felicità – Assistenti Sociali Online http://www.assistentisocialionline.it #fuoridalcomune Mon, 05 Sep 2022 20:04:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.24 http://www.assistentisocialionline.it/wp-content/uploads/2022/08/cropped-fdc-g-11-32x32.png felicità – Assistenti Sociali Online http://www.assistentisocialionline.it 32 32 LA BELLEZZA : #labellezzasalveràilmondosalvailmondo http://www.assistentisocialionline.it/labellezzasalverailmondosalvailmondo/ http://www.assistentisocialionline.it/labellezzasalverailmondosalvailmondo/#respond Mon, 25 Dec 2017 18:38:38 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=1045 La bellezza salverà il mondo!  Parola di Martina Zanarella …che ci ha fatto trovare sotto l’albero di  Natale il suo contributo sulla bellezza!  Martina, uno splendido esemplare di giovane ed energica energica padovana:occhi azzurri capelli neri, sorriso contagioso, è stata conosciuta da una noi in un percorso di gruppo di Foto- Arte Terapia e subito il […]

L'articolo LA BELLEZZA : #labellezzasalveràilmondosalvailmondo proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
La bellezza salverà il mondo! 

Parola di Martina Zanarella …che ci ha fatto trovare sotto l’albero di  Natale il suo contributo sulla bellezza! 

Martina, uno splendido esemplare di giovane ed energica energica padovana:occhi azzurri capelli neri, sorriso contagioso, è stata conosciuta da una noi in un percorso di gruppo di Foto- Arte Terapia e subito il suo credo politico, artistico religioso nei confronti della bellezza ci ha conquistate !!! 

Attrice, diplomata alla scuola di formazione attore dell’Accademia dello Spettacolo di Torino, e studentessa di Scienze dell’Educazione, Martina è una di quelle persone tenaci e combattive che mette tutta se stessa a servizio dei progetti che realizza e che ha scelto nella vita una missione:

condividere infiniti attimi di vitale bellezza !!!

E’ un compito quotidiano che compie ogni giorno …vi assicuriamo che lo fà quasi 24h/24h… recitando, cantando e ballando, studiando per divenire una educatrice e , tramite la pagina facebook PlayNow, anche sul web !

Se siete curiosi di sapere come secondo Martina #labellezzasalveràilmondo (sappiate che noi ci crediamo profondamente) vi lasciamo al  secondo ed ultimo contributo del mese, anzi dell’anno (!!!)e ringraziamo Martina per averci raccontato come la bellezza salverà il mondo …

buona lettura!


LA BELLEZZA 

#labellezzasalveràilmondosalvailmondo
#infinitiattimivitaleBellezza

Ciao, mi chiamo Martina ho 22 anni, sono un’attrice e penso che la bellezza salverà il mondo.

La bellezza è ovunque, è nelle cose naturali, nei tramonti nei boschi, nel mare…

E poi c’è quella fatta dall’uomo e quella, quella è Arte.

Tutto ciò che è fatto dall’uomo può potenzialmente essere Arte è tutto può potenzialmente non esserlo.

Tutte le cose fatte con amore, con cura, con competenza e disciplina, sono Arte. Anche un idraulico, un professore, un imprenditore possono fare il loro lavoro ad arte.

E l’Arte è bellissima, indispensabile e terapeutica, per ogni tipologia di Arte che conosco esiste una corrispettiva tecnica terapeutica.

Il mio sogno è quello di farlo sapere al mondo intero, perché purtroppo per ignoranza, disinteresse, o convinzioni erronee che risalgono alla scuola dell’obbligo, troppa gente è convinta che l’arte sia quella cosa noiosa chiusa nei musei, o che l’arte di strada sia solo vandalismo e disturbo della quiete pubblica.

E c’è gente che l’Arte non la conosce proprio, in nessuna forma.

Ecco la mia missione è quella di far scoprire al mondo intero la magia che si nasconde dietro a ogni singola opera, ogni singolo quadro, canzone, poesia, balletto… e la lista potrebbe essere infinita.

La mia missione è quella di far scoprire alla gente quanto si possa stare bene attraverso l’Arte, grazie all’Arte, facendo le cose ad Arte.

La mia missione è quella di aiutare la Bellezza a compiersi, salvando il mondo.

La domanda è come fare?

E sono anni ormai che cerco una risposta.

Io ho iniziato facendo ciò che amo e cercando di farlo sempre meglio, ho avuto fortuna perché ciò che amo è già di per sè Arte, sono un’attrice e amo il teatro più di qualunque altra cosa al mondo. E cerco di farne quanto più possibile in modo da creare delle piccole magie a uso e consumo del pubblico, e cerco di insegnarlo, a tutti, ai ragazzi ai bambini, ma un domani vorrei insegnarlo anche nelle situazioni di disagio come le comunità per minori o per tossicodipendenti, i carceri, nei centri per disabili o anziani, o ancora nelle aziende, perché sono convinta che i grigi e tristi white collar siano i più disagiati di tutti!

E poi ho aperto una pagina Facebook in cui scrivo

Un video, una foto…

Cosa sono in una giornata?

Un attimo

Ma se ti colpiscono ti accompagnano sempre

All’infinito

La bellezza è vitale, è pane quotidiano che nutre l’anima, ecco perché condividiamo un post al giorno per diffondere la Bellezza, quella vera, o almeno quella che a noi sembra tale, perché siamo convinti che l’arte, l’emozione, la bellezza salveranno il mondo…se lo pensi anche tu pubblica qualcosa con l’hashtag :

#labellezzasalveràilmondosalvailmondo #infinitiattimivitaleBellezza

Per cui non mi basta che invitare anche te che stai leggendo a mettere mi piace alla pagina, a condividere la Bellezza, l’Arte e a fare tutto ciò che fai con amore, passione e competenza per aiutarmi nella mia missione: diffondere la Bellezza e salvare il mondo!

Martina Zanarella

L'articolo LA BELLEZZA : #labellezzasalveràilmondosalvailmondo proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/labellezzasalverailmondosalvailmondo/feed/ 0
IL CASTELLO http://www.assistentisocialionline.it/il-castello/ http://www.assistentisocialionline.it/il-castello/#respond Mon, 25 Sep 2017 10:40:16 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=936 Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante, sopratutto per una di noi ! La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa […]

L'articolo IL CASTELLO proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
Concludiamo il mese dedicato alla condivisione, con un  contributo regalatoci da una Donna importante,

sopratutto per una di noi !

La conoscete già ,  Riccarda Viglino,  ed ha già scritto in passato un contributo per il nostro blog…ma questa volta non riusciamo proprio a trovare le parole per introdurre questo racconto di vita vera, vissuta e condivisa che ci ha donato! 

Vi chiediamo solo di mettervi comodi, prendervi del tempo …e leggerlo tutto d’un fiato!

Un Castello da condividere

Vecchie pietre,

antichi muri,

che l’edera

pazientemente

avvolge;

stanze di silenzi

frantumati

dalle risa

dei nostri figli bambini.

Chi percorre oggi

quegli spazi,

calpesta e confonde

i segni nascosti

delle nostre vite,

ascolti

con trepido silenzio

il respiro

dei nostri sogni

di allora

e conservi intatta

la fragranza

della memoria

di un tempo felice.

Riccarda, già altrove  settembre  ‘89

 Arriviamo al castello in un caldo pomeriggio di luglio del 1980. Il camion guidato da Arnaldo che trasporta le nostre cose, fatta una breve salita passa sotto l’arco d’ingresso, prosegue sul vialetto e si ferma in cortile. In una gran confusione di cani, bambini e persone noi scendiamo dalle macchine che ci hanno portati fin lì, tutti ci salutano e ci abbracciano. Inizia la nostra nuova  avventura.

I mobili sono trasportati fino all’ultimo piano, la consegna è di montare oggi almeno i letti per poter dormire stanotte; in un via vai di persone su e giù per le scale, di voci che chiedono “questo dove va” e di bambini tra i piedi. I nostri per fortuna dormono nel grande salone nei loro lettini da campeggio: Chiara è figlia mia e di Mario, Giacomo di Maria e Giorgio; sono nati l’anno prima rispettivamente l’8 marzo e il 27 aprile. Maria dopo un po’ si siede sulla panchina di legno sotto la pergola di vite americana, ha il pancione di Luca che nascerà già qui, il 5 agosto. Anche Giulia nascerà qui ad agosto del 1981.

Tutti ci aiutano, anche Victor e Tito, “i maschi” delle famiglie argentine profughe della dittatura che sono ospiti al castello da qualche tempo,  mentre i figli ci studiano con i loro visetti seri: Martina la negrita con gli occhi da antica donna india,  Marina la colorada, dagli incredibili capelli rossi e Martin il più grande con il quale instaurerò un legame di affetto profondo che sarà fonte di discussioni accese con suo padre che non ammette troppe tenerezze nella vita dell’ esilio, neanche per un bambino. Invece io Martin l’ho amato subito, da quando mi hanno raccontato che a scuola aveva inventato per sé un cognome italiano, lui che per i motivi di sicurezza dei grandi ha dovuto dimenticare il suo, ed aveva scelto “Pescatore” suscitando purtroppo soltanto  le risa di incredulità dei compagni.

Ad un certo punto Victor chiede con tono determinato nel suo italiano cantilenante: ”Ma qui chi è il capo del lavoro?” e le cose si fanno più ordinate, il trasloco segue strategie più efficaci. La sera mangiamo tutti insieme sui vecchi tavoli e le panche di legno sotto il portico, inaugurando quella che diventerà negli anni per tutti noi una consuetudine. Ci siamo tutti, le famiglie che abitano qui: Pippo e Giovanna, Alda e Giovanni, ci raggiungeranno presto Augusto e Valeria, Anna…

Non ricordo il cibo, c’era sicuramente la pasta di Alda nel pentolone, ma posso sentire se chiudo gli occhi il suono delle nostre voci, ricostruire i sorrisi e gli sguardi accesi di tutti, anche quello che vaga altrove, de “La flaca”: Maria moglie di Victor e la mamma di Marina e Martin. Lei pensa alla sua Buenos Aires troppo lontana o forse a Genova dove stava prima di venire qui e dove ha lasciato il suo piccolino, morto silenziosamente una notte nella sua culla senza che nessuno potesse fare nulla per lui. Piange spesso da sola di notte, quando nessuno la sente, e forse si chiede senza confessarlo che senso abbia questo esilio e quanto ancora sia alto il prezzo, per loro, da pagare.

Gli argentini…. Le loro vite segnate, eppure determinate a sognare e costruire un futuro migliore per sé e per il loro popolo, entreranno nelle nostre; conosceremo sulla loro pelle i segni profondi delle dittature che abbiamo contestato nei cortei cantando le nostre canzoni e quelle degli Inti Illimani che tutti conosciamo a memoria. Ci legherà a loro un sentimento forte fatto di affetto, rispetto, condivisione, sofferenza e speranza comune.

Noi quattro accoglieremo in casa nostra Mariano (in realtà il suo nome è Rodolfo, ma questo lo scopriremo alcuni anni più tardi, quando avrà fatto ritorno finalmente a Buenos Aires e nel suo paese) l’unico che non ha famiglia e per un anno vivrà con noi, preparandoci il pankeke e il dulce de leche, il chimichurri per l’hasado e un giorno che la nostalgia forse era forse per lui un po’ più difficile da sopportare, la marmellata di pomodori verdi come la preparava suo padre.

Sappiamo quasi nulla di lui e quel poco lo mettiamo insieme un po’ alla volta da pezzi di conversazione o da altri : sua moglie l’hanno portata via un mattino le squadre speciali, lui si è salvato perché in quel momento era fuori casa; ha un figlio da una compagna che non vive con lui, un giorno andremo insieme al mercato di Ivrea a comprare per Nico pantaloncini e maglietta, a stupire il venditore che guardava incredulo un padre e una “madre” che non conoscevano peso e statura del loro figlio. (Ora Nico è grande, vive a Buenos Aires ed è papà a sua volta di uno splendido piccolo Santiago).

Intanto stasera sotto il portico tutti parliamo di noi, raccontando i pezzi essenziali delle nostre vite per farci conoscere, per conoscere gli altri; facciamo insieme progetti, organizziamo gli spazi che conterranno per i prossimi nove anni (ma noi non lo sappiamo ancora e pensiamo per sempre) le nostre vite e quelli di altri amici che si aggiungeranno per strada. Poi Giorgio prende la chitarra e cantiamo, la sera si stende placida oltre le ombre del portico che non raggiungono per ora le nostre vite che invece si intrecciano saldamente ed inesorabilmente.

Poi noi quattro raggiungiamo l’alloggio dell’ultimo piano che sarà la nostra casa: è molto grande e c’è spazio per tutti: una camera da letto per ciascuna coppia, una per i bambini, una per Franco che ha 13 anni ed è il nostro figlio affidatario, un salotto che ospiterà spesso gli amici, una veranda chiusa molto luminosa che guarda le montagne ed un’altra che dà sul cortile, due bagni e la cucina con il grande tavolo di legno che possiedo ancora e che è stato testimone di tutte le nostre vicende liete e dolorose e su cui bambini ed adulti hanno  inciso spesso il segno del loro pensiero. E i segni sono rimasti tutti lì, da ripercorrere ogni tanto come una mappa di quel tempo, e delle nostre vite.

In questa nuova casa viviamo in 7, tra poco 8 con l’arrivo di Luca , due famiglie che sono una sola, che condividono tutto: una comunità come si diceva all’epoca. Per noi è normale oltre che bellissimo vivere così, è stata la naturale conclusione di strade intraprese molto prima e che ad un certo punto si sono incontrate.

Avevo 18 anni quando una domenica all’uscita dalla messa delle 11 sulla piazza di Arè, mentre il campanile suonava mezzogiorno, Dido, un amico un po’ più grande di noi propose a me e a Giorgio di partecipare ad un campo di lavoro che si sarebbe svolto ad Ivrea durante l’estate. Si trattava di raccogliere carta, stracci e ferro vecchio, le cose che il nostro mondo buttava, per venderle e finanziare i progetti dei missionari della diocesi che operavano in Brasile, in quello che era allora chiamato “il terzo mondo”.

Ci andai, insieme a Giorgio e a molti altri ragazzi e ragazze che provenivano da tutta la diocesi ed il nostro gruppo si chiamò proprio così “Operazione Terzo Mondo”.

La nostra amicizia continuò anche dopo la fine del campo ed iniziammo a ritrovarci ogni domenica a parlare, discutere, a fare progetti per il futuro del gruppo, ad inventare nuove attività. Eravamo davvero incredibilmente tanti: più di quaranta credo. Spesso erano i bar ad accoglierci: ne ricordo uno che non c’è più ad Ivrea “il Cavallino bianco” che riempivamo spesso con la nostra presenza chiassosa ed ingombrante.

Consumavamo poco perché pochi erano i nostri soldi, eravamo felici soprattutto di ritrovarci, di essere, insieme, qualcosa. Altre volte erano le case dei genitori ad ospitarci, soprattutto  ad Orio a casa di Marino, a S. Giorgio a casa di Beppe  che avrebbe preso messa di lì a poco e sarebbe subito partito per il Brasile, e di Angela . A volte Don Gamerro celebrava la messa per noi  e noi in silenzio meditavamo la Parola e cantavamo le nostre canzoni: Walter, Giorgio e altri suonavano la chitarra, Beppe il basso, Gian Mario la pianola.

Eravamo tanti davvero, e molti li ricordo con chiarezza: Marino che era un po’ il nostro leader , un po’ più grande di noi e un po’ più saggio, Dido saggio e responsabile già da allora, Vittorino che tutti chiamavamo Vitto con i suoi riccioli neri, il motorino e le sue poesie, Walter con la sua solitudine, la chitarra e qualche ciucca memorabile, Mario di Strambino alto, grosso e maldestro, simpaticissimo, Giola di Orio, compagno di scuola di mio fratello, Diego e Tea una delle prime coppie formatesi all’interno del gruppo, Ingrid la sorella di Tea, Loris-Felpus che ho ritrovato dopo anni professore dell’ultimo dei miei figli, Carola che mi sembrava allora già così matura e seria!, Pia e Cate le due sorelle di Lessolo, Adele , “la zia”, Beppe, Paulin, Paolo di Cascinette…

Ad un certo punto la nostra strada incrociò, non mi ricordo come, quella di altri ragazzi: “quelli della Sacca” un quartiere nuovo alla periferia sud di Ivrea. Abitavano tutti insieme al settimo piano di un palazzo di Via Gobetti e con loro c’era un responsabile: don Teresio  e una famiglia : Franco, Ida e i loro figli: Patrizia, Alessandro detto Lallo ed Elisa ancora neonata. La loro comunità era nata da poco e derivava dell’esperienza del seminario; in quelle stanze vivevano  insieme Augusto, Mario e, Mario “Albi” che avrei sposato qualche anno più tardi, Silvio “il Che” legato alla figura del “comandante” oltre che dall’ideale, da una gran barba e zazzera nera che porta ancora oggi che fa il professore e scrive romanzi per ragazzi, Gian Mario, Silvio, Giuseppe “Giors”, di cui ho conosciuto il vero nome soltanto quando già stava per diventare avvocato, Severino che sarebbe presto diventato prete e che per ora partiva periodicamente per Taizè semplicemente scendendo in strada ed “alzando il dito”. L’autostop  era infatti per molti di noi il modo più semplice di spostarsi, ed anche, allora, abbastanza sicuro. Altri ragazzi passavano o restavano qualche tempo in comunità, alcuni del quartiere, altri conosciuti a scuola o nei gruppi che si formavano in città. Quello era infatti un periodo di forte aggregazione, i gruppi erano le nostre nuove famiglie, la nostra casa, la sede dei nostri affetti. Il luogo della nostra crescita emotiva e culturale.

Con “quelli della Sacca” si stabilì subito un forte legame ed i due gruppi in un certo qual modo si fusero. In un certo qual modo perché non era proprio così, allora i gruppi si sfrangiavano e si contaminavano in mille modi, si apparteneva a più gruppi che incarnavano sfumature diverse di un unico percorso. Il nostro era senza dubbio un percorso complesso: religioso senza dubbio se per religione si intende il cristianesimo, cioè il messaggio di Cristo, quello degli ultimi. Politico anche perché la politica è la vita e perché non ci si può dire cristiani se non si condivide la sofferenza dei fratelli il bisogno di giustizia del mondo. Così facevamo le nostre messe, preparate, meditate, cantate e spesso sofferte, partecipavamo alle riunioni dei comitati di quartiere, facevamo il doposcuola a Bellavista, continuavamo a raccogliere carta, stracci e ferro vecchio per le missioni.

E c’era il nostro recital da portare in giro per la diocesi, con canti, poesie, brani recitati; contro la guerra, l’emarginazione, il divario sociale, la povertà. Ne conservo il copione ed è purtroppo molto attuale ancora oggi. Noi suonavamo, cantavamo, recitavamo (ed io ero la disperazione dei musicisti per la mia difficoltà con il “tenere il tempo”); le scenografie erano povere o inesistenti ma il messaggio forte, ed era quello in cui altrettanto fortemente credevamo: un mondo diverso era possibile e noi lo avremmo costruito.

Ed inventammo anche una cosa nuova: l’”operazione riso” acquistando in riseria grossi quantitativi di riso che rivendevamo “ad offerta” davanti le chiese della diocesi la domenica mattina  a tutte le messe. Qualche prete più democratico ci lasciava anche dire due parole alla fine della messa e sempre  all’uscita raccoglievamo il nostro gruzzolo da consegnare alla diocesi ed ai missionari, anche al nostro amico Beppe che ora era sacerdote ed era laggiù, tra gli ultimi.

Erano persone speciali quei sacerdoti; i missionari, ma anche i preti operai, quelli delle comunità di base, gente che giocava la sua vita fino in fondo per il Cristo e per i poveri. Don Milani, l’Abé Pierre, Frère Roger, il nostro vescovo Luigi Bettazzi, questi erano i nostri maestri insieme ad altri più lontani ma molto vicini a noi come i teologi della liberazione, i molti sacerdoti sconosciuti che appoggiavano la lotta contro le dittature in ogni parte del mondo.

“Coinvolgersi” “ rispondere alla chiamata” “pagare di persona” questo era il nostro credo e devo dire che per me lo è ancora oggi, è rimasta la costante della mia vita. Eravamo ragazzi normali, forse più felici perché avevamo uno scopo, un ideale che ci guidava. Ci innamoravamo e soffrivamo per amore, ma senza smettere di credere nella vita e di fare progetti per il futuro. Tenendo ben presenti le proporzioni tra i nostri “dolori” e quelli dell’umanità. L’amicizia riempiva le nostre vite e faceva per noi casa, e famiglia, affetti. Maturavano scelte conseguenti: il servizio civile ad esempio, Giorgio Pier e Paolo partirono per l’Alto Volta dove rimasero circa due anni a lavorare in agricoltura e in un dispensario. Gianni invece finì a Peschiera obiettore di coscienza totale, incontrando lì altri che vi erano arrivati per loro strade e che ci arricchivano.

D’estate si andava a Prascondù, a “fare la colonia” per i ragazzini della diocesi. Circa novanta ne ospitavamo, in una bella conca alpina nella costruzione a ridosso del santuario. Io sono finita a fare la cuoca, nella cucina seminterrata a preparare minestre, spezzatino e patate, polenta. Mi riposavo quando si andava alla “gita lunga” camminando in montagna e pranzando a panini. La sera ancora e sempre chitarra e canzoni, partite a carte ed interminabili discussioni sui temi che sempre ci appassionavano. E poi, l’anno della maturità fu lì che tutti ripassammo per l’esame orale negli intervalli tra un impegno e l’altro. Davvero formidabili quegli anni.

Qualche brandello di tempo libero devo ben averlo avuto, perché è proprio a Prascondù, in un boschetto di noccioli lì vicino che Mario mi fece una specie di “dichiarazione”…

L'articolo IL CASTELLO proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/il-castello/feed/ 0
MI PIACE , CONDIVIDERE ! http://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/ http://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/#respond Mon, 11 Sep 2017 16:26:13 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=887 Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di […]

L'articolo MI PIACE , CONDIVIDERE ! proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
Prima di raccontavi quali sono i percorsi che proponiamo come Assistenti Sociali Online e che fanno della “condivisione” il nostro “core – business” (scusatemi, lo so ci sarebbero miliardi di sinonimi, ma era da un vita che volevo usare questo termine meravigliosamente commerciale associato ad una prestazione sociale!) inquadriamo insieme cosa intendiamo quando parliamo di “condivisione”.

“CONDIVIDERE” : verbo transitivo (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri (il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli) ma anche, avere in comune con altri (condividere l’appartamento) più spesso figurativo (condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per il mare). Nel  participio passato “condiviso con valore verbale o di aggettivo (è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi) rimanda a concetti che incontrano un  largo consenso.

Quanto è attuale questa parola? Quanto ci sono chiari i suoi significati?

Già “significati”, plurale!

Perché di fatto, oltre alla definizione citata del vocabolario, c’è  molto di più !

 “Condividere” è infatti una parola ambivalente: tanto antica quanto moderna, tanto semplice quanto complessa e parecchio “misteriosa”. Pare che derivi dal latino, ma a parte ciò, di fatto la sua etimologia non è poi così certa. E’ un termine infatti che, a seconda di come se ne interpreta l’etimo, può assumere significato sia gruppale che estremamente individuale.

Assumendo l’interpretazione secondo cui sarebbe l’unione  di “con” e “divisione”,  quella più nota nell’uso comune,  rimanderebbe al concetto di  spartizione,  alla divisione e/o alla distribuzione di  risorse. Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, sarebbe l’unione di “con”, “di” “videre”:  “videre”  il latino del verbo “vedere”. Rimanderebbe quindi “condivisione” ad un “guardare insieme ma separati” .

Niente di più attuale e rispondente alla realtà dei “social”!

Ad oggi “condividere”, con l’avvento dei social è diventato infatti qualcosa di molto differente rispetto al concetto storicamente conosciuto.

Chi conosce il mondo di facebook,  e dei social in genere,  sa che esistono 3 interazioni principali  che ciascuno può fare per dare modo all’altro, lontano o vicino che sia,  ma comunque non presente e al di là dello schermo di sapere che ha preso atto, letto, provato delle emozioni, costruito una opinione a fronte di una sua comunicazione virtuale .

Queste 3 interazioni sono conosciutissime grazie a  Facebook, ma presenti anche in altri social  – che poi su altri social si traducano con altre azioni, peraltro esattamente simili nei contenuti, fa poco la differenza –  :

·         Cliccare “mi piace”: la più immediata e  meno impegnativa delle 3;

·         Commentare: considerata un passo in avanti verso l’interazione, questa azione se non altro dovrebbe implicare   uno sforzo cognitivo maggiore, solitamente più rilevante rispetto al semplice gradimento;

·         Condividere: cliccando “condividi” le persone possono dimostrare di aver apprezzato il contenuto postato, talmente tanto da volerlo mostrare anche alla propria cerchia di conoscenze e amicizie, ma possono anche condividerlo per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post non piaccia, commentandolo e evidenziandone gli errori, esprimendo la propria posizione avversa.

Uno degli obiettivi principali dei social network in fondo,  in origine, parrebbe essere stato proprio riunire comunità virtuali, fisicamente distanti, in spazi accessibili in cui avrebbero potuto interagire, socializzare.  Il  coinvolgimento dei cosiddetti “target”, pertanto, e la predisposizione di sempre nuove modalità di  interazione – adesso oltre al  “mi piace” è possibile inserire faccine che diano qualità alla reazione emotiva (rappresentano rabbia, affetto, divertimento, stupore, tristezza) ha l’obiettivo di far si che le persone si esprimano in merito a quanto condiviso sui social, con lo scopo di facilitare l’espressione comunicativa fornendo quello che in comunicazione è chiamato il feedback. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così e che essere abituati a condividere sui social, significhi poi, al di là del virtuale, saper condividere nel senso più ampio del termine?

Purtroppo alcuni fenomeni come il ritiro sociale degli Hikikomori (“Dal piacere 2.0. agli Hikikomori: se la dopamina è social” di  A.P. Lacatena in Animazione sociale n. 298 pp. 104-108) dimostrano che il passaggio tra condivisione virtuale e reale non è  poi così lineare ed incontra, negli stessi strumenti comunicativi offerti dai social, pericolose trappole che attivano patologie di addiction e un ritiro sociale. L’esatto contrario di ciò che la condivisione reale presuppone.

Il fenomeno esiste ormai da tempo, ma se ne parla proprio da poco,  e non riguarda solo “i più giovani”; risulta essere così rilevante tanto che già nel 1995 Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel DSM la sindrome del Internet Addiction Disorder .

  Il “piacere di piacere” sempre agli altri , l’attesa dei “mi piace” , dei commenti e delle condivisioni rischia di diventare, per chi inizia a soffrire di tali patologie il solo fine esistenziale. Queste forme di dipendenza – dalle analisi effettuate  sulle esperienze degli utenti – risponderebbero infatti a gran parte dei bisogni presenti nella  famosa  piramide  dei 5 bisogni di Maslow (1954) , fatti salvi i  bisogni fisiologici.

 

Per capirci, studi scientifici hanno dimostrato che un “mi piace”,  sotto la foto postata pochi secondi prima, comporterebbe al pari di ciò che causa dell’assunzione sostanze stupefacenti ed esperienze fortemente impattanti sull’area ventrale tegumentale del nostro cervello (come il sesso),  una significativa scarica di dopamina nel nostro corpo.

Condividere emozioni negative, difficoltà e disagi è quindi una sorta di tabù…anche sui social  come nella vita reale! Il problema è che quando si vivono difficoltà molto intime come una dipendenza, un lutto, la cura di un familiare gravemente malato o l’essere diversi dagli altri isola già nel mondo reale i Social non ci aiutano a chiedere aiuto nè a conciliare ciò che siamo con ciò che è SocialMente accettabile condividere on-line!

Nel caso degli Hikikomori  con  il tempo e l’aggravarsi della dipendenza saranno  proprio i bisogni fisiologici a dare l’allarme e a far emergere la necessità di una, lunga e non semplice, cura e riabilitazione .

Gino Mazzoli già in un articolo presente nella rivista Animazione Sociale nel 2014 sostiene che “Forum, blog e social network creano una realtà nuova, molto interessante, ma per ora selettiva sul piano dell’utenza e comunque incorporea, non legata alla condivisione del medesimo territorio: in queste condizioni il piatto piange rispetto ai processi di costruzione della fiducia necessaria per intervenire nei contesti concreti.”

Tornando al  tema della condivisione, cosa offre la “vita reale” ?

Occorre che come operatori sociali, genitori, figli ci domandiamo quali sono realmente  le offerte presenti nei servizi, nei progetti privati, che garantiscano alle persone la risposta ai bisogni di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

“Il sociale va “ sostiene quindi Mazzoli “riallestito, nel senso che serve un investimento intenzionale, perché la società civile lasciata al libero mercato delle sue interazioni in questa fase non sembra in grado di secernere solidarietà, se non, come si è detto in forma perimetrata. Per concretizzare questa indicazione generale occorre saper vedere e valorizzare l’intelligenza che è al lavoro oltre il singolo, ma anche oltre il gruppo; che si produce attraverso processi non intenzionali; che crea una zona di comunicazione oltre i confini delle culture, delle organizzazioni, delle nazioni. Favorire la crescita di questa intelligenza collettiva, anti-ideologica e accomunante mi sembra il compito principale del nostro tempo.”

Condividere nella vita reale non è semplice, almeno non per tutti, e  a maggior ragione quando si tratta di condividere con gli altri degli aspetti personali, sto pensando a condivisioni in cui bisogna   mettere in gioco e portare alla luce, ancor più che le idee  le sensazioni, le emozioni, il “sentire”.

E’ però anche vero che  far fronte ad una situazione personale, di cambiamento o di difficoltà, da soli è molto complicato, anche con il sostegno delle proprie reti di sopporto mentre è totalmente differente affrontare le difficoltà con il supporto di un  gruppo, inteso come spazio di incontro e confronto con altre persone che condividono una situazione simile.

Il gruppo  infatti non è solo riconducibile alla semplice somma delle sue parti, l’atto dell’entrare nel gruppo è una scelta di coinvolgimento attivo, un’opportunità unica nel suo genere e di crescita che  equivale a superare la soglia della propria casa per entrare in uno spazio comune, co-costruito e condiviso. Entrare in un gruppo significa varcare un confine fisico, temporale e psicologico, quello tra me e l’altro, ed entrare in uno spazio plurale caratterizzato dal sostegno reciproco e da relazioni d’aiuto.

Il gruppo è un attore fondamentale dell’approccio di comunità  del Servizio Sociale, una risorsa per il cambiamento  individuale e delle comunità , uno strumento che permette di acquisire ed esercitare un potere collettivo (questo si, che si moltiplica per il numero dei suoi membri) ma anche una palestra relazionale che permette di creare rinforzare e mantenere relazioni anche conflittuali, offrendo protezione e sostegno attraverso il ruolo del facilitatore. Insomma una valida risposta ai bisogni individuali di SICUREZZA, APPARTENENZA,  STIMA e REALIZZAZIONE .

Come assistenti sociali siamo cresciute, professionalmente e culturalmente, nella convinzione che sia proprio la “condivisione reale” e, l’opportunità di poter sperimentare tale esperienza relazionale,  nel  gruppo lo strumento che ci permette di offrire quel “qualcosa di più “ alle persone ed alle comunità.

Siamo certe che attraverso interventi di gruppo e in gruppo nelle comunità si possa rivedere e  rivoluzionare, guardando al passato come infondo poi accade in tutte le rivoluzioni, il nostro ruolo di assistenti sociali  in una logica di COMMUNITY CARE.

Creare comunità curanti, richiede del tempo e dei passaggi obbligati, capacità negativa – quella che  permette agli operatori sociali di non imporre il cambiamento ma esserci nel qui ed ora sapendo stare nell’attesa che i gruppi siano pronti ad attraversare, con i propri tempi e modi,  le fasi trasformative che dovranno affrontare- con  la volontà di “sporcarsi le mani” ed attivando percorsi che vadano oltre il dualismo domanda risposta cercando spazi che possano essere “piattaforme abilitanti”, spazi di creatività aperti indeterminati e da co- progettare.

Sempre Gino Mazzoli nell’articolo precedentemente citato sostiene che “l’operatore sociale […] non può porsi come deus ex machina, ma come accompagnatore di un contesto che ha una propria energia endogena. Accompagnare non significa essere un cortese compagno di viaggio, ma, ad esempio, proporre ipotesi e piste di lavoro, sostenere, riformulare, fare memoria, valorizzare le persone[…] In sostanza si tratta di facilitare il funzionamento dell’intelligenza collettiva che, essendo inconsapevole di sé, ha bisogno di qualcuno che “le faccia da sponda” e valorizzi ciò che sta generandosi, ma che, in assenza di questo sguardo facilitante, si avviterebbe intorno a dinamiche locali totalmente ignare del valore delle acquisizioni conoscitive costruite e dei manufatti sociali realizzati” .

E dal momento che nel vocabolario CONDIVIDERE è anche “avere unitamente ad altri, con piena partecipazione”, abbiamo scelto di realizzare i nostri progetti in spazi come questi piuttosto che cercare una nostra sede fissa , una forma complicata, impegnativa ma sorprendente di condivisione, in cui noi però crediamo fortemente.

Insomma se non fosse chiaro a noi piace “condividere” e a voi ?

Questo Settembre condivideremo tanto sia virtualmente, sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook, ma anche concretamente alla Festa della Casa del Quartiere di San Salvario il 23 Settembre  p.v.,  per presentare tutti nostri progetti ed i  PERCORSI IN GRUPPO !

Ci siete?

Vi piace ?

Ci condividete ?

L'articolo MI PIACE , CONDIVIDERE ! proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/mi-piace-condividere/feed/ 0
Crescere felici http://www.assistentisocialionline.it/crescere-felici/ http://www.assistentisocialionline.it/crescere-felici/#respond Mon, 15 May 2017 18:12:11 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=754 Il nostro blog inizia ad essere sempre più  frequentato!! Questa settimana è  Antonietta Nicoletti Psicologa Psicoterapeuta dell’età evolutiva  a regalarci il suo contributo sul tema della Felicità ! Antoniettà è una professionista  amica e affine di assistentisocialionline  perchè esercita la  sua  professione con la competenza e le conoscenze acquisite attraverso una costante e attenta formazione, con la passione […]

L'articolo Crescere felici proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
Il nostro blog inizia ad essere sempre più  frequentato!!

Questa settimana è  Antonietta Nicoletti Psicologa Psicoterapeuta dell’età evolutiva

 a regalarci il suo contributo sul tema della Felicità !

Antoniettà è una professionista  amica e affine di assistentisocialionline  perchè esercita la  sua  professione con la competenza e le conoscenze acquisite attraverso una costante e attenta formazione, con la passione e cuore di chi sceglie il  proprio lavoro, ascoltando le proprie e le altrui emozioni,  per  essere strumento in grado di trasmettere ai bambini la speranza e lo slancio per raggiungere la serenità!

Avere il suo contributo sul nostro blog ha, quindi, molto a che vedere anche con la nostra felicità! 

Per conoscere meglio Antonietta Nicoletti  e scoprire come la sua professionalità si spende per la felicità dei bambini clicca su : Antonietta Nicoletti Psicologa Psicoterapeuta !

Crescere felici

Bambini felici è questa l’immagine che ci trasmettono i mass media e che come figure adulte vorremmo sempre vedere. Il sorriso dei bambini ci regala gioia, scatena in noi emozioni positive e allontana dai genitori o educatori la frustrazione di non avere fatto abbastanza.

Il termine felice si presta all’equivoco se viene inteso come “sempre contento, soddisfatto, sereno, gioioso”. Sarebbe un’utopia pensare per i bambini una vita senza difficoltà, frustrazioni e dolori di vario genere, sia fisici, sia emotivi.

Chi sono i bimbi felici? Qual è la ricetta per crescere i bimbi felici?

I bambini felici sono quelli che avendo ricevuto risposte adeguate  ai loro bisogni, sono in grado di conseguire uno stato di sicurezza interiore e relazionale e di attivare un continuo, dinamico ripristino  della condizione di sicurezza e di benessere.

Le neuroscienze hanno riscontrato che il cervello umano è orientato alla soddisfazione, alla gioia, alla ricerca e alla sperimentazione del nuovo.

I bambini, alla nascita, sono dotati di emozioni innate funzionali all’adattamento alla vita e al benessere tra le quali: la ricerca, che attiva il desiderio di ciò che è fonte di piacere, di soddisfazione, la paura connessa all’ansia che protegge dai pericoli, la tristezza che assume la funzione di richiesta di attenzioni, la rabbia che regolamentata da adito a sentimenti di rafforzamento, assertività e padroneggiamento.

Nei primi mesi di vita il bambino sperimenta l’ attaccamento, che è il primo fondamentale legame umano che riguarda la relazione mamma-figlio. Il bambino è totalmente dipendente dalla madre, sia per quanto riguarda lo sviluppo fisico, sia per il benessere emotivo conseguente all’amore che la madre gli manifesta.

La maggior parte degli studi di psicologia evolutiva ha considerato il bambino nell’interazione con un solo genitore (madre-bambino, padre-bambino).  I più recenti studi (Bodoni, 2010)  suggeriscono che la figura del padre è importante sin dai primi giorni di vita, le interazioni diadiche padre-bambino e la funzione paterna devono essere studiate in  in una prospettiva triadica (padre-madre-bambino). Il padre si colloca tra il figlio e la madre garantendo sicurezza e protezione alla diade, attraverso il contenimento affettivo ed emotivo.

É indispensabile che i genitori riescano a contenere gli stati di sofferenza del bambino, in modo da farlo sentire accolto e compreso, rimandandoglieli trasformati in forma tranquillizzante.

La modalità interattiva aiuterà il bambino,  saprà riconoscere se stesso attraverso il suo rispecchiarsi negli stati emotivi che il genitore gli rimanda .

“Queste situazioni di empatia permettono al bambino di sentirsi sentito, di sentire che lui esiste all’interno della mente del genitore. Quando un bambino prova una sensazione di sintonia con un adulto responsivo, si sente bene con se stesso, perché le sue emozioni sono state riconosciute e condivise in uno stato di risonanza “ (D.J., Siegel, M. Hartzell)

Il bambino si può tranquillizzare e apprendere che dopo la rottura dello stato di benessere, ci sarà la riparazione che lo riporta allo stato di benessere perduto, che lo rende felice.

La fiducia e la sicurezza di base consentono di tollerare le inevitabili frustrazioni che la vita comporta e di favorire risposte idonee a superare le difficoltà, mettendo in campo le risorse che vanno evolvendosi con lo sviluppo.

La sofferenza riconosciuta, nominata e condivisa nella sperimentazione della difficoltà, favorisce il processo di riadattamento, attraverso la resilienza, ovvero la capacità di “resistere agli urti” , permette il raggiungimento della felicità.

 

Come sostiene Anna Olivero Ferraris, la qualità delle relazioni degli adulti che si prendono cura dei bambini, è ciò che gli permette di costruire una visione di se stesso come persone amata, li aiuta ad avere la sicurezza interna necessaria  a vivere nel mondo, ad affrontare le sfide della vita, a valorizzare le risorse interne personali. I bambini sono felici quando si sentono amati.

Con la costruzioni di nuove reti sociali, il bimbi iniziano attraverso il gioco e la socializzazione, ad acquisire nuove abilità, ad apprendere le regole dello stare insieme agli altri, a regolare gli stati emotivi, a risolvere i problemi, a tollerare le frustrazioni, oltre che a vivere momenti di felicità e libertà.

Spesso nei laboratori esperenziali che propongo ai bambini della scuola d’infanzia, quando gli si chiede perché si sentano felici, tra le risposte più comuni  ci sono : “quando sono insieme ai miei genitori, quando gioco con mio fratello/sorella/gli amici”. Come ho evidenziato in precedenza quello che spesso rende felici i bimbi è all’interno di una dimensione relazionale, non coincide sempre con il soddisfacimento dei proprio bisogni secondari, come ottenere un regalo, con il raggiungimento del piacere.

I bisogni secondari sono i bisogni che consentono di migliorare il proprio stile di vita (viaggiare, avere dei vizi), ma non sono necessari alla propria sopravvivenza. Inoltre per i bambini rappresentano spesso la soddisfazione di una felicità effimera, che perde di valore nel momento in cui la raggiungono, come ad esempio ottenere un gioco quando se ne posseggono molti simili.

Nella mia esperienza professionale ho potuto osservare che non tutti i bambini hanno avuto la possibilità di sperimentare delle relazioni sufficientemente buone con i propri genitori ma nel loro percorso di crescita hanno avuto la possibilità di incontrare degli adulti di riferimento con i quali hanno sperimentato una relazione positiva che ha permesso loro di raggiungere la felicità.

Nelle situazioni più traumatiche o dove l’assenza delle figure genitoriali ha causato delle difficoltà   più evidenti nel bambino è  necessario offrire uno spazio di ascolto di sostegno o di psicoterapia dove dare la possibilità ai bambini di elaborare il proprio vissuto, proporgli  un modello relazionale positivo per affrontare la sofferenza e ridare la speranza di essere felice.

 

Cyrulnik B.,(2002), I brutti anatroccoli le paure che ci aiutano a crescere, Ed. Fraticelli

Bodoni F. (2005) “Funzione paterna e attaccamento di coppia: l’importanza di una base sicura”, in Bertozzi N., Hamon C. (a cura di )Pari&Paternità, Junior, Bergamo.

 

L'articolo Crescere felici proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/crescere-felici/feed/ 0
La Felicità http://www.assistentisocialionline.it/felicita-coaching-life-mental/ http://www.assistentisocialionline.it/felicita-coaching-life-mental/#respond Mon, 08 May 2017 16:51:57 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=728   Aldo Ronco, anzi Aldo, anzi …meglio ancora… Aldone è un Life e Mental Coach e abbiamo avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo per la sua competenza, energia e gioia di vivere essendo lui membro, come noi, della Associazione Italiana Coach Professionisti. Grazie alla sua risposta alla nostra chiamata alla scrittura sul tema del mese … ecco […]

L'articolo La Felicità proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
 

Aldo Ronco, anzi Aldo, anzi …meglio ancora… Aldone è un Life e Mental Coach e abbiamo avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo per la sua competenza, energia e gioia di vivere essendo lui membro, come noi, della Associazione Italiana Coach Professionisti. Grazie alla sua risposta alla nostra chiamata alla scrittura sul tema del mese … ecco a voi il terzo contributo e articolo sulla felicità!

Se vuoi conoscere meglio Aldo e  scoprire come la sua idea di felicità sia concreta clicca su Aldone  !

 

La Felicità

Mai come in questo periodo storico si parla così tanto di Felicità.

Basta aprire la home di un qualunque Social per vedere quanti articoli vengono postati su questo argomento. Se  ne parla davvero tanto, però a mio modo di vedere se ne parla davvero male. Si, perché ce ne fosse uno che ti racconta la sua di felicità, invece manco per niente, tutti a dirti che cos’è la felicità e come fare a raggiungerla: niente di più sbagliato. Ma con che coraggio uno ti deve suggerire o imporre quale deve essere la tua felicità? Ma perché? Ma quando mai? La felicità è un fatto strettamente personale, originale, unico e inimitabile. Ognuno ha la sua di felicità per cui nessuno gliela può suggerire o peggio ancora imporgliene una standard come fatto culturale. Tenete conto che a livello relazionale facciamo spesso tanti casini proprio a causa del fatto che pensiamo che la nostra felicità debba essere per forza anche quella degli altri, e quando vediamo che questo non avviene ci arrabbiamo pure, ce ne veniamo fuori con frasi assurde rivolte al prossimo del tipo: “Mi hai deluso”.

Possiamo dire semmai qual’è la sensazione che ti deve restituire la felicità, questo si, ma la strada per raggiungere quella sensazione la troviamo solo e soltanto dentro di noi, non all’esterno.

Penso siamo tutti d’accordo nel sostenere che la felicità debba restituirci gioia e serenità. Proprio per questo motivo posso  dirvi che la felicità è un divenire, una conquista quotidiana, perché è innegabile che non si possa essere gioiosi e sereni tutti i giorni, perché ci sono comunque i problemi della vita da affrontare, ma se vi trovate sulla strada giusta, quella che vi procura gioia e serenità, tutti i problemi di questo mondo possono essere trascesi e superati proprio grazie al fatto che state percorrendo quella strada, per cui quella sensazione di gioia che avete provato, alla quale non volete rinunciare e che volete continuare a provare, vi darà la forza per andare al di là, vi farà scoprire una forza interiore che neanche sapevate di avere e che vi darà la capacità di superare di tutto.

Paradossalmente se vi trovate nella strada sbagliata, state sicuri che anche il problema più banale di questo mondo vi affosserà. Perché è la gioia di vivere che vi fa superare tutti i problemi, e la gioia di vivere è la conseguenza di uno stato di felicità.

Ma per trovare la strada giusta che dobbiamo fare?
Bisogna per forza guardarsi dentro e chiedersi “Quali sono i miei desideri? Che sogni ho per la mia vita? Quali sono le mie potenzialità più spiccate, quelle potenzialità che quando metto in campo mi restituiscono gioia e mi fanno sentire davvero felice?”

Il problema di oggi sta proprio nel fatto che non ci prendiamo neanche più 5 minuti per sognare, perché viviamo nel paradigma del “non ho tempo per sognare” o peggio ancora “tanto i sogni non si realizzano”…E chi l’ha detto? Ma perché? Di sicuro non si realizzano da soli, siamo noi che li dobbiamo realizzare. Il problema è che non sappiamo neanche più quali siano i nostri sogni perché abbiamo completamente rinunciato a sognare e a interrogarci sul “Che cosa vogliamo veramente” e ci siamo accontentati di perseguire la “felicità standard” che ci viene proposta dal “sistema”, ossia un fiume di parole moraliste che farà anche “figo” pronunciare ma che alla fine non si derivano in nulla di veramente concreto nelle nostre vite e che quindi non ci rendono felici.

Altri paradigmi che ci marciano contro sono “..e ma ormai sono vecchio”…”…e ma ormai sono su questa strada”…”ormai ho fatto questa scelta”. Niente di più falso. Si può sempre cambiare, c’è sempre una soluzione per cambiare la nostra vita, ci sono sempre dei margini di miglioramento che si possono mettere in atto, non c’è limite ai cambiamenti che possiamo fare e neanche limite di età per poterli fare. Certo ogni cambiamento comporta fatica, ma questo è un altro discorso: se qualcuno vi ha venduto la favola che si può raggiungere la felicità senza faticare, senza sudare, senza impegnarsi, senza il coraggio di essere autentici con noi stessi e con gli altri, allora avete subito la più grande truffa della storia.  Così come avete subito la più grande truffa della storia se vi hanno convinto che la felicità si può raggiungere solo in assenza di problemi.

Io per esempio sono portatore di una grave patologia genetica che mi ha costretto e mi costringere a vivere da quando sono bambino a stretto contatto con gli ospedali e a causa della quale gli interventi che ho subito non li conto neanche più. Ecco, ammetto che per anni sono stato affossato da questa situazione, ma dico anche che ho cominciato a venirne fuori nel preciso istante in cui ho cominciato a seguire i miei sogni e le mie passioni, a coltivare i miei desideri e i miei interessi. Questo mi ha restituito pian pianino una tale gioia di vivere che col tempo mi ha aiutato ad andare al di là della mia malattia. Quindi sono passato dall’essere affossato da una situazione di sofferenza a trascendere la stessa grazie alla gioia di vivere. Vedete che si può cambiare?

Vi ho fatto partecipi di queste cose strettamente personali solo e soltanto perché penso  possano aiutarvi a capire che la felicità è comunque sempre raggiungibile e lo è in qualunque contesto, persino in quello particolarmente negativo come quello della malattia. La tua vita cambia nel momento in cui decidi di prenderti cura di te.
Visto la mia esperienza personale, potete ben capire che per me sia una grande gioia, come Life Coach, potere supportare una persona nella ricerca della sua felicità, ed è fantastico riconoscere, restituirgli e allenargli quelle potenzialità che messe in campo lo renderanno felice, potenzialità che spesso sono represse da così tanto tempo che neanche si ricorda di averle.
Vorrei concludere facendo un’ ultima riflessione che mi sta aiutando tanto nel mio cammino personale.

Io non vivo, come dicono molti, “come se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita”, perchè per come la vedo io il concetto di fondo della felicità non è solo godersi al massimo il momento attuale, almeno per me questo non è sufficiente.
Ciò che invece mi fa sentire vivo e felice, oltre a seguire le mie passioni e i miei desideri, è “vivere ogni giorno come se fosse il primo”.

Mi mantiene in vita la curiosità di avere ancora tante cose da imparare, tante cose  ancora da sperimentare, tante idee ancora da cambiare, mettere in discussione, modificare o sostituire con altre idee che ad un certo punto dovessero convincermi di più, mi restituisce gioia percepire la mia vita come un divenire, un mondo di cose ancora da scoprire, da esplorare, da valutare, da considerare. Vivere come se fossi nato oggi e con un mondo ancora tutto da scoprire mi restituisce un entusiasmo pazzesco che contribuisce a rendermi felice, nonostante tutti i problemi che ci sono e ci saranno sempre.
Ciao a tutti!

Aldone (Aldo Ronco)
Life Coach
Mental Coach

L'articolo La Felicità proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/felicita-coaching-life-mental/feed/ 0
A scuola felici http://www.assistentisocialionline.it/a-scuola-felici/ http://www.assistentisocialionline.it/a-scuola-felici/#respond Mon, 01 May 2017 20:33:48 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=718 Secondo contributo e secondo articolo sulla felicità! Questa volta ospite del nostro blog è Riccarda Viglino insegnante, formatrice e … mamma di Giulia! Per conoscere meglio Riccarda e il suo blog sui temi dell’apprendimento cooperativo clicca qui :  Riccarda Viglino .  A scuola felici La felicità facilita l’apprendimento, e sono le neuroscienze a sostenerlo, non solo le […]

L'articolo A scuola felici proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
Secondo contributo e secondo articolo sulla felicità!

Questa volta ospite del nostro blog è Riccarda Viglino insegnante, formatrice e … mamma di Giulia!

Per conoscere meglio Riccarda e il suo blog sui temi dell’apprendimento cooperativo clicca qui :  Riccarda Viglino . 

A scuola felici

La felicità facilita l’apprendimento, e sono le neuroscienze a sostenerlo, non solo le intuizioni di alcuni insegnanti, pedagogisti e psicologi illuminati.Le ricerche più recenti in questo campo ci portano a comprendere l’intima connessione tra cognizione ed emozione, tra affetti, relazioni sociali ed apprendimento. Un clima relazionale positivo, la presenza di buone relazioni sociali all’interno della classe, fanno sì che venga rilasciata dopamina nel cervello, creano sentimenti più piacevoli verso l’apprendimento e determinano la capacità di sostenere lo sforzo necessario per affrontare i compiti complessi richiesti dalla scuola.

 

Apprendimento ed emozioni sono quindi intimamente connessi. Un ambiente sereno, dove passano buone emozioni, è il substrato fertile per far crescere apprendimenti significativi e duraturi che muoiono invece là dove si vivono soltanto l’ansia, la frustrazione e la mortificazione. Molti insegnanti oggi ne sono consapevoli, si prendono cura del clima d’aula e prevedono all’interno della didattica quotidiana percorsi per l’educazione dell’intelligenza emotiva e sociale, occupandosi del benessere dei loro studenti e portando altresì a compimento in modo completo la funzione educativa del loro ruolo.

Il clima d’aula si sa, lo determina in gran parte l’insegnante, o meglio gli insegnanti, dal momento stesso in cui essi entrano in classe. Su di essi gli alunni modellano i comportamenti, ad essi fanno riferimento fin dalla più tenera infanzia.  Purtroppo però oggi molti insegnanti sono sempre più spesso frustrati, stanchi, isolati, soli.

 

In balia di riforme che susseguendosi hanno inondato la scuola di richieste molteplici e diversificate, per rispondere alle quali spesso occorrono notevoli energie che vengono sottratte al cuore della professione che è il processo di insegnamento apprendimento. Mancando sinergie autentiche con le altre agenzie educative, essi si trovano anche ad affrontare in solitudine le sfide educative della società liquida complessa. Non esistono psicologi di scuola, supervisori, gruppi di sostegno e di aiuto, anche se questo viene da tempo richiesto dalle istituzioni scolastiche. Le lezioni sul burnout che spesso vengono proposte ai Collegi Docenti, stigmatizzano il problema, permettono di identificare con chiarezza i sintomi, ma non prevedono interventi nè “cure”. Eppure una società matura dovrebbe avere a cuore il ben-essere dei propri figli e una scuola dove gli insegnanti sono in una situazione di mal-essere è una scuola che non può funzionare. Anzi che ha ricadute pericolose sul futuro dei nostri ragazzi.

Il Bhutan, un piccolo stato montuoso dell’Asia, misura ogni anno il suo “FIL”: l’indice di felicità interna lorda, chissà che prima o poi a qualcuno venga in mente di farlo anche da noi!

 

 

L'articolo A scuola felici proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/a-scuola-felici/feed/ 0
Benessere e felicità non sono sinonimi Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale http://www.assistentisocialionline.it/benessere-e-felicita-non-sono-sinonimi-una-riflessione-alla-ricerca-di-nuove-dimensioni-del-servizio-sociale/ http://www.assistentisocialionline.it/benessere-e-felicita-non-sono-sinonimi-una-riflessione-alla-ricerca-di-nuove-dimensioni-del-servizio-sociale/#respond Mon, 24 Apr 2017 19:08:04 +0000 http://www.assistentisocialionline.it/?p=699 Questo articolo ci è stato donato, in occasione del nostro primo “complimese”  dal collega Ugo Albano : assistente sociale specialista, pubblicista e giornalista e clown! “Maschio, sudista, giocherellone, pigro,godereccio, amante della buona compagnia” così si descrive colui che per primo ha voluto rispondere alla nostra chiamata e scrivere di servizio sociale, benessere, generatività…e felicità!  Per conoscere meglio […]

L'articolo Benessere e felicità non sono sinonimi Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
Questo articolo ci è stato donato, in occasione del nostro primo “complimese”  dal collega Ugo Albano : assistente sociale specialista, pubblicista e giornalista e clown!

“Maschio, sudista, giocherellone, pigro,godereccio, amante della buona compagnia” così si descrive colui che per primo ha voluto rispondere alla nostra chiamata e scrivere di servizio sociale, benessere, generatività…e felicità! 

Per conoscere meglio Ugo e le sue offerte cliccate qui:   Ugo Albano . 

BENESSERE E FELICITA’ NON SONO SINONIMI

Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale

Se è vero che il servizio sociale persegue, come fine ultimo, il benessere dell’essere umano, non è per nulla detto che quest’ultimo, raggiunto il benessere stesso, si senta felice; anzi, se non c’è percezione di felicità, è lo stesso benessere a diventare relativo ed è quindi buona norma che l’assistente sociale italiano inizi a dare più senso al suo lavoro connettendo sempre di più l’azione non al benessere in sè, ma alla ricerca della felicità. La stessa relazione tra qualità prestata e qualità percepita, su cui di recente molto si parla nel campo dei servizi alla persona, ruota proprio attorno al rapporto tra benessere e felicità. Il benessere, infatti, può solo essere prodotto, mentre la felicità può solo essere percepita.

 

Che il benessere produca felicità, invece, è un paradigma della società moderna, esistita in Italia più che altro dal dopoguerra fino agli anni ’80 circa, in cui con la presenza di un reddito (e se questo mancava, o era insufficiente, il welfare “compensava”) bastava a “far star bene”. Il  passaggio alla società postmoderna rappresenta il superamento del trinomio “reddito-benessere-felicità” ed evidenzia il paradosso della non corrispondenza tra benessere e felicità, sia perchè si assiste ad una distribuzione delle risorse nel nostro Paese, sia perchè si registra una diversificazione della percezione stessa del proprio essere felici.

 

In conseguenza a tutto questo discorso, credo che  per ogni assistente sociale sia cosa buona percepirsi in una situazione di “trapasso” tra il paradigma della modernità e quello della postmodernità, cioè tra situazioni di carenza reddituale da supportare e situazioni che comunque non funzionano, seppure in presenza di reddito. Il problema rifugge pertanto da una prassi di semplice “fare”, che può amplificare il paradosso (insistere per esempio con l’assistenza economica su persone incapaci di gestirsi), per aggredire un nuovo modo pensarsi in riferimento ai nuovi fenomeni sociali; si tratta di abbandonare nell’ambito del servizio sociale il vecchio concetto di benessere, connesso al reddito o alla limitazione di una malattia, per passare ad un nuovo paradigma operativo di “accompagnamento alla felicità”, il che richiede un canale dialogico col soggetto e non (solo) una mera “dazione”. Il “paradosso postmoderno” riporta   il servizio sociale stesso alle origini della sua identità: esso ritorna a definirsi tramite la relazione per l’autosviluppo della persona e non tramite le prestazioni per una (supposta) assenza di risorsa.

 

Che non esista un rapporto di diretta correlazione tra reddito e la felicità stessa, ciò ci deriva dal fatto se consideriamo la variabilità geografica stessa di tale rapporto. A capire ciò ci aiuta uno studio pubblicato sul “Journal of  happiness Studies” dell’Università Erasmus in cui si illustrano i gradi di percezione della felicità da parte delle diverse popolazioni del mondo in rapporto al reddito. Colpisce, per esempio, che paesi poveri, come Nigeria, Vietnam,  Messico e Filippine, esprimano alti livelli di felicità percepita come le ricche Olanda, Svizzera, Svezia e Gran Bretagna. Esiste in generale una predominanza del mondo latino-americano in fatto di felicità, anche in situazioni di estrema povertà, come in Portorico e in Colombia, le cui popolazioni sono immerse in contesti normativi e culturali che spingono ad enfatizzare  gli aspetti positivi dell’esistenza. All’opposto Paesi relativamente  ricchi, come il Giappone, la Cina o la Corea del Sud, da anni interessati da un forte boom economico, tendono a subordinare le “felicità individuali” alle esigenze dei sistemi, statali o aziendali che siano, non ponendosi il problema stesso, con tutto quello che ne può conseguire.

 

Il nostro Paese, invece, pur compreso nel gruppo dei “redditi alti”, sebbene sorretto da un sistema democratico deputato alla soddisfazione di ognuno, registra il più basso livello di felicità. Semplicemente detto: anche se l’Italia presenta una stabilità reddituale consistente al pari di altri Paesi ricchi, anche se le condizioni politiche garantiscono la persona e la sua piena autodeterminazione, la sua popolazione non si sente felice. Ciò dovrebbe far riflettere ogni assistente sociale.

 

Eppure, riferisce uno studio effettuato da due studiosi (Ed Biswas-Diener e suo figlio Robert) delle università rispettivamente dell’Illinois e dell’Oregon, la felicità in ambito planetario tende a perdere la tendenza alla differenziazione geografica, e quindi culturale, e ad avere una base comune nel genere umano: è come se il cervello stesso fosse pre-programmato per anelare alla felicità.

Se pertanto esistono differenze di atteggiamento tra i diversi popoli, come detto, esistono anche elementi “trasversali”  validi a tutti per “autocostruirsi” la felicità.  A ciò ci ha pensato uno studioso statunitense, tale Martin Seligman, il quale ha ricercato la “ricetta comune”, estremamente utile specialmente per i professionisti dell’aiuto di ogni latitudine. Secondo costui la felicità richiede non solo la soddisfazione dei beni di base, ma anche e specialmente un atteggiamento di ricerca da parte di ognuno di questa felicità, nel senso che la felicità stessa tende ad essere sempre di più un obiettivo in divenire e mai statico, una prospettiva e non uno status. Importanti, secondo Seligman, sono la ricerca di un piacere “misurato”, la capacità di relazione con la propria famiglia, l’esercizio dei sentimenti, la passione sia per il proprio lavoro che per il tempo libero ed infine il bisogno di dare senso al quotidiano.

 

Il servizio sociale quindi, in questa società postmoderna e tendente ad una percezione “globalizzata” della felicità, vista anche la forte mobilità sociale, richiede una propria ridefinizione di senso, sia per recuperare un proprio ruolo autonomo dalla semplice funzionalità all’organizzazione, sia per essere davvero più efficace. Insistere sul vecchio modello caritativo-redistributivo-suppletivo significa non solo essere anacronistici, ma sparire dal mercato. Il bisogno nuovo (e vecchio, mi viene da dire) è quindi l’accompagnamento relazionale, la consulenza, non la prestazione o lo “sportello”. Si tratta, in fin dei conti, di trasformare il senso stesso della professione da una “gestione del benessere” ad un “accompagnamento verso la felicita”, in cui il “dare” diventa davvero cosa relativa.

Ugo Albano

 

L'articolo Benessere e felicità non sono sinonimi Una riflessione alla ricerca di nuove dimensioni del servizio sociale proviene da Assistenti Sociali Online.

]]>
http://www.assistentisocialionline.it/benessere-e-felicita-non-sono-sinonimi-una-riflessione-alla-ricerca-di-nuove-dimensioni-del-servizio-sociale/feed/ 0