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Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

 

Il tema del racconto questo mese ci sta regalando adesioni davvero preziose!!

Questa settimana chi scrive è Barbara Fantino, assistente sociale da più di vent’anni, Responsabile Area Disabili dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino-Settore Servizi Socio Assistenziali, ex collega di entrambe noi, ma indiscutibilmente entrata e rimasta nel cuore di una delle due, che ormai dieci anni fa nell’allora CISSP di Settimo Torinese ha mosso i primi passi nell’esercizio della professione!

Lasciatevi trasportare dentro un’esperienza di condivisione e riflessione, abilmente descritta da una capace collega, già autrice di diversi articoli per la rivista Prospettive Sociali e Sanitarie- IRS Milano !

Buona Lettura

 

 

 

Che cosa significa il racconto per gli operatori sociali?

Provo a rispondere pensando all’esperienza che stiamo facendo all’Unione dei Comuni Nord Est Torino all’interno dei servizi sociali per minori, stranieri, persone con disabilità e non autosufficienti.

Da alcuni anni infatti il racconto, la narrazione sono diventati ‘veicolo’ per entrare in contatto con le esperienze delle persone che si rivolgono al servizio pubblico in cerca di supporto in particolari fasi del loro percorso di vita.

Raccontare significa condividere, rendere partecipi, essere disposti a metter in comune e riconoscere le reciproche somiglianze. Attraverso la narrazione le persone hanno l’opportunità di condividere la loro esperienza e la loro storia, il racconto prima orale e poi scritto rinforza e valorizza le competenze delle persone troppo spesso considerate mancanti e deficitarie di qualcosa. La persona che si trova in una situazione di bisogno, o i suoi famigliari, mette a disposizione degli operatori il proprio sapere, le proprie competenze e tutte quelle risorse positive su cui si potrà sviluppare il percorso di cura o di inclusione. Valorizzare significa riconoscere, significa uscire dalla dimensione asimmetrica e sbilanciata che troppo spesso permea la relazione di aiuto. L’altro, il cliente, il paziente, l’utente assumono agli occhi dell’operatore il ruolo attivo di chi ha una storia, competenze e desideri da mettere a disposizione e giocare all’interno di un percorso di crescita che coinvolge la relazione di aiuto. Inoltre, il racconto non rimane confinato nell’ambito di una relazione duale operatore-utente ma si apre al gruppo e successivamente alla comunità locale.

Abbiamo incontrato la Pedagogia dei Genitori[1] ed i Gruppi di narrazione alcuni anni fa all’interno di programmi legati all’inclusione scolastica degli allievi con disabilità e nell’ambito delle cure domiciliari e dei progetti socio-sanitari. Da quella esperienza comune è iniziata una preziosa collaborazione con i professori Riziero Zucchi e Augusta Moletto che ci ha permesso di estendere la metodologia agli operatori sociali, sanitari e agli insegnanti.

Abbiamo imparato che i Gruppi di narrazione permettono ai partecipanti di acquisire consapevolezza delle proprie competenze educative e della necessità della loro valorizzazione. Le narrazioni assumono un valore sociale, la loro pubblicazione e diffusione sono testimonianza di cittadinanza attiva, “rendono visibile il capitale sociale costituito dall’educazione familiare e sono opportunità per la professionalizzazione degli esperti che si occupano di rapporti umani” (Moletto, Zucchi, 2013).

Pedagogia dei Genitori (Moletto, Zucchi, 2015) sottolinea che la famiglia è componente essenziale e insostituibile dell’educazione. Spesso le viene attribuito un ruolo debole e passivo che induce alla delega ai cosiddetti esperti. La famiglia invece possiede risorse e competenze che devono essere riconosciute dai servizi e dalle agenzie educative.

L’operazione culturale, che la metodologia Pedagogia dei Genitori intende fare, è promuovere presso i professionisti che si occupano di rapporti umani la valorizzazione e il conseguente rispetto per le competenze dei genitori e dei familiari. Lo strumento di valorizzazione è la narrazione degli itinerari educativi compiuti dai genitori che propone l’ascolto, l’empatia e il rispetto.

Una recente esperienza di gruppo di narrazione ha coinvolto i caregivers e ha portato alla realizzazione di una pubblicazione, “Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente” (AA.VV., 2018).

Siamo partiti dalla riflessione che i caregivers, ovvero i familiari delle persone non autosufficienti (siano essi minori, adulti o anziani) conoscono molto di più il loro congiunto di qualsiasi ‘esperto’. Con questa considerazione, abbiamo strutturato un percorso formativo, che abbiamo chiamato “FROM CURE TO CARE: le cure alle persone care”. Un percorso che mette in luce quanto sia sempre più necessaria la compenetrazione e tra il sapere clinico e professionale e il sapere che deriva dagli affetti e dall’esperienza diretta.

Nell’arco di alcuni incontri abbiamo lavorato con il professor Zucchi e abbiamo proposto ai famigliari presenti di narrare la storia dei propri congiunti, con la richiesta di sottolinearne le competenze ed i punti di forza, piuttosto che le mancanze. Pur in una condizione di malattia e dipendenza, si è voluto puntare l’attenzione su ciò che le persone sono in grado di fare, sui loro desideri e sulle loro preferenze, costruendo una narrazione che rappresenti la storia della persona, i suoi affetti, la sua identità, molto spesso offuscata dalla malattia.  Abbiamo raccolto storie di migrazione dal sud, di famiglie numerose, di difficoltà economiche, di crescita della famiglia di pari passo alla crescita della delle città industriali, città-dormitorio negli anni ’60-’70. Allora il significato del titolo, preso a prestito dalla canzone di Gabriella Ferri, simboleggia il piccolo che diventa macro, rappresenta le piccole storie individuali d ciascuno di noi che vanno comporre la Storia di una comunità locale e di un paese.

Il riscontro da parte dei famigliari è stato molto positivo; il clima che si è generato è stato empatico, accogliente ed emotivamente partecipato. Le persone hanno avuto modo di raccontarsi attraverso narrazione prima orale poi scritta, utilizzando fotografie e immagini come in un album di famiglia. In questo modo le storie personali sono andate a ricomporre le storie di una città, di una comunità locale che si riconosce attraverso esperienze e sentire comuni. In queste storie anche gli operatori ritrovano le loro storie, in processo di immedesimazione e riconoscimento reciproco. Questo processo fa sì che il professionista possa essere in grado riconoscere oltre la diagnosi ed il malato, la persona con le sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua storia. Allora l’assistenza si colora di attenzioni che si focalizzano sull’identità che l’interessato non riesce più ad esprimere.

Il lavoro di raccolta, pubblicazione e diffusione ha consentito di far emergere aspetti spesso non conosciuti dai professionisti, da cui ci si aspetta interesse solo per gli aspetti deficitari che rappresentano la persona in quel momento di difficoltà.

Gli ambiti di riflessioni proposti seguivano questo schema:

  • Chi sono io?
  • Che cosa mi piace
  • Che cosa trovo difficile
  • Come puoi comunicare con me
  • Come puoi aiutarmi
  • Che cosa voglio che tu conosca di me

Ci piace pensare che in questo modo il lavoro sociale esca dagli uffici e dalle procedure e torni ad essere tessitura di relazioni e di storie, fili che si annodano e tessono trame e reti di supporto. Sappiamo che la logica prestazionale non è sinonimo di efficienza degli interventi, sappiamo anche il sistema di welfare non è più in grado di sostenere un’espansione di servizi esponenziale e non è in grado di rispondere da solo alla complessità dei bisogni delle persone. Attraverso l’ascolto e la valorizzazione dell’altro il ‘sapere dei professionisti’ può trovare a sua volta una strada di legittimazione e di senso.

Per approfondire:

AA.VV., 2018, Tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente. Torino: edito con il contributo di Fondazione Comunità Solidale onlus.

Garrino, L., (a cura di), 2015, Strumenti per una medicina del nostro tempo. Medicina narrativa, Metodologia Pedagogia dei Genitori e International Classification of Functioning (ICF), Firenze: Firenze University Press.

Moletto, A., Zucchi, R., 2013, La Metodologia Pedagogia dei genitori. Valorizzare il sapere dell’esperienza, Santarcangelo di Romagna (RN): Maggioli.

[1] La Metodologia Pedagogia dei Genitori propone la famiglia come risorsa e partner attivo: in ambito sanitario, per basare sulla fiducia il patto educativo-terapeutico; nella scuola, per riproporre l’alleanza tra adulti di riferimento, genitori e docenti; nell’ente locale, per un nuovo welfare riflessivo fondato sulla cittadinanza attiva dei genitori. Si attua attraverso la costituzione di gruppi di narrazione e prevede la raccolta, pubblicazione e diffusione delle narrazioni dei percorsi educativi dei genitori.

 

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