattutto di ritrovarci, di essere, insieme, qualcosa. Altre volte erano le case dei genitori ad ospitarci, soprattutto  ad Orio a casa di Marino, a S. Giorgio a casa di Beppe  che avrebbe preso messa di lì a poco e sarebbe subito partito per il Brasile, e di Angela . A volte Don Gamerro celebrava la messa per noi  e noi in silenzio meditavamo la Parola e cantavamo le nostre canzoni: Walter, Giorgio e altri suonavano la chitarra, Beppe il basso, Gian Mario la pianola.

Eravamo tanti davvero, e molti li ricordo con chiarezza: Marino che era un po’ il nostro leader , un po’ più grande di noi e un po’ più saggio, Dido saggio e responsabile già da allora, Vittorino che tutti chiamavamo Vitto con i suoi riccioli neri, il motorino e le sue poesie, Walter con la sua solitudine, la chitarra e qualche ciucca memorabile, Mario di Strambino alto, grosso e maldestro, simpaticissimo, Giola di Orio, compagno di scuola di mio fratello, Diego e Tea una delle prime coppie formatesi all’interno del gruppo, Ingrid la sorella di Tea, Loris-Felpus che ho ritrovato dopo anni professore dell’ultimo dei miei figli, Carola che mi sembrava allora già così matura e seria!, Pia e Cate le due sorelle di Lessolo, Adele , “la zia”, Beppe, Paulin, Paolo di Cascinette…

Ad un certo punto la nostra strada incrociò, non mi ricordo come, quella di altri ragazzi: “quelli della Sacca” un quartiere nuovo alla periferia sud di Ivrea. Abitavano tutti insieme al settimo piano di un palazzo di Via Gobetti e con loro c’era un responsabile: don Teresio  e una famiglia : Franco, Ida e i loro figli: Patrizia, Alessandro detto Lallo ed Elisa ancora neonata. La loro comunità era nata da poco e derivava dell’esperienza del seminario; in quelle stanze vivevano  insieme Augusto, Mario e, Mario “Albi” che avrei sposato qualche anno più tardi, Silvio “il Che” legato alla figura del “comandante” oltre che dall’ideale, da una gran barba e zazzera nera che porta ancora oggi che fa il professore e scrive romanzi per ragazzi, Gian Mario, Silvio, Giuseppe “Giors”, di cui ho conosciuto il vero nome soltanto quando già stava per diventare avvocato, Severino che sarebbe presto diventato prete e che per ora partiva periodicamente per Taizè semplicemente scendendo in strada ed “alzando il dito”. L’autostop  era infatti per molti di noi il modo più semplice di spostarsi, ed anche, allora, abbastanza sicuro. Altri ragazzi passavano o restavano qualche tempo in comunità, alcuni del quartiere, altri conosciuti a scuola o nei gruppi che si formavano in città. Quello era infatti un periodo di forte aggregazione, i gruppi erano le nostre nuove famiglie, la nostra casa, la sede dei nostri affetti. Il luogo della nostra crescita emotiva e culturale.

Con “quelli della Sacca” si stabilì subito un forte legame ed i due gruppi in un certo qual modo si fusero. In un certo qual modo perché non era proprio così, allora i gruppi si sfrangiavano e si contaminavano in mille modi, si apparteneva a più gruppi che incarnavano sfumature diverse di un unico percorso. Il nostro era senza dubbio un percorso complesso: religioso senza dubbio se per religione si intende il cristianesimo, cioè il messaggio di Cristo, quello degli ultimi. Politico anche perché la politica è la vita e perché non ci si può dire cristiani se non si condivide la sofferenza dei fratelli il bisogno di giustizia del mondo. Così facevamo le nostre messe, preparate, meditate, cantate e spesso sofferte, partecipavamo alle riunioni dei comitati di quartiere, facevamo il doposcuola a Bellavista, continuavamo a raccogliere carta, stracci e ferro vecchio per le missioni.

E c’era il nostro recital da portare in giro per la diocesi, con canti, poesie, brani recitati; contro la guerra, l’emarginazione, il divario sociale, la povertà. Ne conservo il copione ed è purtroppo molto attuale ancora oggi. Noi suonavamo, cantavamo, recitavamo (ed io ero la disperazione dei musicisti per la mia difficoltà con il “tenere il tempo”); le scenografie erano povere o inesistenti ma il messaggio forte, ed era quello in cui altrettanto fortemente credevamo: un mondo diverso era possibile e noi lo avremmo costruito.

Ed inventammo anche una cosa nuova: l’”operazione riso” acquistando in riseria grossi quantitativi di riso che rivendevamo “ad offerta” davanti le chiese della diocesi la domenica mattina  a tutte le messe. Qualche prete più democratico ci lasciava anche dire due parole alla fine della messa e sempre  all’uscita raccoglievamo il nostro gruzzolo da consegnare alla diocesi ed ai missionari, anche al nostro amico Beppe che ora era sacerdote ed era laggiù, tra gli ultimi.

Erano persone speciali quei sacerdoti; i missionari, ma anche i preti operai, quelli delle comunità di base, gente che giocava la sua vita fino in fondo per il Cristo e per i poveri. Don Milani, l’Abé Pierre, Frère Roger, il nostro vescovo Luigi Bettazzi, questi erano i nostri maestri insieme ad altri più lontani ma molto vicini a noi come i teologi della liberazione, i molti sacerdoti sconosciuti che appoggiavano la lotta contro le dittature in ogni parte del mondo.

“Coinvolgersi” “ rispondere alla chiamata” “pagare di persona” questo era il nostro credo e devo dire che per me lo è ancora oggi, è rimasta la costante della mia vita. Eravamo ragazzi normali, forse più felici perché avevamo uno scopo, un ideale che ci guidava. Ci innamoravamo e soffrivamo per amore, ma senza smettere di credere nella vita e di fare progetti per il futuro. Tenendo ben presenti le proporzioni tra i nostri “dolori” e quelli dell’umanità. L’amicizia riempiva le nostre vite e faceva per noi casa, e famiglia, affetti. Maturavano scelte conseguenti: il servizio civile ad esempio, Giorgio Pier e Paolo partirono per l’Alto Volta dove rimasero circa due anni a lavorare in agricoltura e in un dispensario. Gianni invece finì a Peschiera obiettore di coscienza totale, incontrando lì altri che vi erano arrivati per loro strade e che ci arricchivano.

D’estate si andava a Prascondù, a “fare la colonia” per i ragazzini della diocesi. Circa novanta ne ospitavamo, in una bella conca alpina nella costruzione a ridosso del santuario. Io sono finita a fare la cuoca, nella cucina seminterrata a preparare minestre, spezzatino e patate, polenta. Mi riposavo quando si andava alla “gita lunga” camminando in montagna e pranzando a panini. La sera ancora e sempre chitarra e canzoni, partite a carte ed interminabili discussioni sui temi che sempre ci appassionavano. E poi, l’anno della maturità fu lì che tutti ripassammo per l’esame orale negli intervalli tra un impegno e l’altro. Davvero formidabili quegli anni.

Qualche brandello di tempo libero devo ben averlo avuto, perché è proprio a Prascondù, in un boschetto di noccioli lì vicino che Mario mi fece una specie di “dichiarazione”…

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Condividersi con il Mondo http://www.assistentisocialionline.it/condividersi-con-il-mondo/ http://www.assistentisocialionline.it/condividersi-con-il-mondo/#respond Mon, 18 Sep 2017 21:28:57 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=902 Il terzo  articolo sul tema della condivisione arriva da un sardo di  София, un “cittadino del Mondo”, un amico , un affine ,un viaggiatore instancabile dalla curiosità insaziabile : Stefano Carta ! Amico di Assistenti Sociali Online, ha conosciuto una di noi per caso più di dieci anni fa e, sempre per caso, almeno una volta […]

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Il terzo  articolo sul tema della condivisione arriva da un sardo di  София, un “cittadino del Mondo”, un amico , un affine ,un viaggiatore instancabile dalla curiosità insaziabile : Stefano Carta !

Amico di Assistenti Sociali Online, ha conosciuto una di noi per caso più di dieci anni fa e, sempre per caso, almeno una volta all’anno incontri improbabili in terra sarda tengono impiedi una amicizia improvvisata e surreale , che si è fortificata , manco a dirlo …condividendo!  Condividendo dalle esperienze più assurde e divertenti come bere cocktails sul lungo Poetto in pigiama alle confidenze intime, profonde ed estemporanee degne di un rapporto fraterno!

Stefano è la personificazione dell’aforisma di  Friedrich Nietzsche che recita:  “tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina” e il suo blog  Il nuovo Faust. La vita è un’avventura ne è la dimostrazione !

Portandoci a spasso, in questo articolo, e nei luoghi incontrati nel corso dei  suoi viaggi ed avventure ci racconta con uno “guardo migrante”,  in modo semplice e diretto un pezzo del suo cammino nel Mondo, spiegando cosa significa  “condivisione” per chi come lui  ama varcare i confini , geografici , relazionali e …temporali portando con sè un pezzo di ciascun luogo, umanità e storia incontrati !

Mettetevi comodi, lasciatevi trasportare e  …buon viaggio nella Condivisione!

Condividersi con il Mondo

«La felicità è reale solo quando è condivisa.»
Chriss McCandless – “Into the Wild”

Ho sempre considerato la condivisione come un atto dove una persona mette in comune con gli altri un qualcosa di materiale ma anche di spirituale. Direi che essa sia un tentativo di raccontare se stessi agli altri, facendoli sentire partecipi della propria vita.
Non siete d’accordo?

Provate ad immaginare, allora, di trovarvi in un aeroporto. Tra le tante facce che vedrete in attesa di un volo o di un parente in arrivo, noterete una persona assorta in profonda meditazione e circondata da un incredibile numero di valigie. Ecco, quello sono io o, perlomeno, ero io due anni fa, quando mi catapultai in un paese estero, attirato da una chiamata di lavoro. Ora provate ad immaginare che cosa può desiderare di fare una persona che arriva in un posto sconosciuto e dove si parla una lingua sconosciuta. Tolte le fasi iniziali di spaesamento e di panico (che possono durare giorni o settimane), tolte le beghe burocratiche… quella persona cercherà di parlare, di comunicare con qualcuno, di condividere qualcosa.

Poche cose sono però difficili come il tentare di manifestare i propri stati d’animo a qualcuno che non può parlare la tua lingua. Ancora più difficile è il doverlo fare usando una lingua differente. Tuttavia, c’è il bisogno di farlo. Chi sta a stretto contatto con le altre persone sa bene che l’elemento della condivisione è fondamentale, sia che si tratti di spartire un pasto con qualcuno, sia di passare il proprio tempo con la persona amata, sia di far conoscere il proprio punto di vista o, ancora, nel momento in cui un paziente chiede un consulto medico o, infine nel momento in cui un venditore illustra al cliente i prodotti in vendita.
In qualunque aspetto della nostra vita la condivisione è obbligatoria.

Potremmo definirla “trasversale”, perché in grado di toccare ogni aspetto dell’agire umano e sociale, perché riguarda l’aspetto relazionale umano. Mettere in comune qualcosa di materiale o spirituale è un tentativo di farsi conoscere, ma anche di includere qualcun altro nel tuo modo. «Nessun uomo è un’isola» scrisse quasi quattrocento anni fa John Donne, ed all’estero il bisogno di condividere degli aspetti della propria vita è molto più forte e sentito.

Partire vuol dire “sradicarsi”, intrecciare nuovi legami e sforzarsi di mantenere quelli storici.
Talvolta può riuscire e talvolta no. Il motivo è che la condivisione non è tale senza la partecipazione l’accettazione da parte di chi cerchiamo di coinvolgere. Per esserci, il nostro interlocutore deve vivere la nostra medesima esperienza o, quanto meno, prestare ascolto al racconto di essa.

Penso alle tante telefonate che ho fatto ai parenti ed alle altre persone care.  Penso anche alla difficoltà che spesso ho avuto e continuo ad avere nel tentativo di raccontare le vicende esaltanti e meno esaltanti della mia vita.

Per ultimo nelle relazioni umane diventa fondamentale anche il giudizio su ciò che facciamo. In questo caso condividere significa “approvare” un comportamento o un pensiero . La condivisione sembra quindi mostrare tre aspetti interdipendenti: quello del “fare a metà”, quello del “partecipare” e quello del “ritenere giusto”. Un esempio lampante di questo triplo binario interpretativo è dato dai social networks dove miliardi di utenti condividono dei contenuti, i quali a loro volta possono essere approvati o meno da altri utenti. Quando questi tre elementi si combinano, la condivisione raggiunge la sua massima espressione. Se, in alcuni contesti l’elemento dell’approvazione può risultare non necessario, l’elemento della “partecipazione” o “empatia” è, invece, fondamentale. Senza di essa, la condivisione diventa un’esperienza priva di senso, una coabitazione forzata, guardata con disinteresse o, peggio, con diffidenza e, dunque non pienamente accettata.

Ognuno di noi desidera trasmettere un’emozione, un concetto, un’immagine, un parere e l’idea che non sia solamente “tollerata”, ma anche compresa. Seppur è indubbio che la condivisione possa risultare più congeniale laddove vi siano degli interessi o valori in comune, è anche vero che sia possibile individuare il canale comunicativo appropriato.

Durante i 5 mesi della mia esperienza di Volontario presso i campi profughi di Voenna Rampa e Ovcha Kupel (entrambi a Sofia, in Bulgaria), mi sono confrontato e scontrato con la realtà di un ambiente multietnico composto in prevalenza da Siriani, Curdi, Afghani, Iracheni. L’aspetto più difficile è dato proprio dall’individuazione del canale comunicativo adatto, superando l’imbarazzo iniziale tuo e degli altri che ti considerano un perfetto estraneo. Nel caso in questione la situazione di stallo può essere affrontata in vari modi. Dal più semplice sguardo, da una battuta nella lingua natia o da una determinata azione.

Nel momento in cui si riesce a trovare una sintonia nel linguaggio espressivo, allora la naturale diffidenza del nostro interlocutore viene messa da parte e le porte della condivisione saranno aperte.

Qualche riga fa ho riportato la frase “nessun uomo è un’isola”. Il significato che do ad essa è che l’uomo stesso è l’oggetto della condivisione, è connesso alle altre persone. Nel caso del volontariato, ho messo di fronte agli occhi dei rifugiati il fatto che fossi uno straniero esattamente come loro. Ho raccontato loro le mie avventure e le mie disavventure. Facendo ciò, ho condiviso me stesso con loro, facendoli sentire un po’ meno “soli” ed un po’ più “compresi”. Ciò ha spinto loro a condividere a loro volta le loro esperienze, creando di fatto un circolo della condivisione.
Questo è il mio punto di osservazione sulla condivisione.

Un’epoca come la nostra, con un livello tecnologico senza eguali ci sta permettendo di raccogliere accumulare una serie di esperienze che saranno utili non solo a noi, ma forse anche a chi ci sta vicino, e che per questo potranno e dovranno essere condivise. In altri casi la condivisione potrà essere fine a se stessa, cioè fatta per il solo piacere di includere gli altri in alcune di quelle che sono le nostre passioni, aspirazioni ed azioni.

In conclusione tutto può essere condiviso?

Forse non tutto.

Ci saranno sempre degli aspetti che desidereremo tenere solamente per noi. Ci saranno delle persone con le quali sentiremo una maggiore affinità rispetto ad altre, ma fondamentalmente il bisogno di condividere qualcosa con qualcuno sarà una costante della nostra vita.

D’altronde, come diceva il buon Seneca: «Nessun bene senza un compagno ci dà gioia.»

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MI PIACE , CONDIVIDERE ! http://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/ http://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/#respond Mon, 11 Sep 2017 16:26:13 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=887 Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di […]

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Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di “condivisione”.

“CONDIVIDERE” : verbo transitivo (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri (il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli) ma anche, avere in comune con altri (condividere l’appartamento) più spesso figurativo (condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per il mare). Nel  participio passato “condiviso” con valore verbale o di aggettivo (è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi) rimanda a concetti che incontrano un  largo consenso.

Quanto è attuale questa parola? Quanto ci sono chiari i suoi significati?

Già “significati”, plurale!

Perché di fatto, oltre alla definizione citata del vocabolario, c’è  molto di più !

 “Condividere” è infatti una parola ambivalente: tanto antica quanto moderna, tanto semplice quanto complessa e parecchio “misteriosa”. Pare che derivi dal latino, ma a parte ciò, di fatto la sua etimologia non è poi così certa. E’ un termine infatti che, a seconda di come se ne interpreta l’etimo, può assumere significato sia gruppale che estremamente individuale.

Assumendo l’interpretazione secondo cui sarebbe l’unione  di “con” e “divisione”,  quella più nota nell’uso comune,  rimanderebbe al concetto di  spartizione,  alla divisione e/o alla distribuzione di  risorse. Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, sarebbe l’unione di “con”, “di” “videre”:  “videre”  il latino del verbo “vedere”. Rimanderebbe quindi “condivisione” ad un “guardare insieme ma separati” .

Niente di più attuale e rispondente alla realtà dei “social”!

Ad oggi “condividere”, con l’avvento dei social è diventato infatti qualcosa di molto differente rispetto al concetto storicamente conosciuto.

Chi conosce il mondo di facebook,  e dei social in genere,  sa che esistono 3 interazioni principali  che ciascuno può fare per dare modo all’altro, lontano o vicino che sia,  ma comunque non presente e al di là dello schermo di sapere che ha preso atto, letto, provato delle emozioni, costruito una opinione a fronte di una sua comunicazione virtuale .

Queste 3 interazioni sono conosciutissime grazie a  Facebook, ma presenti anche in altri social  – che poi su altri social si traducano con altre azioni, peraltro esattamente simili nei contenuti, fa poco la differenza –  :

·         Cliccare “mi piace”: la più immediata e  meno impegnativa delle 3;

·         Commentare: considerata un passo in avanti verso l’interazione, questa azione se non altro dovrebbe implicare   uno sforzo cognitivo maggiore, solitamente più rilevante rispetto al semplice gradimento;

·         Condividere: cliccando “condividi” le persone possono dimostrare di aver apprezzato il contenuto postato, talmente tanto da volerlo mostrare anche alla propria cerchia di conoscenze e amicizie, ma possono anche condividerlo per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post non piaccia, commentandolo e evidenziandone gli errori, esprimendo la propria posizione avversa.

Uno degli obiettivi principali dei social network in fondo,  in origine, parrebbe essere stato proprio riunire comunità virtuali, fisicamente distanti, in spazi accessibili in cui avrebbero potuto interagire, socializzare.  Il  coinvolgimento dei cosiddetti “target”, pertanto, e la predisposizione di sempre nuove modalità di  interazione – adesso oltre al  “mi piace” è possibile inserire faccine che diano qualità alla reazione emotiva (rappresentano rabbia, affetto, divertimento, stupore, tristezza) ha l’obiettivo di far si che le persone si esprimano in merito a quanto condiviso sui social, con lo scopo di facilitare l’espressione comunicativa fornendo quello che in comunicazione è chiamato il feedback. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così e che essere abituati a condividere sui social, significhi poi, al di là del virtuale, saper condividere nel senso più ampio del termine?

Purtroppo alcuni fenomeni come il ritiro sociale degli Hikikomori (“Dal piacere 2.0. agli Hikikomori: se la dopamina è social” di  A.P. Lacatena in Animazione sociale n. 298 pp. 104-108) dimostrano che il passaggio tra condivisione virtuale e reale non è  poi così lineare ed incontra, negli stessi strumenti comunicativi offerti dai social, pericolose trappole che attivano patologie di addiction e un ritiro sociale. L’esatto contrario di ciò che la condivisione reale presuppone.

Il fenomeno esiste ormai da tempo, ma se ne parla proprio da poco,  e non riguarda solo “i più giovani”; risulta essere così rilevante tanto che già nel 1995 Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel DSM la sindrome del Internet Addiction Disorder .

  Il “piacere di piacere” sempre agli altri , l’attesa dei “mi piace” , dei commenti e delle condivisioni rischia di diventare, per chi inizia a soffrire di tali patologie il solo fine esistenziale. Queste forme di dipendenza – dalle analisi effettuate  sulle esperienze degli utenti – risponderebbero infatti a gran parte dei bisogni presenti nella  famosa  piramide  dei 5 bisogni di Maslow (1954) , fatti salvi i  bisogni fisiologici.

 

Per capirci, studi scientifici hanno dimostrato che un “mi piace”,  sotto la foto postata pochi secondi prima, comporterebbe al pari di ciò che causa dell’assunzione sostanze stupefacenti ed esperienze fortemente impattanti sull’area ventrale tegumentale del nostro cervello (come il sesso),  una significativa scarica di dopamina nel nostro corpo.

Condividere emozioni negative, difficoltà e disagi è quindi una sorta di tabù…anche sui social  come nella vita reale! Il problema è che quando si vivono difficoltà molto intime come una dipendenza, un lutto, la cura di un familiare gravemente malato o l’essere diversi dagli altri isola già nel mondo reale i Social non ci aiutano a chiedere aiuto nè a conciliare ciò che siamo con ciò che è SocialMente accettabile condividere on-line!

Nel caso degli Hikikomori  con  il tempo e l’aggravarsi della dipendenza saranno  proprio i bisogni fisiologici a dare l’allarme e a far emergere la necessità di una, lunga e non semplice, cura e riabilitazione .

Gino Mazzoli già in un articolo presente nella rivista Animazione Sociale nel 2014 sostiene che “Forum, blog e social network creano una realtà nuova, molto interessante, ma per ora selettiva sul piano dell’utenza e comunque incorporea, non legata alla condivisione del medesimo territorio: in queste condizioni il piatto piange rispetto ai processi di costruzione della fiducia necessaria per intervenire nei contesti concreti.”

Tornando al  tema della condivisione, cosa offre la “vita reale” ?

Occorre che come operatori sociali, genitori, figli ci domandiamo quali sono realmente  le offerte presenti nei servizi, nei progetti privati, che garantiscano alle persone la risposta ai bisogni di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

“Il sociale va “ sostiene quindi Mazzoli “riallestito, nel senso che serve un investimento intenzionale, perché la società civile lasciata al libero mercato delle sue interazioni in questa fase non sembra in grado di secernere solidarietà, se non, come si è detto in forma perimetrata. Per concretizzare questa indicazione generale occorre saper vedere e valorizzare l’intelligenza che è al lavoro oltre il singolo, ma anche oltre il gruppo; che si produce attraverso processi non intenzionali; che crea una zona di comunicazione oltre i confini delle culture, delle organizzazioni, delle nazioni. Favorire la crescita di questa intelligenza collettiva, anti-ideologica e accomunante mi sembra il compito principale del nostro tempo.”

Condividere nella vita reale non è semplice, almeno non per tutti, e  a maggior ragione quando si tratta di condividere con gli altri degli aspetti personali, sto pensando a condivisioni in cui bisogna   mettere in gioco e portare alla luce, ancor più che le idee  le sensazioni, le emozioni, il “sentire”.

E’ però anche vero che  far fronte ad una situazione personale, di cambiamento o di difficoltà, da soli è molto complicato, anche con il sostegno delle proprie reti di sopporto mentre è totalmente differente affrontare le difficoltà con il supporto di un  gruppo, inteso come spazio di incontro e confronto con altre persone che condividono una situazione simile.

Il gruppo  infatti non è solo riconducibile alla semplice somma delle sue parti, l’atto dell’entrare nel gruppo è una scelta di coinvolgimento attivo, un’opportunità unica nel suo genere e di crescita che  equivale a superare la soglia della propria casa per entrare in uno spazio comune, co-costruito e condiviso. Entrare in un gruppo significa varcare un confine fisico, temporale e psicologico, quello tra me e l’altro, ed entrare in uno spazio plurale caratterizzato dal sostegno reciproco e da relazioni d’aiuto.

Il gruppo è un attore fondamentale dell’approccio di comunità  del Servizio Sociale, una risorsa per il cambiamento  individuale e delle comunità , uno strumento che permette di acquisire ed esercitare un potere collettivo (questo si, che si moltiplica per il numero dei suoi membri) ma anche una palestra relazionale che permette di creare rinforzare e mantenere relazioni anche conflittuali, offrendo protezione e sostegno attraverso il ruolo del facilitatore. Insomma una valida risposta ai bisogni individuali di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

Come assistenti sociali siamo cresciute, professionalmente e culturalmente, nella convinzione che sia proprio la “condivisione reale” e, l’opportunità di poter sperimentare tale esperienza relazionale,  nel  gruppo lo strumento che ci permette di offrire quel “qualcosa di più “ alle persone ed alle comunità.

Siamo certe che attraverso interventi di gruppo e in gruppo nelle comunità si possa rivedere e  rivoluzionare, guardando al passato come infondo poi accade in tutte le rivoluzioni, il nostro ruolo di assistenti sociali  in una logica di COMMUNITY CARE.

Creare comunità curanti, richiede del tempo e dei passaggi obbligati, capacità negativa – quella che  permette agli operatori sociali di non imporre il cambiamento ma esserci nel qui ed ora sapendo stare nell’attesa che i gruppi siano pronti ad attraversare, con i propri tempi e modi,  le fasi trasformative che dovranno affrontare- con  la volontà di “sporcarsi le mani” ed attivando percorsi che vadano oltre il dualismo domanda risposta cercando spazi che possano essere “piattaforme abilitanti”, spazi di creatività aperti indeterminati e da co- progettare.

Sempre Gino Mazzoli nell’articolo precedentemente citato sostiene che “l’operatore sociale […] non può porsi come deus ex machina, ma come accompagnatore di un contesto che ha una propria energia endogena. Accompagnare non significa essere un cortese compagno di viaggio, ma, ad esempio, proporre ipotesi e piste di lavoro, sostenere, riformulare, fare memoria, valorizzare le persone[…] In sostanza si tratta di facilitare il funzionamento dell’intelligenza collettiva che, essendo inconsapevole di sé, ha bisogno di qualcuno che “le faccia da sponda” e valorizzi ciò che sta generandosi, ma che, in assenza di questo sguardo facilitante, si avviterebbe intorno a dinamiche locali totalmente ignare del valore delle acquisizioni conoscitive costruite e dei manufatti sociali realizzati” .

E dal momento che nel vocabolario CONDIVIDERE è anche “avere unitamente ad altri, con piena partecipazione”, abbiamo scelto di realizzare i nostri progetti in spazi come questi piuttosto che cercare una nostra sede fissa , una forma complicata, impegnativa ma sorprendente di condivisione, in cui noi però crediamo fortemente.

Insomma se non fosse chiaro a noi piace “condividere” e a voi ?

Questo Settembre condivideremo tanto sia virtualmente, sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook, ma anche concretamente alla Festa della Casa del Quartiere di San Salvario il 23 Settembre  p.v.,  per presentare tutti nostri progetti ed i  PERCORSI IN GRUPPO !

Ci siete?

Vi piace ?

Ci condividete ?

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CIBO & SOLIDARIETA’ http://www.assistentisocialionline.it/cibo-solidarieta-servizio-sociale/ http://www.assistentisocialionline.it/cibo-solidarieta-servizio-sociale/#comments Mon, 04 Sep 2017 11:10:12 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=861 Come passa il tempo quando ci si diverte!!! …e come ci si diverte, quando il tempo che trascorre ci riavvicina al riavvio delle attività che amiamo e che piacciono!!! ECCOVI QUI , ECCOCI QUI! Agosto è terminato , Settembre è già bell’e che iniziato e noi , come promesso, ricominciamo in modo “nutriente” il riavvio […]

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Come passa il tempo quando ci si diverte!!!

…e come ci si diverte, quando il tempo che trascorre ci riavvicina al riavvio delle attività che amiamo e che piacciono!!!

ECCOVI QUI , ECCOCI QUI!

Agosto è terminato , Settembre è già bell’e che iniziato e noi , come promesso, ricominciamo in modo “nutriente” il riavvio delle nostre attività sul nostro Blog e Diario di Bordo !

Chi vi voi ci segue da un pò sa già che Ugo Albano,  assistente sociale specialista, pubblicista e giornalista e clown è un ospite gradito del nostro Blog.  Ugo ha, infatti, inaugurato ad Aprile u.s.  la sezione “contributi” del nostro blog rispondendo per primo alla nostra chiamata e scrivendo un interessante articolo che parla  di servizio sociale, benessere, generatività…e felicità! Per chi di voi, invece, ancora non conoscesse il nostro collega e volesse saperne di più su di lui e sulle sue molteplici creative e attività e  offerte professionali , l’invito è a leggere il precedente articolo che ci ha  donato e cliccare qui:   Ugo Albano . 

Questo mese il tema  che vi proponiamo è la CONDIVISIONE!

 Ugo , “maschio, sudista, giocherellone, pigro,godereccio, amante della buona compagnia” – così si descrive egli stesso- , ci ha donato un contributo nutriente che parla non solo di condivisione ma anche di cibo, ma anche di servizio sociale ! 

Buona lettura a tutti e Grazie Ugo ! 

CIBO & SOLIDARIETA’

L’assistente sociale, per non scomparire, deve smetterla di “dare” (un contributo, una valutazione, un buono-pasto) e deve (re)imparare ad “addestrare” le persone all’autonomia. Ciò richiede non solo i classici percorsi di counseling e le ancor più vetuste pratiche di controllo ambientale, vengono richiesti percorsi un po’ più innovativi e molto più pratici. Si parte dal livello più semplice dei bisogni, che è quello alimentare: riportare questo verso canoni più salutari e più educativamente validi è cosa buona e giusta, coerente con il corpo metodologico della professione e foriero di piste nuove del lavoro di aiuto, specialmente nella libera professione.

Ma partiamo dall’inizio, affermando che il mangiare è da sempre un’esigenza vitale dell’uomo: Maslow pone l’alimentazione, al pari della sessualità, della respirazione e del sonno, tra i bisogni “primari”, cioè quelli senza dei quali non si può vivere. Parliamo di un’esigenza individuale, perchè il metabolismo richiede sostanze nutritive per funzionare, parlo di acqua, pane, verdure e carne. Eppure la risposta dell’uomo a questo bisogno è prettamente sociale. Se cioè l’operazione dell’introiezione del cibo è funzione individuale (non abbiamo cioè bisogno degli altri per mangiare), la sua consumazione va sempre a recuperare dimensioni gruppali, tipiche del contesto in cui si vive o da cui si origina. Questo assunto antropologico è fondamentale: da quando esiste l’uomo sulla faccia della terra la ricerca, la raccolta, la conservazione, la preparazione e la consumazione del cibo sono tutte attività svolte in gruppo e con significati di squisita natura culturale.

Se una delle definizioni della parola cultura riguarda il “rapporto tra uomo ed ambiente”, la cucina è appunto una meta-modalità di relazione del singolo col contesto. Il mangiare trascende quindi dal mero livello materiale e va sempre più a riguardare ambiti di alterità, vale a dire squisitamente culturali. Se un neonato succhia il latte del seno guardando la mamma, se ogni pizzata è genuina occasione di rivedere gli amici, se per la festa di compleanno la mamma prepara con la proprie mani la torta, se la cena a lume di candela diventa occasione di intimità per due innamorati, ecco che nel quotidiano il cibo è già cultura. Cultura dello stare assieme, della condivisione, della comunicazione, dell’amicizia, finanche della spiritualità: si pensi alle pause-pranzo sui cantieri o nelle campagne, ma pure alle tavolate tra amici e finanche al rito della eucarestia nei culti cristiani. Non è un caso che in tali occasioni il commensale venga chiamato “compagno”: se il latino rivela il suo significato più intimo (compagno = cum panis, cioè “colui che condivide lo stesso pane”), ecco che il “mangiare assieme” porta con sè sempre contenuti affettivi, di amore, spirituali, perfino mistici.

D’altra parte in ciò si differenzia la cultura mediterranea dal fast-food americano: l’assunzione del cibo è da noi storicamente un rituale sociale, ovvero una normale abitudine a stare assieme, occasione in cui il “cosa” mangiare diventa davvero secondario rispetto alla relazione tra le persone. Ma con un’importante precisazione: il cosa mangiare è sempre strumentale alla relazione stessa, per cui il cibo non può mai essere di mediocre qualità. E’ tra l’altro dai tempi antichi che noi italiani intese, contratti, affari di Stato, matrimoni ed interscambi economici li concludiamo a tavola: forse anche con la complicità di un buon vino (con lo scopo di abbattere ogni resistenza psicologica), è la bontà del cibo che ci spiana la strada per la sempre ricercata armonia sociale. Da noi non si mangia mai da soli, anzi il farlo porta con sè sempre significati negativi e di riprovazione sociale. Anche quando ognuno porta con sè un pasto frugale (come per la pausa-lavoro o la sosta durante una gita) è norma mettere il cibo in comune, proprio perché la sua consumazione non può che essere strumentale al clima relazionale. Non c’è maggior offesa che mangiar da soli in presenza di altri: forse fatto normale nelle culture del fast-food, di sicuro un peccato mortale nel nostro Paese.

Se tutto ciò ci deriva dal nostro recente passato di contadini, è negli ultimi decenni che sono saltati questi riferimenti fondanti per il nostro “buon vivere”. Oggi è forte la tendenza a mangiare da soli, a non cucinare, ad acquisire stili di consumo imposti dalle multinazionali, ad accontentarci di gusti industriali e a dimenticare gli “odori” del cibo stesso. A ciò si aggiunge l’incapacità a fare una spesa alimentare salutista e pure il grave fatto educativo di aver disimparato a cucinare. Conseguenza: famiglie in crisi, coppie in crisi, comunità in crisi, un’intera nazione in crisi.

Per uscire da questa crisi – che è culturale – bisogna non solo fare cultura, ma avviare – lo dico agli assistenti sociali – tutta una serie di iniziative in cui, prima di tutto, dobbiamo cominciare da noi stessi. Infatti non possiamo perseguire un benessere (alimentare) se noi stessi, nel quotidiano, non sappiamo esso cosa sia. L’argomento è vasto e complesso, cerco ora di dare delle idee per una “buona pratica di aiuto” con la certezza di non essere esaustivo, ma con la speranza di solleticare le curiosità e le voglie metodologiche riguardo a prassi alternative.

Sappiamo fotografare il rapporto tra cliente e cibo. L’occasione-principe è la visita domiciliare: apriamo il frigorifero e la dispensa per capire se e come l’interlocutore si alimenta. Una cattiva alimentazione è un indicatore importante di malessere, condiviso questo dato è da lì che può scaturire un contratto sociale.

Sappiamo sostenere la competenza culinaria. Specie per gli stranieri, ma anche per gli italiani, cucinare è un aspetto fondante della genitorialità. Restituire un “valore” al genitore che cucina (anche cibi del paese d’origine) tramite i complimenti significa rafforzare un importante pilastro educativo.

Sappiamo fotografare i significati sociali del rapporto col cibo. Osservare se e come un genitore alimenta i propri figli è un ambito importante per fotografare le capacità genitoriali. Dall’allattamento al seno fino al pranzo assieme, essere presenti a questi momenti significa capire come funziona un genitore.

Offriamo delle occasioni culinarie al lavoro di gruppo. Se un gruppo funziona, se un team è affiatato, ciò lo si capisce solo all’opera. Va bene fare supervisione di gruppo – che è un’operazione “cerebrale” – , ma la vera cartina al tornasole è la verifica delle emozioni e delle comunicazioni in un ambito “extra-cerebrale”: basta farli cucinare e mangiare assieme per comprendere e migliorare una dinamica di gruppo.

Sappiamo creare esperienze di auto-aiuto tramite il cibo. Spesso non basta il pacco-viveri della Caritas o il contributo del Comune: occorre mettere in comune competenze e deficienze dei singoli per fare in modo che ognuno impari dall’altro strategie valide per un corretto rapporto col cibo. Fare la spesa? Riciclare i resti? Cucinare più sano? Tutto ciò non lo si impara sui libri, ma stando assieme!

Organizziamo dei mini-corsi di cucina per bambini e adolescenti. Se il vero problema è che oggi i minorenni non vengono più educati alla buona cucina, ciò non significa che non si possa far nulla. Imparare a fare una torta di compleanno, imparare ad organizzare il buffet di una festa, imparare a “fare colpo sul partner cucinando” sono tutti temi che vanno offerti ai giovani bisognosi di imparare “come si fa”. Se la famiglia non è educante, è importante che arrivi dall’esterno una proposta.

Rieduchiamo alla produzione del cibo. Dare al bambino la brioche “incellophananata” o un panino appena fatto, oppure preparare un piatto di pasta con ingredienti freschi o riscaldare un piatto surgelato non sono la stessa cosa. “Dare compiti” significa far sperimentare le competenze culinarie secondo modalità più umane e a tempi più lenti.

Connettiamo la competenza culinaria al progetto di vita. Sia nel campo geriatrico, sia in quello strettamente psichiatrico, il progetto di vita è sempre più connesso a sfere di gradimento su settori a fragile competenza. Far mettere in gioco un cliente debole attraverso il compito del cucinare significa misurarlo in pratica sul proprio miglioramento. Posto l’obiettivo e l’indicatore, occorre solo dare il compito e misurarne l’efficacia.

Ugo Albano

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